Legge
di Amos Luzzatto - Bailamme n° 28


Il termine "precetto" in ebraico è un termine ambivalente. Nella lingua ebraica precetto si chiama mitswah, deriva da una radice verbale che vuol dire "ordinare", "comandare". Il termine, dicevo, è ambivalente, assai presto ha assunto due significati che proverò a descrivere con due esempi.

Primo. Rispettare il sabato è una mitswah. Nessuno avrebbe obiezioni da fare; si direbbe così anche se uno ha bisogno del tuo aiuto e tu glielo dai, oppure se di tua spontanea volontà vai a trovare qualcuno che ha bisogno di te e gli offri disinteressatamente qualcosa che gli giova, moralmente o materialmente. Si dice allora che "hai fatto" una mitswah, non "hai eseguito" una miswah. Attenzione al verbo, che è molto importante. In italiano si potrebbe tradurre : "hai eseguito un precetto", ma anche "hai fatto un atto di pietà". "Hai fatto". Questo c’è nel vissuto odierno e crea un duplice problema:

- non posso tradurre mitswah in italiano, perché dovrei dare due traduzioni che non sono la stessa cosa,

- questo vissuto moderno attuale ha delle radici molto antiche, è espresso anche nella letteratura talmudica.

Questo apparentemente dovrebbe risolvere molti problemi, in realtà non li risolve, come vedremo dai seguenti brani, tra i più complicati della letteratura talmudica per un occidentale.

Nel trattato del Talmud Babilonese di Qiddushim si narra che i sacerdoti del Santuario di Gerusalemme (ormai non c’era più da molto tempo, quando è stato scritto quel trattato) fossero andati da un pagano, in terra dei filistei, per poter comprare delle pietre preziose che servivano per il pettorale del Sommo Sacerdote. (Il Sommo Sacerdote aveva un pettorale con dodici pietre preziose). Gli avrebbero offerto qualunque prezzo avesse voluto, ma lui rispose che non poteva vendere loro niente, perché la chiave della cassaforte, dove si trovavano le pietre preziose, era sotto il cuscino di suo padre, che stava riposando. Per rispetto a suo padre, non poteva prendere la chiave e non poteva vendere, così, loro niente. I sacerdoti rinunciarono a fare l’acquisto e andarono via.

Un anno dopo avevano bisogno di una vacca rossa. (La vacca rossa, che doveva essere senza difetti e totalmente rossa, secondo un uso biblico, veniva offerta in sacrificio e le sue ceneri venivano messe in un’acqua con la quale si purificava il sommo sacerdote). Le vacche totalmente rosse sono una rarità, era certamente più preziosa una vacca rossa che non le pietre preziose. Gli ebrei vennero a sapere che quello stesso pagano, nelle terre dei filistei, aveva nelle sue mandrie una vacca rossa, adatta allo scopo. Sono tornati da lui, che era disposto a vendergliela. Gli hanno chiesto quanto gli dovevano e lui gli rispose: so benissimo che non c’è prezzo che voi mi paghereste per questa vacca rossa, ma io mi accontento di quello che non mi avete fatto guadagnare l’anno scorso, quando la chiave era sotto il cuscino dove dormiva mio padre.

E’ una storia molto bella, seguita dai commenti dei saggi, divisi in due categorie.

La prima categoria sembra dar ragione alla traduzione ambivalente delle mitswah. Uno dei maestri dice: guarda quanto è grande questo pagano: malgrado non abbia avuto il precetto (onora tua padre e tua madre) lo ha applicato spontaneamente. Questa è la mitswah "spontanea". Certo, gli dicono, hai ragione.

Un altro saggio è d’accordo nell’ammirarlo, ma sostiene che è più meritevole colui che fa un precetto perché comandato, rispetto a colui che lo fa senza essere stato comandato.

Il Talmud non decide quale sia la posizione giusta. Trasmette tutte e due le possibilità, perché chi lo studia e lo approfondisce deve decidere quale delle due è la risposta giusta.

Questa è una contraddizione nella contraddizione, perché si autosmentisce. Il Talmud avrebbe dovuto dire: noi stabiliamo che chi si comporta così è nel giusto, chi no … e , invece, lascia la contraddizione aperta, c’è e che ci sia non dà alcun fastidio.

Lasciamo stare la prima versione, quella secondo la quale uno si che ci sia può comportare bene anche se non ha la legge, essa è abbastanza facile, intuibile.

Piccola parentesi. Una volta ho fatto questa lezione davanti a un pubblico abbastanza colto di una comunità ebraica e una signora, colta e intelligente, mi ha interrotto e mi ha detto: si vede che sei stanco, ti sei confuso, il testo deve dire evidentemente il contrario: più meritevole è certamente quello che lo fa senza essere stato comandato rispetto a quello che lo fa solo perché è stato comandato. Ho risposto che ero stanco, certo, ma non confuso. Il testo dice esattamente così. Come è possibile? Prova a pensarci sopra – le ho detto - e troverai che è possibile. Una persona più intelligente ancora mi ha detto: mi sarei meravigliato se non ti fosse stata fatta alcuna obiezione.

Torniamo al nostro problema della legge. Non c’è dubbio che, da un punto di vista apparentemente tradizionale ebraico, il problema di fondo è quello di accettare a priori di sottoporsi a una certa disciplina e ritenere che la propria pietà si manifesta dal momento in cui si accetta quella determinata disciplina. In questa accettazione della disciplina ci sono due sottoversioni. Una sottoversione è quella che dice: in effetti, gli ebrei davanti al monte Sinai hanno detto quella frase famosa: "tutto quello che ci ordinerà il Signore (non quello che ci ha ordinato, perché ancora non aveva ordinato, è prima dei dieci comandamenti) faremo e ascolteremo". Prima di tutto "faremo", quindi disciplina totale.

Tuttavia, anche se questo è portato spesso ad esempio di che cosa vuol dire legge, la libertà di scelta è messa fortemente in discussione, non negata, ma messa in discussione, da un midrash che commenta a questo passo. Il che vuol dire che non è una posizione acquisita una volta per tutte. Secondo questo midrash Dio avrebbe detto al popolo ebraico sotto il monte Sinai: questa è la legge che io vi darò, se la accettate bene, se non la accettate io vi rovescio addosso tutta la montagna e qui sarà la vostra fine. Allora non c’è libertà di scelta? Non mi domandate quale è la versione giusta. Ce ne sono due. Il problema è proprio posto in questi termini: l’accettazione della legge è il risultato di una assoluta volontà divina dalla quale non si può evadere o è il risultato di una accettazione spontanea, per cui la volontà divina si viene a sapere dopo, leggi si sanno dopo che si è accettato in linea di massima di sottoporsi a questa disciplina?

Rimane il punto interrogativo. Non si può dire: la risposta "giusta" è questa. Non c’è, c’è la domanda posta di fronte alla coscienza di chi cerca. E’ una legge accettata liberalmente o accettata perché altro non poteva essere? Con tutte le conseguenze che ne conseguono.

Leibowitz fa una discorso un po’ diverso. Ci sono due tipi di leggi che, a partire dalla Bibbia, vengono regolarmente riconosciute e seguite. Esse hanno due nomi diversi in ebraico. Un tipo di leggi possono essere giudizi semplicemente umani, che, se non fossero stati dati sul monte Sinai per bocca divina, avrebbero dovuto comunque essere dati; così è una parte, per esempio, dei dieci comandamenti: non uccidere, non rubare, non fare falsa testimonianza ecc. E’ evidente il motivo per cui queste leggi sono state date. Sono comprensibili e giustificabili. La chiosa "Io sono il Signore" vuol dire che questa moralità o questi principi ti sono evidenti proprio perché tu sei fatto a immagine di Dio e non puoi, quindi, fare a meno di capirli.

Alcuni altri precetti sono comprensibili da un punto di vista storico. Per esempio: festeggerai la Pasqua una volta all’anno. Non c’è nessuna giustificazione razionale. Perché l’uomo dovrebbe festeggiare la Pasqua? Perché è un memoriale storico, perché ha una sua motivazione nella storia e nella esperienza già fatta. Avendo visto ed essendo stati testimoni di un certo tipo di Esodo e di salvezza, questo è la conseguenza. Così pure: perché a Pasqua devo magiare pane non lievitato? Perché i tuoi padri non hanno fatto in tempo a farlo lievitare, dal momento che stavano per essere aggrediti ecc. La storia. Questo ancora si riesce a giustificare.

Un terzo tipo di precetti non ha apparentemente nessun tipo di giustificazione. Vi porto due esempi, uno drammatico e uno banale. Cominciamo dal banale. Non puoi adoperare abiti con tessuti intrecciati di lino e di lana. Perché? Che cosa vuol dire? Perché non bisogna intrecciare lino e lana? Più ci si pensa e meno si riesce a trovare una qualche motivazione di qualunque genere, eppure questo è ordine divino.

Il secondo esempio è più drammatico. Se uno, andando per i campi vuol prendere dei pulcini da un nido e c’è la madre che li accudisce, mandi via la madre prima di prendere il pulcini.

Perché devo mandare via la madre che, quando ritorna, non li trova? Non è certo un atto "caritatevole", non è un atto "pietoso". Non sarebbe più semplice evitare di prendere i pulcini? Questo diventa talmente inestricabile che uno si sente profondamente colpito. Fa capire che accettare a priori la disciplina può essere un problema, può porre delle contraddizioni laceranti. Un grande problema. Questo è l’unico esempio che io conosca che ponga in questi termini così drammatici il dilemma della legge. Ma ho detto: faremo e ascolteremo. Debbo essere coerente, fedele alla scelta.

C’è infine un’altra categoria di precetti, che forse oggi diventa più diffusa: sono tutti i precetti che vengono stabiliti dai Maestri interpreti della legge. Esempio. Torniamo al sabato. Nei dieci comandamenti il sabato c’è, ma non si dice cosa vuol dire "non fare alcuna attività lavorativa" durante il sabato. Nel rituale ebraico le leggi su ciò che è consentito e proibito il sabato sono abbondantissime, al punto che il Talmud dice che le normative del sabato sono come "montagne sospese a un capello". Pochissimo testo e tanta normativa.

Cosa vuol dire questo? Vuol, dire che esiste una categoria di interpreti, non ha importanza per ora chi siano, chiamiamoli rabbini, saggi, maestri, che stabiliscono norme, decidono norme. Attenzione: non emettono giudizi. I giudizi sono liberi, le norme, no.

Nel libro di Ester si dice che gli ebrei "adottarono, accettarono e si sottoposero". Il soggetto, in questo caso, sono gli ebrei, il popolo. Nel libro di Neemia, capitolo 8, i reduci da Babilonia, alla presenza di Esdra e di Neemia, firmano un documento: "noi sottoscritti firmiamo che imponiamo a noi stessi, di nostra volontà" ecc. Leibowitz legge in questi termini: noi abbiamo deciso di servire il nostro Dio unico, come servirlo, quale è il linguaggio di questo servizio ecc. Non ci domandate perché. Avremmo potuto adottare un altro linguaggio, avremo potuto non pregare tre volte al giorno, ma quattro o una. Abbiamo deciso così, è il nostro linguaggio di servizio.

Capite benissimo che la legge vista in questi termini ha due significati diversi. Comunque la decisione di adottare queste norme spetta al soggetto "popolo libero".

Su questo punto io mi fermo perché sono due modi di vedere la legge che non sono identici e che pongono a chi la accetta un problema che forse si risolve e forse no. Ma l’accetta come? In quali termini? C’è qualcuno che l’accetta in un modo e qualcuno che l’accetta in un altro. Quando a Umberto Cassuto fu chiesto se era strettamente osservante delle norme dei precetti, lui rispose: si, sono ortodosso; se il semaforo è rosso, non passo. Con questo ha detto molte cose. Prima di tutto ha tradotto in un codice accessibile e moderno una tradizione antica; secondo, ha detto qualcosa di più: comportandosi da ortodosso, dava garanzie all’altro, a chi ha dalla sua parte il verde, che lui non attraversa. Questo viene letto come spiegazione di Levitico 19,18 "Ama il tuo compagno come te stesso". Un altro brano del Levitico dice: la vita di tuo fratello è presso di te. Il che vuol dire che tu sei il custode della vita di tuo fratello, responsabile della vita di tuo fratello. Ecco perché non passi con il rosso, perché sei responsabile di quell’altro. Questo ha un significato molto preciso..

Prima di chiudere questa introduzione devo aggiungere che ci sono sempre due modi distinti di leggere le norme e le leggi. Un modo permissivista e un modo rigorista. Si sa che nell’antico Israele, quando i tribunali erano il Sinedrio, almeno fino alla conquista di Pompeo, essi potevano decidere anche su temi capitali, potevano condannare a morte. C’era una casistica di reati per i quali era prevista la pena capitale, per esempio l’omicidio volontario. Colui che uccide un uomo deve essere messo a morte. Si tratta ovviamente dell’omicidio doloso e non di quelli che noi diremmo preterintenzionali, perché in questo caso l’omicida può avere accesso alle cosiddette città rifugio, dove sarà protetto dalla vendetta del sangue. Tuttavia esiste un brano talmudico che dice: quel tribunale che abbia comminato una pena di morte in sette anni deve essere considerato un tribunale di malvagi. Il che vuol dire che l’interpretazione della legge deve esistere a fianco della lettera della legge. La pena capitale, altro esempio, può essere data a maggioranza di due voti, non di uno solo, ma se uno dei giudici durante la giornata, uno di quelli che ha votato per la pena capitale, dovesse ricredersi, deve essere accettata la sua opinione; se invece uno dei giudici che ha votato contro la pena di morte dovesse ricredersi, non viene più preso in considerazione. Questo non c’è nel dispositivo di legge, attiene alla sua interpretazione.

C’è un principio che si chiama "giudicare all’interno dei confini della legge". La legge stabilisce un contorno, se si raggiunge questo contorno scatta la legge. Può essere anche assolutorio, non necessariamente punitivo. Giudicare all’interno dei limiti vuol dire concedere un po’ di più, essere più clementi. Non raggiungere l’eccesso di rigore della legge. Due espressioni talmudiche sono: "la legge assoluta che non ammette deroghe è talmente forte che perfora una montagna"; quelli che non sono rigoristi dicono: "manteniamoci al di qua dei limiti della legge, per essere più comprensivi". La tradizione talmudica individua due giudizi all’interno della legge: la stessa legge può essere applicata con un criterio di rigore e un criterio di misericordia. Un criterio di rigore è quello che non guarda in faccia e a nessuno e applica la legge comunque, sempre e fino in fondo. Il criterio di misericordia è quello che la applica tenendo conto del rapporto tra uomo e uomo. Questo perché il mondo, se venisse applicato il criterio del rigore, sarebbe già finito. Con il criterio del puro rigore il mondo non esisterebbe più. Lo stesso Trono divino è visto come in equilibrio tra una applicazione dell’uno e dell’altro criterio, ma siccome il giudice e l’uomo tenderebbero in genere a eccedere in rigore, "diluite il vostro rigore con un senso di misericordia".

La tradizione ebraica da quesito punto di vista si è sempre divisa tra il rigorismo e un permissivismo anche nelle prescrizioni più rigorose. La prescrizione del sabato è rigorosissima. Tolomeo, quando ha voluto conquistare Gerusalemme, non ha fatto molta fatica: ha aspettato che fosse sabato e ha attaccato. Da quella volta però, già ai tempi dei Maccabei, hanno introdotto una correzione: per difendersi in guerra si può violare il sabato. Ma c’è una correzione ancora più interessante di questa, che potrebbe essere una pura correzione di utilità: tutto quello che potrebbe salvare una vita permette la violazione del sabato. Se si può soltanto sospettare che una certa situazione metta in pericolo una vita umana si deve violare il sabato per potere salvare quella vita. Violare anche il digiuno del Kippur: se una donna incinta è presa da un vomito da gestosi, le si dà per bocca tutto quello che le si deve dare per farle passare il disturbo ecc.

Il problema è se questi hanno solo il valore di esempi esempi. Su questo mi trovo molto spesso in disaccordo con i non ebrei, i quali mi dicono che la normativa ebraica è fatta prevalentemente di casi e non di principi generali, a parte i dieci comandamenti e simili, per cui ogni caso che non rientri in questi è un caso non previsto, lasciato all’arbitrio o alle sottigliezze per poter giustificare qualsiasi soluzione.

Vorrei uscire dal sabato e dalla guerra per parlare dei danni alla persona. Appare molto spesso il discorso sulla legge del taglione: occhio per occhio e dente per dente. E’ vero che nell’Esodo è espresso in maniera totalmente incomprensibile. Mi mettereste in serie difficoltà se dovessi spiegarvi come è espresso nell’Esodo: se due persone si picchiano e, picchiandosi, colpiscono una donna incinta (non che l’aggrediscono) e ne deriva un danno al feto, allora dovrai dare occhio per occhio e dente per dente. Situazione molto strana, se non altro perché il feto non ha i denti. In realtà nel Deuteronomio c’è una versione nella quale la donna incinta non centra più e dove semplicemente se uno danneggia l’altro dovrà dare quello che ha tolto. Come? E’ descritto molto chiaramente : danno emergente, lucro cessante, spese mediche e danno fisiognomico. C’è già nella Mishnà. Non si fa neanche la citazione biblica. Quindi vuol dire che la terza categoria di legge è totalmente autonoma, cioè cancella la legge del taglione. Al massimo utilizza la legge del taglione per dire come deve essere valutato in termini di risarcimento, ma non di ritorsione. Non si parla di ritorsione, ma di risarcimento.

Certo può essere letta come interpretazione e qui sta tutta la differenza tra Farisei e Sadducei. I Sadducei erano totalmente per la legge del taglione; i Farisei non ne volevano sentire parlare. In questo caso una terza categoria di leggi è quella che viene stabilita dagli interpreti della tradizione, anche contro e indipendentemente dai dispositivi più antichi. Dal punto di vista del rituale è risaputo che si tratta di norme che vengono profondamente modificate dopo la distruzione del Santuario. Tutte le leggi che riguardano la preghiera erano inesistenti nel Pentateuco, perché il culto previsto consisteva, nel Santuario, nell’offrire sacrifici sull’altare. La prassi ne risulta completamente ribaltata, ma anche le altre leggi civili e penali riconoscono una terza autorità che è quella dei "dotti", dei maestri, che può anche trasformare radicalmente gli usi originari. Per esempio il diritto matrimoniale. La legge biblica prevede, tranne un caso, tutti i diritti ai maschi e quasi nessun diritto alle donne; tranne un caso di eredità delle figlie di un personaggio misterioso, morto nel deserto, senza figli maschi, le cui figlie chiedono di ereditare il terreno di spettanza del padre, e lo ottengono. Ma è un caso particolare. Nel diritto matrimoniale non c’è dubbio che la Bibbia riconosce la poligamia e riconosce il diritto al divorzio per il marito, che è lui che dà il libello di ripudio alla moglie. Attorno all’anno mille un rabbino di Magonza ha emesso un decreto che fa legge: annulla la poligamia attraverso una formula molto singolare: l’uomo coniugato non ha più il permesso di sposarsi, di fatto è così vietata la poligamia. Questo decreto valeva solo per le comunità ebraiche d’Europa, tanto è vero che la comunità orientali hanno creato dei problemi, perché hanno ancora la poligamia. Per quanto riguarda il divorzio lui, sempre lo stesso rabbino e sempre intorno all’anno mille ha introdotto questi due principi: si, è vero, il marito può dare il libello di ripudio e, quindi, il divorzio alla moglie, a condizione però che la moglie lo accetti. Se la moglie non l’accetta, il divorzio non si fa. Perchè il marito in questo caso è penalizzato? Perché secondo il decreto del rabbino di Magonza non può più sposarsi. Se la moglie dice no, è no. Se la moglie volesse lei divorziare, può prendere l’iniziativa, può presentarsi al tribunale rabbinico e dire che lei è maltrattata ecc. In questo caso il tribunale rabbino può chiamare il marito e obbligarlo a darle il libello del divorzio. Per l’anno mille non è poco.

Bisogna capire bene cosa vuol dire la casistica della legislazione ebraica, perché ogni volta che si parla di casistica, si parla di situazioni particolari che però hanno valore paradigmatico. Sui danni alla persona si pigliano come esempio tre cose: il toro, la fossa, l’incendio. Il toro non rappresenta solo il toro, certo, se il toro incorna una persona, il padrone del toro deve provvedere a pagare i danni, ma non è soltanto il toro, è qualunque cosa animata che si trova in possesso di una persona. La casistica talmudica è un paradigma che coinvolge anche il soggetto del paradigma, ma che è pur sempre un paradigma generalizzabile.

Peccato originale. Il peccato originale secondo la maggior parte del pensiero ebraico è la disobbedienza, coerentemente a tutto il discorso che ho fatto prima. Il primo ordine legale dato da Dio all’uomo è: non mangiare di quell’albero. L’uomo invece lo viola. Disobbedisce. Quello su cui si insiste molto è che la prima domanda di Dio all’uomo, dopo il peccato, è: dove sei? I commentatori dicono: come è possibile che Dio domandi all’uomo dove sei? Dio non sa dove è l’uomo? E chi ha detto che Lui non lo sappia? Nella Bibbia c’è scritto soltanto che Dio domanda all’uomo: dove sei? Cosa vuol dire? Che non è Dio che non sa dov’è l’uomo, è l’uomo che non sa dov’è lui stesso. Dio dice all’uomo: sai dove sei? No, non lo sai? Cerca di capire te stesso, di scavare dentro te stesso. Questo è strettamente connesso con il peccato originale. Il peccato originale lo commette quando lui stesso, Adamo, non sa dove si trova.

Il problema dell’albero del bene e del male. Se leggiamo attentamente l’albero, con la sintassi biblica, non con la sintassi moderna, non è l’albero della distinzione del bene dal male, ma dell’esistenza del bene e del male. Non si insegna come distinguere, quali sono le modalità per distinguere un atto buono e un atto cattivo; questo verrà dopo; si insegna che esistono il bene e il male. Ma cosa vuol dire esattamente? Bisognerebbe che facessimo una riunione ad hoc. Basterebbe pensare al terribile verso di Isaia. "Io sono Dio, che fa il bene e crea il male" ..

Ma ritorniamo a peccato originale: tutta la tradizione successiva è un tentativo di abituare l’uomo all’obbedienza di Dio. Il re David decide di fare un censimento, viene punito ferocemente, perché? Lui non sapeva che non poteva fare il censimento. L’ha imparato a spese sue. Non doveva fare il censimento, perché fare il censimento vuol dire in un certo senso sostituirsi a Dio, mentre lo stesso David, di fronte ai Filistei che lo attaccavano, prima ha chiesto il parere di Dio, e soltanto dopo l’oracolo divino, all’ultimo momento, prende le armi e va a combattere. Dopo è lo stesso Davide che si contraddice facendo il censimento.

Ci sono precetti semplicemente umani, che valgono per tutti; poi ci sono dei precetti inerenti alla scelta che Dio fa di Israele, e che valgono, quindi, solo per lui e ciò comporta dei doveri maggiori. Israele ha un rapporto particolare, ma rischia anche di più. E’ più facile peccare se invece di avere sette precetti ne avete 613. Ci sono poi altri precetti che riguardano solo i sacerdoti di Israele, che hanno, così, doveri maggiori. Essi non possono sposare una vedova o una divorziata, devono obbedire a regole di purità, come non entrare in un cimitero, tranne che per la morte di un prossimo congiunto. Il rabbino di Livorno è un Cohen. Andate a vedere cosa succede quando c’è un funerale. Lui si mette a fare tutte le celebrazioni ben lontano dalla bara e, quando questa arriva al cimitero, lui resta fuori, per questioni di purità. Ci sono sacerdoti che sono addirittura prigionieri del santuario. Non possono uscirne. In questo caso i doveri spettanti al sacerdote sono maggiori di quelli relativi a qualsiasi altro individuo.

torna su