La sinistra e Dossetti
di Luigi Giorgi - Bailamme n° 28


Il rapporto fra Giuseppe Dossetti e i partiti della sinistra italiana è stato frastagliato, segnato dalle tumultuose vicende del dopoguerra. Ha risentito, inevitabilmente, della radicalità del confronto politico–ideologico in atto fra i due mondi usciti vincitori dal secondo conflitto mondiale. L’incontro, e lo scontro, con le forze di sinistra è stato condizionato, quindi, dagli avvenimenti particolari di quel periodo, cambiando a seconda dello svolgimento di questi.

Il tutto sembra fermarsi dopo l’abbandono da parte di Dossetti della vita politica per riaffacciarsi, però, con nuovo vigore polemico, durante la campagna elettorale del 1956 che vide il professore reggiano impegnato, nella tornata amministrativa di Bologna, a contendere il posto di primo cittadino al candidato principe del PCI, Giuseppe Dozza. Sarà in tale occasione che verranno a galla di nuovo i problemi e i temi principali di quel rapporto così complicato e così avvincente. Nella città felsinea si tornerà a parlare più che di questioni amministrative, nonostante l’impegno di Dossetti si esplicasse soprattutto in questo campo, di tematiche legate al tempo passato, alla grande politica nazionale. Tutti i discorsi degli oratori di sinistra, scesi in campo in grande stile, da Togliatti a Nenni, da Pertini a Pajetta, tenderanno ad insistere sul ruolo di Dossetti in ambiti diversi da quello amministrativo, proprio di quella occasione. Ma andiamo con ordine. Il confronto fra Dossetti e la sinistra italiana vive ed è influenzato dai singoli problemi contingenti di quel periodo, e in base a questi si declina di volta in volta in modo diverso. Questa relazione può essere divisa in due momenti: uno che riguarda il periodo costituente e l’impegno nella scrittura della legge fondamentale dello Stato, e l’altro susseguente allo scioglimento da parte di De Gasperi dell’esperienza tripartitica, che aveva retto fino al maggio 1947 il governo del Paese.

Il lavoro nell’Assemblea Costituente mise a contatto Dossetti con i leaders del PSI e del Partito Comunista, suscitando stima reciproca e ammirazione per l’impegno, l’intelligenza e la preparazione che il deputato emiliano metteva nell’elaborazione della Costituzione. In questo periodo, appunto, cresce e si sviluppa l’interesse della sinistra per il professore reggiano, cosa che ci viene dimostrata dagli articoli dei quotidiani di partito della sinistra stessa. Questa attenzione, per quanto genuina e seria, si accompagnava comunque, al di là dello specifico storico segnato dalla Costituente, ad un disegno politico da parte della sinistra ben definito. Si cercava, in definitiva, un aggancio con le masse cattoliche, in special modo con i lavoratori cattolici, in un’ottica governativa. Questo però non sarebbe potuto avvenire senza l’impegno comune della DC, e perciò si cercava di far emergere quei lati del partito democristiano più socialmente qualificanti e qualificati, in grado di creare sostanziali e profonde affinità fra i due schieramenti. E’ degli inizi del 1946 un discorso di De Gasperi, tenuto a Napoli, che lasciava intravedere, a giudizio del PCI, la possibilità di un tracciato comune, foriero di ulteriori e significativi sviluppi, scriveva "l’Unità" in proposito che: << il Presidente del Consiglio ha tracciato le linee generali della ricostruzione nazionale "Queste linee – egli ha affermato – sono date dal lavoro che deve avere una preminenza sul capitale. Ed è infine giusto raggiungere una più equa distribuzione della ricchezza" >>. Era, questa dello statista trentino, una dichiarazione importante, seria e sentita, certo è che si sarebbe esplicata, in seguito, in modo diverso dai "desiderata" dei dirigenti della sinistra. Togliatti coglieva al balzo l’occasione, cercando di portare la DC verso quelli che, a suo parere, erano i lidi di un serio rinnovamento sociale ed economico. Il "migliore" rilasciava, infatti, a "l’Unità" una intervista in cui cercava di dipanare quel complesso sistema politico, a livello di rappresentanza e di interessi, che a suo avviso era la DC: l’intervista al giornale di partito aveva come titolo "O Fattore di progresso sociale e politico. O fattore di conservazione e di regresso". Questo scritto rappresentava un vero e proprio invito al chiarimento sia per lo Scudocrociato sia, forse, per lo stesso PCI. Quale, in definitiva, l’atteggiamento da tenere nei confronti della DC ? << Orbene noi conosciamo un partito della democrazia cristiana i cui militanti hanno contribuito all’elaborazione, per esempio, al programma di Napoli della CGIL – affermava il segretario del PCI – Si trattava di un programma di profondo rinnovamento economico e sociale nel campo tanto dell’industria che dell’agricoltura, che della previdenza. Dall’altra parte vediamo un partito della DC che, nel Mezzogiorno, presenta spesso a capo delle sue liste aristocratici latifondisti e, nel settentrione grandi industriali conservatori, i quali non possono essere certamente d’accordo con quel programma >>.

L’elaborazione politica che riguardava orizzonti più ampi si accompagnava alla collaborazione fra Dossetti e le varie anime della sinistra italiana nell’impegno costituente, ricorda Vittorio Foa che: << Se i democristiani più anziani apparivano in una luce nuova, ancora di più lo apparivano, ed erano, i giovani. A partire dal gruppo di Dossetti tutto proiettato sul futuro >>. Il gruppo dossettiano veniva individuato come un momento potenzialmente innovatore del mondo cattolico in grado, inoltre, di portare ad un serio e profondo cambiamento dell’Italia, e in condizione di fornire delle fondamenta salde all’esperienza del governo tripartito. Ancora un’intervista di Togliatti riportata da "l’Unità" ci aiuta a comprendere meglio la questione: << Riguardo però alla determinazione degli indirizzi economici e sociali della Repubblica, non si è raggiunto l’accordo tra i rappresentanti comunisti e quelli della DC ? – chiedeva l’intervistatore al leader comunista, con riferimento alla scrittura della Costituzione – Effettivamente nella 1 sottocommissione, di cui io faccio parte – rispondeva il segretario del PCI – e di cui fa parte un gruppo di deputati democristiani - alludo agli onorevoli La Pira, Dossetti, Moro – che più conseguentemente di altri mi pare interpretino il pensiero sociale cattolico, comunisti, socialisti e democristiani si sono trovati, senza difficoltà, d’accordo nell’affermare che il regime democratico italiano dovrà avere un contenuto sociale determinato. Vogliamo affermare nella Costituzione alcuni diritti della persona umana che vanno al di là di quelli politici e formali dell’ ’89, il diritto allo sviluppo e al perfezionamento della persona, il diritto al lavoro, al riposo ecc. Naturalmente questi diritti dovranno non solo essere affermati, ma garantiti e per garantirli occorrerà indirizzare in modo diverso la vita economica del paese. Ma è proprio qui che si presenta la necessità e la possibilità di una collaborazione tra le correnti di pensiero e d’azione sociale, progressive, cattoliche da un lato, laiche dall’altro. Noi lavoriamo per questa collaborazione. Da essa speriamo possa venire una democrazia veramente nuova >>. Togliatti coglieva, dunque, la specificità dell’impegno di Dossetti e del gruppo di amici a lui vicino, sia come valore in sé sia nell’ambito di un più vasto disegno di assestamento della compagine governativa. Il lavoro di Dossetti, a ben vedere, assumeva un valore maggiore nell’ambito di un progetto funzionale al mantenimento di quella formula di governo, in modo che questa si dirigesse, oltretutto, verso la collaborazione con le altre forze progressiste del Paese, nell’ottica di un Partito Comunista diverso: un partito nuovo per una democrazia progressiva. Le due cose ben presto, sulla scia degli eventi, si sovrapposero lasciando spazio al rapporto privilegiato e intriso di "politicismo" fra De Gasperi e Togliatti. Tale situazione finì per stritolare gli intenti dossettiani. L’interesse per Dossetti cresceva nei quotidiani della sinistra: egli veniva individuato, con non poca confusione, sia come capo dell’ala frondista del partito sia come elemento di destra all’interno della DC: << Nella Nuova Direzione - scriveva in proposito "l’Unità" – […] sono entrati alcuni elementi dell’Italia settentrionale, come Caffi e Ceschi che sono notoriamente di sinistra e uno dei leader delle sinistre, Quinto Tosatti e mancano elementi di destra come l’Avv. Petrone, l’on. Fanfani, e l’on. Dossetti, l’on. Andreotti che non sono stati rieletti >>. Altri avvenimenti incrociavano le strade di Dossetti e dei partiti di sinistra: la discussione sull’articolo 7 e la mozione di sfiducia Dossetti – Lazzati durante il Consiglio Nazionale del partito del dicembre 1946.

Il dibattito sull’articolo 7 segnava un punto importante nella vicenda fra la sinistra e Dossetti. Il problema dell’inclusione o meno dei Patti Lateranensi nella Costituzione era molto controverso, sia perché si rischiava di mettere in discussione tutta l’impalcatura giuridica della nascente carta costituzionale sia perché i Patti erano frutto dell’accordo fra il Vaticano e il regime Fascista. Ciò creava malessere soprattutto nei partiti della sinistra che accettando una tale impostazione correvano il rischio, di fronte ai propri elettori, di avallare un provvedimento firmato dal passato regime contro il quale molti avevano combattuto e sacrificato la propria vita. Il mondo cattolico, allo stesso modo, viveva con inquietudine questa situazione. Dossetti e De Gasperi erano consapevoli che una buona parte dei cattolici era stata la base di consenso del Fascismo e che bisognava riconquistare questi e le stesse gerarchie vaticane alla nascente forma repubblicana dello Stato, perciò il loro impegno nella soluzione di questo contenzioso fu forte e deciso. Il dibattito in merito marcava delle divisioni anche all’interno della sinistra, ricorda Foa che per Togliatti: << i rapporti con la Chiesa potevano essere un elemento costitutivo della democrazia italiana. O persino l’idea di una possibile legittimazione reciproca della Chiesa e del partito >>. Foa individuava nell’ansia di reciproco riconoscimento il motivo che indusse Togliattti e il PCI a votare a favore dell’articolo 7, riconoscendo nella stessa preoccupazione, dettata dalla voglia di consolidare l’esperienza governativa, il motivo del fallimento di questa, scrive infatti che: << Quella volta, nel marzo 1947, il fallimento fu totale: i comunisti che si attendevano un consolidamento dell’alleanza di governo si trovarono meno di due mesi dopo fuori dal governo stesso >>.

"l’Unità" prestava una certa attenzione al dibattito costituente, mostrando la contrarietà del PCI sul contenuto dell’articolo che doveva disciplinare i rapporti tra Stato e Chiesa: <<D’altra parte la relazione e gli articoli presentati dall’on Dossetti tendono essenzialmente a due obiettivi – scriveva il quotidiano fondato da Gramsci - il primo è di far riconoscere dallo Stato l’ordinamento della Chiesa come ordinamento originario il che equivale a far riconoscere la sovranità della Chiesa; il secondo è di far inserire nella Costituzione, con un richiamo esplicito il Concordato attualmente vigente nella forma stessa in cui è stato firmato dal governo fascista. Gli articoli dell’on.Le Dossetti non contenevano poi l’affermazione esplicita della sovranità dello Stato nei confronti di tutte le organizzazioni religiose […] e proponevano d’inserire ancora una volta nella Costituzione l’affermazione della religione cattolica come religione di Stato, principio contrastante con altri presentati e difesi dallo stesso Dossetti […] Da un lato i comunisti respingono l’affermazione che possa esistere una religione di Stato, essendo questo principio contrario a tutta la evoluzione del pensiero moderno, anche cattolico. Lo Stato e la Chiesa cattolica devono quindi essere riconosciuti come indipendenti e sovrani ciascuno nella sfera che gli compete >>. Dossetti comunque non aveva mai parlato di religione cattolica come religione di Stato, almeno in termini assoluti e totalitari, anzi aveva difeso la separazione fra i due ordinamenti, salvaguardando il Concordato del ‘29 per cautelare i cattolici e la Chiesa verso il futuro. "l’Unità" aveva una linea morbida ed evidentemente incline al dialogo, visto anche l’impegno dello stesso segretario del partito in tal senso. Tale atteggiamento andava inquadrato nel disegno strategico di una più ampia collaborazione con le masse dei lavoratori cattolici tramite, anche, un’eventuale cooptazione di questi alle idee del PCI. L’"Avanti !", quindi il partito socialista, si dimostrava un po’ meno disponibile al dialogo sul tema, scorgendo anzi nel dibattito in corso una scarsa volontà dei costituenti democristiani di creare una carta costituzionale figlia della collaborazione di tutti, scriveva infatti Lelio Basso che: << Anche questa volta i colleghi democratico–cristiani hanno perduto una buona occasione per dar prova della loro sincera volontà di collaborare con i partiti democratici alla preparazione di una carta costituzionale che non sia strumento di parte, approvata da una debole e occasionale maggioranza, ma rappresenti la volontà dell’immensa maggioranza del popolo. Erano in discussione i rapporti fra Stato e Chiesa e da nessuna parte si erano fatte proposte che potessero comunque costituire una pur lontana minaccia alla pace religiosa>>. L’articolo fu votato nel marzo del 1947, Dossetti intervenne sulla questione il 21 dello stesso mese. "l’Unità" fece di quell’intervento un resoconto molto centrato sulla cronaca, riportando le parole dell’oratore che erano funzionali all’idea del partito, e alle quali il PCI si appigliava per motivare il suo voto favorevole: << Alle obiezioni di carattere politico l’oratore risponde solo limitandosi a constatare che il popolo ha dato la maggioranza ai Partiti che si erano impegnati a mantenere i Patti. Alle 18.50 dopo 110 minuti di discorso l’oratore conclude sostenendo che l’art. 5 assieme alle affermazioni di carattere sociale, dà un contenuto nuovo alla costituzione >>. Le riflessioni si facevano più circostanziate nei giorni seguenti, scriveva Renzo Laconi su "l’Unità" che: << La maggioranza sull’articolo 7 è stata determinata con piena consapevolezza dal nostro partito che ha così accettato fin nelle loro ultime conseguenze i risultati della votazione democratica del 2 giugno, ed ha rinunciato anche a talune delle sue legittime riserve e preoccupazioni pur di non dividere le parti più avanzate della classe operaia e del popolo italiano dalle masse dei lavoratori cattolici, pur di conservare l’unità popolare italiana >>. Stessa considerazione veniva fatta, in definitiva, da Franco Rodano su "Rinascita", che vedeva, nel voto del gruppo comunista, un atto di responsabilità di fronte al Paese, in quanto dinanzi all’irrigidimento di una parte del gruppo democristiano: << non rimaneva al gruppo paralamentare comunista che […] nell’interesse dell’unità delle masse popolari e della pace religiosa aderire a votare l’art 7. Ogni diverso atteggiamento sarebbe stato contrario, al punto cui erano giunte le cose, alla politica unitaria e nazionale del partito comunista e alla sua stessa concezione della democrazia come integrale e diretta democrazia di popolo >>. L’atteggiamento del PCI e del suo leader veniva riassunto, con poche parole e metodi spiccioli, da Silvio Negro su il "Corriere della Sera", dove scriveva riguardo al dibattito sull’articolo 7, che: <<neanche il peritissimo discorso di un tecnico del diritto, il democristiano Dossetti, era riuscito a metterla (la discussione) sui binari di una soluzione accattabile per tutti. Ma la sostanza del dibattito non era lì ed era stato De Gasperi a richiamarla questa sera nei suoi termini concreti "La questione vera – egli ha detto – è di chiarire se la Repubblica accetta o non i Patti del Laterano, che hanno chiuso un secolo di polemiche e stabilito la pace religiosa in Italia […] secondo noi la pace religiosa è indispensabile all’Italia e alla Repubblica" […] E Togliatti in sostanza ha dato ragione a De Gasperi >>.

L’attenzione per Dossetti si mostrò più pressante da parte della sinistra, dei suoi quotidiani almeno, in relazione alla mozione di sfiducia che egli presentò, insieme con Lazzati, durante il Consiglio Nazionale del partito del dicembre 1946. Questo fatto determinò tutta una serie di reazioni nella sinistra italiana, portando alla luce anche alcune differenze rispetto alla posizione dossettiana, che rispecchiavano diversità più generali, sulle prospettive, sui progetti, sulla stessa politica delle alleanze con la DC e il mondo cattolico.

Il Consiglio Nazionale del partito era stato movimentato dalle prese di posizione di diverse componenti; la destra internaaveva riunito il proprio gruppo per proporre un cambiamento di linea politica. Le elezioni amministrative,inoltre, avevano visto un sostanziale arretramento della DC tale da allarmare i vertici del partito. In questo contesto si sviluppava e prendeva corpo il dissenso dossettiano che trovava forma nella mozione presentata durante l’assise romana. "l’Unità" sembrava dimostrare un certo interesse per l’iniziativa dossettiana, pur facendo risaltare in modo forse improprio il ruolo di Fanfani. Questo accadeva sopratutto perché il deputato di Arezzo aveva ribadito la necessità di continuare nell’esperienza governativa con i comunisti: << La mozione di Dossetti è vivacemente critica nei riguardi della Direzione e della Segreteria del partito – riportava il quotidiano del PCI – la cui azione viene giudicata insufficiente e sostanzialmente richiede un mutamento nella direzione politica del partito. A sostegno della mozione Dossetti è intervenuto Fanfani che ha fatto un importante intervento sul tripartitismo. Egli si è dimostrato nettamente favorevole ad esso ed ha voluto illustrare le ragioni, storiche e non tattiche che impongono alla Democrazia Cristiana di collaborare con i comunisti. Nei riguardi del partito comunista Fanfani ha sconsigliato ogni irrigidimento ideologico, perché è necessario collaborare con chi, come nel caso dei comunisti, è portatore di molte giuste esigenze >>. L’atteggiamento de "l’Unità" era alquanto morbido, concedeva poco alla specificità dell’azione dossettiana. Essa era vista soltanto in relazione all’esperienza del tripartito, non come un momento di cambiamento sostanziale all’interno della DC: si intuiva, forse, che l’esperienza di governo che coinvolgeva i tre grandi partiti di massa stava per volgere al termine. Un’analisi più approfondita, anche in questo senso, veniva fatta in un altro articolo de "l’Unità", uscito il giorno dopo quello appena citato, in cui partendo dall’intervento del Segretario Piccioni si scriveva: << Egli (il Segretario) pur pronunciandosi per il mantenimento del tripartititsmo ha difeso l’operato della Direzione dagli attacchi mossi dalla sinistra, ed ha sostenuto che il partito non deve allontanarsi dalla posizione cosiddetta centrista. L’on. Piccioni ha vivacemente polemizzato con Dossetti e Fanfani, i quali, come è noto, avevano più aspramente di tutti criticato la linea seguita dalla Direzione, colpevole di non aver realizzato la necessaria collaborazione con le sinistre e con gli altri partiti popolari >>.

L’"Avanti!" mostrava un’attenzione maggiore e un’analisi più approfondita e circostanziata sugli eventi romani. Si registrava, da parte del quotidiano socialista, la nascita di una sinistra democristiana, che poteva essere foriera di importanti sviluppi per la politica italiana e per la sinistra nel suo insieme, così da realizzare sia una compagine governativa più solida sia un rinnovamento profondo e sostanziale del Paese. Emergeva anche una certa differenza all’interno dello stesso movimento socialista su quelli che avrebbero dovuto essere le sorti del partito nel futuro. Si sperava che la sinistra DC potesse far breccia nel monolite democristiano e portarlo verso posizioni socialmente più qualificate: << Il fatto politico più importante […] resterà io credo - si poteva leggere su quel quotidiano – l’improvvisa affermazione politica della sinistra democristiana. Che ci fosse ognuno lo sapeva, dove fosse non appariva chiaro […] Ora proprio in questi giorni, nel corso delle riunioni del CN della DC, per la prima volta la sinistra ha parlato >>. L’articolo si soffermava, in seguito, sul perché questa componente si fosse spinta alla ribalta. Si dava, a differenza de "l’Unità", un ruolo fondamentale in questa presa di posizione più che all’attacco portato al tripartito, alla minaccia che veniva fatta all’unità sindacale. La comparsa di questa sinistra democristiana restava, comunque, un evento degno della massima attenzione: << E’ un fatto importante – scriveva il quotidiano socialista – è un fatto suscettibile di larghi sviluppi e che noi dobbiamo considerare come un elemento positivo della presente maturazione di un vasto schieramento popolare >>. A che cosa avrebbero potuto condurre questi sviluppi ? L’ "Avanti !" univa sapientemente, nel rispondere a questa domanda, la consapevolezza della politica reale con le aspirazioni per un rinnovamento dell’Italia, scriveva infatti che: << Noi non abbiamo motivo alcuno di augurarci una scissione della DC, ma abbiamo mille ed una ragione per augurarci che nel seno del partito cattolico l’ala sinistra si affermi e vinca, in rappresentanza di forze sociali obiettivamente di sinistra – operai ed operaie, contadini, impiegati – le quali sono rimaste finora per motivi e terrori confessionali, schiavi delle destre […] Noi desideriamo una sinistra cattolica con la quale divenga concretamente possibile affrontare i problemi sociali della nostra epoca e quelli politici del potere ai lavoratori >>. L’articolo proseguiva con un invito esplicito alla sinistra italiana ad abbandonare un "facile" e semplicistico anticlericalismo e ad intavolare una politica di collaborazione basata su reciproche garanzie. Appello che sembrava rivolto, più che al PCI che mostrava una certa disponibilità in tal senso, visto l’atteggiamento che si andava delineando in seno alla Costituente, ad alcune anime eccessivamente radicali, nel loro laicismo, presenti nel partito socialista: << la sinistra cattolica ha il diritto di desiderare una sinistra laica, che non turbi la pace religiosa. Questa infatti non è l’ora di fare le pulci ai preti nel campo teologico o ideologico in generale, ma è quella in cui la sorte della democrazia si decide con la riforma agraria e la riforma sociale. Una sinistra di lavoratori cattolici decisa a battersi per la terra ai contadini e per la nazionalizzazione e la socializzazione dell’industria monopolistica, deve sapere che essa non rischia di trovarsi domani minacciata o insultata nella sua fede o nell’esercizio della sua fede. Una sinistra cattolica decisa a colpire al tronco le radici del fascismo e le radici della conservazione (che sono tutt’una) deve sapere che lavorando in questa direzione coi socialisti e i comunisti non rischia di trovarsi domani imprigionata in uno stato totalitario, suscitatore di una religione di stato da contrapporre alla religione dei nostri padri >>. L’articolo passava poi a formulare un esplicito invito alla sinistra nel suo complesso: un appello che suonava quasi come una sollecitazione ad una forma di socialismo più conforme sia alla realtà italiana sia ad uno spirito umanitario e di tolleranza: << Il nostro materialismo marxista comporta un certo giudizio sulle religioni al quale non rinunciamo, ma non comporta la persecuzione religiosa e neppure l’intolleranza religiosa […] Il nostro laicismo è affermazione concreta della separazione delle funzioni dello Stato e della Chiesa, non turpiloquio contro la Chiesa >>. In chiusura del suo scritto il giornalista dava delle direttive concrete da seguire, in modo da portare le forze della sinistra socialista e cattolica alla collaborazione: << Un’altra garanzia che noi dobbiamo dare alla sinistra cattolica, perché essa possa sinceramente e ardentemente lavorare con noi sul piano sindacale, è che non ci incamminiamo verso un sindacalismo di Stato o un totalitarismo di Stato, ma che la nozione di conquista di potere si accompagna alla vigile tutela di tutte le forme di vita autonoma degli individui e delle categorie, di iniziativa dal basso, di autogoverno. Si può dire che il socialismo sta nella affermazione dell’inno turatiano " Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà", altrimenti detto che l’emancipazione dei lavoratori ha da essere l’opera dei lavoratori stessi. E’ con questa prospettiva che conviene salutare la prima affermazione di una sinistra democristiana >>. L’esortazione era forte ed accorata, faceva emergere, inoltre, le varie anime che si agitavano in seno al partito socialista e alla sinistra tutta: esemplare è, a mio avviso, il richiamo fatto all’autogoverno, all’iniziativa dal basso, che celava una concezione quasi "consiliare" della gestione del potere e della stessa idea del socialismo. Forse non era l’appello più adatto da fare alla sinistra democristiana nella versione dossettiana, tutta attenta, a quel tempo, ad un effettivo rinnovamento dello Stato e ad una sua valorizzazione in senso democratico e partecipativo. Di certo si segnava un significativo, per quanto ristretto, percorso di dialogo e di attenzione. Sulle colonne de l’"Avanti!" si continuava a registrare una certa riflessione sulle sorti della componente dossettiana, di cui veniva ribadita, in un articolo di qualche giorno dopo, l’importanza per il destino della politica della Democrazia Cristiana: << Non è dunque marginale il ruolo sostenuto dalla mozione Dossetti Lazzati – scriveva l’"Avanti" – E’ attorno alla posizione conquistata dai 29 voti contrari alla Direzione (posizioni chiaramente di sinistra) che vedremo con molta probabilità concentrarsi tutte le forze democratiche che nella DC hanno fin’ora avuto vita sommessa […] C’ è dunque motivo per supporre che dietro i 29 voti di sinistra contrari alla politica centrista (ossia di destra) della Democrazia Cristiana, marci una tendenza che, a torto, lo on. Piccioni definisce piccola e marginale >>.

La crisi di maggio e la rottura del governo tripartito cambiavano gli scenari della politica italiana, lo stesso Dossetti spariva dai resoconti dei quotidiani di sinistra, tutti intenti nel dibattere con quello che era il personaggio più grosso della tenzone e cioè il Presidente del Consiglio.

Un richiamo a qual momento della storia della Repubblica però verrà fatto da Togliatti anni dopo, durante un intervento per le elezioni amministrative tenutesi a Bologna nel 1956 e nelle quali Dossetti si candidava alla carica di Sindaco contro il comunista Dozza. Il leader del PCI tenne infatti un comizio per sostenere il candidato del partito, e approfittò di quella occasione per tornare sulla rottura del tripartito.

Palmiro Togliatti partiva da una sorta di riconoscimento dell’operato di Dossetti nel dopoguerra, pur con forzature di tipo ideologico: << Riconosciamo però che egli fu uno di coloro che compresero che era necessario modificare completamente l’indirizzo delle cose in Italia – disse Togliatti - e che bisognava per riuscire ad operare questa trasformazione, aprire la strada all’avvento di una nuova classe dirigente – la classe operaia – e modificare le strutture della società. La libertà politica stessa – egli diceva – non si può difendere se non si rinnovano le strutture politiche e sociali del Paese >>. Dopo questa prolusione iniziale, Togliatti passava a considerare quello che era stato poi il comportamento concreto di Dossetti, che egli riteneva non conseguente al suo pensiero. Veniva così affrontato dal Segretario del PCI il nodo della rottura del governo tripartito: << Nei fatti, però, come operò egli ? – disse – Come si condusse nel periodo successivo quando usciti dalla guerra di Liberazione, esisteva una grande unità di forze popolari che se si fosse mantenuta avrebbe permesso al Paese la realizzazione di quelle profonde riforme economiche, politiche e sociali di cui tutto il popolo ha bisogno ? Questa unità venne improvvisamente rotta […] Come si comportò l’On Dossetti ? >>. Qual’era, dunque, la risposta che Togliatti dava al comportamento dell’onorevole reggiano? La sua analisi partiva, ancora una volta, dal riconoscimento del fatto che Dossetti avesse capito l’importanza dell’unità dei tre grandi partiti di massa: << Egli aveva compreso l’unità – affermò- aveva compreso il valore non contingente, non passeggero dell’unità, aveva compreso il valore profondo dell’unità come strumento per il rinnovamento di tutta l’Italia; ma appoggiò – chiosava il leader comunista – si schierò con coloro i quali ruppero l’unità, li appoggiò nell’opera loro >>. Questo il giudizio che a posteriori Togliatti dava del ruolo di Dossetti nelle vicende che avevano visto la fine del "tripartito"; il segretario del PCI indugiava troppo, a mio avviso, sul reale potere di Dossetti nella DC e sbagliava sulle intenzioni di Dossetti in merito. Egli visse, senza dubbio, quella vicenda con travaglio e perplessità, ma ritenne, allo stesso tempo, che anche in mancanza di quella formula fosse possibile ottenere un programma di adeguate riforme sociali ed economiche. In quel contesto, inoltre, invitava la DC ad un ruolo più partecipe e protagonista, che avrebbe dovuto già esserci nella formula tripartitica, ma che, a maggior ragione, nella situazione che si andava determinando, il partito avrebbe dovuto pretendere per sé. Togliatti nel prosieguo del suo intervento bolognese, faceva delle affermazioni interessanti circa l’abbandono di Dossetti, in cui lasciava trasparire una certa attenzione nei confronti del deputato emiliano e della sua opera passata, esprimendo quasi un sentimento di delusione per il fallimento di quella esperienza. Pensieri che però, nell’intervento del leader comunista, finivano poi nel calderone della propaganda elettorale: << Egli ha parlato […] a proposito di noi ed ha usato un termine pesante, ha parlato di tradimento. Ebbene, noi possiamo dire che se vi è in Italia, se vi è stato in Italia in questi ultimi dieci anni, un uomo politico che ha sempre tradito se stesso, tradito l’idea per cui si era mosso inizialmente, partendo dall’esperienza della guerra di Liberazione, questo è stato lui. Perché quando, nel 1951, l’orientamento, non soltanto conservatore ma reazionario, del partito della democrazia cristiana e dei suoi alleati divenne ancora più chiaro […] il prof. Dossetti riconobbe che non aveva più nulla da fare […] e abbandonò la lotta, capitolò, si ritirò in disparte […] lasciò la via aperta a coloro i quali cercavano di andare oltre […] fino all’infame tentativo della legge truffa, fino all’alleanza con le forze più reazionarie della società italiana; lasciò che queste andassero avanti per questa strada […] noi possiamo sempre rinfacciargli il suo passato e dire che per un uomo che nel 1945 si mosse da quelle posizioni e l’una dopo l’altra le ha abbandonate, questa è la prova delle contraddizioni, è la prova del tradimento di se stesso >>.

La rottura del "tripartito" segnerà, quindi, un diverso atteggiamento della sinistra nei confronti di Dossetti, che verrà attaccato spesso e pesantemente come gli altri esponenti della DC.

L’attenzione verso il deputato reggiano tornava a farsi viva in occasione del Congresso nazionale della DC tenutosi a Napoli dal 15 al 20 novembre del 1947. Era ancora il partito socialista e il suo quotidiano ad occuparsi della sinistra democristiana che si preparava alla riunione partenopea. Achille Corona, infatti, dalle colonne de l’"Avanti!" analizzava la nuova sinistra interna alla DC che si andava sostituendo alla vecchia: << Esiste […] una sinistra […] Ma ciò che c’interessa di più, non è farci illusioni sui suoi voti, ma prendere atto delle sue idee […] Finora la sinistra democristiana ha sempre dimostrato nei confronti delle altre correnti una certa timidezza, che è come un riflesso della coscienza di essere quasi eretica nel Partito, e che si traduce nelle tendenze a ripiegare il capo sotto le ali al momento del pericolo e delle decisioni risolutive […] Un più vivo fermento ideale si ritrova nella sinistra della nuova generazione, quella comunemente detta dei professorini. Essa non ha nascosto la sua perplessità di fronte alla svolta politica della democrazia cristiana, come non nasconde le sue critiche all’indirizzo generale del Partito >>. Veniva colta la specificità della nuova sinistra rispetto alla vecchia e, in riferimento agli scritti apparsi su "Cronache Sociali", emergeva la speranza che l’opera di questo gruppo contribuisse a sganciare la DC da politiche antipopolari: << Il bilancio di Cronache Sociali – scriveva il quotidiano socialista – è assai più significativo ed ha un valore di ammonimento per tutto il partito. Esse constatano apertamente il fallimento di un’esperienza, che pretendeva di riuscire a mantenersi neutrale tra le forze in gioco, e contano come estrema speranza su una iniziativa che sganci la democrazia cristiana da quanti, fuori e dentro di essa la spingono sul terreno della lotta antipopolare. E’ un saggio avviso che la giovane sinistra democristiana dà all’on. De Gasperi e a tutto il suo partito. In quale misura essi ne terranno conto, si vedrà dai prossimi sviluppi e dal prossimo Congresso >>. Pochi giorni dopo, in occasione del dibattito parlamentare scaturito dalla mozione di sfiducia presentata a Montecitorio da Nenni e Togliatti, mozioni che vennero entrambe bocciate nella notte fra il 4 il 5 ottobre,ancora il quotidiano socialista, a riprova di una certa attenzione, tramite le parole di Lelio Basso, esprimeva giudizi sul comportamento di Dossetti: << Persino Dossetti (veniva riportato nell’articolo un brano di uno scritto dossettiano apparso su "Cronache Sociali" il 15 settembre 1947, dal titolo "Il Vero Impegno") che pochi giorni prima aveva denunciato le storture della politica degasperiana […] si è allineato per mettere la sua cultura e il suo impegno a sostegno di una tesi capziosa, che era viziata nella forma e sleale nella sostanza >>.

Il Congresso di Napoli si svolgeva all’insegna dell’unità, il partito tendeva a ricompattarsi in vista delle prossime elezioni politiche. "l’Unità" non concedeva molto alla posizione di Dossetti durante il Congresso, soffermandosi soprattutto sulle questioni procedurali che avevano visto il deputato emiliano dare battaglia durante le giornate congressuali: << La mozione Dossetti - scriveva l’organo del PCI – si limitava a determinare il pericolo rappresentato da un ritorno offensivo della destra e a chiedere alla DC un programma sociale, non senza riportare l’affermazione cara a Pastore e a De Gasperi, che le sinistre minacciano la rottura del fronte del lavoro. La battaglia si è accesa quando la commissione per lo Statuto ha proposto che venisse aumentato il numero dei componenti del Consiglio Nazionale >>. L’"Avanti!", partendo dalla stessa questione, dava un giudizio più compiuto sull’opera della componente dossettiana, lasciando trasparire un certo disappunto per l’esito che il dissenso della sinistra DC aveva avuto nel Congresso, non chiudendo totalmente, però, le porte ad un futuro dialogo: << Certo la sinistra poteva, obiettivamente profittare della questione apparentemente di procedura per sferrare un attacco che, data l’atmosfera, avrebbe avuto notevoli risultati – scriveva Edoardo Rossi- Ma non ha voluto fare il tentativo ( senza che per questo ora si debba attribuire il fatto a quel che ieri chiamavamo la destrificazione delle sinistre democristiane ) anche perché la sua manovra interna sembra volersi basare sul rafforzamento del Partito. Se la sinistra fosse certa – chiosava il giornalista – delle posizioni che acquisterà in avvenire si potrebbe dire che non ha torto >>. Il 1947 si chiudeva politicamente con il Congresso di Napoli: stava per iniziare la lunga campagna elettorale che avrebbe portato alle elezioni del 18 aprile e alla vittoria della DC.

Il 1948 si apriva con il VI Congresso del PCI, tenutosi a Milano dal 5 al 10 gennaio. In quell’occasione Togliatti tornava ad attaccare la DC come partito reazionario e conservatore, badando a dividere, però, fra la politica di quel partito e i suoi elettori che, a giudizio del leader comunista, non trovavano un’espressione adeguata del dissenso presente nelle loro fila. L’attacco finiva per riguardare di nuovo la "sinistra democristiana": << Ha parlato del Partito della Democrazia Cristiana – riportava "l’Unità" circa il discorso del segretario– nel suo complesso e chiedo scusa a quei lavoratori iscritti al Partito della Democrazia Cristiana che sentono ripugnanza per questa politica. So che ve n’è una massa. Ma l’oratore osserva che questa massa, pur aspirando a una politica democratica da parte del suo partito non trova un’adeguata espressione politica nei suoi dirigenti, la cosiddetta "sinistra democristiana" che si è rivelata finora solo come una forma raffinata di gesuitismo >>. L’anno delle elezioni scorreva nel mezzo di una campagna elettorale molto agguerrita e accesa, a cui anche Dossetti partecipava con passione e impegno. La sinistra tornava ad interessarsi, nei suoi periodici, del deputato emiliano al termine dell’anno che aveva visto la vittoria della DC nelle elezioni politiche. Compariva, infatti, sulle pagine di "Rinascita" un lungo articolo di Pietro Ingrao che prendeva le mosse da uno scritto di Dossetti, comparso su "Cronache Sociali" ("Ripresa", apparso il 15 novembre del 1948 ), per criticare sia il governo sia la stessa componente vicina al professore reggiano. Ingrao partiva da una lunga citazione di un branodell’articolo di Dossetti, in cui il professore reggiano portava critiche importanti al governo. Egli attendeva, infatti, la ripresa dell’attività dell’Esecutivo per valutarne l’efficacia e per saggiare la capacità della DC di influire sulle sue decisioni; lamentava, però, che troppo si era atteso per vedere concrete realizzazioni: i vari problemi inerenti alla situazione sociale ed economica chiedevano una sollecita risposta. Da queste considerazioni dossettiane, Ingrao giudicava che il governo del 18 aprile era ormai usurato: il suo commento partiva con una stoccata a Dossetti, che nei contenuti verrà riproposta anche in seguito, e alla posizione del suo gruppo: << Abbiamo riportato un brano dell’articolo dell’on. Dossetti […] che ha suscitato un certo rumore. Alcuni vi hanno voluto vedervi l’annuncio di una prossima crisi ministeriale, altri il primo colpo, concordato con De Gasperi, portato contro i ministri socialdemocratici e il conte Sforza; altri infine, vi ha veduto un nuovo episodio di quella "corsa alle poltrone", che Scelba auspicò in giugno e cui hanno partecipato validamente anche i "puri" del cosiddetto gruppo dei "professori">>. Ingrao ironizzava sulla presunta "purezza" dei "professorini", come se questa venisse intaccata dalla partecipazione politica "tout court", attribuendogli un aggettivo che essi certamente avrebbero rifiutato e che, sicuramente, non avevano cercato. Nel prosieguo del suo scritto intravedeva, forse, quello che era un grumo di verità contenuto nell’articolo di Dossetti, per quanto non espresso in quei termini e con quei toni, e che era usato oltretutto con finalità diverse da quelle del PCI: << Noi più semplicemente – scrisse Ingrao – vi troviamo una preziosa confessione dell’usura cui è giunta, dopo soli cinque mesi di governo, la coalizione reazionaria uscita vittoriosa dalla elezioni di aprile […] Il Dossetti ha ragione ad allarmarsi. Basta girare l’angolo della strada di casa o recarsi al mercato a sfogliare la stampa governativa o scorrere le cronache delle agitazioni e delle lotte per convincersi che le sue preoccupazioni sono fondate >>.

Nel 1949 la DC celebrava il Congresso del "terzo tempo" teorizzato da Mariano Rumor. Nell’assise veneziana Dossetti interveniva movendo critiche al governo, e augurandosi al contempo che i tanti problemi posti sul tappeto dalla realtà del Paese venissero risolti. Nel suo intervento De Gasperi dichiarava di comprendere i rilievi mossi dal suo interlocutore, ma invitava, altresì, i giovani critici a mettersi "alla stanga" per essere maggiormente propositivi. La posizione di Dossetti durante l’incontro nella città lagunare, trovò spazio, come era ovvio, sui giornali di sinistra, anche perché il deputato reggiano aveva invitato ad inserire in quella che egli chiamava "la casa dello Stato" la parte più dinamica del popolo italiano e cioè gli operai. La DC, inoltre, veniva esortata ad assumere un comportamento altrettanto fermo nei confronti dei ceti conservatori quanto quello tenuto verso, disse, "l’estrema sinistra". Reichlin commentò per "l’Unità" il discorso di Dossetti, vedendovi delle sostanziali affinità con la linea di De Gasperi, pensando di scorgervi una volontà di omogeneizzazione del professore emiliano nei confronti della linea del Presidente del Consiglio: << In realtà il discorso che Dossetti si è deciso a fare in serata non può essere dispiaciuto a De Gasperi. Lo (sic) ispiratore di "Cronache Sociali" ha identificato infatti la linea d’azione che la sua corrente indica alla DC dopo il 18 aprile con una frase di De Gasperi "Fino a quando non riusciremo a liberare parte notevole della classe operaia dal comunismo la nostra battaglia non sarà finita". Ma come fare ? Dossetti ha spiegato al congresso che fino a quando la classe lavoratrice non verrà inserita attivamente nello Stato – in uno Stato democratico diverso completamente dal passato – il comunismo continuerà ad avanzare. Per un attimo (anche per colpa di un confuso accenno dell’oratore all’unità di tutti i lavoratori ) è aleggiato fra i delegati sgomenti e allibiti lo spettro del tripartito. Ma si trattava di un equivoco >>. Mancava, in definitiva, in questo scritto, la percezione dell’alterità della posizione dossettiana rispetto a quella del leader trentino. Si pensava, forse, negli ambienti del PCI che Dossetti potesse assumere una posizione di rottura sostanziale con la DC, e per questo di fronte agli avvenimenti politici che si muovevano in direzione contraria emergevano sentimenti di scherno e feroce disappunto. Scriveva, infatti, Reichlin in chiusura del Congresso che: << Il gruppo degli effettivi dirigenti del partito – da Piccioni, a Cappi, a Spataro, a Fuochini, a Cingolani – si è stretto intorno a De Gasperi. L’ assemblea ha capito ed è scattata nell’applauso. Anche Dossetti, colui che De Gasperi, nel suo discorso si era compiaciuto di definire il "capo dell’opposizione" è salito sul palco e il suo gesto è sembrato un atto di sottomissione >>. L’esito del Congresso determinava molte reazioni, che a sinistra si caratterizzavano tutte per lo stesso tono: in definitiva la Democrazia Cristiana si era trasformata in regime e il dossettismo ne era diventato un puntello importante: << In realtà quello che noi dobbiamo rilevare – scrisse Basso su l’"Avanti !" – è che, in forma più o meno cruda, o se piace più o meno ipocrita, Scelba e De Gasperi, Piccioni e Dossetti, hanno espresso un unico concetto la definitiva trasformazione della Democrazia cristiana in regime […] Dossetti vi reca l’entusiasmo mistico della giovinezza che, sotto veste di un rinnovamento sociale, apporta il contributo di buona fede di larga parte dei giovani di base, nel quadro di una visione totalitaria, cementata dalla mistica religiosa anzichè dalla mistica nazionale >>. Medesime considerazioni emergevano nell’analisi comunista, scrisse infatti Togliatti, partendo dal discorso veneziano di De Gasperi, in cui il Presidente del Consiglio aveva definito il PCI un "partito diverso dagli altri" che utilizzava "la democrazia e la Costituzione come espediente transitorio per arrivare al potere", che: << Al congresso del suo partito, poi, trascurando le attese manifestazioni di una opposizione democratica all’interno della stessa Dc, si è compiaciuto di avere oramai una opposizione, quella dei Dossetti e C, che è di tendenze nettamente fasciste e arriva al punto di ricalcare persino nelle parole le formule del fascismo (tutto il potere a tutta la DC; corporativismo economico; anticomunismo)>>. L’analisi cedeva a toni di aspra contesa politica, per quanto il motto, attribuito dal segretario del PCI a Dossetti, "tutto il potere alla DC" assomigliasse casomai, più che al fascismo, al comunismo in versione leninista di "tutto il potere ai soviet". Sulla stessa linea si muoveva un commento di Ingrao: << Nel discorso di questo "leader della sinistra" – scrisse a proposito dell’intervento nel Congresso di Venezia – di questo riformatore vaticanesco, il problema della riforma si inserisce in una questione di coordinamento di ministeri e di commissariati (forse per questo De Gasperi si è affrettato ad offrirgli un posto ?) dove non giunge nemmeno un’eco lontana della lotta di massa […] La stessa esaltazione sfrenata della ragione di parte, compiuta senza veli da Scelba, era un modo di acquietare in una sola torbida corrente malumori, dissensi, doglianze, e in fondo era in maniera brutale, pratica lazzaronesca, lo stesso appello celestiale alla unità del sentimento, che Piccioni aveva invocato per ridurre alla ragione e al silenzio gli oppositori e gli irrequieti: il sanfedismo come cemento della barcollante unità del partito. E su questo terreno si incontrava meravigliosamente con Scelba lo stesso Dossetti, a nome del suo totalitarismo cattolico, e della sua intransigenza teologica, del suo corporativismo antiautonomista, a nome dei Gedda, dei Comitati Civici, dei dottrinari del Sacro Cuore >>. Ha ricordato Chiarante a proposito dei fatti posteriori al ’49 e all’assise veneziana che: << Allora la delusione (con riferimento all’entrata di Dossetti nella Direzione qualche tempo dopo il Congresso) diventa molto marcata e anche la preoccupazione che in qualche modo quella fosse una politica che serviva a coprire, a dare una veste di apparente socialità ad una linea di fondo che però era quella di Pella, quella conservatrice di ricostruzione del capitalismo italiano. Forse c’è poca attenzione per il fatto che in questa fase matura rapidamente la delusione di Dossetti>>.

L’ accusa di "intergralismo", ripresa in qualche modo in quel periodo dalla sinistra, e che proveniva in maggior parte dal mondo cattolico, per Chiarante: << pesa sul giudizio che viene dato da sinistra […] come se da parte dei dossettiani ci fosse un’idea di autosufficienza […] del pensiero sociale cattolico rispetto alla complessità dei problemi aperti nella società contemporanea >>.

L’anno successivo smentiva le previsioni dei commentatori della sinistra: Dossetti e il suo gruppo, infatti, non entravano nel VI governo De Gasperi, in quanto questo Esecutivo non garantiva il necessario cambiamento in materia di politica economica e sociale. In particolare si chiedeva di mutare la linea economica voluta da Pella, dibattito iniziato, per altro sul finire del 1949. La componente dossettiana restava fuori dal governo, questa la cronaca data da "l’Unità" dei fatti di quei giorni: << A mezzogiorno La Pira si recava al Viminale recando le richieste ultimative della sua corrente: Industria per Fanfani e Lavoro per Dossetti. Per dare una risposta a questa richieste De Gasperi convocava nella sua abitazione tutto lo stato maggiore della DC […] Costoro decidevano di dire no ai dossettiani e questi, per bocca di La Pira comunicavano ufficialmente a De Gasperi che la corrente che aveva ricevuto il 25% dei voti all’ultimo congresso DC, usciva dal governo>>.

Durante il Consiglio Nazionale del partito, tenutosi a Roma nell’aprile del 1950, Dossetti accettava però di entrare, pur con perplessità, nella nuova Direzione del partito e di assumere l’incarico di vice segretario e di coordinatore dei gruppi parlamentari. La sinistra reagiva registrando sia il fatto che De Gasperi era dovuto venire a patti con una componente interna sia constatando la "disfatta del dossettismo" come opposizione interna al Presidente del Consiglio. La riflessione in merito era più completa nell’articolo di Rodanodal titolo eloquente "La disfatta politica del dossettismo". Egli partiva dalla considerazione che la corrente dossettiana aveva tentato, con fatica, di opporsi al corso della politica del governo e del partito; essa però si era lasciata fagocitare dalla maggioranza nell’ultimo Consiglio Nazionale. Il dossettismo aveva tentato, in definitiva, il rinnovamento del mondo cattolico, aveva provato a promuovere, scrisse: << all’interno del mondo cattolico una circolazione delle elites (l’espressione sociologica si adatta perfettamente alla mentalità e alla cultura dei dossettiani), e le insistenti apparenze, contro ogni intenzione di machiavellismo e di conquista di posizioni denunciano ad un tempo la volontà di un simile obiettivo e la strutturale impotenza a raggiungerlo >>. Come mai però la componente dossettiana aveva fallito in questo suo intento? Perché era afflitta da un’impotenza di fondo che le impediva di costituirsi in corrente organizzata? Rodano attribuiva queste esitazioni e ritardi ad un unico vizio che caratterizzava dall’origine il "dossettismo": non aver compreso, a suo tempo, il potenziale politico di rinnovamento espresso dal tripartito: << Non seppero, quindi, comprendere, in particolare, che se era funzione specifica della Chiesa diffidare del tripartito a causa dell’ideologia dei comunisti, che ne erano – a loro onore – i promotori, i vecchi popolari invece lo avversavano e ne affettavano la fine in funzione, per così dire, "antidossettiana", ossia, essenzialmente, con l’obiettivo di impedire il rinnovamento del loro partito. Potevano le nuove forze potenziali del mondo cattolico portare un contributo importantissimo allo sviluppo storico del nostro paese distinguendo ideologia da politica e salvando così il tripartito >>. Rodano assegnava, al dossettismo, una forza eccessiva nel condizionamento della politica del partito (cosa che per altro egli vedeva mancare, all’inizio del suo scritto, in modo strutturale alla componente vicina la professore reggiano). Attribuiva, inoltre, una mistificante volontà a Dossetti di aver voluto la fine del tripartito, mentre egli visse quel momento con non poche perplessità. Il dossettismo terminava la sua funzione, a quanto sembra di capire, quando metteva fine all’opposizione interna alla maggioranza. La sua elaborazione politica non aveva, per Rodano, alcun valore specifico, non possedeva soluzioni interessanti e valide al di là della sua azione di disturbo nei confronti del Presidente del Consiglio. La mancata occasione del tripartito aveva, perciò, ridotto il dossettismo a: << gruppo dai procedimenti indecifrabili e comprensibili solo agli iniziati. Oggi essi hanno tra le mani soltanto un keinesismo, cui le giustapposizioni evangeliche e neo–tomiste dell’onesto La Pira conferiscono solo un aspetto comico, e alcune complesse, anche se giuste, formule giuridiche sui rapporti tra governo e partito: troppo poco per fare una politica, la quale, se vuole essere tale, deve porsi il problema dei rapporti con tutte le altre forze sociali e politiche e uscire dalla semplici questioni tecniche e interne, e quindi di setta >>. Sembra emergere la stessa diffidenza presente in Togliatti. Il dossettismo era poco "politico" nell’accezione classica, e in quella che in quel periodo, evidentemente, veniva data dai comunisti; lo era ancora meno quando cessava di criticare il governo dall’interno e non si poneva in alternativa alla maggioranza che governava il partito.

Il Consiglio Nazionale di Grottaferrata, del giugno - luglio del 1951, nel quale Dossetti e il suo gruppo venivano attaccati e dove, di fatto, si prendevano provvedimenti per "riassumere" il partito nel governo, aveva visto il deputato reggiano lottare per una nuova compagine governativa, in grado di promuovere nuove riforme e di superare la cosiddetta "linea Pella". Questa sua proposta non fece breccia e così maturò di lì a poco la decisione di abbandonare la politica, che si esplicò negli incontri di Rossena (agosto-settembre 1951). Le sue dimissioni pervennero, attraverso una lettera, al Consiglio Nazionale del partito l’8 ottobre 1951. Anche in queste occasione si registrarono le reazioni dei partiti di sinistra. <<Le dimissioni sono motivate dal fatto che la DC, nella sua azione di partito e di governo – scrisse "l’Unità" - è venuta meno agli impegni politici, economici e sociali che erano stati assunti da De Gasperi e dai suoi nel Consiglio Nazionale di Grottaferrata […] Il fatto sembra in realtà l’espressione di un turbamento molto largo esistente non solo nella DC ma in vastissimi strati e ambienti cattolici: crisi di incertezza e di disagio per la politica generale seguita dal governo cattolico dell’on. De Gasperi >>. Per "l’Unità", dunque, l’abbandono di Dossetti avveniva, non senza ragione, per il disaccordo con la direzione intrapresa dal governo. Il quotidiano comunista, però, non mancava di far rilevare come questa decisione rappresentasse la fine e il fallimento della corrente dossettiana: << è anche chiaro come ci si trovi di fronte ad una prova del fallimento e dell’ incapacità politica di questa corrente – scrisse il quotidiano comunista - la quale, partita con intenzioni battagliere, forti di numerosi appoggi, e con una "base" discretamente larga a disposizione del partito, ha finito col farsi assorbire dal gruppo dominante (vedi il caso Fanfani) e poi col ritirarsi dalla scena (Dossetti) >>.

Anche l’"Avanti!" sposava la stessa lettura del quotidiano del PCI, scriveva infatti che: <<Le dimissioni dell’on. Dossetti sono state concordemente interpretate un punto d’arrivo nel processo di involuzione antidemocratica del partito di maggioranza dove evidentemente non esiste più la possibilità di esercitare una libera critica […] Secondo Dossetti la DC è oramai solo uno strumento della conservazione […] Per ciò che riguarda la struttura interna del partito l’on. Dossetti ha accusato di autoritarismo la direzione degasperiana che in realtà ha posto il partito a disposizione del governo mentre il rapporto avrebbe dovuto essere esattamente l’opposto>>.

Con il ritiro, l’interesse della sinistra per Dossetti cessava, salvo riprendere brevemente, come già detto, nella tornata amministrativa del 1956. Terminava così un rapporto burrascoso, segnato da incomprensioni e critiche feroci a volte eccessive e ingiustificate.

Un mancato dialogo stretto nella morsa della situazione politica del tempo, che non permetteva alcuna evoluzione. Solo più tardi le due storie, della sinistra italiana e di Dossetti, si ritroveranno nella difesa della Costituzione. Questa ripresa del dialogo vedrà Ingrao, uno dei suoi più feroci critici nei tempi passati, come protagonista. Tutto ciò a simbolo di un comune impegno, di eguali aspirazioni troppo presto spezzate dalla contingenza della storia.

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