|
In mezzo a noi
di Mario Tronti - Bailamme n° 27
Questo tema è difficile tenerlo fermo in sé perché tende a trasmigrare, a trasbordare in tanti altri problemi che lo attraversano e in qualche misura lo condizionano.
Metto il tema nel contesto in cui lo ha posto Salvatore in un suo testo su "salvezza-salvezze": nel tempo della seconda secolarizzazione, in quella che lui chiama "la secolarizzazione della secolarizzazione": non più una secolarizzazione della salvezza, ma una situazione entro cui l’idea stessa di salvezza tende a dissolversi. Gli uomini (Salvatore parlava di "uomini medi", ma possiamo parlare anche degli "ultimi uomini" di cui dice lo Zaratustra) non sentono il bisogno di essere salvati, ma solo il bisogno di essere rassicurati o assicurati. Non certezze, ma sicurezze.
Se questo è il contesto attuale, bisogna collegare questo contesto con un percorso di più lungo periodo. Per questo prendo spunto da una pagina di Bloch nel testo ateismo nel cristianesimo, dove lui parla di tre misteri che sono anche tre desideri, insieme terreni e sovraterreni: la resurrezione, l’ascensione e il ritorno. Ora il primo dormiente che si risveglia è Gesù (un Gesù più uomo che Dio); il tema dell’ascensione Bloch lo vede come qualche cosa che nuovamente stacca la figura di Gesù, uno come noi, dalla specie umana. Tanto è vero che lui dice in fondo i vangeli minimizzano il fatto dell’ascensione, quasi la trascurano, se ne parla in modo particolareggiato solo negli Atti degli Apostoli; nel mistero del ritorno c’è il Gesù più vicino all’uomo e più eguale al divino.
La cosa più importante: lasciando lo Spirito, il Figlio annette a sé l’immagine del Padre per cui la categoria figlio dell’uomo diventa un po’ il mistero mistico del desiderio. La conclusione è che questo fa si che l’impulso di Cristo possa vivere, anche se Dio è morto.
Questa era la premessa di un discorso che vuole dire sostanzialmente questo: non tanto la salvezza quanto il salvatore rimane nell’epoca della seconda secolarizzazione. Se c’è una secolarizzazione dalla salvezza, forse non c’è ancora una secolarizzazione dalla figura del salvatore, dall’idea, del desiderio, del mito, del mistero del salvatore.
Mi sembra una prospettiva che ha qualche segno di attualità. Mi pare che la ricerca di questo tema si espliciti in questa domanda: come si rideclina l’idea di salvezza dopo l’età del nichilismo? Come questa idea, che in fondo è una delle idee più positive che si sia pensata, si rideclina dopo il secolo del pensiero negativo? Questo è il problema.
Il ‘900, secondo me, è stato un secolo senza salvezze. Non c’è stata salvezza non soltanto nell’epoca tragica del secolo , ma non c’è stata poi, nel seguito e nel finale del secolo, in cui sembra si sia ricomposto un percorso positivo della storia, una storia che ha ritrovato degli argini entro cui andare; tanto è vero che sono emerse dalle macerie le idee del progresso, di una storia lineare che va verso qualche cosa.
A me non interessa tanto questo, quanto quello che c’è in mezzo nella storia. Questi discorsi riesco a farli soltanto immergendoli in una certa storia. Mi interessa il tempo di mezzo tra la promessa del ritorno e la mancata realizzazione del ritorno stesso. I tempi di mezzo sono quelli che ci coinvolgono anche nella lettura, anche nell’interpretazione, sono i tempi che ci riguardano. Credo che viviamo un evo medio che viene da lontano e che forse andrà ancora lontano. Trovo delle forti analogie, delle forti corrispondenze su quel punto, che io considero cruciale, con la famosa secolarizzazione politica dei concetti teologici, che non è una idea astratta che a un certo punto è stata inventata da qualcuno, ma è una constatazione di fatto. Tutta la politica moderna non è stata altro che questo: la secolarizzazione di una teologia, per questo hanno avuto un senso proprio i discorsi di teologia politica.
Ora la corrispondenza a volte impressionante che riguarda il tempo medio è di questo tipo qui. Da un lato c’è l’idea di una salvezza finale, che è anche un ritorno alle origini, ritorno presto irrealizzato, su cui ha tanto scritto il nostro amico indimenticato Quinzio. Questa promessa non mantenuta, che ha incardinato tutta una fede, anche degli immediati discepoli, che cosa ha provocato? La mancata realizzazione del "torno presto", questa dilazione del tempo della salvezza ha avuto come immediata conseguenza la costruzione dell’istituzione chiesa.
La motivazione è sempre quella: bisogna controllare e dominare i tempi della attesa. Per questo appunto una forza istituzionale, una potenza mondana capace di tenere il tempo dell’attesa e dentro il tempo della attesa ridistribuire il rapporto tra una potenza che si fa e il popolo che attende. Le motivazioni sono poi quelle classiche della leggenda del Grande Inquisitore: riuscire a fare sopportare a questo popolo di Dio la sua possibile libertà o sua possibile liberazione finale ecc.
Io trovo una corrispondenza impressionante di questo con vicende invece politiche proprio del novecento. Nel 900 c’è la rivoluzione, c’è un atto rivoluzionario, che nasce in un determinato punto, ma avrebbe bisogno di una espansione al di là di questo punto, per realizzare immediatamente una prospettiva di rovesciamento di una forma sociale. Il comunismo subito. Questo non è possibile realizzarlo e che cosa ne consegue? Bisogna costruire una struttura politica e ideologica statuale che gestisca, anche qui, questa attesa, attesa della rivoluzione. Nascita dello Stato partito per difendere ..
Io vedo intorno all’idea di salvezza raggrumarsi una dialettica tra il massimo di desiderio della libertà e il massimo di realizzazione dell’oppressione. Scatta li dentro qualche cosa che fa in modo che si rovesci la prospettiva liberatoria in qualche cosa di opposto. Questo mi sembra interessante come critica dell’idea stessa dell’escatologismo messianico. La stessa prospettiva blochiana va messa sotto critica, la critica dei fini ultimi, della meta finale, la critica del concetto di salute-salvezza. La formula stessa di historia salutis andrebbe messa sotto critica al di là della differenza. Io l’ho sempre letta come storia della salvezza in quanto tale.
Qui sarebbe interessante per BAILAMME tornare ad approfondire e ad aggiornare questo rapporto tra storia della salvezza e storia della pietà.
Per concludere qui c’è anche per me un problema su cui forse Amos può dire qualcosa di importante: la differenza tra il salvatore Dio proprio dell’AT e il complesso invece dell’idea salvezza Gesù nel NT, che riapre una serie di problemi che dovrebbero rientrare il quel discorso di critica dell’escatologismo: il "verso dove", l’ "a che scopo", che è stato proprio di tutte le grandi tensioni escatologiche, che sono poi state quelle migliori, quelle che più hanno spezzato una continuità, che più hanno avvicinato il discorso della salvezza ultramondana alla liberazione mondana.
Qui direi che bisogna stare attenti a non rilanciare nel futuro, tutta nel futuro, questa idea di salvatore, più che di salvezza. Il Figlio dell’Uomo dobbiamo un pò ritrovarlo nel senso del "Dio in noi", avvertendo che questo non può mai, almeno per me, ricadere in una forma di messia interiore, nella forma di Cristo etico, propria degli illuministi, dei teologi liberali. Li diceva anche Cettina: questa idea escatologica non tanto del Dio salvatore quanto del Figlio dell’Uomo che salva, più che pensarla come un ritorno, e quindi qualcosa che avverrà nel futuro, ripensarla al modo di Benjamin, come balzo di tigre nel passato. La cosa importante non è tanto l’attesa del ritorno, che può innescare quei meccanismi perversi che abbiamo detto, ma il balzo di tigre nel passato. Il Figlio dell’Uomo c’è stato, dice Luca 17,21. il regno di Dio è già in mezzo a voi. Una frase molto interna al discorso sulla salvezza: non una salvezza escatologica, ma qualche cosa che c’è stata e che va ritrovata nella forma in cui permane. Questa forma è quello che non so deve essere soltanto una ricerca della fede, una tensione, un desiderio, un mistero di cui farci carico. Ma è la forma che forse andrebbe in questo senso approfondita.
|