Nadia, o della persuasione
di Mario Paudice - Bailamme n° 28


Un’amicizia stellare - Una fredda luce - Nello specchio di Iolanda - Un’altra città - Emma - Alberto Michelstaedter, o della menzogna - Un dialogo mai avvenuto - Gli Apostoli della verità - Ibsen - Tolstoj - Il falco e le cornacchie - Nadia, o della persuasione


Carlo Michelstaedter nasce nel 1887 a Gorizia in una famiglia ebrea, figlio di Alberto Michelstaedter ed Emma Luzzatto. E’ l’ultimo di quattro figli e trascorre la sua infanzia insieme alle sorelle Elda e Paola; Paola in particolare è la prediletta, la più cara, la compagna di giochi e di avventure, più tardi la sua confidente. Gino, il fratello più grande parte in giovane età per New York, Carlo ha ben poche occasioni di vederlo e di instaurare un rapporto più intimo, forse anche per la differenza di età. L’infanzia del giovane Michelstaedter trascorre serena in mezzo alla natura di Gorizia, all’ombra del castello, tra le escursioni sul monte San Valentin e le nuotate nell’Isonzo. Carlo è un nuotatore provetto e la sua immagine esprime una gioia di vivere, una vitalità che mai verrà meno nel corso della sua breve vita. Terminati gli studi presso lo Staatgymnasium di Gorizia, inaspettatamente il giovane Michelstaedter decide di partire per Firenze, suscitando il disappunto del padre che avrebbe voluto vederlo intraprendere un indirizzo di studio con uno sbocco remunerativo, e rimandando la sua iscrizione presso la facoltà di Matematica di Vienna, materia per la quale era assai portato. A spingerlo verso Firenze era la sua passione per il disegno e la pittura e, non in minor grado l’interesse per la cultura italiana in generale.

E’ a partire dal 1905, anno della sua partenza per Firenze, che inizia quell’intenso dialogo a distanza costituito dall’epistolario: Carlo scrive a casa raccontando inizialmente il viaggio verso Firenze e successivamente riferendo i piccoli grandi eventi della suo soggiorno fiorentino. Partito per rimanere un solo anno, rimarrà nella città fino alla fine del 1909 seguendo i corsi presso l’Istituto di Studi Superiori.

Attraverso l’epistolario è possibile seguire l’evoluzione esistenziale e intellettuale di Michelstaedter. Il nostro viaggio nell’Epistolario inizia nel 1907, anno che segna una svolta nella vita del giovane Michelstaedter in seguito alla morte suicida dell’amica Nadia Baraden, morte inaspettata e per questo ancor più sconvolgente. Essa costituisce l’evento inaugurante di un percorso che si concluderà nel 1910 con la tesi di laurea La persuasione e la rettorica. Il suicidio dell’amica insinua il dubbio nell’esistenza di Carlo, lo destina ad una ricerca, che è prima di tutto ricerca di verità circa la loro amicizia, il loro rapporto, riflessione su quella morte. L’Epistolario rende conto del maturare di una consapevolezza, capace di mutare il suo sguardo sul mondo, il suo rapportarsi alla famiglia. In questo cammino anima fraterna è l’amico Enrico Mreule, conosciuto durante l’ultimo anno dello Staatgymnasium di Gorizia, figura destinata a lasciare una traccia profonda nel giovane Michelstaedter.

Michelstaedter è una figura singolare nel panorama della cultura italiana dei primi del Novecento. Il suo percorso intellettuale ed esistenziale lo allontana dagli umori e dal dibattito culturale fiorentino degli stessi anni e lo accomuna invece a tanti giovani intellettuali della Mitteleuropa, e precisamente alla generazione nata negli anni ’80 dell’Ottocento.

Questo saggio si propone di fornire una lettura dell’Epistolario in modo da far emergere l’originalità e singolarità del percorso esistenziale del giovane Michelstaedter.

Un’amicizia stellare [torna su]

L’approdo della vita persuasa è in Carlo Michelstaedter frutto di un tormentato cammino che ha nell’epistolario una documentazione di straordinaria profondità. La persuasione non è solo una categoria filosofica ma un modo d’essere della propria vita e della propria identità. In questa conquista un ruolo decisivo lo hanno alcune relazioni privilegiate, nel caso di Michelstaedter quella con Nadia Baraden.

Illuminante è la profonda affinità che lega Carlo Michelstaedter ad un altro giovane intellettuale del tempo. In un breve saggio di Gyorgy Lukacs scritto nel 1911 intitolato "Sulla povertà di spirito" è dato scorgere un legame profondo, quasi la comunione di uno stesso pensiero, che unisce i due giovani nella ricerca di un vivere autentico. Esso, insieme al diario del 1910 – 1911, testimonia anche la comunione di un’esperienza che ha significato un punto di rottura, l’aprirsi di una ferita che ha accompagnato la vita di entrambi i giovani, facendo di Carlo un suicida e di Lukacs "colui che ha mancato la buona morte".

L’esperienza che ha segnato profondamente quest’ultimo è la morte dell’amica Irma Seidler. I due s’incontrano per la prima volta il 12 dicembre del 1907. E’ l’incontro di due anime ribelli, entrambe estranee al mondo delle convenzioni, alle leggi del vivere comune e tuttavia irrimediabilmente diverse. Lukacs ha abbandonato il mondo della vita ordinaria e caotica per rifugiarsi sulle vette del puro spirito, per consacrarsi alla filosofia. Irma è un’anima sensibile, anelante alla vita e alla natura, che chiede d’essere amata. Aspirante pittrice, il 28 maggio del 1908, Irma parte per Firenze; Lukacs la segue nella città d’arte. Nasce una relazione destinata a finire pochi mesi dopo. Il pensiero di una vita insieme ad Irma dura solo un momento; proprio l’incontro con la giovane coetanea fa nascere in Lukacs la consapevolezza di essere destinato al Sollen dell’opera. Il "dare forma" impone dedizione assoluta, quella povertà che è il sottrarsi all’incessante scorrere, all’eterno, caotico fluire della vita. Irma è la vita che egli non può far sua, che non può abbracciare; Lukacs teme per l’opera, ha paura che abbandonarsi alla coetanea gli precluda il "dare forma". E’ del 25 ottobre la lettera di rottura della giovane donna; queste due anime così diverse si separano.

Irma, abbandonata qualsiasi speranza di una vita insieme, sposa poco tempo dopo il pittore Karoly Rethy. E’ in virtù di tale separazione, di tale lontananza che nasce l’opera; la lontana Irma diviene la bella donna della mente di Lukacs, pensando alla quale egli scrive, nel corso di due anni, quella raccolta di saggi che è L’anima e le forme. L’opera è il fiore della lontananza, della lontananza da Irma, dalla vita. Essa è la rielaborazione poetica del loro incontro; Irma è vista attraverso le forme della filosofia di Lukacs, è la donna della sua mente.

Il 28 maggio del 1911 Irma si suicida. La morte dell’amica segna profondamente il giovane filosofo, fa nascere in lui un profondo senso di colpa che trova espressione nel saggio Sulla povertà di spirito. Il saggio è una lettera che riporta il dialogo fra Marta, la sorella della morta, ed un giovane.

"Era nella sua camera, presso la scrivania; non aveva una cattiva cera e sembrava che tutto ciò che era sconvolto nei suoi tratti, e nel modo di parlare, e che dopo la catastrofe fece un effetto pauroso, ora fosse cessato. Parlava in modo chiaro e semplice, anzi duro".

Così lo vede Marta, immerso nella calma di chi ha raggiunto una consapevolezza, di chi ha preso un’estrema decisione, immerso nel silenzio immobile di un’ultima ed intima risoluzione.

La morte di Irma ha significato l’impossibilità per Lukacs di una vita autentica, vera. Egli non ha saputo leggere nel cuore dell’amica, non ha colto il suo dolore, la forma si è rivelata impotente a cogliere il suo sentire più profondo. Se avesse avuto la grazia della "bontà", avrebbe salvato Irma dal suo tragico destino. Dice il giovane a Marta:

"La bontà è qualcosa come una conoscenza degli uomini che irradia penetrando in tutto e in cui soggetto e oggetto vanno a coincidere. L’uomo buono non spiega l’anima dell’altro, ma vi legge dentro come nella propria, egli è divenuto "uno con l’altro". Per questo è miracolo la bontà. Miracolo, grazia, riscatto. Un calar sulla terra del cielo. Se proprio vuole: è la vita vera e autentica".

E’ la consapevolezza dell’impossibilità per lui di una vita autentica, a portare il giovane del dialogo al suicidio; l’esito ultimo di un’anima che, anelante alla comunione con l’Altro, scopre che tale via gli è preclusa. Egli non appartiene alla casta dei buoni, ma a quella di coloro che sono destinati a "dare forma"; non vi può essere passaggio dall’una all’altra casta.

Nella realtà il giovane Lukacs non si suicida: egli sopravvive ad Irma Seidler, la cui morte lo destina definitivamente al Sollen dell’opera, che da allora in poi sarà la forma della sua sopravvivenza, del suo continuare a vivere.

La strada percorsa dal giovane Lukacs è lontana tanto dalla vita inautentica, dalla caotica vita ordinaria, che da quella autentica dell’uomo buono, nel quale si realizza la comunione con l’altro.

Non può non venire alla mente con forza il rapporto tra Carlo Michelstaedter e Nadia Baraden, conosciuta alla fine del 1906, rapporto conclusosi anch’esso tragicamente con il suicidio della giovane donna.

Come per Lukacs, anche per Michelstaedter questo evento avrà grande importanza nella sua maturazione intellettuale. Il rapporto con l’amica si protrae solo per qualche mese, ma non è meno significativo. Esso impone un domandare cui Carlo saprà rispondere solo molti mesi dopo, tra la fine del 1909 e l’inizio del 1910, anno in cui viene scritto il Dialogo tra Carlo e Nadia. La consapevolezza raggiunta si tradurrà anche ne La persuasione e la rettorica, che possiamo considerare la risposta definitiva a quel domandare che la morte dell’amica gli aveva imposto.

Essa è l’espressione di quel pensiero abissale che è l’approdo ultimo della riflessione di Michelstaedter, e che segna la sua vicinanza al giovane Lukacs. L’uomo persuaso è infatti l’uomo buono nel quale si realizza la vita autentica, nel quale avviene la miracolosa comunione con l’Altro, di cui si parla nel breve scritto Sulla povertà di spirito. L’amicizia stellare di Michelstaedter e Lukacs, che solo per un caso non si sono incontrati a Firenze, è la comunione di questo pensiero.

Una fredda luce [torna su]

Alla fine del 1906 Carlo Michelstaedter trova un’allieva cui impartire lezioni private: è Nadia Baraden, una donna russa divorziata, ancora giovane, che si esprime in tedesco e in francese, e che ora vuole imparare l’italiano. Gli incontri frequenti ed una spontanea reciproca simpatia fanno sì che fra i due nasca un rapporto d’amicizia, fatto di confidenze umane e intellettuali. Nadia è una donna dall’aspetto piacevole, con una cultura superiore alla media, una persona vissuta, interessante, dallo sguardo vagamente triste di chi ha fatto esperienza delle piccole e grandi delusioni della vita. Tutto ciò esercita un fascino particolare sul giovane Michelstaedter; egli si sente attratto dall’amica e avanza delle richieste che Nadia, decisa a mantenere il loro rapporto sul piano dell’amicizia, non accontenta.

Per Pasqua Carlo lascia Firenze per trascorrere le vacanze in seno alla famiglia. E’ proprio qui, immerso nella spensierata e serena atmosfera familiare, che riceve l’inaspettata e sconvolgente notizia: Nadia è morta, si è suicidata.

Il 1907 è un anno cruciale per Carlo:

"Non so forse quest’anno ho lavorato poco, ma certo ho vissuto tante cose, interne ed esterne, che mi sento aumentato, e perdio non lo dimenticherò più questo 1907, questa conclusione dei miei 20 anni".

Così scrive alla famiglia nella lettera dell’11 maggio. La figura di Nadia rimarrà impressa nel suo ricordo, fino a quando essa non diverrà uno dei suoi più intimi interlocutori, nell’anno della piena consapevolezza: "La memoria è la dimensione del loro incontro e del loro rapporto".

Ma quale fu la reazione di Carlo alla morte dell’amica?

"Non vi rattristate per me. Sono più forte di quanto credete. A Firenze lavorerò, sarò calmo e normale. E voi mi scriverete spesso".

Così dicendo egli cerca di tranquillizzare i genitori lontani, preoccupati per il figlio, di cui conoscono forse in parte la fragilità. Ma nella lettera immediatamente successiva, destinata alla sorella Paola, sua confidente di sempre, scrive:

"A Firenze trovai alla stazione ad attendermi tutti i miei amici ed altri ancora, che mi fecero davvero bene con la loro accoglienza cordiale; m’accompagnarono a casa e, fatta toilette, scendemmo insieme al caffè a bere un latte. Ora ho messo tutte le cose a posto, gettato via una massa di carte e cose inutili che forma un monte in mezzo alla camera. Avevo la febbre della distruzione. Ed ora? Bisogna non pensare e non esaminare ma andar subito a letto perché devo essere stanco anche se non mi sento così, e domani lavorare come un mulo. Ho tempo di fare l’esame di storia. E’ dopo il venti".

La descrizione dei fatti, del suo arrivo alla stazione, dell’accoglienza degli amici, della banale operazione di riordino della stanza, lascia spazio allo sfogo di un attimo; ma è solo un attimo: Ed ora? E domani? Bisogna continuare.

"Il senso delle cose, il sapore del mondo è solo pel continuare, esser nati non è che voler continuare: gli uomini vivono per vivere: per non morire".

"La febbre della distruzione" esige un domandare, un interrogarsi a cui Carlo non si abbandona, per ritornare alla vita di sempre: "Ho tempo di fare l’esame di storia. E’ dopo il 20". Il suicidio dell’amica coglie il goriziano del tutto ignaro e inconsapevole ed è proprio questa ignoranza ad alimentare in lui il presentimento di una propria colpevolezza.

Colpevole di non aver percepito, neanche immaginato, il dolore dell’amica, di non aver saputo rispondere forse ad una silenziosa richiesta d’aiuto. Nei confronti di Nadia egli è stato cieco e sordo, proprio lui che pensava a se stesso come a un suo vicino ed intimo amico, come al confidente cui si rivela il proprio cuore. La sua colpa sta in una mancanza, nel non aver saputo capire, nel non aver saputo dare.

La morte dell’amica è l’affermazione di una loro lontananza, di una distanza del sentire che Carlo non aveva mai immaginato.

Essa testimonia di un’estraneità del goriziano al più intimo e profondo sentire dell’amica, cui pensava di essere partecipe, e getta una fredda luce sulla loro amicizia; mette a nudo l’illusorietà del rapporto con Nadia, svela agli occhi di Carlo tutta la sua inautenticità. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Ognuno ignora se la sua affermazione coincida coll’affermazione dell’altro o non invece gli tolga il futuro: - lo uccida: ognuno sa solo che questo è buono per lui stesso, e usa dell’altro come di mezzo al proprio fine, come di materia alla propria vita, mentre egli stesso in ciò è mezzo materiale alla vita dell’altro. Così l’affermazione dell’individualità illusoria, che violenta le cose in ciò che s’afferma senza persuasione, poiché le informa al proprio fine illusorio come al fine dell’individuo assoluto che avesse in sé la ragione – per il vicendevole bisogno prende l’apparenza dell’amore".

Il suicidio di Nadia svela a Carlo come il suo rapporto fosse dettato da un cieco bisogno. Il suo sentire non era il sentire di lei, essa era come uno specchio entro il quale Carlo cercava solo il riflesso della propria immagine; lungi dal guardare veramente l’amica, egli vedeva solo se stesso.

Il dolore per la perdita dell’amica, presto si converte in Carlo in una attività frenetica, in uno straordinario attivismo che non conosce soste, in una euforica gioia di vivere.

"Rivivevo le situazioni, guardavo nel vie tutto e tutto è indissolubilmente legato al ricordo di lei. Ho sofferto eppure non mi sono fatto male. Quanto più sentivo le impressioni dolorose e tanto più sentivo elevare e aumentare la personalità in un delirio d’energia. Mi fa l’effetto che tutto di Firenze mi sia più caro, o che io abbia la facoltà d’amarla di più, e non solo Firenze ma tutte le cose".

Lo stato di euforia che si è impossessato di Carlo lascia emergere, seppur per un breve momento, uno strano disagio, un’angoscia opprimente.

"Fra le occupazioni comuni, nella vita reale, fuori del sogno e lo stupore che mi tenne questi giorni, sento più forte un vuoto materiale intorno a me e qualunque cosa faccia o dica mi sembra senza il suo scopo immediato – Sono stato oggi più tempo solo. Però è inutile che io mi scandagli".

Egli nasconde a se stesso quell’ottuso dolore che spesso compare fulmineo nelle lettere ai suoi familiari; rinvia quell’interrogativo, quel domandare doloroso che la morte di Nadia aveva posto e si rifugia nella vita.

Ma sono solo brevi momenti di pausa in quello stato di gioia euforica che il goriziano sta vivendo; vi è in lui una volontà di vivere intensamente, di fare la vita mille volte sua.

Nello specchio di Iolanda [torna su]

Carlo conosce Iolanda De Blasi nel 1907 a Firenze; Iolanda frequenta come lui l’istituto fiorentino e da subito nasce fra i due un’istintiva e reciproca simpatia. E’ la prima volta che Michelstaedter s’innamora: egli si getta in questo rapporto con grande entusiasmo tanto da progettare una futura vita insieme. Scoraggiato dai genitori e afflitto dai sensi di colpa nei confronti dell’amica Nadia, morta suicida pochi mesi prima, Carlo vivrà questo rapporto in perenne conflitto con se stesso, fino a quando si allontanerà da Iolanda, ponendo fine col silenzio al loro rapporto.

"Voglio e potrò foggiarmi la vita come un’opera d’arte, sentire in ogni cosa l’infinita bellezza della natura (nel senso più alto) e del primo motore – come dice Leonardo da Vinci – e ritrarre da ogni visione ed ogni sentimento lieto o triste un esaltamento della mia individualità e un aumento della mia vitalità, e sfuggire alla necessità delle cose, idealizzandole, impadronendomene idealmente".

Così scrive a Iolanda De Blasi. Ancora vivo è il dolore per la morte di Nadia; il ripensare a lei, il ricordo della loro amicizia apre la porta a quel malessere che sporadicamente lo pervade:

"Devo esserle sincero fino alla crudeltà. Non distrazioni e felicità cerco, ma ricordo e sento il dolore di una ferita tanto recente. Quando le parlavo delle parole di una morta, non parlavo per metafora. Ora sono solo a lottare e non so l’esito".

La lotta che Carlo conduce è l’attaccarsi affannoso ad una vita che non sente più sua, il ricercare in essa il maggior numero di appigli per non sprofondare nell’abisso. Iolanda De Blasi incarna in questo momento il bisogno di una giovane vita che ha perso il suo equilibrio, la coetanea risponde al desiderio fortissimo di Carlo di trovare ragioni per amare la vita di prima, è un appiglio a cui si aggrappa con tutte le sue forze.

"Per te Iolanda, sento di non sognare più fuori della vita, ma di abbracciarla tutta in un amplesso e di intenderne quell’intima essenza, quel principio animatore, in cui noi ci sentiamo sovranamente felici e liberi. Iolanda, io ti sento così vicina a me ora, e vedo così sicura la tua figura con la faccia fra l’infantile e il pensoso raggiante in un sorriso ineffabile, e sento la voce tua profonda e dolce e una pace mi scende in core, una pace infinita".

Il sentimento per Iolanda è un sentimento combattuto; Carlo intuisce che la lotta è con se stesso, contro il vuoto che è dentro di sé.

"Iolanda, io sono placido felice e trionfante come mi sentivo in questi giorni d’ebbrezza. E, intendimi bene, quanto io sento per te in nulla è scemato o mutato, anzi più cara, più necessaria mi sei, come quella che sa passarmi la dolce mano sulla fronte calda, come quella che mi capisce nello sguardo, come quella che mi è ragione di vita, di gioia d’amore. Ma sento che è lontano quanto io voglio – e non è fuori di me che voglio alcun cosa, ma in me – sento che onestamente non posso promettere di me nel futuro un marito, un babbo tranquillo, sento che forse farò soffrire quanti mi amano, sento che è dubbia la lotta che combatto, che incerto, pericoloso è l’esito".

Egli che nelle sue lettere aveva sempre comunicato ogni più piccolo particolare della sua esistenza quotidiana, che nei primi tempi spediva una o più lettere al giorno riferendo dei più minuti particolari e dei più banali stati d’animo, ora, improvvisamente, comunica al padre del tutto all’oscuro, l’intenzione di fidanzarsi con Iolanda.

Se Alberto Michelstaedter non capisce la condizione del figlio, certamente avverte il profondo cambiamento che è avvenuto in lui, sente Carlo più distante. Il mutamento del goriziano crea una distanza tra lui e i genitori che non verrà più colmata, che lui stesso non sarà più in grado di colmare; tale cambiamento è percepito in particolare dalla sorella Paola. Egli le scrive nella lettera del 4 giugno:

"Tu pensi che io sia cambiato non so in che senso, tu pensi che io sia in un momento di squilibrio, di pazzia, di malcontento e chissà cos’altro. Invece ti assicuro che non sono mai stato più tranquillo, più sereno, più conscio di quello che sento e che voglio, più assolutamente contento di me. Ho quindi la serietà che tu vuoi e quando sono fra compagni sono spensierato. Vorrei che tutti gli anni fossero pieni di lavoro e di svolgimento interno quanto questo, vorrei che tutti, anche facendomi soffrire crudelmente come questo, mi portassero come questo un contributo di vita forte, di vita intensamente vissuta".

La sorella vede nello stato di euforia vissuto dal fratello qualcosa di strano, quasi di patologico, mentre è l’inizio di un percorso certamente doloroso ma gravido di una sofferta eppur gioiosa consapevolezza. La volontà di riprendere la vita di prima, di farla nuovamente sua, che lo aveva spinto verso Iolanda, ora lo porta a riavvicinarsi ai familiari, a cercare quell’intenso e intimo dialogo bruscamente interrotto dalla morte di Nadia.

Le confidenze con la sorella, il racconto della vita a Gorizia, della vita di sempre dei suoi genitori e delle persone che conosce sin dall’infanzia, di tutto ciò Carlo ha bisogno: ha bisogno che la sicura e calda aria familiare torni a cingerlo, torni a costituire la base solida della sua esistenza, torni ad essere sua.

"Non v’è cosa più dolce e più sicura che avere in voi la misura costante e spassionata di quanto sento e penso. Così voi che m’avete formato la coscienza, voi che siete non solo la ragione materiale, ma la ragione morale del mio essere, potete sempre, se mai mi perda, ricondurmi alla via diritta della mia coscienza, perché voi di questa avete le chiavi e sapete in nome di quale fede e di quali ideali dovete e potete far appello ad essa".

Carlo spera di ritrovare a Gorizia, all’ombra dell’antico castello e nell’abbraccio dei familiari, la vita di prima, il giovane la cui esistenza era scandita dalle lettere ai suoi e che viveva in profonda comunione con essi. E’ il primo luglio del 1907, il ritorno a casa si avvicina:

"Sono felice di venirmene a casa, perché non ne posso più, non ne posso proprio più, d’esser lontano da voi, di dover scrivere per dirvi tante cose; di questa vita disordinata, del caldo, e non vedo l’ora di essere a casa. Vedo intorno in tanti terrazzi gente che mangia fuori e mi punge acuto il desiderio del pergolo e delle nostre cene e le serate passate insieme".

Ma le aspettative di Carlo, la gioia fiduciosa con cui era tornato presso i suoi cari, si rivelano un’illusione: il ritorno a Gorizia non è quale lui se lo aspettava. Scrive all’amico Gaetano Chiavacci:

"Sono solo nella terrazza. La luna è già alta e mezzanotte vicina e tutta la casa dorme. Io veglio e non sono punto lieto e non lo sono mai stato in queste 6 settimane dacché siamo lontani. Non trovai la pace che ambivo, non la forza e la costanza nel lavoro che m’erano necessarie. E una cosa implica l’altra…

Mi sono dibattuto fra problemi strani e mi dibatto ancora, tanto poco dominandoli da non sapere nemmeno di quale entità siano e quali le conseguenze delle diverse soluzioni. – Come sono distante e diverso da quando andavo cantando pel bosco di Vincigliata. Mentre allora ogni cosa mi dava il meglio di sé, ora tutto è ripiombato nella pesante materialità, e tutto l’edilizio dei miei sogni accarezzati e orgogliosi è piombato in mezzo al più disperante scetticismo".

Morta è la vita di prima, niente è più come allora, essa è soltanto l’oggetto di un nostalgico ricordo; nulla di ciò che prima costituiva la sua esistenza gli appartiene più. Torna alla mente di Carlo l’immagine dell’amica Nadia; la sua morte ha cambiato per sempre la sua esistenza.

"Io non credo più alla mia fede. E perciò nulla mi conforta. Anzi dal profondo dell’animo tutto ciò che il tranquillo equilibrio delle mie illusioni costringeva nei ceppi dei mille ragionamenti coordinati (ond’io dicevo di dominare), ribolle ora, e un’onda di cose tristi e lontane mi sale su e mi serra d’un nodo la gola, senza che io possa vincerle, senza che io possa avere il beneficio di uno sfogo. Tutte le cose dolorose di quest’anno e più di tutte quella che tu sai, e ch’io credetti di poter vincere con troppa facilità mi pungono senza tregua e formano il fondo nero del mio umore".

La morte di Nadia non può più rimanere inascoltata, non è più possibile sfuggire all’interrogativo che essa impone; la voce sussurrante dell’amica getta sulla vita del passato recente e su quella del presente il velo del dubbio.

"E più mi fa soffrire un dubbio tormentoso approposito dell’onestà di quanto io ho fatto… Tu sai a chi alludo – E mi disprezzo come un cane. Tutto, tutto crolla. E dubito pure di lei..".

"E dubito pure di lei": L’amara disillusione causata dal suicidio di Nadia getta l’ombra del dubbio sul suo rapporto con Iolanda. Il suicidio dell’amica aveva rivelato l’illusorietà di un’amicizia che Carlo credeva autentica, sincera, la comunione di due anime legate da una profonda affinità. Il dubbio lacerante di non essere stato vicino all’amica, intacca tutte quelle certezze entusiaste che avevano segnato l’inizio della sua infatuazione per la giovane Iolanda. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Guardano dietro a sé, guardano intorno a sé, e chiedono una benda gli occhi, chiedono di essere per qualcuno. Di essere per qualcuno e per qualche cosa persona sufficiente con la loro qualunque attività, perché la relazione si possa ripetere nel futuro".

Carlo volge il suo sguardo al mondo circostante solo per ricevere da esso la certezza di sé, certezza dolorosamente incrinata dalla morte di Nadia. Iolanda convoglia in sé questo desiderio; egli vuole ritrovare se stesso attraverso il riconoscimento dell’altro: ancora una volta ciò che lo spinge è un bisogno, una mancanza, un vuoto che da solo è incapace di colmare.

Un’altra città [torna su]

La vita a Firenze non è più quella di prima della partenza per Gorizia; Carlo si sente invaso da una desolante spossatezza, un disinteresse cronico per una vita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non sente più sua.

"Se tu sapessi l’uggia triste e pesante che sembra gravare su tutto qui in quest’atmosfera grigia di pioggia e di lavori ed esami strascicati, e più grave su me e dentro di me, sì che ho perduto ogni agilità di pensiero e d’azione".

Così scrive alla famiglia:

"una noia che grava e scende giù in forma liquida confondendo cielo e terra in un grigio amalgama sudicio e puzzolente, pesante e insieme fine sì che penetra per tutti i pori..".

Firenze non è più la stessa città agli occhi di Carlo, la città d’arte e di cultura che aveva così tanto affascinato il giovane al suo arrivo nel 1905.

"Al di fuori tutto è incolore a cominciare dal tempo; questo popolo che ha sempre il suo piccolo movimento senza mai una piccola manifestazione straordinaria o politica, o commerciale, o mondana, e nemmeno militare che attragga, mi fa proprio l’impressione di un formicaio colla differenza che ha un ronzio fastidioso di zanzara".

L’estraneità provata per la vita precedente la morte di Nadia si traduce in una disaffezione nei confronti dei luoghi in cui essa si è svolta: Gorizia, dove si era svolta la sua serena infanzia, e Firenze, la città nella quale aveva sognato un futuro radioso; nessuna delle due è sentita più come sua. Il 27 Gennaio 1908 Carlo scrive all’amico Gaetano Chiavacci:

"Lo storico raccoglierebbe questo dettaglio prezioso che da quasi un mese vivo frammezzo a molta gente (non a casa), gente per lo più stupida, che a nessuna di queste persone do alcuna parte di me, ma che da ognuna tento di far scattare la scintilla dell’immancabile dramma piccolo o grande, passato o presente, proprio o acquisito, onde ritraggo un divertimento divertentissimo".

Spesso emerge nelle lettere di quest’anno un’ironia caustica, la stessa che pervade tante delle sue caricature, ma che nel 1908 si accentua quasi a testimoniare una distanza acquisita da Carlo nei confronti delle cose e delle persone. In particolare essa si scaglia contro una debolezza assai diffusa fra gli uomini, la vanità. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Come quando un uomo per costituirsi una persona parla di sé e non c’è più limite e criterio a quel che dice, che qualunque cosa dica, volgare o strana, piccola o grande, piacevole o dolorosa, onorevole o vergognosa, perché la dice di sé, come propria a lui, come fatta da lui, egli la crede tale da costituirgli la persona che si sente mancare".

Come abbiamo visto, dopo il periodo di relativa serenità trascorso a Gorizia presso i familiari, il ritorno a Firenze è segnato dal riaffiorare della malinconia.

"E’ Domenica – tempo grigio – umidità diffusa – fango in terra – in cielo – nella mia mente, dappertutto. Sono solo nella mia stanza con la vecchia giacca di pelle – sento da lungi i domenicali rumori, vedo dalla finestra i colli indistinti grigi sul grigio – e combatto invano la malinconia. Ma la testa è sempre ancora melmosa e tarda e sordamente malinconica".

Il nero malessere che lo opprime svuota di senso la vita del giovane Michelstaedter, lo estranea dalla sua esistenza di ogni giorno. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Occasioni della noia melanconica: 1) La monotonia che esaurisce il valore delle cose per l’individuo e fa sentire infinito il tempo; 2) il riconoscimento della altrui individualità come illusoria quando questa abbia un manifesto contatto con la propria; 3) riveder le impronte della propria vita d’un tempo ricca d’infinita speranza, poi per comodità, per viltà, per adattamento, ridotta, abbandonata, venduta: d’una vita per la quale in ogni modo il futuro era di tanto più ricco di quanto tempo sia da allora trascorso".

La malinconia costringe Carlo in un presente vuoto, in un presente eterno slegato dal passato e dal futuro; è uno stato di sospensione su tutto ciò che era la sua esistenza e su tutto ciò che essa aspirava a diventare. Tutto crolla, tutto perde di senso, anche i legami più forti; morta è la famiglia (passato), morte le aspirazioni e le aspettative con cui era giunto a Firenze (futuro).

Forse può essere di qualche interesse riferire di sfuggita un sogno che Carlo fa e che racconta molto brevemente ai genitori:

"Oggi sognai Zio Samuel che mi diceva: "son el mio cadavere" e mi dava una mano fredda, fredda – sento l’impressione – orribile!!".

Poi all’improvviso l’umore di Carlo cambia radicalmente.

"Mi sento rigenerato e mi domando – al solito – perché non vivo sempre fuori, perché vengo qui a intristirmi fra i libri e queste mezze creature incartapecorite che mi sembrano tanto aberrati – a correr il pericolo di impolverirmi come loro. Invece il sole e l’aria, e tutto il verde fanno tanto bene. Vedi a me la primavera mi piglia alla gola – e se non mi agito, se non mi espando, se non vivo – soffoco – è come un’ebbrezza per me. E’ un guaio la primavera, io la temo e la desidero; forse più la temo… Ma lasciamo andare".

Passato lo stato di cronica spossatezza in cui era sprofondato, Carlo sente in sé una tensione, una vigoria, un’energia esuberante che chiede di essere sfogata. L’intensa attività fisica, la pratica entusiasta degli sports e soprattutto le interminabili escursioni sui luminosi colli fiorentini, danno modo a questo eccesso di tensione e di energia, a questa strana gioia incontenibile, di sfogarsi. Scriverà ne La Persuasione e la rettorica:

"E la gioia "troppo" forte infine, che mettendo in un tratto del presente tutto ciò per cui uno viveva e a cui attribuiva assoluto valore, gli toglie la ragione di vivere, mentre non saziandolo del tutto lo fa voler ancora senza più sapere cosa: impotentemente.

La troppa gioia toglie la ragione davvero, fa impazzire o morire onde si dice: la lampada si spegne per mancanza d’olio, ma per troppo olio viene soffocata (in greco nel testo)".

Ma questa irrefrenabile gioia di vivere presto si spegne e torna a farsi sentire il pungolo di un sordo dolore che gli impone di indagare se stesso, di interrogarsi. Così scrive alla madre:

"Ed io sto qui al mio tavolino con la pila dei libri davanti, che mi ricordano cose intraprese e non finite col fascio di carte – aborti, accanto; e dietro il cavalletto col quadro non finito e mi chiedo ancora: che faccio e più e peggio; che farò – "Fa l’esame di storia" dici tu, ed hai ragione, sarà un chilometro di più su questa eterna via maestra polverosa, dalla quale bisognerà pur che una volta o l’altra faccia il salto nei campi…".

Il fascio di carte aborti, il quadro non finito, tutto in questa breve descrizione ci offre l’immagine di un’esistenza bruscamente interrotta che non riesce più a ritrovarsi, che non riesce a ricominciare lì dove un tragico evento l’aveva fermata, la morte di Nadia. La vita prima condotta con la leggerezza dei giovani anni, diviene per Carlo un corpo a lui estraneo. Così scrive ne La persuasione e la rettorica:

"Egli sente d’esser già morto da tempo e pur vive e teme di morire. Di fronte al tempo che viene lento inesorabile, egli si sente impotente come un morto a curar la sua vita, e soffre ogni attimo il dolore della morte".

Alla madre il giovane Michelstaedter comunica il dolore ancora vivo per la morte di Nadia di cui presto ricorrerà l’anniversario.

"Per diverse ragioni vedo ora molto raramente i miei due amici e mi dispiace. – Forse è meglio – perché gli amici fanno parlare di ciò …che è meglio tacere e seppellire.

In questi ultimi tempi ho rivissuto i mesi corrisp. dell’anno scorso, insistentemente per quanto mi ribellassi ed ora che siamo a qualche giorno dall’anniversario lo sento in tutta la sua intensità il senso doloroso che l’anno scorso non misuravo – Così fanno i deboli. – E poi, e poi – mah! Lascia andare, mamma. Se tu fossi qui mi faresti tanto bene".

Il passare del tempo acuisce anziché alleviare il dolore per la morte dell’amica la cui voce risuona quasi a richiamarlo ad una verità che ancora non ha il coraggio di affrontare, di fare sua. Essa rimane l’unico legame che ancora lo lega alla vita del passato recente; tutto il resto è morto, è irrimediabilmente lontano ed estraneo.

"E’ strano – anch’io quando mi ripenso qualche anno fa, e rileggo cose scritte allora, provo quest’oppressione dolorosa di cosa finita, di cosa morta, e mi guardo nello specchio… e mi meraviglio di non vedere un cadavere!".

Il mutamento di Carlo è sentito anche dai familiari che preoccupati non possono fare a meno di comunicarglielo. Vani sono i tentativi del giovane Michelstaedter di riprendere la vita di prima; in lui comincia a nascere l’amara consapevolezza di una distanza incolmabile, di un’incomunicabilità senza rimedio; consapevolezza che spesso si traduce in irritazione di fronte alle lettere preoccupate della sua famiglia.

"Del resto è ridicolo che io abbia bisogno ogni tanto di riconfermarvi il mio affetto, il mio sentire in tutto e per tutto come voi sentite.

Se da parte di qualche persona è necessario godere di fiducia completa, illimitata, soggettiva che non abbia bisogno di prove materiali ma che sia irremovibile, come irremovibile è l’affetto; è certo da parte delle persone della famiglia.

Invece appena io per mie disposizioni speciali, non scrivo, e poi scrivo non proprio come vi aspettate, e fosse anche (ma non è) in modo pazzo, freddo, indifferente, mi sento dire che sono cambiato, che non sono più io, che non m’importa di voi e tante altre belle cose. Non capisci che è irritante al massimo grado per me sentirmelo dire e non poter aspettarmi mai da voi, che, se una mia lettera vi sembra strana, diciate semplicemente "ha scritto una lettera strana", o "ha un momento di pazzia" ecc. invece di tuonarmi addosso l’anatema come se fossi un figlio perduto".

La lettera scritta alla sorella Paola esprime assai bene lo stato di frustrazione e il senso di impotenza contro i quali si dibatte Carlo. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Non c’è pane per lui, non c’è acqua, non c’è letto, non c’è famiglia, non c’è patria, non c’è dio egli è solo nel deserto, e deve crear tutto da sé: dio e patria e famiglia e l’acqua e il pane. Poiché quelli che il bisogno gli addita, quelli sono il suo stesso bisogno: quelli restano sempre lontani, quanto il suo bisogno di continuare li projetterà sempre avanti nel futuro: quelli non li potrà mai avere, ma quando vada a loro essi s’allontaneranno: poiché egli rincorrerebbe la propria ombra".

Su tutto ciò che lo circonda cala il velo di una melanconica apatia, di un’indifferenza che lo costringe all’inanità, che lo imprigiona in un presente vuoto. Così scrive all’amico Gaetano Chiavacci:

"Se io avessi dovuto scrivere il diario di questo mese avresti letto una cosa curiosa: - Una vicenda di impressioni vaghe e diverse, di sentimenti sconnessi, di pensieri sperduti, di osservazioni e di studio delle cose più lontane: la conseguenza è che mi sento … cioè che non mi sento, questo è tutto (mi sono fermato ora con la penna in mano per provar di dir chiaramente che cosa mi sento, e ho capito che proprio non mi sento). - Non riesco più a ritrovarmi – Il mio cervello è come un mare ondeggiante, che riflette tutte le luci, che rispecchia tutte le coste e tutti i cieli – ma nel punto che li rispecchia l’infrange – ma il fondo resta torbido e scuro e non sa la forma e il vigore della sua vita".

Il passare di tutto senza che esso venga veramente sentito, vissuto; il riflettere come uno specchio ogni cosa senza mai riuscire ad afferrarla, a farla propria.

"Certo quello che non ha il mare io ho: il tormento ininterrotto delle intenzioni passate e del lavoro futuro, delle aspirazioni diverse e insoddisfatte; la coscienza della mia nullità e in questo mondo che vive sia d’azione che di pensiero, che d’arte; della mia vita che si dissolve in una aspettativa di che? nell’illusione di un formarsi progressivo che non esiste, di un accumulare che non avviene – o avviene come quello della sabbia che l’onda porta e poi disperde".

Vivere il presente significa per il giovane Michelstaedter indagare se stesso, venire ad un confronto radicale con la propria vita, cercare il senso della propria esistenza non alla luce di future aspettative o guardando ad un passato che ormai è morto, ma prestare ascolto ad un domandare doloroso, portatore di verità: questo significa venire "a ferri corti con la vita". Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Chi vuole aver un attimo solo la sua vita, esser un attimo solo persuaso di ciò che fa – deve impossessarsi del presente; vedere ogni presente come l’ultimo, come se fosse certa dopo la morte: e nell’oscurità crearsi da sé la vita".

Quel presente che la malinconia lo aveva costretto a vivere suo malgrado, diviene ora il luogo in cui trovare se stesso, in cui raggiungere la persuasione di sé, sopportando tutto il dolore e la solitudine che tale permanenza comporta. Così scrive ne La persuasione e la rettorica:

"No, egli deve permanere, non andar dietro a quelli fingendoseli fermi perché essi lo attraggano sempre nel futuro; egli deve permanere seppur vuole ch’essi gli siano nel presente, che siano suoi veramente. Egli deve resister senza posa alla corrente della sua propria illusione".

Emma [torna su]

Emma Luzzatto, madre di Carlo, proveniva da una famiglia ebrea. "Donna di temperamento dolce, di rara sensibilità morale", fu sicuramente la persona più vicina al giovane Michelstaedter, quella cui poteva confidare ogni cosa, della cui comprensione egli non dubitava mai. L’affetto forte e profondo che lo legava alla madre pervade le intense lettere dell’epistolario. Emma fu l’unica persona della famiglia che Carlo tentò fino alla fine di rendere partecipe del suo cammino verso la persuasione. E la madre fu certamente la persona che maggiormente fece esperienza del lato doloroso e ingiusto della vita: dopo aver perso due figli, Gino e Carlo, dovette subire anche il crudele destino della deportazione. Emma Luzzatto morì ad Auschwitz all’età di 89 anni.

La madre, forse la persona più vicina e più intimamente legata a Carlo, non comprende la lotta che il figlio sta conducendo; preoccupata per il cambiamento e le "stranezze" del giovane si prodiga in un domandare a volte pieno di biasimo.

"Vedi, io mi sono abituato a pensare a te come alla persona che non mi vuol bene per sé ma che mi vuol bene per me, che mi vuol bene così come sono, con ogni mio difetto e tutte le mie cattiverie.

Mi pare che non ci sia mai bisogno che tu faccia sacrificio della tua volontà per volere quello che voglio io, né che tu faccia alcuno sforzo di intelligenza per capire quello che io sento in un dato momento. Mi pare che tu non debba mai essere fuori di me, ma che noi siamo sempre ancora una solo persona… Come 21 anno e 5 mesi fa".

Carlo desidera fortemente che la madre come in passato riesca a capirlo, a condividere con lui ciò che per altri risulta oscuro e incomprensibile, che possa percepire la lotta che egli sta conducendo con se stesso, che sia capace di amarlo senza chiedere, senza pretendere nulla.

"Ma finché l’uomo vive, l’affetto per la mamma è il più grande, è il più forte, è quello che resiste a tutto, quello che resta sempre il rifugio sicuro, il piccolo porto dove l’uomo torna a sentirsi puro e tranquillo, dove le piccole miserie della vita non giungono".

Carlo cerca nella madre il se stesso che non è più, la vita di prima ormai irrimediabilmente lontana. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Come il bambino nell’oscurità grida per farsi un segno della sua persona, che nell’infinita paura si sente mancare; così gli uomini, che nella solitudine del loro animo vuoto si sentono mancare, s’affermano inadeguatamente fingendosi il segno della persona che non hanno".

Ma la madre non capisce il dolore di Carlo; le sue lettere rivelano tutta la sua incomprensione per il disagio del figlio e lo richiamano quasi rimproverandolo a quella vita che egli sente non più appartenergli.

"Infine quando in seguito a questo stato di cose tu dicevi delle cose sul mio conto e dei biasimi come possono dirmeli gli altri che non mi conoscono, io soffrivo perché ti sentivo lontana da me, sentivo che non mi capivi e non mi compativi – e al solito, invece di capire che in fondo la colpa era mia, m’irritavo, e ti facevo ancora soffrire".

Se lo sconforto lo spinge verso la madre, c’è in Carlo la consapevolezza che in nulla essa potrà aiutarlo, che l’esito della lotta dipende esclusivamente da lui.

Quando è tanto forte da resistere alla solitudine e alla paura di una vita che non si ritrova più, da non cercare conforto nelle affettuose parole della madre e della famiglia, Carlo vede lucidamente qual’è il suo cammino. Così scrive ai genitori:

"Volevo dire che quando sono solo e lontano mi sento di fronte a quello che può essere il mio compito nella vita. A casa ci sono tante cose buone e dolci, che uno finisce coll’invigliacchirsi".

Il cammino per giungere al possesso di se stesso è una cammino solitario: niente delle care e dolci cose può accompagnarlo, neanche la madre. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Ma l’uomo deve farsi da sé le gambe per camminare – e far cammino dove non c’è strada. Per le vie consuete gli uomini vanno in un cerchio che non ha principio e non ha fine; vanno, vengono, gareggiano, s’accalcano affaccendati come le formiche – forse anche si scambiano l’un con l’altro, - certo, per camminare che facciano, sono sempre la dov’erano, ché un posto vale l’altro nella valle senza uscita. L’uomo deve farsi una via per riuscire alla vita e non per muoversi fra gli altri, per trar gli altri con sé e non per chiedere i premi che sono e non sono nelle vie degli uomini".

Il possesso di sé, della propria vita passa attraverso il distacco dalla madre come figura della dipendenza. Nella lettera del 10 Settembre 1910 alla madre, che forse ancora una volta si lamentava di una loro distanza, di un allontanamento del figlio, Carlo per l’ultima volta cerca di renderla partecipe del suo cammino.

"Mamma mia,

Quando tu mi coprivi se avevo freddo, mi nutrivi se avevo fame, mi confortavi quando piangevo, mi trastullavi quando m’annoiavo, quando vegliavi le notti per me e il giorno ti preoccupavi per me – dimmi, allora facevi questo come una bambina fa colla sua bambola, che può ripetere senza fine ogni giorno lo stesso gioco, – o lo facevi come la mia mamma e mi nutrivi e mi riparavi e mi curavi perché ti crescessi forte e sano, perché nella piccola, tenera, stupida cosa bisognosa di tutto, priva di difesa e di sicurezza di fronte al più piccolo caso tu sognavi l’uomo forte, sicuro di sé di fronte a ogni cosa, che non ha più bisogno d’alcuna cosa ch’egli non sappia ch’egli non possa, sano così che niente lo debba preoccupare? –

Tu non mi curavi per potermi curare ancora in futuro – non mi curavi con la speranza ch’io ti rimanessi eternamente fragile e impotente oggetto di cure – ma anzi per non aver più da curarmi, perché io non avessi più bisogno che nessuno mi curi, per questo hai sofferto, hai sperato per me. Ma per noi mamma, ora comincia la vita – ora io potrò camminare sulle mie gambe, ora tu avrai i frutti del tuo lungo soffrire, del tuo lungo sperare; ora non amerai più in me il futuro incerto da curare e assicurare con la tua pena e la tua preoccupazione, ma il presente vivo per sé stesso, che niente può togliere – nemmeno la morte".

Carlo non è più il fanciullo bisognoso che non sa la sua vita, non chiede più alla madre la sicurezza e il possesso di sé che non ha. Così scrive ne La persuasione e la rettorica:

"E la morte non toglie che ciò che è nato. Non toglie che quello che ha già preso dal dì che uno è nato, che perché nato vive della paura della morte; che vive per vivere, vive perché vive – perché è nato. – Ma chi vuol avere la sua vita non deve credersi nato e vivo, soltanto perché è nato – né sufficiente la sua vita, da esser così continuata e difesa dalla morte".

Per chi ha raggiunto il possesso di sé la madre non è più tale, non è più la figura della dipendenza, la persona a cui si chiede ciò che non si ha.

"Ora è tempo che io agisca, ora è tempo che tu riceva e che io dia, che io per la mia forza riempia la tua speranza, che ti sia per la mia azione, per le mie opere veramente l’uomo che hai sognato.

Il rapporto autentico con la madre non è il rapporto tra il fanciullo mancante e la persona in cui cerca sicurezza, conforto, ma il rapporto di chi, non essendo più mancante, può dare, può comunicare autenticamente perché sottratto al giogo del bisogno.

"Perché io so come si può avere qualche cosa nella vita, come si può esser uomini; so che non si può attender questo dagli altri né chiederlo in nessuna delle situazioni preparate – ma che sta in me, nella rettitudine della vita, nel fare tutto – nell’aver la forza di vivere la propria vita: la condizione unica per avere qualcosa, e per essere qualcuno. E non si può dar niente a nessuno, non si può essere niente per nessuno, se non s’ha, se non si è per se stessi".

Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Non può fare chi non è, non può dare chi non ha, non può beneficare chi non sa il bene".

Ora Carlo può volgersi autenticamente alla madre, perché essa non è più la persona di cui ha bisogno, nella quale cerca conforto.

"Quando farò qualche cosa per me sarà anche per te, tu mi sarai sempre vicina nella mia vita, anche se saremo separati; tu saprai tutto di me, e potrai vedere come riesco a far vivere quello che mi sta sul cuore, e portare a maturità così che a tutti apparisca matura quella vita che tu hai partorito e curato; invece delle cure mi darai "solo" il tuo affetto e la tua fiducia – come un mese fa quando ti leggevo sotto il castagno".

Ma proprio il fatto di non essere più per Carlo la persona in cui cercare conforto, la persona di cui più di tutte si ha bisogno, convince Emma di un allontanamento del figlio da sé. La madre non riuscirà a seguire Carlo sulla via della persuasione, perché non sarà capace di concepire il rapporto con il figlio se non come quel rapporto di dipendenza che li legava in passato.

Il 1909 è un anno cruciale per Carlo Michelstaedter, un anno segnato dalla morte del fratello maggiore Gino e dalla definitiva maturazione di una lucida consapevolezza. Così Carlo riferisce all’amico Gaetano Chiavacci il momento doloroso vissuto dalla famiglia:

"Quanto a me e a noi tutti - in mezzo ai balli e alle passeggiate ci arrivò un telegramma che ci dava semplicemente la notizia che mio fratello di New York è morto – Morto per un maledetto accidente, e ora dopo due settimane non sappiamo niente di più. E’ da impazzire".

La notizia della morte di Gino infrange il sereno e ignaro svolgersi della vita della famiglia. Essa rivela l’illusorietà di quella sicurezza cieca e sorda di fronte al dolore della vita che era stata proprio del padre Alberto Michelstaedter.

Alberto Michelstaedter, o della menzogna [torna su]

Così Carlo scrive all’amico Gaetano Chiavacci:

"Per papà è il primo squarcio dell’illusione – e ci vorrà del tempo prima che si riaccomodi… se si riaccomoderà; così più o meno anche gli altri, che tutti però sono stati più provati dal dolore – per me è paglia sul fuoco".

Carlo sembra assegnare entro la famiglia una posizione particolare al padre, Alberto Michelstaedter, per il quale la morte di Gino è il primo squarcio dell’illusione.

Egli è uomo positivo, pragmatico, che sa stare al mondo; ama i piaceri della vita e fra questi in particolare la letteratura e la poesia, ciò però non gli impedisce di vivere all’insegna della concretezza e di occupare con serietà e rigore una posizione di rilievo nella piccola comunità di Gorizia.

Ma perché Carlo a proposito del padre parla della morte di Gino come dello squarcio dell’illusione? E’ interessante a questo proposito il testo di una conferenza tenuta da Alberto Michelstaedter a Trieste nel 1894, intitolata La menzogna.

"La verità è l’ideale dell’anima nostra. Ma l’uomo è un animale sociale. Se l’uomo non avesse quest’istinto di comunione coi suoi simili sarebbe attaccato fedelmente alla verità; ma l’uomo non ha potuto vivere coi soli benefici che la natura gli ha dato come a tutto il resto del cosmo. E quando dalle orde informi e selvagge si sprigionò la prima idea della fondazione di qualcosa che assomigliasse ad un principio di società, in quell’istante è nata la menzogna. Collo scattare della prima menzogna è nata la società".

L’uomo spinto dal bisogno, dalla propria insufficienza si aggrega ai suoi simili per fondare la società; essa è possibile solo grazie alla menzogna. La società infatti non nasce dallo spirito di fratellanza degli uomini, ma dall’istinto di sopravvivenza, che, nello stato di natura, spingeva gli individui in una perenne lotta violenta fra di loro, e che in essa, grazie alla menzogna, si tramuta in una apparente pacifica convivenza.

"Dal conflitto d’interessi fra uomo e uomo è sorta la necessità di creare una regola, da questa è nato il vivere sociale, la società: la grande menzogna".

La regola, la convenzione dovrebbe negare quella lotta degli individui fra di loro, lotta dettata dal bisogno, dalla natura deficitaria dell’uomo, per fondare una comunità nella quale allo scontro subentri la comunione e la comunicazione. In realtà a trionfare non è la fratellanza fra gli uomini, quanto invece la comunicazione menzognera, tramite la quale ogni individuo può continuare a vivere nella comunità perseguendo la propria continuazione. A lungo andare la menzogna è diventata così familiare agli uomini da divenire l’elemento naturale nel quale si svolge la loro intera esistenza, e nel quale avvengono tutti i loro rapporti.

"L’abito tessuto dalle leggi e dalle consuetudini e nel quale siamo avvolti, è divenuto a poco a poco carne nostra".

Le convenzioni, le regole del vivere comune vengono interiorizzate a tal punto da divenire una seconda natura, e da artifici divengono la vita degli uomini. Dimentichi della realtà vivono nell’illusione, nella menzogna. Scrive Alberto Michelstaedter:

"Se analizziamo tutta la nostra vita, che tessuto di menzogne vi troveremo!"

La società vive nella dimenticanza della verità; essa esiste in virtù di tale dimenticanza. Chi vuol vivere nella comunità degli uomini deve imparare la menzogna, fino a che essa non costituisca l’inconsapevole forma della propria vita. Dice Alberto Michelstaedter:

"E’ tutto un catechismo di menzogne che si apprendono appena abbiamo lume di ragione; così noi, da piccini, prima di aver appreso a rispettare gli obblighi di buona società, siamo inurbanamente franchi, ma selvaggi, e soltanto dopo siamo addestrati alle civili dissimulazioni, senza confessarcelo sappiamo mentire e siamo bimbi "ben educati".

Lo stesso linguaggio ha perduto qualsiasi possibilità di farsi portatore del vero; esso al contrario è sempre menzognero, le parole si agghindano per celare, per nascondere.

"In tutti i campi la menzogna si è insediata da padrona. La fisica ha inventato la lente che sopprime le distanze, che rimpicciolisce o ingrandisce gli oggetti: - Il vate ispirato, coi fantasmi della sua mente, ci dà la visione di mondi eterei; e l’artista, il di cui sguardo vede sempre l’oggetto redimito da un nimbo che non appartiene alla natura, ma che nasce nel suo intelletto creatore, spinto dal proprio ingegno ad alterare sempre un po’ la realtà, ci fa spaziare in regioni ideali. – La medicina, prima di curare i mali, cerca di ingannare il dolore, di palliar le sofferenze. – La meccanica si sostituisce a tutti i movimenti naturali e non solo inventa macchine che, nell’accresciuta e febbrile attività umana, rimpiazzano vantaggiosamente le braccia dell’uomo, ma costruisce anche apparecchi che s’incaricano delle piccole umane faccende, e fin dove h potuto, è riuscita a darci un uomo artificiale".

Ogni cosa conferma l’uomo nella convinzione della sua sicurezza, nella convinzione della sua sufficienza. Ma che cosa si nasconde sotto il velo della menzogna? Scrive Alberto Michelstaedter:

"La verità spaventa veramente, perché rappresenta il dolore. In questa corsa sfrenata e affrettata verso la felicità e la potenza, la civiltà ha seminato triboli e spini a cui l’umanità, da lei trascinata, s’è lacerata le carni. Le aspirazioni insoddisfatte, le false posizioni insostenibili, gli acri desideri impossibili a realizzare, hanno gravato sul genere umano un tale cumulo di dolore, che il suo stesso istinto naturale di conservazione l’ha spinto a cercare ristoro e riposo nell’ideale. Il reale non basta alla nostra felicità e spesso infligge sofferenza. Epperciò tutto quanto lo distrae dall’incubo del reale è dall’uomo avidamente ricercato".

Dietro alla fitta trama della menzogna rassicurante si nasconde il dolore inestirpabile della vita. E’ per celare tale mancanza che nasce la menzogna. Alberto sceglie dunque consapevolmente il mondo della menzogna, il mondo della retorica. La vita di chi cerca a tutti costi la verità infatti é destinata ad essere infelice; il vero è la mancanza, l’insufficienza, che la società copre con la coperta della menzogna, illudendolo circa la sua sufficienza e la sua sicurezza.

"L’uomo che sente in sé l’irresistibile spinta verso la verità e che spinge da sé ogni idea che tenda ad illuderlo, non solo ha nel suo interno una sorgente d’inevitabile infelicità, ma riceve dall’esterno continue acute punture che lo fanno sanguinare. E’ il grande spostato del mondo, che cerca un’atmosfera a parte, ed ha un linguaggio a parte e punti di vista sempre agli antipodi da quelli della grande generalità degli uomini fra i quali vive. Le transazioni verso le idee del centro in cui si vive non denotano spesso né incoerenza né debolezza; l’istinto della propria felicità le fa accettare".

E’ per essere felice che l’uomo vive nella menzogna, è per questo che rinuncia alla verità. Chi cerca la verità è infelice, non solo perché ciò lo pone di fronte al dolore e alla violenza che la società ha tentato di occultare in tutti i modi, ma anche perché è una ricerca destinata a rimanere senza alcun risultato. Scrive Alberto:

"Dove cercarla la verità assoluta? Quello che par vero in un tempo, appare perfettamente falso in un altro. Quante idee vengono inculcate da una scuola come l’espressione del vero e sono combattute con perfetta buona fede dalla scuola avversa come emanazione del falso! Il mondo oscilla fra una verità relativa e una relativa menzogna; da queste contrarie correnti nasce l’equilibrio e da questo, la possibilità del vivere sociale".

Alberto invita a convivere con il relativismo dei tempi, ad accontentarsi di una verità relativa, ad una relativa menzogna. Saper stare al mondo è in fondo questo: la rinuncia alla verità assoluta rende possibile la vita fra gli uomini, e la felicità.

Egli cerca di insegnare al figlio questa convivenza; vorrebbe evitargli il doloroso e solitario percorso di colui che insegue il vero e che è destinato ad essere un naufrago, in un mondo che si pasce di menzogna.

"Ai nostri figli, infatti, quante cose insegnamo di cui l’esperienza e lo studio ci dimostrano la vacuità e la nullità? E perché? – perché non vogliamo crearli eccezioni, non vogliamo che si trovino isolati in mezzo al mondo in cui vivranno; vogliamo anzitutto la loro felicità e facciamo una transazione col complesso delle idee che crediamo non vere, o con parte di esse, ma senza che per questo la coscienza ci rimproveri una menzogna".

E’ quest’esperienza del mondo e della vita che Alberto Michelstaedter cerca di trasmettere al figlio. Ciononostante tutto il discorso di Carlo si sviluppa in opposizione all’esperienza paterna.

La morte di Gino apre uno squarcio in questa visione del mondo così tenacemente difesa da Alberto.

Un dialogo mai avvenuto [torna su]

Ne La persuasione e la rettorica troviamo il dialogo tra il giovane Michelstaedter e un grosso signore, che dopo aver concluso un lauto pasto, satollo si presta ad una interessante conversazione. Il grosso signore in questione presenta una notevole somiglianza con Alberto Michelstaedter; si potrebbe parlare quasi di un dialogo tra padre e figlio, dialogo mai avvenuto nella realtà, forse perché doveva sembrare a Carlo un confronto troppo doloroso.

G.S. : "Conviene saperla prendere (la vita), non pretendere rigidamente ciò che già ha fatto il suo tempo, ma adattarsi ragionevolmente – e godere di ciò che il nostro tempo ci offre che nessun tempo ha mai offerto ancora ai propri figli. Fruire di questa meravigliosa comodità della vita, e cogliere fra la varietà aumentata dei piaceri, di questo e di quello con saggia misura; habere – non haberi".

Il grosso signore delinea nel suo discorso una sorta di arte del vivere, in virtù della quale saper cogliere le gioie e i piaceri diversi che si offrono, senza però mai eccedere, senza abbandonarsi ad un piacere senza controllo che cesserebbe di essere tale per divenire vizio. Quest’arte del vivere indica sostanzialmente nella capacità di adattamento e nella moderazione le doti fondamentali per apprezzare la vita.

C.M. : "Lei è un artista"

G.S. : "… io ho un buon umore, pieno di sentimenti gentili coi quali mi rendo poetica ogni situazione e mi faccio bella la vita, mi cerco i piaceri….

Ma badiamo, non da eccentrico, ma nella via e nel modo come il nostro provvido tempo facili e leciti ce li offre".

C.M. : "Gaudente ma uomo di mondo".

G.S. : "Certo, ma gaudente… Intendiamoci! Bisogna un po’ al corpo e un po’ allo spirito.

- Oh la poesia e la letteratura sono state sempre la mia passione. Anche la storia…

Chissà se non fossi stato preso nell’ingranaggio amministrativo… – Mah – Del resto io credo che nel tempo che corre ogni uomo, che voglia camminare col progresso, debba possedere una varia ed elevata coltura umana. Né debba esser del tutto ignaro delle scienze esatte, per le quali siamo i veri signori del creato e nessun mistero sfugge al nostro occhio".

E’ evidente la somiglianza del signore in questione con Alberto Michelstaedter, appassionato di letteratura, dilettante ma con capacità, presidente del gabinetto di lettura cittadino ma nello stesso tempo uomo pragmatico, serio nel lavoro, con una posizione di responsabilità nel campo assicurativo nella cittadina di Gorizia.

C.M. : "Ma lei è multilatere!"

G.S. : "Oh, un dilettante…"

C.M. : "Lei trova tempo per tutto!"

G.S. : "Certo! Ma… bisogna aver la coscienza di aver fatto il proprio dovere.

Oh, questo si, sul dovere non si transige. Altro è compiacersi di letteratura, di scienza, d’arte, di filosofia nelle piacevoli conversazioni – altro è la vita seria.

Come si direbbe: altro è la teoria altro la pratica!

...Ogni cosa a suo tempo e luogo. Quando indosso l’uniforme vesto anche un’altra persona. Io credo che nell’esercizio delle sue funzioni l’uomo debba essere assolutamente libero".

Per Alberto la letteratura è uno dei tanti piaceri dei quali l’uomo si diletta e che rendono più interessante l’esistenza.

In lui non vi è alcuna contraddizione fra passione letteraria e impegno nel lavoro, inserimento nella società: la letteratura, la poesia ricreano nel privato ciò di cui la società è la principale fonte: la sicurezza.

C.M. : "Io ammiro la sua fermezza. – E – lei non pensa ai suoi interessi?"

G.S. : "Lo stipendio corre ed è sicuro. E poi, lei sa, gli incerti…"

C.M. : "Già, già ma… e poi quando, dio lo tenga lontano, questa sua mirabile fibra sarà affievolita?"

G.S. : "C’è la pensione: - Lo stato non abbandona i suoi fedeli, - che?"

C.M. : "Ma – scusi se le suscito brutte immagini – ma siamo uomini deboli – nel caso di una malattia se, ce ne sono tante in giro…"

G.S. : "Niente, niente, appartengo a una cassa per ammalati, come tutti i miei colleghi.

Il nostro ospedale ha tutti i comodi moderni e si vien curati secondo le più moderne conquiste della medicina. – Vede?"

C.M. : "Ah vedo, ma non saprei, i casi sono tanti, capisco che siamo difesi dalle leggi, pure i furti sono all’ordine del giorno"

G.S. : "Sono assicurato contro il furto"

C.M. : "Ah ma… metta il caso di un incendio"

G.S. : "Sono assicurato contro il fuoco"

C.M. : "Perbacco! Ma un cavallo, scusi volevo dire: "un’automobile" che c’investe; un tegolo…"

G.S. : "Assicurato contro gli accidenti"

C.M. : "Ma infine morire, moriamo tutti!"

G.S. : "Fa niente, sono assicurato pel caso di morte"

"Come vede" aggiunse poi trionfante, sorridendo del mio smarrimento, "sono in una botte di ferro, come si suol dire".

Alberto vive in una sicurezza propriamente borghese, fatta di tante piccole certezze, di tanti tranquilli piaceri, di una posizione stabile; la sua esistenza, in virtù di ragionevoli calcoli, si presume sicura, basata su solide fondamenta.

La morte di Gino è il riproporsi di quella verità che Alberto ben conosceva, che si illudeva di poter zittire; essa è l’irruzione dell’inaspettato, di qualcosa che sfugge ad ogni calcolo, ad ogni ragionevolezza, che squarcia il velo rassicurante della menzogna: è la sofferenza senza ragione, che semplicemente esiste, che irrompe nel mondo delle artificiali sicurezze costruite dalla società. Scrive il giovane Michelstaedter:

"Ma quando si squarcia la trama delle forze calcolate e la violenza rompe nella vita – allora la pietosa immagine dell’assoluta debolezza di chi non "trova né parole né atti" si fa universale e a tutti manifesta".

Il padre rimarrà fino alla fine per Carlo una figura enigmatica: Alberto Michelstaedter non si concederà mai ad un dialogo con il figlio, così teso ad una verità sottratta al relativismo dei tempi, rimarrà sempre una sfinge che sa e nello stesso tempo non sa.

Parlando di un noto personaggio storico Alberto diceva:

"C. è rimasto sempre una sfinge. Non è stato studiato il confine fra le menzogne dalle quali egli stesso era ingannato, e quelle di cui si serviva per ingannare gli altri".

Tale fu sempre il padre per Carlo Michelstaedter, che lo disegnò con il corpo di una sfinge e lo sguardo pieno di un immobile e impenetrabile silenzio.

Gli Apostoli della verità [torna su]

Ibsen [torna su]

Quella degli "uomini – sfinge" è un’esperienza priva di verità.

"Guardiamo intorno a noi: da ogni parte la moltitudine degli arrivati, di coloro che si trovano sulla "retta via che conduce a un utile sicuro", di coloro cui l’abitudine degli altri è la coscienza morale, cui è criterio di ragionamento un esempio tratto dalla propria o dall’altrui esperienza, cui è scopo nella vita la vita stessa".

Michelstaedter indica non l’esempio dell’uomo – sfinge, la cui esperienza non è esperienza di verità, ma di coloro che hanno avuto il coraggio di squarciare il velo menzognero del vivere sociale, la cui vita è una continua tensione verso di essa.

"Ibsen e Tolstoj emergono dalla folla. Entrambi presero pel petto questa società soffocata dalle menzogne e le gridarono in faccia: verità! verità!".

E’ in una lettera alla madre del 1908 che Carlo comunica la sua passione per il drammaturgo norvegese:

"In questi giorni ho letto quasi tutto Ibsen. Quello è un uomo, perdio! Mi ha fatto pensare e mi fa pensare ancora. Certo dopo Sofocle, è l’artista che più m’è penetrato e mi ha assorbito. E’ un grand’uomo – das muss man ihm lassen".

Carlo si getta nella lettura dei drammi e nell’arco di un mese divora gran parte dell’opera del norvegese. Negli eroi di Ibsen, la cui vita è consumata dalla lotta contro la menzogna, dall’aspirazione alla verità che li porta ad un’inevitabile, tragica fine, riconosce la sua stessa lotta, la sua stessa aspirazione ad una vita autentica. Riconosce come suo il loro estraniarsi rispetto al mondo nel quale prima vivevano indifferenti e che improvvisamente diviene insopportabile tanto è acre l’odore nauseabondo della menzogna; il loro disperato dibattersi nella gabbia della propria falsa persona e della società, la loro volontà intransigente del vero che li destina ad essere isolati ed infelici.

In particolare furono due le opere che maggiormente colpirono il giovane Michelstaedter: Brand e La donna del mare, di cui conosceva interi passi a memoria e che continuerà a leggere sino alla fine della sua breve ma intensa esistenza.

Quest’ultima narra la storia di Ellida, la cui vita familiare è improvvisamente turbata dalla comparsa di uno straniero venuto dal mare, al cui richiamo la donna scopre la sua estraneità alla vita di sempre. La voce dello straniero è la voce del mare aperto e vasto, lontana ed estranea all’esistenza terrestre, che improvvisamente lei non sente più sua. E’ là la sua vita, Ellida è come una sirena che, intrappolata fra gli scogli, ascolta l’impetuoso frangersi delle onde, che la richiamano alla sua casa, e che non potendo liberarsi, muore. Anche Carlo sente la voce del mare aperto, la voce di un Altro che lo richiama ad una vita più vasta e profonda, che lo richiama al vero se stesso, alla persuasione.

La passione per Ibsen animerà molti giovani giuliani e del centro Europa; il drammaturgo norvegese sarà il maestro di un’intera generazione, la generazione di Carlo Michelstaedter, di Scipio Slataper che scriverà su Ibsen la tesi di laurea, e di Otto Weininger, morto suicida all’età di 23 anni, forse uno dei primi a scrivere su Ibsen, i cui scritti influenzarono l’incontro di molti giovani con l’opera del drammaturgo norvegese. Nell’ultimo decennio del XIX secolo si era aperto un vivace dibattito sui drammi dello scrittore, in particolare a Trieste, città per sua stessa natura aperta alla cultura europea, la cui eco giunse anche a Gorizia. Il 1893 è un anno importante per quanto riguarda la ricezione e il dibattito su Ibsen; esso segna il definitivo interesse per la sua opera ed è l’anno di una conferenza tenuta a Trieste presso la società Minerva da Alberto Boccardi, poco tempo dopo replicata a Gorizia, presso il gabinetto di lettura di cui Alberto Michelstaedter era vicepresidente. E’ indicativo il fatto che Alberto tenga la conferenza sulla menzogna proprio in quegli anni di vivace dibattito sul messaggio dell’opera di Ibsen.

La menzogna è quasi una risposta ai temi portanti dei drammi del norvegese. L’atteggiamento di Alberto Michelstaedter è quello della società borghese dei padri, che rimane indifferente ed estranea a quel messaggio di libertà e a quell’aspirazione ad una vita autentica.

Non così fu per i figli di quella generazione: Ibsen diviene l’esempio da seguire in opposizione ai padri. Non la "retta via che conduce ad un utile sicuro" ma la strada impervia e scoscesa, il mare aperto e vasto che conduce alla persuasione.

Ebbero padre ed ebbero madre

e fratelli ed amici e parenti

e conobbero i dolci sentimenti

la pietà gli affetti e il pudore

e conobbero le parole

che convien venerare

Itti e Senia i figli del mare

e credettero d’amare. […]

Ma nel fondo dell’occhio nero

pur viveva il lontano dolore

e parlava la voce del mistero

per l’ignoto lontano amore. […]

E la vasta voce del mare

al loro cuore soffocato

lontane suscitava ignote voci,

altra patria altra casa un altro altare

un’altra pace nel lontano mare.

Si sentirono soli ed estrani

nelle tristi dimore dell’uomo

si sentirono più lontani

fra le cose più dolci e care.

E bevendo lo sguardo oscuro

l’uno all’altra dall’occhio nero

videro la fiamma del mistero

per doppia face battere più forte. […]

Altra voce dal profondo

ho sentito risonare

altra luce e più giocondo

ho veduto un altro mare.

Vedo il mar senza confini

senza sponde faticate

vedo l’onde illuminate

che carena non varcò.

Tolstoj [torna su]

Il 18 settembre 1908 viene pubblicato sul Corriere friulano, diretto dalla zia Carolina Luzzatto, un articolo del giovane Michelstaedter su Leone Tolstoj, uno dei pochi scritti di Carlo pubblicati in vita. L’occasione esterna è l’ottantesimo compleanno dello scrittore russo.

"Dalle masse oscure degli umili, oppressi dalla grave macchina di tutte le istituzioni civili dell’impero russo, dalle file dei martiri che danno l’ingegno e la vita per scuoterne la compagine, da ogni città e da ogni borgo dell’impero sterminato sale una parola d’affetto e di commozione a onorare il poeta e l’apostolo del popolo, a onorare Leone Tolstoj".

Per il giovane Michelstaedter, lo scrittore è l’apostolo del popolo: colui che ha avuto il coraggio di squarciare il velo menzognero della società russa, condannando la violenza che essa esercita sulla moltitudine degli umili, l’oppressione grazie alla quale essa si regge. Tale era il Tolstoj noto in Italia nei primissimi anni del Novecento, periodo in cui era conosciuto più per gli scritti politici che per l’opera letteraria rimasta poco nota, priva di valide e accurate traduzioni, fino alla fine del primo conflitto mondiale; il Tolstoj che aveva suscitato, almeno inizialmente, l’entusiasmo del Partito socialista italiano, che avrebbe contribuito alla diffusione dei suoi scritti. Ciò che affascinava Carlo era la volontà intransigente con la quale "il vecchio possente" si era sottratto alla menzogna della società, alla violenza degli uomini fra di loro, all’ingiustizia di tutti contro tutti.

"Tutta la vita di Leone Tolstoj non è che una lenta e faticosa evoluzione dell’uomo assiepato dai principi di classe, circondato da seduzioni e attrattive di ogni genere – all’ "uomo", all’uomo libero nel suo unico amore verso tutta l’umanità, libero nella ferma volontà di non aver bisogno delle fatiche degli altri".

La vita di Tolstoj è il tentativo di emanciparsi dall’ingiustizia e dalla violenza del vivere sociale, che regna nella comunità degli uomini; è il solitario cammino di un uomo verso la redenzione. Per il giovane Michelstaedter, egli è soprattutto l’apostolo di una concezione dell’uomo, di quella concezione dell’uomo contenuta nel Vangelo e incarnata nella figura di Cristo.

"Tolstoj non chiede la lotta ma la devozione; egli deve saper resistere alle seduzioni della società che egli giudica basata sul falso e sulla prepotenza; egli deve uscire e abbandonarne del tutto il sistema di vita".

E’ nella devozione a quella verità, a quell’idea di uomo che il grande scrittore vive la sua vita ed è a partire da essa che egli muove la sua critica alla società russa, alla Chiesa che vive nella dimenticanza di Cristo, al socialismo che pensa di estirpare la violenza cambiando le forme sociali. Non la lotta di classe, ma, come vedremo, la continua tensione di ogni individuo verso quella verità, verso quell’idea di uomo che è Cristo porterà alla fine della violenza e dell’ingiustizia. In Tolstoj il giovane Michelstaedter vedeva quella negazione della società borghese a cui il movimento socialista aveva rinunciato in Italia come nel resto d’Europa; l’apostolo di quella verità di cui la Chiesa avrebbe dovuto farsi portatrice e che invece aveva dimenticato.

"La Chiesa che ha usurpato i simboli e le parole di Cristo a creare una potenza in terra. Il socialismo che mantenendo le forme, il nome, gli schemi delle argomentazioni, tutto il frasario di Marx – ha ridotta la sua negazione della società borghese a un elemento di riforma nella società borghese. Così che in Francia il socialismo è giunto al governo, in Germania ha creato una classe benestante più borghese dei borghesi, in Italia…dell’Italia è meglio tacere".

E’ il Tolstoj religioso a colpire profondamente il giovane Michelstaedter: probabilmente proprio dalla lettura dei suoi scritti era nato nel goriziano l’interesse per il Vangelo e per la figura di Cristo, sicuramente centrale nella tesi di laurea. Così scrive alla famiglia il 27 maggio 1909:

"Io sto al solito, né allegro né triste, e leggo e scrivo quasi tutto il giorno. Leggo fra altro il Vangelo, e ci trovo con gioia la grandezza e la profondità che aspettavo – tanto superiore alle filosofie e alla scienza moderne".

Il falco e le cornacchie  [torna su]

La scomparsa del fratello maggiore alimenta in Carlo quel fuoco acceso dalla morte di Nadia Baraden, fuoco che vive della distruzione di tutte le false certezze e inaugurante una nuova vita.

"Finché egli faccia di sé stesso fiamma e giunga a consistere nell’ultimo presente. In questo egli sarà persuaso – ed avrà nella persuasione la pace".

Difficile è per Carlo riprendere la sua vita di studente, ricominciare a studiare sui libri polverosi.

"Nei momenti che sento un po’ di entusiasmo nel lavoro arido, mi par di lottare per la vita e per il sole contro quella aridità e quell’oscurità della filosofia universitaria, di lottare per il sole e per l’aria, e per i sassi del Valentin, d’essere un falco, che manda via le cornacchie dalla cima del monte".

Infinitamente lontano da ogni cosa è il volo del falco; tutto diventa piccolo e insignificante a tali altezze; dall’alto tutto è più chiaro e nello stesso tempo distante. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Le cornacchie, ad ogni levar d’ala s’abbassano col corpo e non più il corpo leva le ali che le ali non abbassino il corpo, ma il falco nello slancio del suo volo, stabile il corpo, batte equamente le ali, e si leva sicuro verso l’alto. Così l’uomo nella via della persuasione mantiene in ogni punto l’equilibrio della sua persona; egli non si dibatte, non ha incertezze, stanchezze, se non teme mai il dolore ma ne ha preso onestamente la persona".

In questi mesi tra Carlo e l’amico Enrico Mreule nasce un dialogo intenso; i due giovani sembrano accomunati da una profonda affinità d’anima, da una comunione spirituale. Frainteso dai suoi cari, Carlo trova in Enrico un interlocutore attento, forse l’unico in grado di comprenderlo, cui confidare i suoi pensieri più sofferti, per qualcun altro incomprensibili.

"Ma non è paradossale per me dire che ogni giorno io ero verso di te come uno che t’avesse appena scritto, perché in quanto ho vissuto in questo tempo ho vissuto con te e ora mi pare di continuare una conversazione interrotta da poco – il dialogo dell’anima mia è dialogo con se stessa e con te".

All’amico rivela un’esperienza lacerante, vissuta intimamente:

"Volevo dire che ogni sapere dell’uomo è pessimismo, ma ogni affermazione di questo sapere è ottimismo; professione di pessimismo, non come sapere uberhaupt, è una posizione disonesta retorica. Chi è giunto col suo sapere tanto avanti che non gli resta alcuna fede, che è giunto a quello che è il pessimismo in senso proprio, che cosa gli è il suo sapere? che gli vale la sua fede?".

Lungi dall’essere l’adesione passiva ad una dottrina, il pessimismo per Carlo è un’esperienza sconvolgente, è il crollare di quel terreno che prima riteneva saldo, sul quale camminava con noncuranza. Ogni più piccola certezza svanisce, viene meno ogni appiglio; la forza del negativo recide ogni legame rassicurante e lascia il posto al deserto, alla solitudine di chi non ha casa.

E’ un’esperienza vissuta da Carlo con straordinaria intensità che lo ha cambiato radicalmente; un percorso che lo ha allontanato dalla famiglia, dalla sua serena e fiduciosa vita di studente, da quel mondo che riteneva e riconosceva come suo.

L’amico è compagno di sventura, come Carlo non si riconosce in un mondo a cui sente di non appartenere; tanto più stretto il legame fra i due quanto più lontani si sentono da tutto ciò che li circonda, uniti da una profonda affinità, da una straordinaria sintonia del sentire.

"La società di noi due stretta per forza di reazione e di negazione, è vuota ma è duratura nella sua vuotezza tanto quanto è duratura la nullità delle cose. Essa è così fatta che acquista tutto il suo contenuto dalla lontananza, mentre nel presente ognuno di noi due sia ferito dallo scorrere delle cose che disprezza. E quanto più tristi le condizioni tanto più fiorisce quest’amicizia che si nutre di forze negative. Di notte ci conforta il raggio della luna senza vita e senza calore, esso è l’ultimo riflesso del sole della nostra fiducia che è tramontato e non risorge più".

Il loro dialogo è il caldo ed intimo rifugio da un mondo di cui non sono persuasi; di fronte all’infinito vuoto che li circonda i due amici si prendono per mano, condividono la stessa solitudine; tanto più freddo il deserto tanto più calda la loro stretta.

"Nell’oscurità della mia vita di questi giorni, che passa stilla a stilla interminabile, io vivo la mia vita più intima con te".

Così scrive Michelstaedter all’amico. E’ ad Enrico che Carlo rivela tutta l’amara disillusione caduta come un velo sulla sua vita passata; è all’amico che con spietata lucidità parla di un’esistenza priva di autenticità, di verità.

"E’ per il contatto quasi materiale con quella verità che mi dice "tu sei fallito, tutta la tua speranza è tutta a vuoto, qualunque cosa fai o dici è tutto un vano tendere disonesto.

Nemmeno l’amicizia può darti un’illusione". Me lo dico e me lo ripeto. E l’amicizia non mi appartiene. Io ho sentito in me la pulsione bruta senza base e senza forma e ho cercato nel mondo il principio chiarificatore della mia vita considerando ogni mio atto indifferente e provvisorio, lesinando la serietà nella certezza d’una futura vita razionale.

Io non sono andato per la vita con una fede ferma ma con una sicurezza di me e del futuro scettica di tutte le cose presenti. Ho riso di tutto e ho vissuto per sport. Ed ora che ho conosciuto che cosa era la mia sicurezza ed ho preoccupato il futuro, che mi resta se non il riso maligno, e il dolore bruto per la brutalità irriducibile della forza bruta che mi tiene in vita? Peggiore questo dolore che tutto il dolore che ho provato quando vedevo per la prima volta…

Solo una reazione mi resta ora: d’andarmene, di distruggere questo corpo che vuol vivere".

In Carlo vi è la consapevolezza ferma dell’illusorietà della vita passata, vede ogni azione di allora come segnata dalla menzogna di un vivere inautentico. Tale consapevolezza però non libera il presente per la vita autentica; quella forza bruta, nonostante i suoi sforzi, è ancora viva in ogni suo atto, guida la sua esistenza contro ogni suo proposito; Carlo rimane prigioniero di essa e nel momento in cui pensa di essersene liberato, improvvisamente si accorge di averle ancora una volta obbedito.

"E l’amicizia non mi appartiene": Egli teme che a dialogare con l’amico non sia la voce di chi ha raggiunto il possesso di sé, ma ancora la voce della sua insufficienza che mendica dall’altro ciò che non ha. L’impossibilità di una vita autentica che sappia tradursi in un’autentica comunicazione e comunione con l’altro lo porta a pensare ad una definitiva risoluzione: "Solo una reazione mi resta ora: d’andarmene, di distruggere questo corpo che vuol vivere". Ma è solo un attimo di scoramento; Carlo sa bene come colui che si dà la morte non si sottrae al bisogno, anzi lo afferma, afferma la propria mancanza, la propria insufficienza.

La consapevolezza della propria condizione, serve a Carlo solamente a misurare tutta la sua impotenza. La volontà di vivere lo abbandona in balia delle circostanze, gli nega quella fermezza propria dell’uomo sufficiente anche di fronte alle più temibili difficoltà.

"Tu invece sei sempre lo stesso; e se ora vivi meno, pure vivi sempre allo stesso modo.

E il realizzare questa nostra differenza mi mette in contatto immediato colla triste storia della mia vita e della vita".

Carlo riconosce all’amico la fermezza che egli non possiede, quella ferma costanza di atteggiamento di fronte al mondo di cui egli ancora è mancante.

Quasi a conferma di ciò, il 28 Novembre del 1909 Enrico Mreule s’imbarca per l’America del Sud, senza avvisare nessuno, neanche la famiglia, se non i due amici e compagni di viaggio più cari, Carlo e Nino Paternolli, che lo accompagnano a Trieste.

Da quel momento l’amico Mreule diviene per il giovane Michelstaedter una figura esemplare, diviene l’uomo persuaso. Partendo l’amico ha preso una decisione definitiva, ha deciso della sua vita; ha abbandonato la famiglia, Gorizia, gli amici, anche i più cari ed intimi, è partito sapendo di poter fare affidamento solo su se stesso: ha lasciato tutto perché da nulla era dipendente.

"Già lo hai sperimentato in queste settimane – già noi, che senza saperlo siamo stati attratti invincibilmente a te nella vita grigia della nostra adolescenza, fra la volgarità dei più, abbiamo conosciuto che cosa sia una coscienza sicura e dignitosa, e nella decisione che hai preso e nel modo che l’hai messa in atto, e nel modo come gli uomini e le cose del mondo si sono determinate a tuo riguardo appena tu hai compiuto il primo atto nella vita".

L’atto dell’amico, la sua improvvisa ed inaspettata partenza, che sarebbe risultata inspiegabile a tutti, incomprensibile alla sua stessa famiglia, è invece per gli amici di sempre, Carlo e Nino, che hanno condiviso con lui quell’appartato dialogo nella soffitta con le autorevoli voci di un passato mai così presente, la risoluzione del giusto.

Il gesto dell’amico, più che mille parole, ha aperto una via, ha significato la possibilità di una vita veramente illuminata dalla verità. Così scrive all’amico:

"Col tuo atto e con questo fatto già in parte avvenuto, quasi con argomenti concreti sopportando solo la mole degli argomenti teorici, coi quali tu nelle nostre conversazioni ci aprivi la via alla giusta valutazione delle cose, hai compiuto per noi l’unico beneficio che si possa fare da un amico agli amici".

Così Carlo scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Perciò nella sua presenza, nei suoi atti, nelle sue parole si rivela, si "enuclea", si fa vicina, concreta una vita che trascende la miopia degli uomini. Perciò ogni sua parola è luminosa perché, con profondità di nessi l’una alle altre legandosi, crea la presenza di ciò che è lontano. Egli può dar le cose lontane nelle apparenze vicine così, che anche quello che di queste soltanto vive, vi senta un senso ch’egli ignorava, e muovere il cuore d’ognuno".

L’immagine di Enrico rimane viva nel ricordo di Carlo quasi a spronarlo sulla via della persuasione.

"Ti vedo sempre così come t’ho visto l’ultima volta a Trieste, determinato in tutte le tue possibilità, vivo così che nessuna cosa della vita, mi sembra, possa trovarti insufficiente, ma che anzi tutta attraverso tutti pericoli debba volgersi a te spontaneamente. Perché tu non chiedi niente. E come non t’accorgi del tempo perché nell’atto in ogni attimo sei intero, così in ogni tua parola si ha l’immagine concreta della tua vita".

L’amico ha realizzato quella vita vasta e libera verso cui Carlo tende con tutte le sue forze: egli ha avuto il coraggio dell’impossibile. L’atto di Enrico è l’esempio da seguire, il punto luminoso verso cui volgere lo sguardo nella più fitta oscurità. Scriverà ne La persuasione e la rettorica:

"Come nella sua attività intensa egli sarà vicino a saziar il proprio dolore, così a loro metterà vicina una vita, per la quale essi vedranno sciogliersi la trama di ciò che li preme, di ciò che via via li distrae; si troveranno a esser stabili senza la paura dell’instabilità, si vedranno ad un tratto strappate le pareti della piccola stanza della loro miseria, e il loro piccolo lume impallidire, nel punto che fuori l’oscurità non più sarà a premerli col suo terrore, ma egli sarà apparso loro come l’aurora d’un nuovo giorno".

E’ all’amico Mreule che Carlo pensa quando scrive al cugino Emilio, il giovane che ha tanto a cuore e che con parole luminose cerca di indirizzare verso il vivere persuaso, verso la vita autentica.

"Non è triste o pauroso navigare ma lieto e sicuro a chi non teme per la propria sicurezza, - il porto non è dove gli uomini fanno i porti a riparo della loro trepida vita; il porto per chi vuole seriamente la vita è la furia del mare perché egli possa regger diritto e sicuro la nave verso la meta. Tu pure ora incomincerai a navigare ed io so che non ti guarderai attorno preoccupato per un porto calmo, che non vorrai l’inerte e ottusa vita, che è data a chi ama piegarsi, preferire alla libera vita del mare dove ognuno s’apre da sé la via ed è in porto sicuro là dove gli altri periscono".

Nadia, o della persuasione [torna su]

Attraverso questo percorso travagliato, che è l’incessante ritornare della memoria all’amica Nadia, il frangersi ininterrotto del pensiero su quella morte, per coglierne il senso; attraverso l’esempio luminoso dell’amico Enrico Mreule, l’uomo libero e giusto, capace di sottrarsi alla vita sempre uguale e illusoria di chi è dipendente dalle cose e dalle persone e di decidersi per la vita libera e vasta del mare aperto, la riflessione di Carlo giunge al suo approdo ultimo.

La figura di Nadia Baraden, da cui era partita la riflessione del giovane Michelstaedter, compare all’epilogo del suo cammino in uno scritto della fine del 1909. E’ il senso di colpa a prendere lucidamente forma nel Dialogo fra Carlo e Nadia; l’ottuso e sottile dolore che spesso lo aveva turbato al ricordo dell’amica diviene consapevolezza.

Il dialogo è la resa dei conti con quella morte che, con la sua repentinità, gli aveva rivelato la sua estraneità al destino e alla vita di Nadia; è lo sguardo lucido e spietato sulla vita passata, priva di autenticità, vissuta all’insegna della retorica, divenuta estranea nell’anno della piena maturazione.

Nadia – Io so che tu mi tradisci

Carlo – Come?

Nadia – Lo sai.

Carlo – Non lo so.

Nadia – Ma lo fai.

Carlo – Come?

Nadia – In ciò che fai e non sai ciò che fai.

Carlo ha tradito l’amica Nadia: dopo la sua morte ha continuato a vivere come sempre, ha continuato a voler continuare, di lei incurante, perso nei mille piccoli scopi della sua volontà entusiasta e mai paga. Ha tradito l’amica perché ha cercato in altri, ciò che nessuno poteva dargli: il possesso di sé.

Carlo – Nadia io t’amo ancora.

Nadia – Taci! Soltanto colui che è può amare chi non c’è più e non lo può più amare.

Carlo – Ma tu non m’hai amato mai.

Nadia – T’avrei amato se tu fossi stato tale da amare senza chieder d’esser amato.

L’amore per Nadia era illusorio, era solo per continuare, per affermare quel se stesso che sempre gli sfugge nel futuro. Egli chiedeva all’amica la sua persona che non sapeva, chiedeva che ella colmasse il vuoto di sé.

Carlo – Oh io saprei ben amare chi m’amasse – tanto ne ho bisogno!

Nadia – Povero Carlo! Non lo saprai mai, poiché nessuno può am