Il popolo delle sole Bijagò
di Luigi Scantamburlo - Bailamme n° 28


ORIGINE DEL POPOLO BIJAGO’ - VITA ECONOMICA DEI BIJAGO’ - STRUTTURA SOCIALE DEL VILLAGGIO BIJAGO’ - LA POSIZIONE DELLA DONNA NELLA SOCIETA’ BIJAGO’ - COSMOLOGIA DEI BIJAGO’ - LE CERIMONIE RELIGIOSE - PROBLEMI NUOVI ANCHE PER I BIJAGO’


Questo scritto, consegnatomi da p. Luigi Scantamburlo durante il viaggio in Guinea Bissau, risulta essere sostanzialmente un riassunto della sua tesi di Master in etnologia, citata nel testo del mio articolo e meglio specificata nella relativa nota 17. Anche se riguarda espressamente le genti dell’arcipelago, presso le quali l’A. ha svolto la sua opera di evangelizzazione e la sua "pastorale sociale" durante la maggior parte del trentennio trascorso dal suo arrivo in Guinea Bissau, quanto egli riferisce è estensibile, in linea di fondo e anche nei principali dettagli, all’insieme delle culture tradizionali del Paese (ai Balanta, quindi, e alle altre etnie non islamizzate). L’originale, in lingua italiana, reca in calce la data 1981 e la dicitura "traduzione dall’inglese". Mi sono permesso qualche ritocco di carattere formale.      V. T.


Nel 1947 il navigatore veneziano Alvise di Ca’ di Mosto, durante il suo viaggio di ritorno in Spagna, trovò un gruppo di isole a trenta miglia dalla costa occidentale dell’Africa, fra 10°,45’ e 11°,35’ di latitudine Nord: «due isole grandi e altre piccole, con alberi alti, abitate da neri che non riuscivamo a comprendere». Questo è il primo documento scritto sull’arcipelago Bijagò, composto da cinquantatre isole, isole minori e isolotti, che appartengono ora alla Repubblica della Guinea Bissau. Diciannove di queste isole – e precisamente Bubaque, Canogo, Meneque, Orango, Orangozinho, Rubane, Soga, Uno, Uracane, Eguba, Canhabaque, Formosa, Ponta, Maio, Caravela, Caraxe, Unhocomo, Unocomozinho e Ilha das Galinas – sono abitate complessivamente da almeno 15.000 persone, chiamate appunto, in portoghese, Bijagò.

L’influenza europea ha inciso poco sullo stile di vita, gli usi e i costumi di questa gente, le cui origini sono ignote. Gli abitanti dell’isola di Canhabaque non permisero ai loro bambini, fino al 1978, di frequentare la scuola elementare e prima dell’indipendenza del Paese (1974) si rifiutarono di pagare le tasse ai portoghesi. Poiché gli adulti maschi, per viaggiare in altre regioni, avevano bisogno del "cartao", un lasciapassare comprovante l’avvenuto pagamento delle tasse, le pagava solo qualcuno e il "cartao" veniva di volta in volta preso a prestito da chi doveva recarsi altrove, specialmente alla capitale Bissau. Nei rapporti dei primi navigatori europei, i Biagò sono stati descritti come guerrieri, pirati e ostili a chiunque si avvicinasse alle loro isole. Con lunghe canoe ("urata"), le cui prore erano ornate da bellissime teste di toro scolpite in legno speciale, i giovani più validi del villaggio facevano incursioni tra le popolazioni della terraferma. Oggi queste canoe vengono ricordate con oggetti modellati da vecchi intagliatori Bijagò e venduti ai turisti che visitano l’arcipelago. Tuttavia la società e la cultura dei Bijagò sono ancora strutturate secondo lo stile guerriero dei secoli passati, soprattutto nelle isole più tradizionaliste.

ORIGINE DEL POPOLO BIJAGO’ [torna su]

Tale origine rimane ancora questione aperta. Pare che sulle isole vi sia sempre stato qualcuno e che altri gruppi, spinti da vicende storiche, abbiano poi lasciato la terraferma e si siano mescolati alla popolazione locale. Questa teoria può spiegare meglio di altre i primordi dei Bijagò, nonché il carattere autonomo e indipendente dei loro villaggi, che si conserva ancora. Ecco comunque, più da vicino, alcune delle ipotesi formulate. Secondo M.M.Barros, sacerdote oriundo della Guinea che scrisse nel 1882, i Bijagò erano schiavi di provenienze diverse, i quali, radunati nel centro commerciale di Guinala, riuscirono a liberarsi e a rifugiarsi sulle isole. Furono continuamente cacciati dai loro primitivi abitanti, finchè poterono stabilirsi nelle isole, più lontane, di Orango e Caraxe. Carvalho Viegas, che scrisse nel 1937 per conto del comandante militare portoghese Marques Duarte, sostenne che i Bijagò erano discendenti dai Tanda della regione di Conhagui, nella Guinea Conakry, sospinti verso la costa dalle immigrazioni dei cosiddetti gruppi di popoli Fula, Mandinga e Soniké durante il XIII e il XV secolo. Si rifugiarono prima nella regione di Cacine e di lì puntarono verso l’arcipelago a causa della pressione subita da parte dei Biafada.

Le diverse popolazioni che arrivarono nell’arcipelago, vennero poi incoraggiate a mescolarsi e a unirsi in matrimonio con quelle già presenti. Lo permetteva e lo favoriva la struttura politica dei villaggi, come si è detto indipendente e autonoma. Anche il fatto che nella società Bijagò la discendenza è di tipo matrilineare, aiutò l’inserimento dei nuovi venuti e l’integrazione dei loro figli. Al riguardo si tenga conto che, in ciascun villaggio, la tradizionale partecipazione delle donne alle cerimonie della comunità dava alle nuove arrivate pienezza di status sociale.

Durante la loro lunga storia nell’arcipelago, i Bijagò svilupparono relazioni più strette con alcune isole piuttosto che con altre. Questo spiega perché si possono oggi riconoscere nell’arcipelago alcuni gruppi principali di isole, a seconda delle affinità culturali e linguistiche. Questi gruppi si incentrano rispettivamente nelle isole di Canhabaque, Bubaque, Formosa, Orango, Uno e Caravela.

Una sorta di mitologia descrive la loro origine da un Antenato comune. Secondo una credenza diffusa tra loro, fu Orebok a iniziare il mondo: era lo spirito intermediario tra l’Essere supremo, Nindo, e i Bijagò. Il primo essere umano fu una donna chiamata Maria, nome derivato dalla prima parola che le rivolse suo figlio quando giaceva nudo e inerme sulla spiaggia. "Vieni, prendimi", disse, e nella lingua Bijagò queste parole suonano appunto "ma-ria". Maria ebbe quattro figli: Uracuma, Oraga, Ogubane e Ominca. Sono i mitologici antenati dei quattro clan matrilineari dei Bijagò.

VITA ECONOMICA DEI BIJAGO’ [torna su]

Secondo gli anziani Biagò, la vita fu sempre molto facile sulle isole, quando erano abitate soltanto dal loro popolo. A quel tempo lo spirito Orebok era sempre compresente nella capanna sacra dei villaggi, operando meraviglie per la sua gente. Frutta e radici abbondavano nella foresta, l’alta marea portava pesce abbondante nelle trappole tese nelle insenature e durante la bassa marea le donne raccoglievano molluschi e ostriche sulla spiaggia. Ora gli anziani lamentano che altri popoli vivono sulla terra Bijagò, interferendo con le loro attività e influenzando negativamente le relazioni con Orebok.

Nei secoli passati, i Bijagò riuscirono ad adattarsi alle condizioni ambientali e ai mutamenti politici. All’inizio gli alimenti principali erano la patata selvatica e la "manfafa" (taro, colocasia esculenta) coltivata dalle donne nei dintorni dei villaggi. Gli uomini praticavano la caccia e andavano a pesca, navigando a lungo in mare aperto. A quel tempo, quindi, erano le donne a esercitare, nei villaggi, quasi tutto il potere.

In seguito venne introdotta sulle isole la cultura del riso. Si scoprì che questo prodotto della terra era migliore ed esso divenne ben presto l’alimento di base. La gente cominciò a coltivarlo sistematicamente, adottando il metodo del "tagliare e bruciare", con una rotazione dei terreni di cinque – sette anni. Ogni anno, tutte le famiglie del villaggio si riuniscono davanti allo spirito Orebok, per decidere quali terreni coltivare e poi dividerli a seconda delle necessità di ciascuna di esse. Il terreno deve essere preparato in aprile e maggio, poco prima delle piogge, che di solito arrivano nella seconda metà di maggio. Gli uomini tagliano la boscaglia e le danno fuoco. Le donne seminano, sarchiano, proteggono le messi dalle scimmie e dagli uccelli, alla fine le raccolgono. A causa di questo nuovo tipo di cultura con la sua tecnica, a poco a poco gli uomini hanno guadagnato sempre maggior voce in capitolo. Un uomo non può coltivare un campo di riso senza una donna, ma questa, a sua volta, deve cooperare con un uomo, se vuole un campo di riso per nutrire i suoi figli. Dalla primitiva società matriarcale, i Bijagò sono passati, così, a una relazione tra i due sessi che richiede collaborazione e comprensione reciproca.

Nei dintorni del villaggio si trovano i campi per i prodotti secondari, come arachidi, patate dolci, manioca e fagioli. Questi possono crescere ogni anno, con rotazione, sullo stesso campo senza troppi fertilizzanti, al di là delle ceneri residue delle erbacce bruciate l’anno prima. A metà della stagione delle piogge, la terra viene dissodata con un lungo badile rettangolare terminante a punta. Arachidi e fagioli, insieme all’olio di palma e al pollame domestico, sono le migliori risorse da cui ricavare un po’ di soldi destinati all’acquisto di vestiario e al pagamento annuale delle tasse governative.

Durante la stagione secca, tra novembre e maggio, i Bijagò hanno molto tempo libero e lo dedicano ad attività piacevoli, prima fra tutte procurarsi il vino dalle palme, quelle stesse che danno anche olio (Elaeis Guineensis). Il vino viene ottenuto incidendo il peduncolo dei grappoli di frutti ancora acerbi. Una buona palma può produrre un litro di vino al giorno per dieci – quindici giorni. Questo vino è la bevanda comunemente usata per le cerimonie religiose, le offerte e le feste, molto frequenti durante la stagione secca. Gli uomini del villaggio, insieme agli ospiti, si radunano a sera in un vicino angolo della foresta, dove i giovani portano il vino raccolto. Tutto il vino disponibile viene distribuito secondo le classi di età e l’importanza degli ospiti. La gente beve e conversa cordialmente, discute sulle proprie esperienze e sui problemi del villaggio, ricorda i tempi passati. Più tardi, ognuno torna al villaggio, portando quanto è rimasto del vino alle mogli e agli altri amici. Oltre alle cerimonie religiose, questi conviti nella foresta sono i momenti più preziosi per incrementare l’amicizia e l’affiatamento con gli altri membri della comunità.

Le palme, come già accennato, servono pure per un altro scopo importante nell’economia dei Bijagò: se ne trae un olio rossiccio, usato per condire molti piatti della loro cucina. Il metodo tradizionale per ricavarlo è comune a tutta l’Africa occidentale. Di solito, le donne fanno bollire in acqua le noci mature delle palme per rammollire il pericarpo, poi le pestano in un mortaio per liberarle da guscio e fibre. Scaldando lentamente la massa fibrosa, l’acqua evapora completamente lasciando un olio rosso-bruno. Quest’olio, insieme al riso, al pesce e ai molluschi raccolti sulla spiaggia, sono gli ingredienti più comuni della dieta dei Biagò.

Sempre durante la stagione secca, gli artisti Bijagò scolpiscono i loro pezzi migliori. Essi sono, con i Nalu, i più bravi intagliatori di legno della Guinea Bissau. Lavorando con un coltello affilato, l’artista sa trasformare un pezzo di legno nell’immagine perfetta di un animale, di una figura umana, oppure in un utensile da cucina. Gli arnesi più semplici continuano ad essere i più usati dagli artisti, benché ora vi sia qualche possibilità di arricchire il loro atelier con scalpelli di ferro, coltelli e accette fornite dal mercato europeo. L’intagliatura del legno si sta orientando, attualmente, in tre distinte direzioni: quella religiosa, che è ancora l’attività più importante, con i suoi significati simbolici; quella di utensili, che sta perdendo interesse, dati appunto gli oggetti di metallo, o di ceramica, che si possono avere dall’Europa; infine quella per i turisti. Specie negli ultimi anni, la produzione degli intagliatori è venuta aumentando, con una crescita continua dei prezzi ma con un calo di abilità e, quindi, di qualità. Le statuette più comuni rappresentano danzatori, anziani in atteggiamento di preghiera, e specialmente ragazze o madri Bijagò, con le loro tradizionali gonne di paglia, mentre svolgono varie attività quotidiane, come trasportare acqua, portare bambini, pilare il riso.

STRUTTURA SOCIALE DEL VILLAGGIO BIJAGO’ [torna su]

La posizione stessa scelta per costruire i loro villaggi, conferma che nei secoli passati i Bijagò furono guerrieri. I villaggi si trovano infatti lontani dagli approdi. Un’altra riprova è data dal fatto che ai giovani era proibito di sposarsi per sette anni dopo aver superato le cerimonie dell’iniziazione (durante le quali prendono il nome di "camabi"). Anche adesso, sull’isola di Canhabaque, questa norma è strettamente osservata. Il gruppo dei "camabi" deve sorvegliare i cancelli del villaggio e tener d’occhio quello che succede. La notte, i "camabi" devono dormire insieme fuori delle abitazioni, su di una piattaforma costruita al centro del villaggio. Conducono una vita rude e devono sempre essere pronti a svolgere i lavori più duri, a superare le prove più svariate su ordine degli anziani.

L’unità politica ed economica di base della società Bijagò è il villaggio, la cui popolazione può variare da cento a trecento persone. Secondo la tradizione, ogni villaggio ha il proprio capo, proveniente dal di fuori ma membro del clan che è proprietario anche di terre appartenenti al villaggio stesso. La sua autorità è riconosciuta e reale in ogni momento; tuttavia essa viene meglio accettata se non è soltanto dovuta a regole esteriori, ma se è accompagnata da competenza e saggezza. Nei villaggi Bijagò vige una fondamentale uguaglianza, cosicché tutti, tramite il meccanismo degli scatti di età, possono giungere a far parte del consiglio supremo, costituito dagli anziani. La presenza di un capo proveniente dal di fuori garantisce un centro di direzione delle diverse attività, di distribuzione degli incarichi, e aiuta meglio a superare eventuali frizioni interne.

La casa del capo ("mancu") è costruita al centro del villaggio. E’ rotonda, ha pareti di fango seccato al sole, tetto di paglia sostenuto da una trave di bambù. In alcune isole dove questo scarseggia, si usano altri pali ugualmente resistenti alle termiti. Intorno all’abitazione del capo sorgono quelle degli altri anziani, tradizionalmente con la stessa struttura, e le case per le cerimonie sacre ("candja"), anch’esse di forma rotonda. Dietro a queste case di maggior prestigio, gli altri membri del villaggio, più giovani, sono autorizzati a edificare per sé case più piccole ("candjoco"), di forma quadrata. La distanza di un’abitazione da quella del capo indica il grado di autorevolezza di cui il suo proprietario gode nel villaggio.

Fra le case vi sono i depositi ("caora"), costruiti a guisa di scatole cubiche, con spesse pareti. Hanno il tetto completamente sigillato e il pavimento spianato sopra uno strato di assi isolate dal suolo mediante pietre, che servono da fondamenta. Alcuni pali attorno al deposito ne sostengono il tetto, che è rotondo. L’unico accesso è una specie di finestra, con un infisso molto solido, di legno o metallo, sempre chiuso a chiave. In questi depositi sono custodite le scorte di cibo e le cose più preziose della famiglia.

Come la maggior parte delle società africane, quella dei Bijagò è regolata secondo strutture fisse e bene ordinate. Prima di tutto, le persone sono distinte a seconda dell’età. I proprietari delle case vicine a quella del capo, per esempio, sono normalmente persone oltre i quarant’anni, che hanno già completato tutte le cerimonie di iniziazione e ottenuto il pieno status di adulti. Fin dall’infanzia, i maschi imparano le leggi più rigide della vita del villaggio, quelle correlate alla "etute". L’"etute" è un luogo sacro nei dintorni del villaggio. Gli anziani vi si riuniscono in circostanze particolari, durante le quali avviene uno scambio di doni. Ed "etute" viene chiamato anche questo stesso scambio. Gli appartenenti a ciascuna fascia di età devono offrire, secondo un programma obbligatorio, un omaggio a quelli di età immediatamente superiore. Devono portare frutta, vino, altri prodotti del proprio lavoro, tabacco, e dividerli con i gruppi più anziani, come condizione per esservi ammessi in seguito. Durante queste riunioni, i più giovani vengono istruiti dagli anziani sulle tradizioni del villaggio. Possono poi divenirne pienamente membri, solo passando attraverso i riti della iniziazione ("manrash").

Questi riti costituiscono il punto centrale, il momento sacro, nel quale ci si trova a confrontarsi sino in fondo con le leggi del villaggio. Ogni sette - dieci anni, gli anziani riuniscono i giovani nella foresta, dove lo Spirito delle cerimonie di iniziazione formerà la loro mente e il loro corpo secondo la tradizione dei Bijagò. Dopo questa esperienza, che viene descritta dai giovani come periodo di asprezze e punizioni, e che si svolge nell’isolamento dalla vita quotidiana del villaggio, essi ne diventano finalmente membri a pieno titolo. In realtà, questo è il periodo nel quale gli anziani cercano di riandare, almeno per alcune settimane, al tipo di vita ordinata e felice che si vorrebbe vivere ogni giorno. Fanno del loro meglio affinché nulla manchi per una esistenza ben regolata e insegnano ai giovani quel che dovrebbero fare per essere uomini dignitosi e felici nei loro anni venturi. E’ vero che gli insegnamenti sono a volte impartiti con durezza e attraverso punizioni, ma sempre al fine di far comprendere agli iniziandi che le cose buone sono frutto di dedizione, di senso della responsabilità, di severo lavoro. Quel che il giovane deve imparare, è il rispetto degli anziani, la disposizione all’ ospitalità, a dividere con gli altri, a favorire l’unità del villaggio, alla sincerità e autenticità di cuore e di mente nel comportarsi verso la comunità.

Le parole non possono essere sufficienti, perciò buona parte dell’insegnamento si svolge attraverso l’esperienza diretta nel folto della foresta, a contatto con la natura, con gli anziani e con gli antenati. E’ prima di tutto una esperienza nuova dal punto di vista psicologico e religioso: le voci amichevoli della natura, l’obbedienza agli anziani, il rullare ritmico del tamburo sacro, l’impegno a custodire i segreti spirituali del villaggio e a custodirli per tutto il resto della vita.

LA POSIZIONE DELLA DONNA NELLA SOCIETA’ BIJAGO’ [torna su]

I Bijagò sono uno dei pochi fortunati popoli dell’Africa occidentale, in cui le donne godono di particolari diritti e responsabilità. Le madri, e non i padri, hanno il diritto di dare il nome del proprio clan ai loro bambini, e sono le donne che hanno la pesante responsabilità di richiamare indietro i morti e gli antenati affinché partecipino alla vita del villaggio.

I Bijagò credono fermamente che se un ragazzo muore prima dei riti d’iniziazione e prima di aver pagato tutti i tributi che deve al consiglio degli anziani, non potrà raggiungere la terra degli antenati. La sua anima si aggirerà per i villaggi e vagherà di isola in isola, infelice, senza pace e a volte facendo del male ai vivi. Solo se avrà la possibilità di entrare in un corpo umano, per eseguire a mezzo di questo tutte le pratiche prescritte, essa potrà divenire come quella di un adulto e trovare la strada per congiungersi con gli antenati. Normalmente, quest’anima entra nel corpo di una ragazza al tempo dello sviluppo, in determinati periodi, e ne prende completo possesso. Dentro di lei potrà compiere ciò che al giovane, da vivo, mancava di fare per l’ammissione nel novero degli adulti. Il tamburo sacro, con i suoi colpi ritmati, è l’unico mezzo a disposizione delle donne per ascoltare i desideri e le richieste del morto.

Il lungo processo delle cerimonie dà alle donne, o almeno le aiuta ad avere una condizione più alta nella società bijagò. Anche per loro non è sufficiente la nascita fisica per essere membri di tale società. Sono però escluse, in via normale, dalla tradizionale esperienza del "manrash". Una donna può comunque essere investita da questa esperienza, nel caso e nel modo di cui si è detto, cioè tramite l’anima del ragazzo morto e immedesimata con lui per celebrare tutti i riti che gli mancavano. Così anche la donna può entrare nel meccanismo cerimoniale e ottenere lo stesso status sociale dell’uomo. Ciò potrebbe venir considerato un aspetto di emancipazione femminile, avente una generale ricaduta di maggior prestigio per tutte le donne. Infatti poiché soltanto a loro è dato il potere di congiungersi eventualmente – in maniera fisica e letterale, mentre sono in vita e in età fertile – col mondo delle anime e quindi degli antenati, esse vengono in definitiva a godere di un privilegio per il quale sono rispettate e, a volte, temute.

Sono le donne che devono ristabilire l’armonia tra i due mondi, quello terreno e quello spirituale, per assicurare a tutti il benessere nella vita quotidiana. Alcuni degli eventi sacri riguardanti le donne sono imprevedibili, possono avvenire in qualsiasi tempo dell’anno. Le donne non sanno esattamente quando le anime ritornano al villaggio. A volte questo ritorno è legato a grandi avvenimenti nella vita del villaggio stesso. Può trattarsi della morte del capo o di qualsiasi altra calamità, come malattie, siccità, cattivi raccolti. Gli abitanti interpretano queste calamità come punizioni per le loro trasgressioni verso gli esseri spirituali. Tramite le cerimonie cui sono addette, le donne ricordano la realtà di questi esseri e la loro effettiva importanza per la vita della comunità.

Ne deriva, per le donne, un rispetto e una maggiore libertà anche nelle norme matrimoniali dei Bijagò. Informatori mi hanno riferito che in passato era la donna a scegliere il proprio amante e il proprio marito. Oggi l’iniziativa dei primi approcci è presa da entrambi i sessi. Una donna ha tuttavia il diritto di rifiutare qualsiasi proposta, e nel far questo troverà tutti gli anziani dalla sua parte. Per le nozze non si richiedono doni, eccettuato lo scambio di cibi, vino di palma e di qualche vestito.

Lo stile di vita dei giovani, che spesso si spostano e vanno danzando di villaggio in villaggio, di isola in isola, li mette nella condizione di innamorarsi delle donne, e queste sono affascinate a loro volta dalla bellezza e dalla forza di quelli. I genitori accettano e talvolta desiderano che ciò accada, perché vogliono avere dei discendenti. Il bimbo nato da questo tipo di relazione appartiene alla madre, e tutto il clan si occuperà di lui. Tuttavia questo genere di relazione non viene considerato, nella società dei Bijagò, come matrimonio vero e proprio, perché il giovane non ha ancora la capacità legale di sposare una donna prima delle cerimonie di iniziazione. In passato e ancora oggi, sull’isola di Canhabaque, questa legge è così rigida, che i due amanti non possono vivere sotto lo stesso tetto. Solo quando le cerimonie di iniziazione sono completate e i giovani sono diventati pienamente membri del villaggio, l’uomo può portare la donna che ama nella casa dei suoi genitori. Ma nessuna delle sue amanti precedenti può venire eletta sua sposa. Pesanti penalità devono venir pagate dai trasgressori, come il sacrificio di due mucche. Sull’isola di Canhabaque anche gli altri membri del villaggio appartenenti allo stesso gruppo di età del trasgressore, devono ripetere il sacrificio di due mucche, e solo gli anziani possono mangiarne. Con questo sacrificio l’armonia tra i vivi e i morti viene ristabilita e gli spiriti degli antenati concederanno ancora fecondità alle altre coppie.

COSMOLOGIA DEI BIJAGO’ [torna su]

I Bijagò trovano le elaborazioni filosofiche e mitologiche poco interessanti. Sono gente pragmatica ed artistica, che deve risolvere anzitutto i problemi immediati dell’esistenza, come quello del cibo quotidiano. Durante il tempo libero – quando ne hanno – preferiscono dedicarsi a scolpire, a viaggiare di isola in isola o a cercare vino di palma da spartire in allegra compagnia. L’autonomia e la limitatezza numerica delle loro aggregazioni sociali, i villaggi, non permettono la formazione di una casta di individui dediti soltanto alle attività religiose e speculative, come in altre società più centralizzate. Tuttavia le cerimonie religiose sono frequenti e sostengono la ferma credenza dei Bjagò che esistono altri esseri aventi potere e forze della natura, a un livello diverso da quello della vita quotidiana. Per loro c’è vita in tutto quel che esiste, perciò le rocce, l’acqua e gli alberi hanno vita. L’umanità deve imparare a districarsi in un mondo così concepito.

Quando viaggiano, vanno a pesca, stringono amicizie o fanno all’amore, i Bijagò chiedono ai loro esseri spirituali una protezione speciale. Tutti, uomini e donne, bambini e perfino neonati, portano uno o più corni sigillati contenenti erbe medicinali miste a uova, vino e spesso sangue. E’ una protezione che aiuta tutti a mantenere buone relazioni con gli altri. Così le persone si rispettano tra loro, talvolta si temono, a seconda delle circostanze. Molte dispute e lotte vengono evitate per paura di maledizioni reciproche.

Un’altra viva credenza dei Bijagò è che l’anima non viene mai distrutta. Il corpo si indebolisce e muore, ma l’anima possiede la facoltà di continuare la sua esistenza in maniera indipendente e in una condizione nuova. Può essere vicina alle potenze spirituali e allo stesso Dio (Nindo). Forse può reincarnarsi in un altro corpo umano. Uno dei ruoli più importanti degli antenati è di mantenere l’unità di intenti fra i due mondi, concepiti e sentiti come appartenenti a una stessa realtà. Ciò consente inoltre di avere fiducia in un aiuto potente fra le incertezze della vita quotidiana e i crucci e sospetti che possono sorgere a volte sul piano delle relazioni sociali.

Poiché l’anima continua a vivere, gli abitanti del villaggio sono obbligati a pagare i loro tributi ai morti e ad eseguire le cerimonie di sepoltura secondo le regole. Il defunto viene normalmente sepolto nella stessa casa dove abitava da vivo. In alcune circostanze, ad esempio se la persona era malata di mente o aveva una cattiva reputazione, gli anziani decidono di seppellirne il cadavere nella foresta, per evitare qualsiasi contatto col morto. Durante le cerimonie di sepoltura, gli amici si recano davanti al morto e gli parlano come se fosse ancora vivo e li ascoltasse. Gli ricordano i momenti più importanti della sua vita passata, gli chiedono perdono se gli hanno fatto del male e gli augurano un buon viaggio nella terra degli antenati. E’ importante sacrificare molti polli, tutti quelli che ci sono a disposizione, poiché il modo in cui salteranno dopo essere stati decapitati, potrà rivelare qualcosa circa la causa della morte. E’ infatti credenza comune che ogni morte sia causata da qualcosa o da qualcuno. Se il morto era vecchio e malato, il motivo non è difficile da scoprire; ma se era giovane, o se la morte è stata improvvisa, nessuno si darà pace finchè non se ne sia trovata una ragione accettabile. Con una cerimonia particolare, chiamata "nawa", i presenti richiamano l’anima per farle dire appunto la causa della morte. In molti casi le persone che eseguono questa cerimonia hanno un ruolo di "polizia segreta" del villaggio, che contribuisce a conservarne le tradizioni e a proteggerlo da eventuali nemici.

LE CERIMONIE RELIGIOSE [torna su]

La vita dei Bijagò nell’arcipelago rimane difficile e imprevedibile. Malattie endemiche come la malaria e l’elefantiasi, l’insicurezza delle scorte di cibo, che dipendono sempre dall’andamento delle piogge stagionali, li spingono a credere che la nostra vita è un dono di Dio. "Se Dio aiuta", è un’espressione abituale dei Bijagò. E ogni volta che iniziano qualcosa, non v’è dubbio che usino questa espressione nel suo significato più pieno.

Le cerimonie religiose non sono soltanto questione di interesse o di relazione personale con gli esseri spirituali. Esse giocano una parte vitale in tutta la struttura socio-politica del villaggio. Senza cerimonie religiose, l’unità del villaggio declina. La vita, il cibo, l’armonia, vengono dal mondo spirituale, non dall’uomo. Dobbiamo guadagnarcele sviluppando la nostra capacità di ottenere dagli esseri spirituali che allontanino da noi la malattia e la sfortuna. Queste sono alcune delle ragioni principali che conservano il bisogno delle cerimonie religiose. Un altro motivo essenziale della loro importanza e del loro interesse sta nel fatto che gli attori delle cerimonie sono tutti coloro che vi partecipano. Perciò le cerimonie, a seconda delle circostanze, diventano feste per riunire la gente, occasioni per spartire i beni disponibili, per risolvere problemi importanti, momenti di incontro con gli antenati e con le anime dei morti.

Alcuni cristiani, e perfino musulmani, della Guinea Bissau pensano che il modo di adorare proprio dei Bijagò sia primitivo e superstizioso, poichè essi assimilerebbero cose materiali e naturali a Dio stesso. Dalla mia partecipazione alle loro cerimonie, ho visto che non è così. Tali cerimonie sono e rimangono una parte vitale del loro tradizionale modo di vivere. Ad esempio, nessun accordo privato viene concluso prima che le due parti si siano incontrate di fronte allo spirito Orebok. Solo così ognuno sarà sicuro della sincerità di cuore, dell’onestà e dell’intenzione dell’altro di mantenere gli impegni.

Inoltre queste cerimonie confermano la fondamentale uguaglianza di tutti gli abitanti del villaggio, benché ciascuno abbia differenti responsabilità. Ancora oggi i Bijagò non sopportano chi si mette al di sopra degli altri per via delle sue ambizioni o della sua buona fortuna. Ritengono che ciò generi negli altri un senso di inferiorità. Se uno possiede più di altri, lo deve spartire e dare il superfluo ai meno privilegiati, o assumersi maggiori responsabilità negli obblighi normativi del villaggio. Non si ammette che qualcuno osi rifiutare del cibo a chi ne ha bisogno o aiuto a chi lo chiede. Un tale rifiuto sarebbe considerato una seria colpa morale e si crede che ne potrebbero derivare dei castighi, anche la morte.

PROBLEMI NUOVI ANCHE PER I BIJAGO’  [torna su]

La descritta legge di uguaglianza sociale e di redistribuzione dei beni disponibili – la cui manifestazione istituzionale è data dalla regola della "etute", di cui si è già parlato – è messa fortemente a rischio dai cambiamenti economici che stanno verificandosi nell’arcipelago. I soldi in contanti, di cui tutti ormai dispongono, favoriscono stratificazioni all’interno dei villaggi e determinano frustrazione negli anziani. In alcune isole, questi non ricevono più le scorte di cibo, garantite dal sistema delle fasce di età, come avvenuto fino ad ora. I giovani che riescono a guadagnarsi altrove un’indipendenza economica, a un’età relativamente più bassa rispetto ai coetanei rimasti nel villaggio, non rinunciano ai loro soldi in favore degli anziani, se non vengono proprio costretti a farlo.

In alcuni villaggi dell’isola di Bubaque, ad esempio, la guida degli anziani non è più abbastanza forte e la vecchia struttura sociale si è già indebolita. L’autosufficienza nella produzione del cibo tende a finire, essendovi meno persone disponibili per il lavoro agricolo tradizionale. Ci sono più soldi, ma meno cibo.

Qualsiasi politica governativa che volesse migliorare le condizioni economiche delle isole nel quadro diverso che si sta determinando, dovrà garantire ai loro abitanti, prima di tutto, un’adeguata riserva alimentare. Solo così v’è speranza che il popolo dei Bijagò sappia adattarsi alla nuova situazione e dar forma a una nuova struttura socio-culturale, capace di garantirgli benessere e autonomo sviluppo.
 

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