Quasi una spy story
(Kennedy-Kruscev-Papa Giovanni-De Luca-Togliatti) - Bailamme n° 28
spigolando dal "Quaderno dei fatti e delle idee" di Romana Guarnieri


cap. IIIII  - IV  - V  - VI  - postscriptum  - note


"Inquietum cor nostrum...".
s. Agostino, Confessioni

Amai la verità che giace al fondo,
     Quasi un sogno obliato, che il dolore
Ricopre amica. Con paura il cuore
     Le si accosta, che più non l'abbandona.
                    Umberto Saba

Misericordia, Signore. Mio Dio, pietà: jam advesperascit. Caino e Abele - Homo homini lupus - Guerra e pace... Una storia tremenda. Lunga lunga, a non finire. Forse come la storia di noi uomini: tutti, come collettività. Quasi un destino. O una pena per una qualche colpa misteriosa, redenta nei singoli, ma non nell'umanità come tale. Una storia di barbarie che avanza ineluttabile. E con un solo sbocco: l'apocalisse. Quella biblica.
 Che non è uno zucchero, e sò che vi ci stiamo addentrando, un passo dopo l'altro.

Vieppiù.

Senza scampo.

Dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) qualcuno tra noi si era illuso che... Macché. Fatti terrificanti si sono susseguiti senza tregua. Fatti, di cui portiamo ancora l'angoscia, forse, la pena: l'Algeria, Sarajevo, il Kossovo...

E ora? Altri fatti, più che mai fuor d'ogni ragionevole controllo, imprevedibili. Per non dire incomprensibili nel loro delirio di lesa potenza, in un'era - la nostra -, contrassegnata da Internet che tutto (tempo e spazio) rende presente, a portata di mano (e di portafoglio) ancorché‚ impalpabile, sfuggente, nonché‚ da una globalizzazione inarrestabile, non solo - nel male come nel bene - dell'economia, ma anche delle culture e religioni: più vicine, conosciute, in via di omologazione (la New-Age) e tuttavia portate a chiudersi in se stesse. Spaurite. Lontane. A volte ostili. Novità difficili da capire e, comunque, irreversibili.

Fatti, dicevo, impensabili il giorno prima. Scatenati d'improvviso peggio d'un terremoto. Terrificanti dal primo loro accadere, a partire dal drammatico 11 settembre 2001 (io vi fui coinvolta per via mediatica dal primissimo inizio del loro apparire sullo schermo della TV pigramente accesa, in quella tranquilla ora pomeridiana). Ed ecco intere popolazioni (o converrà… parlare di "etnie"?) strette nell'ansia per ciò che potrà da un momento all'altro piombare sulle loro, anzi nostre teste. E dicendo "nostre" penso all'umanità intera e tremo.

Son testimone attenta di quasi un secolo di storia. Nata nel '13 ricordo ancora, bimba di pochi anni, i discorsi in famiglia sulla "guerra dei boeri" e sul tanto sangue d'Africa, versato sadicamente allora e riscattato oggi almeno in parte da tre grandi della politica internazionale: Dag Hammarskjolt, Nelson Mandela, Cofi Annan. Non per nulla mia patria in prima istanza è l'Olanda, nel bene come nel male nazione colonialista di antica data - e a certi sensi di colpa collettiva, a certe solidarietà storiche non si sfugge: li ho nel sangue. Così che i disastri odierni mi ricordano, mai dimenticati del tutto, altri disastri, massacri, orrori, vissuti da me, bambina ignara, innocente, via via coinvolta in prima persona in vicende più grandi di lei. A partire dalle trincee "gloriose" (ahimè‚ con i primi gas e alla fine 50 milioni di morti), per onorar le quali mio padre (1883-1955) - romantico intellettuale italiano, giramondo alla maniera d'un Foscolo, tra Londra, Hannover e S.Pietroburgo arenatosi a far famiglia in Olanda - un tempo fervido interventista, legato a Marinetti, Soffici, Papini, Prezzolini prima maniera (il "Leonardo") e a "quelli della Voce", poi, ma, a guerra conchiusa, amico di Rebora e di padre Gemelli, convertito a idee socialiste, pacifiste - si arruolò nel '15. Lasciava mia madre, con due piccini (il secondo di pochi mesi): soli a L'Aja tra fame e freddo (il famigerato blocco navale che coinvolse in pieno l'Olanda, neutrale) a far l'affittacamere e industriarsi in mille modi, senza mestiere e senza una lira in tasca.

Si sa: da cosa nasce cosa. A papà, ritornato in famiglia (dic. 1918), tra pianti, rinfacci e liti furibonde, a rischio di coltello, toccò subire il divorzio. Rivendicato - e da tempo introdotto nella "progressista" Olanda, ma non riconosciuto nella "bacchettona" Italia! - dalle "libere pensatrici" olandesi, discepole convinte di Anny Besant e della Blavatski. Tra esse, anche la mia nonna materna, "aristocratica" ancien regime, scappata di casa e felicemente sposata (ancorché‚ diseredata) con il proprio (immancabile) "maestro di pianoforte", figlio, lui, di un tipografo appassionato di musica e, "democraticamente", fiero delle proprie "radici popolane", nonché‚ mia zia, a sua volta scappata da casa, sposata a un giornalista intraprendente, andato nel '19, reporter con la Croce Rossa, nella Russia devastata dall'"ottobre rosso" del '18 e di lì a qualche anno anche lei, divorziata. Insomma, una bella storia tra vecchio "fin de siécle" e "nuovo che avanza"!

Di lì a due buoni anni, testimone atterrita, scoprii le città belghe, sconvolte e scoperchiate dalle "grosse Berte" germaniche in quel medesimo '14-'18, e da me intraviste con sgomento nel marzo del '22 dal finestrino d'un treno sbuffante in via per una Roma in preda agli scioperi socialisti e alle purghe all'olio di ricino da parte degli squadristi di Mussolini, del cui ingresso in Roma della parte di via Settembre son stata testimone oculare: avviata ormai, ragazzina di otto nove anni, al mio nuovo destino, definitivo questo, di "trapiantata" come tanti in quel doloroso primo ventennio del secolo passato, ferita a lungo dallo strappo dolorosissimo dalle mie radici, che, da allora e per sempre fece di me una "senza patria", o, se preferite, una cittadina di un’Europa avanti lettera, erede di due culture difficili da conciliare, forse impossibili da fondere, ossia confondere.

Passarono una dozzina d'anni di calma fittizia, segnata da rivoluzioni drammatiche, atroci. Russia, Italia, Germania. Passò la guerra di Spagna e quella d'Etiopia, che videro partir "volontari" (e alcuni morire) miei cari compagni d'università…

Ed ecco Danzica e la Polonia, con me (borsista a Gotemburgo, con in tasca - gratuito, in quanto iscritta giovanissima nell'albo dei giornalisti - un meraviglioso biglietto di ritorno che, oltrepassato il circolo artico, passando per la Finlandia e i paesi baltici, mi avrebbe riaccompagnata in Italia, arricchita di nuove esperienze, ma ahimè‚ non potuto utilizzare, perché‚ rimpatriata a rompicollo, per direttissima dalla pacifica Svezia e bloccata per ore, il 22 d'agosto, in piena notte, alla stazione di Monaco in Baviera, ad ascoltare, col cuore stretto dall'angoscia, il rotolare cupo delle prime tradotte tedesche verso il confine orientale...

E fu guerra daccapo. Quella nuova, di movimento. Dapprima lontana, poi vieppiù vicina. Per me - per il momento al sicuro a Roma, ma col cuore vicino ai nonni -, significò l'invasione a tradimento dell'Olanda neutrale, con le tanks veloci e travolgenti che, aggirando trincee antidiluviane, conquistarono Parigi in un batter d'occhio, inducendo l'Italia fascista, fanfarona e illusa, in una guerra non sentita‚ compresa dai più (inclusi i miei, vagamente anglofili).

E furono i primi missili su Coventry e su Londra, con noi, a Roma - "to-to-to-too. Qui Radio-Londra. Vi parla il colonnello..." (giusto, come si chiamava quell'annunciatore, un tempo famoso?) - con noi attaccati alla cuffia - lui da una parte, io dall'altra - della radiolina a galena, costruita in gran segreto da mio fratello, ingegnere in erba, appassionato delle nuove tecniche della comunicazione (la TV era di là da venire: primo gennaio del 1954!). E i cieli d'Europa nottetempo si riempirono del rombo sinistro delle squadriglie di bombardieri. A volte lo risento come fosse ieri, in quelle notti di febbraio del 1941, mentre ero in Olanda per l'ottantesimo del nonno: inglesi? tedeschi? Londra, Coventry, Rotterdam, Dresda, Varsavia... Città martiri, con Pietroburgo e Stalingrado, e pi— tardi, da noi, in formato ridotto, ma non meno doloroso, Montecassino, Fòssoli, Marzabotto, Sant'Anna di Stazzema... Fino all'orrore totale: Hiroshima, Nagasaki... E per tacer della scoperta (nell'autunno-inverno del '44, con gli "alleati" ormai per casa), attraverso la proiezione di un povero ma sinistro, indimenticabile documentario-shock americano - girato in Germania e mostrato, fresco fresco, nella Roma da poco liberata, a pochi privilegiati (fra cui la sottoscritta), nell'aula magna del Collegio di Propaganda Fide sul Gianicolo - dei carri stracolmi di cadaveri ebrei ammonticchiati, nudi, scomposti, verso non so dove, scoperti nella Germania appena occupata dalle truppe alleate, e da una sapiente regia visivamente legati agli altissimi comignoli fumiganti di Buchenwald (o Dachau o Auschwitz?), ad attestarci l'orribile verità di quanto i giornali venivano raccontando e noi stentavamo a credere: la Shoah...

Tutto io ricordo, più o meno confusamente: la Cina, il Vietnam e la Corea, la Palestina, Suez e contorni (Sudan e Nigeria, Libano e Golan, il Golfo, l'Irak e il Kuwait..., fino al Sudan, l'Algeria, e infine Sarajevo con la Bosnia, il Kossovo... Tutte le ho vissute: guerre sante, crociate. Deliri, ciascuno a suo modo nuovo, rispetto ai precedenti, ma tutti a un sol modo grondanti sangue di innocenti, in un susseguirsi infinito di orrori e terrori e infamie, vieppiù trasversali.

II [torna su]

E oggi, con le nuove guerre che non son guerre? "Asimmetriche", dicono. (Già, ma che vorrà poi dire?).

Di uno di questi terrori, onde continua a nutrirsi il nostro viver quotidiano, io serbo memoria particolare. Una storia misteriosa, rimasta a tutt'oggi "coperta" da un segreto inviolabile, incredibile, "virtuale" antelitteram. Una storia sapientemente "mediatica" già allora, in quanto giocata tutta su una raffinatissima manipolazione dell'opinione pubblica, mediante la suggestione martellante a livello mondiale di un disastro "possibile". Anzi "probabile". Ma che dico, "sicuro!".

Un terrore, provocato - e paventato - in un mondo impazzito, credulo perché‚ ignaro dei retroscena raffinatissimi di una diplomazia parallela sui generis. Segretissima. Tutta da inventare, allora, e riscoprire oggi: operante a latere e di fatto ignorata non solo da qualsivoglia struttura, come dire? ufficiale, ma - sembra - persino dai cosiddetti "servizi speciali", che bene o male sapevamo esistere. Insomma, una pericolosissima quanto ardita congiura/escalation, che per un pelo (o miracolo, chi preferisse) non si tradusse in tragica realtà: e questo, per virtù umana non comune, nonché‚ saggezza, ardire, lungimiranza e capacità politica di tre grandi protagonisti del tempo, esattamente nel '61-'62, quarant'anni anni fa, agli albori incerti della cosiddetta "Ostpolitik" vaticana. Molti, per chi si è trovato a viverli e ancora ricorda; poco o nulla, per i giovani di oggi, privi di memoria, come si dice "storica" (beati loro!).

Disastro "virtuale", ripeto. Da me ripensato oggi, in termini moderni, ma in realtà drammaticamente vissuto nelle menti di allora, prede indifese, più di oggi - siamo o non siamo democratici, informatissimi (???) padroni responsabili del nostro destino singolo e insieme collettivo? o anche questa sarà per caso una bufala: risibile illusione? - prede, dicevo, indifese della stampa e della radio (la TV giovinetta non possedeva il suo odierno, spudorato, mistificatorio, e dunque pericolosissimo potere di persuasione subliminale). Vicenda, comunque, agghiacciante più che un moderno film del terrore, gestita con raffinata regia dalle due - anzi tre - superstar del tempo, e sofferto non per finta dal mondo intero come lo spettro di una inevitabile guerra, atomica ovviamente, tra "Est" e "Ovest".

(Già. Il mondo si divideva così, allora, con sottinteso riferimento alla rispettiva potenza russo-americana. Poi - appena ieri -, tra "global" e "no-global", s'è parlato di Nord e Sud. E quelli della FAO si preoccupavano dell'Aids che uccide, oggi, l'Africa non meno della lebbra, della tubercolosi o della malaria, mali antichi; nonché‚ della fame nel mondo, con quanto di infame vi si accompagna: turismo incontrollabile - 700.000.000 l'anno! -, legato non di rado a uno schiavismo arrogante (sessoperverso, droga, lavoro infantile), poco avvertito ancorché‚ diffuso per ogni dove. Anche tra noi, gente così detta civile, persino cristiana. Comunque, difficile da snidare e combattere. E ancora: farmaci dai prezzi impraticabili, imposti da multinazionali assassine; bambini "comprati" all'est pronti a fornire "organi da trapianto" per ricchi malati nell'occidente che se li può pagare; prostituzione infantile, su cui, tra i "poveri della terra" campano famiglie intere e pretesto a un abominevole "turismo sessuale" praticato dai cari maschi dei nostri così detti "paesi civili", ossia "benestanti" e "benpensanti", a favore di quelli poverissimi che Dio solo sa cosa pensano e sperimentano, pur di sopravvivere.

E - torno a domandarmi - oggi? Con un terrorismo trasversale, della porta accanto, che come le "pestilenze" d'un tempo, non conosce confini, è dappertutto e in nessun luogo? e questo, mentre ci affanniamo a "fare" l'Europa: su basi per ora soprattutto mercantili, conseguenza di dottrine economiche atee, neoliberiste, reificanti, persuase dell'identità, tutta da dimostrare, tra felicità e consumismo, e vieppiù dimentiche della (ingenuamente? forse; generosamente, certo) sognata, fraterna "giustizia" distributiva, con relativo "bene comune" che ha scaldato tanti cuori, puri, onesti, nel secolo appena chiuso? Che tristezza, oggi che - irreparabilmente smarrite le tranquille sicurezze di un tempo che fu: sogno? illusione? - si torna a parlare di razze, etnie, culture crudeli, diversissime dalle nostre, religioni feroci o strampalate, con toni e passioni da far paura, quasi che il grande, tremendo secolo appena chiuso non ci abbia insegnato nulla in proposito. E dire che il problema ancor prima di esser economico o sociale o politico - e lo è - è morale, e dunque spirituale, religioso. Come la mettiamo? Abbandonato il Cielo per un ambiguo Regno terrestre, tra scienza e ragione, e ora anche economia, ci sarà ancora lecito esser poveri? Semplici poveri.

Volontariamente poveri.

Fraternamente poveri.

Deliberatamente poveri.

Poveri dentro: di saperi, di onori e di poteri. Persino di affetti, nella dilagante solitudine universale. Volontariamente poveri. Eremiti tra le folle. Testimoni lucidi di un messaggio intramontabile, eppure vieppiù oscurato, travisato; un messaggio di espropriazione totale, quasi irraggiungibile, legato a una croce e un povero crocifisso innocente di duemila anni fa. Messaggio a prima vista disumano a prima vista, inattuabile forse nella pratica del vivere quotidiano, lontani ormai dalle mura, poco fa ancora rassicuranti (davvero?) dei frati di Assisi o dalle dimore silenziose, per ora ( ma per quanto ancora?), senza santuari reclamizzati e senza estatiche folle adoranti, dei " piccolo fratelli del grande "fratel Charles" morto solo soletto, assassinato da un Tuareg a Tamanrasset in pieno deserto magrebino...

Basta, Romana. A cuccia, sognatrice inguaribile. Torniamo al dunque, quarant'anni addietro.

Una guerra, dicevo, che, scatenata, non ci sarebbe stato scampo. Ripeto: siamo nel '61. Nessuna salvezza, ormai, dal dragone dell'Apocalisse, capitolo venti: atomico allora, chimico/batterico oggi, anno 2002.

Sappiamo come andò quella volta. O almeno crediamo di saperlo: da un lato la "destalinizzazione" avviata da Kruscev al XX congresso del Pcus (1956), dall'altro la retorica di Camp David (sett. 1960). E, poco dopo, l'elezione di John F. Kennedy (8.11.'60- insediato il 5.1.'61)): sfociata, a un anno o poco meno, nello scacco americano nella Baia dei Porci (apr. 1961), con quel che ne seguì: mesi e mesi di spaventi senza fine, sino alla drammatica ritirata, invocata e benedetta dal papa, delle navi e dei missili russi da Cuba (ott.-dic. 1962), con il corrispettivo abbandono delle dirimpettaie basi missilistiche americane, seguito finalmente da una moratoria nucleare, oggi rimessa un'ennesima volta in discussione nel "lontano" (??) oriente.

Ma, scherzi a parte, sappiamo davvero tutto? E saperlo - oggi - può insegnarci ancora qualche cosa, quando, crollata definitivamente l'Urss e la sua "politica del terrore", a molti il nuovissimo terrorismo, anch'esso "globale", sembra l'unica difesa praticabile di fronte all'arrogante superpotere americano, per non dire occidentale?

Spesso ripenso ai molti misteri di quegli anni lontani lontani, eppur vicinissimi nel ricordo di chi, come me, nel gran buio che ci opprimeva (allora come ora) ha cercato di viverli almeno a cuore e occhi aperti, sempre sperando nella costruzione di un’Europa dall'Atlantico agli Urali: un'Europa, anzitutto spirituale, aperta all'ospitalità fraterna, all'amore del nemico, all'accoglienza dell'estraneo, degna della sua grandissima tradizione. Sì, spesso. E mi domando quanti siam oggi a serbarne memoria (pochini), e quanti ne resteranno da qui a qualche anno, quando, con tanti, anch'io sarò passata nel mondo dei più: pochissimi!

Mah. Malinconie.

Meglio, a ridarmi fiducia nell'uomo e nelle sue reali, misteriose capacità e risorse positive, rievocare - per quel tanto che mi compete -, l'episodio di innegabile importanza, in una vicenda non secondaria, rimasta sconosciuta ai più, di cui, per interposta persona e nessun mio merito, son stata, appunto in quel lon-tano 1961-'62, testimone più o meno consapevole e intelligente. Sollecitata dagli amici di Bailamme, mi risolvo a renderne conto con un ennesimo "Ricordando" ("fragmenta colligite": è il mio oscuro mestiere di spazzina del passato), rompendo quarant'anni di silenzio, sigillato a suo tempo da una sacra promessa e custodito fedelmente nella mia ormai stanca memoria di storica quasi novantenne.

III [torna su]

A impegnarmi fu un protagonista minore (o meglio "segreto" per sua forte volontà, legata a una grande e nobile tradizione). Sì, minore, certo, ma tuttavia non trascurabile nell'intrico di personaggi e fatti drammatici di allora. Tant'è vero che a quarant'anni dalla morte di lui si continua a parlarne, indagare e scoprire, discutere, scrivere, ricordare con sempre vivo interesse: don Giuseppe De Luca. Amico a me carissimo, il quale pochi mesi prima di lasciarci (19 marzo 1962), sapendosi per segni gravi (e dolorosissimi) in pericolo di morte, mi affidò, consapevole, solenne, il compito di render conto ai posteri di quel che tocca la di lui memoria: "Tu sarai la mia storica". Per il poco che ho saputo - e potuto! -, ho cercato di rispondere al meglio al grave impegno, e continuo oggi, poveramente, per il pochissimo che ancora mi è dato fare.

Un episodio minore. Anzi minimo, nell'ottica tragica della vicenda in cui oggi ci troviamo ancora una volta a vivere. Non più che una piccola messa a fuoco nel groviglio di fatti, non tutti ancora chiariti una volta per sempre, legati a operazioni segretissime della diplomazia vaticana - e insieme russo-americana - di quegli anni, quando, mentre tutto era da ricostruire, ci si valeva di una sorta di "diplomazia parallela" (Geheimdiplomatie) che per il momento funzionava come poteva, à la bonne de Dieu. Eppure, tassello indispensabile in una storia complessa, ancor oggi, dopo studi senza fine, conosciuta solo in parte, in attesa che i tanti archivi - compresi quelli vaticani, custodi di molti documenti segreti, tuttora sigillati secondo un'austera tradizione, peraltro sempre meno osservata in questi nostri anni nevrotici, dai tempi brevi, accelerati - aprano, tra mille scrupoli, allo studio laborioso e un poco schifiltoso, per non dir supercilioso, comunque elitario, degli eruditi, i loro preziosi faldoni. Nel frattempo siamo in molti a tentar di ricostruirla con amoroso impegno: a poco a poco, come si può, per frammenti, rifuggendo dalle geniali sintesi che durano quel che dura la fa-mosa rosa di Ronsard: l'espace d'un matin. Pezzi di un puzzle difficile da ricomporre, perduti forse per sempre un buon numero di suoi componenti. Ma noi umili artigiani sappiamo come a volte un dettaglio da nulla può illuminare un quadro, altrimenti indecifrabile.

Don Giuseppe De Luca, dunque. Mia guida, anzi "direttore spirituale" e maestro di vita, oltre che amico non dimenticato né‚ surrogato. Uomo ricco ma difficile, umbratile: dolce e aspro, complesso e conturbante la sua parte, ancora da scoprire in tutta la sua grandezza di pastore d'anime e di consigliere di figure storiche di primo piano in Italia, come da più parti si è cominciato a vedere ormai. Di sicuro rilievo nella storia della Chiesa, nonché‚ della cosiddetta "cultura" umanistica dei nostri anni, ma sopratutto in quella della santità in senso lato, diffusa tra gli "uomini di buona volontà" e non necessariamente legata a miracoli clamorosi. Pietà, avrebbe detto lui, ossia amor di Dio per gli uomini e, insieme, degli uomini per Dio. Amore tangibile, attivo nella storia, persino nella politica; amore visibile, ma non sempre, anzi a volte nascosto dove meno te lo aspetti. Senza dire della sua presenza nelle vicende della politica alta, per quel che tocca gli anni centrali ('40-'62) del secolo passato.

Fu lui l'autore di un altro mandato solenne, ingiuntomi pure questo in uno degli ultimi mesi della sua vita travagliata, troncata proprio quando egli si accingeva a raccogliere i frutti di un'attività insonne, appassionata (addirittura frenetica, per quel che ne ricordo io), in vista ormai della creazione di una singolare istituzione, dalla natura bifronte, ecclesiastica e laicale insieme. Manca ancora una storia, adeguata alla nostra presa di coscienza odierna, di certi problemi, additati profeticamente da De Luca oltre mezzo secolo fa; specie del suo tentativo di porvi riparo almeno in parte, mediante la vagheggiata scuola Giovanni XXIII a Santa Maria della Pace, o, brevemente "La Pace", sostenuto per un verso dall'adesione forte e convinta del papa Giovanni e di alcuni suoi collaboratori, e, dall'altra, confortato dall'aiuto di un certo numero di amici, fra cui - tra economia e politica - Vittore Branca, Vittorino Veronesi, Vittorio Cini, Emilio Colombo, Massimiliano Majnoni, Raffaele Mattioli. Per tacere degli studiosi federati nell'"Associazione amici di don Giuseppe De Luca" (tuttora operante), affiancati - sul piano della realizzazione pratica - dalla limpida collaborazione di Maria Bordoni(1), con le sue "signorine", nonché‚ dall'esperienza mia e della sorella Nuccia (collaudata da vent'anni di studio e di lavoro editoriale, fianco a fianco col Nostro), ma soprattutto forte della simpatia calda di taluni dei massimi eruditi e uomini di cultura del tempo, italiani e stranieri, da sempre tacitamente federati per antica tradizione in una sorta di "superpatria", a livello mondiale, tornata a nuova vita - quasi una "Internazionale" sui generis, nata a sfidare la barbarie di anni di guerra e di disgregazione universale - intorno a De Luca e alla sua appassionata attività di editore nel mondo severo della ricerca erudita e dell'alta cultura che non conosce confini.
Con loro, legati all'impresa in qualità di autori/collaboratori/consulenti/complici, l'iniziativa - qualora giunta alla sua logica conclusione istituzionale - avrebbe fra l'altro, io penso, anticipato di alcuni decenni e probabilmente avviato già allora a soluzione alcuni dei gravissimi problemi della cultura cattolica contemporanea nel suo rapporto con quella atea, incombenti da tempo sul difficile dialogo tra Chiesa e mondo secolarizzato.

Ma veniamo ai fatti.

Una domenica mattina come tante. Ci ritrovammo al solito nel "nostro" ufficio delle "Edizioni", all'ultimo piano del Palazzo Lancellotti "ai Coronari", per l'abituale messa a fuoco domenicale della situazione del momento: economica, familiare, del lavoro, degli incontri, delle letture e dello studio. Studio suo, ma anche mio, impigliata come ero in una vasta ricerca sul quietismo medievale, specie femminile, sino alla sua crisi secentesca, a introduzione della correlata prima edizione del Miroir des ames simples (ovvero Specchio delle anime semplici) di Margherita Porete(2) (introduzione, detto per inciso, nella quale figurano non poche pagine dettatemi di sana pianta direttamente da don Giuseppe, notorio gostwriter di tanti, potenti politici o semplici untorelli come la sottoscritta). Va da sé‚ che, last but not least, nel contempo una certa attenzione di lui, prete, era data anche alla mia coscienza (intendi confessione settimanale).

Una domenica tra la fine di giugno e la prima metà di luglio del '61, in qualche modo legata all' uscita presso le nostre "Edizioni" del Baronio del giovane Roncalli(3), licenziato per la stampa da don Giuseppe la sera di domenica 25 giugno, a stare a una noticina dell'inedito "Quaderno delle letture e dei fatti"(4), sul quale baso in prima istanza la ricostruzione che segue.

Alla pubblicazione di questo mirabile studio giovanile del Papa (fortissimamente voluta, e poi curata e dotata proprio da lui, don Giuseppe, di una prefazione che, a giudizio di molti, è a sua volta un piccolo gioiello), è pieno di richiami il detto "Quaderno" - ultimo di una serie di diari inediti, e ormai famoso, degno di molta attenzione, se non addirittura di un' edizione critica -, relativo al 14 giugno '61-12 marzo '62 e ultimo di una serie di diari inediti. Degno di molta attenzione ( se non di una edizione critica, completa), di esso mi avvarrò , del quale mi avvalgo ripetutamente per questa mia ricostruzione. Puntiglioso zibaldone, di leopardiana ascendenza, direi, e agostiniana memoria, ordinato per mesi, giorni e ore, a fermare di getto sulla carta - annotate via via che dal febbrile multiloquio interiore zampillavano a fiotti, come da un rubinetto rotto - idee fuggitive e pensieri a rischio di perdersi nel tumulto dei giorni e delle ore, frammisti a esami di coscienza e propositi più o meno fermi. Ed ecco progetti e sogni. Ecco notizie d'incontri/scontri, a volte amari, violenti, o pettegolezzi colti al volo e commentati alla maniera sua, di lui, il tremendo, il malédico don Giuseppe De Luca, mai stato un dolce di sale(5). Ecco impressioni, o giudizi acuti, perforanti anche se non sempre sereni. Ecco sfoghi tormentati, persino rabbiosi - significativi di un momento di malumore e magari contraddetti due giorni dopo - su persone viste o da vedere, alcune giudicate che Dio salvi (di tra l'Aretino e il Berni in edizione integrale, tanto per intenderci).

E ancora, notizie su articoli, scritti (o solo vagheggiati) per giornali e riviste varie, talvolta per conto (e firma) d'altri(6), consegnati o da consegnare, specie a L'osservatore romano per la recentissima (9 lu.'61) rubrica settimanale "Bailamme" (tra i quali almeno tre concordati con il papa, comunque quasi tutti, a suo dire, letti con piacere o addirittura profitto). E libri, libri... Tanti! Comprati o da comprare, da leggere, letti, prestati o regalati (con dediche memorabili, da raccogliere e pubblicare!), a volte accompagnati da brevissimi, incisivi giudizi o da personalissime chiavi di lettura, che poi ritroveremo negli articoli di quegli ultimi, intensi mesi di vita (e di cui converrà tener conto nell'Edizione Nazionale degli scritti del Nostro, ormai avviata). E ancora, telefonate fatte o da fare, cose dette o da dire, conti pagati o da pagare (ai librai - bancarellari o antiquari che fossero! o in famiglia), e quant'altro, in un pèle mèle raccapricciante, da quadro surrealista, che ad alcuni suoi storici pazienti e attenti (Luisa Mangoni, Giovanni Antonazzi...) ha consentito di mettere a fuoco emozioni e stati d'animo fuggitivi o insistenti, nonché‚ relazioni significative con uomini della Curia o del cosiddetto "potere" - politico-economico - del momento, rimaste nell'ombra, insieme a progetti in via di realizzarsi, oppure solo sognati ma mai portati a termine... Insomma, in un turbinio da capogiro, notizie le più svariate e illuminanti (a volte sconvolgenti e dunque da utilizzare con discernimento, dall'eventuale storico), relative agli ultimi, straordinari mesi di passione di De Luca, sul conto dei quali per altra via (corrispondenze pubblicate o in corso di pubblicazione, diari per ora inaccessibili, testimonianze e confidenze varie, sempre vieppiù rare - queste ultime con il passar degli anni e la scomparsa di tanti testimoni) purtroppo non sempre è dato saperne di più.

Questo - detto per inciso - senza tener conto dei tanti passi introspettivi, autobiografici (lucidi sempre, ancorché‚ ripeto, talora ruvidi, spietati, sin sconvolgenti, ma io son convinta che solo chi è tentato di grande cattiveria sa essere smi-suratamente buono), disseminati qui, come, del resto, in quasi tutti gli scritti noti del De Luca appassionato lettore di Agostino (ne leggeva una pagina ogni giorno, quasi un secondo "breviario"). Sennonché‚ - diciamocelo - le "confidenze/confessioni" da lui (badate, da lui "prete"!) affidate alla stampa e dunque destinate ad un "altro" da sé‚ (l"Autre" di tanta riflessione del secolo passato, nel nostro caso l'"amico lettore", preso di petto e coinvolto dallo scrivente in un difficile, appassionato dialogo ideale), fatalmente sono di tutt'altra natura e costituiscono un "genere letterario" a parte. Qui, infatti, la sapiente, coinvolgente, "confidenza" nasce dal desiderio - drammatico, legittimo legittimissimo, anzi doveroso in un uomo chiamato a "salvare" l'anima del prossimo suo, di convincere, anzi, che dico? di convertire, che è altra cosa ancora -, nell'atto stesso di coinvolgersi, davvero, non per moìna, in prima persona. Insomma, volere-volare, rispetto alla ruvida, intensa, sin sconvolgente spontaneità immediata dei "Quaderni", i sorvegliatissimi testi "a stampa" di don Giuseppe ( a volte frutto di sei-sette stesure successive) hanno per costituzione, ancorché‚ in modo quasi impercettibile (e qui sta la bravura l'arte dello scrivente!), qualcosa di "arte-fatto", di "letterario", o meglio - trattandosi di scritti di un uomo che in nessun attimo della sua giornata si dimentica di esser prete, ossia votato ad alios - di segretamente "predicatorio", e mancano di conseguenza della fresca immediatezza incontrollata, propria di queste paginette, banalmente dette "minori": sconcertanti, è vero, a volte faticose da decifrare e interpretare, non c'è dubbio. Eppure impagabili testimoni della riarsa, altissima spiritualità dello scrivente, proprio, ripeto, in virtù del loro essere tutte "intime", scritte per sé‚ e nessun altro. Sennonché‚ si licet..., diffidente e schifiltosa qual sono, a volte io mi chiedo se anche questo sarà poi vero, in un uomo così ricco, complesso, tormentato, tutto sommato imprendibile, consapevole qual era della propria statura fuori dalle comuni misure, il quale fra l'altro si divertiva a - o, chissà, avvertiva il bisogno di - prendermi a testimone di quanto gli capitava di vivere e di scrivere, leggendomi brani interi, caldi-caldi, appena usciti dalla sua penna. Chi potrà mai dirmi che cosa è l'anima di un uomo, un solo uomo? Soprattutto di un uomo come De Luca, divorato da un senso sin ansioso della storia (e... della gloria). Mah!.

Una domenica, dunque. Prima della mia fuga dal caldo che - afflitta da una persistente, misteriosa febbricola - mal sopportavo. Quanto dire, verso la metà di luglio, con rientro a metà di settembre. Ahimè‚ a tanta distanza di anni non sono in grado di precisare meglio: non per nulla ho tenuto fede alla decisione di antica data di non registrare il contenuto dei nostri incontri settimanali e delle tante confidenze (e giudizi) a ruota libera, che correvano tra noi in quelle mattinate felici, talvolta - nei primi anni - allietate dalla presenza festosa di don Sandri/prima maniera(7) e comunque, ripeto, sino all'ultimo arricchite dalla lettura, ovvero emozionata (a volte fanciullescamente soddisfatta) declamazione da parte del mio effervescente partner (non meno di papa Roncalli diarista sin dagli anni del seminario: che si tratti di un costume diffuso allora, in quell'ambiente? Caro Guasco, a lei darcene contezza!) delle paginette appena finite di buttar giù, affidate al Quaderno (o Diario che fosse) di turno.

Appena entrata nel mitico studio mi sistemo, vis à vis con don Giuseppe, al tavolo testimone di tanti incontri memorabili.

Lo scopro distratto, sin turbato. Oppresso da un pensiero che non gli consente attenzione a quanto, more solito, io mi provo a raccontargli.

-Oh‚ che succede?

Fissi gli occhi a trapanare i miei - a quel suo modo che t'inchiodava senza scampo, ben noto ai suoi amici migliori, specie se penitenti -, esita a rispondere. Poi, di colpo, con forza:

-Sai tenere un segreto?

-Oddìo, sì. Se si tratta di cosa importante...

Rassicurato incomincia a narrare. E' tornato da poco da un incontro con il Papa. Stanco. Emozionato.

Annuisco interrogativa.

Dopotutto non era cosa straordinaria negli ultimi mesi, con le ricorrenti sedute nello studio di papa Giovanni, a piacevolmente discorrere con lui, in posa per il ritratto che il comune amico Manzù veniva modellando(8). Ma anche pensai alla recentissima ripresa della sua collaborazione a L'Osser-vatore Romano, con la nuova rubrica "Bailamme, ovverosia pensieri del sabato sera". Il primo testo (del 9 luglio 1961, ma concepito almeno una decina di giorni prima) terminava, tanto per dare un'idea dello stato d'animo del momento, citando un'invettiva di Leon Bloy contro i borghesi del suo tempo e l'urgenza di "salvare ... l'intelligenza umana che va in perdizione su un oceano di bestialità…, ed è lì lì per essere inghiottita. ... Penso - è sempre Bloy che parla - che oggi si potrebbe dire della Francia quel che... De Coustine diceva della Russia nel 1839: 'Questo popolo ha il delirio della schiavitù ". Al che commenta De Luca: "Così Leon Bloy, nel 1884, alla fine del secolo passato. Ed egli non vide che l'inizio di questo secolo, vide soltanto e appena la prima guerra. Morì, lui beato, sulla soglia dell'Apocalisse. Noi siamo, ora, un poco più innanzi della soglia ..."(9).

Come inizio di rubrica, attenta al momento storico in atto, non c'è male! Della quale rubrica, propostagli dal direttore de L'Osservatore, Raimondo Manzini, don Giuseppe aveva parlato al pontefice, prospettandogli la possibilità di servirsene nell'eventualità di qualche emergenza. Cosa che si verificherà, tra altre, con il clamoroso "caso Lombardi"(10), o, nel febbraio del '62, con l'arrivo a Roma del card. Wyszynski(11), che darà vita a uno dei più begli articoli dell'ultimo, emozionatissimo, De Luca, autentico canto del cigno(12). Ma pensai pure alla Mater et Magistra(13), poiché di questa enciclica da tempo mi aveva parlato don Giuseppe, in quanto - mi spiegava -, nel prendere le distanze dalla predicazione anticomunista di Pio XII (nonché‚ dalla famosa "scomunica" dei comunisti italiani e dei loro simpatizzanti, legati a Franco Rodano - già "interdetto" da diversi mesi -, comminata dal Santo Uffizio nel lontano luglio del 1949 e mai ritrattata: pour cause!), essa aveva da poco fatto intendere che per i comunisti l'aria in Vaticano era cambiata col nuovo pontefice (il quale in effetti di lì a due anni dirà esplicitamente nella Pacem in terris che anche movimenti storici generati da false dottrine filosofiche "possono contenere elementi positivi e meritevoli di approvazione"(14).

Forse val la pena ricordare qui come, su una tesi molto vicina a quella poi espressa dal papa, De Luca da anni ormai, distinguendo in pratica tra "errore" ed "errante", appoggiasse la propria missione (aperta o segreta che fosse, comunque mai ignorata o disapprovata dai "superiori", papi compresi), di prete tra gli "infedeli" - veri o presunti - nella cultura dell'ultimo secolo, "cattocomunisti" compresi. Il suo pensiero in proposito si desume chiaramente dalle parole relative ai comunisti e alla loro "pietà", quale - a suo sentire - sarebbe manifestata dalla Krupskaja nei suoi famosi ricordi sul marito, Lenin; parole che destarono non poco clamore all'uscita del primo volume dell' Archivio Italiano per la Storia della Pietà. In sostanza, a detta di De Luca nel 1951(15), questa biografia testimonierebbe di "una religione tramutatasi, in odio ai preti, in irreligione"(16). Sennonché‚ questo, sulla "pietà" dei "senza Dio" - ossia, la "gottlose Frommigkeit" di cui parla Nietzsche e che De Luca sembrava riconoscere in tanti suoi contemporanei, molti dei quali suoi amici -, è un discorso che, per quanto necessario e persino urgente oggi, a svilupparlo ora, di parentesi in parentesi divagando senza fine, mi porterebbe troppo lontano. Dio permettendo sarà per un'altra volta.

Chissà.

Tornando alla fine di quel giugno ’61, segnalo per inciso, a proposito della famosa enciclica "sociale", alla cui stesura lavorò, come d'uso, uno staff di collaboratori(17). Detto per inciso, di essa De Luca mi disse confidò di averne suggerito il nome. Se questo è vero, come certamente è, mi nasce il sospetto che egli potrebbe non essere del tutto estraneo neanche alla sua ideazione: non fosse altro, per il fatto che (a tacere della concordanza riscontrata, sin dal primo incontro veneziano del 25 giu.'55, di tanto suo pensiero con quello dell'allora Patriarca e dal quale incontro avrebbe preso vita la loro intensa collaborazione) egli, nel cuore della guerra, nella sua neonata casa editrice, per espresso desiderio di Domenico (18)Tardini volle avviare la collana delle "Edizioni Maggiori" proprio con l'edizione critica de L'Enciclica "Rerum Novarum (riprodotta a cura di Giovanni Antonazzi nel testo autentico e corredata dalle redazioni preparatorie sui documenti originali), scovati da Domenico Tardini durante gli ozi forzati degli anni di guerra, e uscita - con una prefazione del medesimo - nel 1957, guarda caso un anno prima dell'elezione a papa del card. Roncalli.

-Ricordi l'incontro tra Kennedy e Kruscev?

Annuii di nuovo, in silenzio.

Come non ricordare il loro recente incontro, quel 3-4 giugno a Vienna? E la nostra attesa spasmodica, nonché‚ la terribile tensione in atto tra Est e Ovest con il diffuso terrore, nient'affatto fantastico, di un olocausto atomico ormai alle porte? Ma anche la tranquilla fiducia nella Provvidenza di papa Giovanni, nonché‚ le speranze iniziali circa l'avvio di possibili trattative in merito. E, al contrario, la tremenda frustrazione finale: a stare alla stampa, un nulla di fatto, un autentico flop...

-Certo che ricordo: un fallimento...

-E invece no. Vero niente.

-Ma che dici!?

-Sì. Proprio così. Ma tu mi assicuri, vero? Acqua in bocca. Al papa è appena giunto per via privata un rapporto segretissimo, al di fuori dalle solite vie -come dire? - amministrative.

Io sapevo che la S. Sede non solo non intratteneva allora relazioni diplomatiche con l'URSS, ma che anche la propria ambasciata in America per il momento era priva di personale ufficialmente accreditato, e che di conseguenza, per ragioni diverse (Kennedy, primo presidente cattolico degli Stati Uniti, eletto tra mille diffidenze da appena mezz'anno!) i suoi rapporti con le due massime potenze del momento erano affidati a incontri discretissimi, strettamente informali, fuori dalle normali vie diplomatiche. Annuii dunque, interessata, ma senza stupirmi più che tanto.

Ricordo pure che don Giuseppe mi disse il nome dell'informatore/confidente, ma purtroppo non lo rammento. Si trattava comunque di un personaggio non famoso allora (uno Spellman o un Morlion non li avrei dimenticati!), ma certo autorevole e di sicura fiducia del papa. E uomo di Chiesa : don Giuseppe mi parlò di "episcopato", anche questo ricordo con certezza, ma Cicognani, allora a Washington, non risulta coinvolto), comunque non di un laico, tipo Cousins. Sospetto trattarsi di Richard James Cushing, vescovo di Boston dal 1944, molto stimato da Roncalli (che lo fece cardinale nel 1958 - e quindi, se non erro, della schiera significativa della primissima infornata roncalliana); comunque, amico intimo della famiglia Kennedy e - a stare al Giornale dell'anima del 13 ott. 1962 - ritenuto da Roncalli un "angelo di bontà…, di zelo, di spirito pastorale"(19).

A farla breve, d'accordo entrambi: a continuare con la politica del braccio di ferro (la "guerra fredda", in atto dai tempi di Stalin), non c'era scampo: si finiva con una catastrofe, questa sì globale. Urgeva cambiar strada. Ma come? se tutto l'entourage politico-tecnico-militare di entrambi - e con esso il potentissimo apparato della propaganda - era decisamente guerrafondaio e non pensava che in termini di una inevitabile e ormai imminente guerra, e ad altro non si preparava, né‚ preparava le rispettive sfere d'influenza? Non c'era che un solo modo: lasciare che, da una parte e dall'altra, la pressione militar-propagandistica si arroventasse al color bianco, fino al punto zero di non ritorno, questo mediante la sapiente messa in scena di una serie di azioni una più drammatica dell'altra, di volta in volta concordate in totale segretezza tra loro due, assistiti da pochissimi uomini di fiducia. Azioni tali da far prender coscienza ai rispettivi popoli, mediante un crescendo di fatti vistosi quanto, in prospettiva, spaventosi, da accompagnare con la loro concorde interpretazione politica circa l'esito inevitabile (e irreparabile) cui essi, i tecnocrati con gli altri guerrafondai, eran giunti: l'inevitabile confronto armato, atomico senza scampo (la "bomba H"!)...

A meno che... Già, a meno che i contendenti, i Kennedy e i Kruscev, non arrestassero all'ultimo minuto la macchina diabolica da loro messa in moto, per cambiar politica, impegnati a forze congiunte a salvar la pace e, insieme - cosa difficilissima ma fondamentale -, l'onore di entrambe le parti in causa - governi, eserciti, popoli, opinionmakers -, attirandosi la gratitudine del mondo intero... Ebbene, per segni molteplici - noti ormai in buona parte agli studiosi, ma che sarebbe lungo elencare qui - i due congiurati avrebbero convenuto che ad aiutarli a salvare la situazione (e la faccia) non c'era che un solo uomo, il quale, sollecitato da loro e sostenuto da un'opinione pubblica manovrata a dovere, avrebbe non solo accettato, ma, unico al mondo, potuto presentarsi all'universo atterrito dei credenti come dei non credenti, nelle vesti, sacre da tempi immemorabili, del mediatore super partes. Lui. Il Papa. Da Benedetto XV in qua indiscusso, credibile rappresentante agli occhi del mondo intero del 'partito della pace' (che anch'esso ha una lunga storia). Il Papa, erede della più sapiente e antica tradizione in fatto di arte suasoria e da più parti sin dal primo momento (e ancor più dopo la Mater et Magistra) guardato con rispetto, quando non addirittura con amore, dagli uomini smarriti.

Di lì a poco, rassicurata sul piano politico, partii per le ferie.

Rientrata a Roma a metà settembre, non particolarmente preoccupata per i fatti svoltisi nei mesi di mia assenza, compreso il discorso televisivo di Kennedy (25 lu.) che aprì la "crisi di Berlino" e la conseguente clamorosa costruzione (13-14 ag.) del "Muro", tornai in ufficio la domenica mattina del 18 di settembre, sul tardi (come risulta da p. 25 del "Quaderno delle letture e delle idee"), con don Giuseppe che nell'attesa aveva appena finito di buttar giù l'appassionato "Primo alfabeto di pensieri correnti", dal quale traggo alcune notizie afferenti al nostro racconto. Al solito, me ne lesse e commentò i passi più significativi, sorvolando su quanto mi toccava di persona(20), non sempre lusinghiero, anche se - debbo convenire - con punte di verità. L'uomo - il cristiano e il prete - era fatto così: acuto sempre, tenerissimo se del caso, ma a volte amaro sino alla spietatezza. Così l'ho vissuto io, non senza fatica e stanchezze, comunque con un forte impegno, e così lo rivivo ancor oggi con autentica nostalgia.

Va ricordato che mentre io mi rinfrancavo, insieme a due amiche, nella mia piccola roulotte, piazzata tra boschi e laghetti glaciali sopra Courmayeur, al margine di uno stupendo campeggio appiè dei ghiacciai solenni del Montebianco, don Giuseppe - a differenza delle ultime estati, trascorse (trascinatovi dall'amico mons. Amerigo Giovanelli(21), con la famiglia in quella Cortina d'Ampezzo che, apprezzata dai miei, io da sempre ho detestata e, potendo, evitata come la peste - questa volta, costretto dagli impegni, era rimasto solo soletto al caldo di Roma, fedelmente accudito dalla sorella Nuccia. E intanto il male progrediva, subdolo. Non diagnosticato. Implacabile.

Purtroppo, nel mio ultraventennale carteggio con don Giuseppe - salvo una mia letterina di condoglianze, da Courmayeur, all'amico, addolorato per la morte (30 lu.) di Tardini, principale testimone di tutta la sua vita sacerdotale -, sul tema che oggi cerco di mettere a fuoco trovo, sempre nel "Quaderno", un solo accenno alla domenica 10 settembre, resa famosa dal "Radiomessaggio", trasmesso dal papa da Castelgandolfo all'indirizzo dei pacifisti terzomondisti riuniti a Belgrado(22), credenti o non credenti ( "tutti nostri figliuoli, perché‚ tutti appartenenti a Dio e a Cristo, per diritto di origine e di redenzione"), per invocare la pace su tutto il mondo ("Non di guerre vittoriose, o di popoli sconfitti il mondo ha bisogno, ma ... di pace feconda e rasserenatrice ...") e non a caso accolto vistosamente da Kruscev, che ne diede notizia sui tre principali quotidiani russi. Così il mondo apprese che il pontefice era pubblicamente coinvolto nei drammatici fatti in corso, giunti ormai all'acme (il 3 ottobre l'URSS riprenderà le esplosioni atomiche nel Kazakistan!) di quella "guerra fredda" da tempo in corso e di cui oggi - con Bush a Mosca e Putin che entra nella Nato - constatiamo, non so se più increduli (noi vecchi!) o più frastornati, la morte per consunzione, mentre a livello mondiale un'altra si è aperta, tra nucleare, chimico-batterica e terrorista, ancor più paurosa e potenzialmente devastante di quella.

IV [torna su]

Lettor mio paziente, coraggio: strada facendo si fa vieppiù aggrovigliato il filo del racconto che vado poveramente dipanando, a rendere i discorsi e il cosiddetto "clima" di quell'angosciato autunno del '61. Non mi sembra senza interesse trascrivere qui, per intero ancorché‚ alla brava, la serie di 23 riflessioni, quasi tutte a carattere politico, che costituiscono nel "Quaderno" un curioso "Alfabeto di pensieri correnti" (ancor questo di leopardiana memoria?), in attesa che siano esaminate da qualcuno capace davvero di leggerle in funzione del singolare momento politico (apertura a sinistra, ai socialisti, onde sottrarre voti ai comunisti) e delle esasperate passioni di quei giorni, vive nel nostro paese come nella Città del Vaticano e di cui a me resta accorata memoria.

Si tratta, anche qui, di annotazioni e giudizi talora sferzanti, amari la loro parte, sin cattivi all'apparenza (ma son persuasa che solo chi è tormentato nel suo intimo da profonda cattiveria sa toccare vertici di bontà da capogiro), talaltra patetici, problematici. Comunque, coinvolgenti. Illuminanti persino nei pettegolezzi di Curia, raccolti lì per lì. Buttate giù alla brava, una settimana dopo il "Messaggio" di cui sopra, appunto quella domenica mattina del "18 sett. 1961" tra le "10.30" e le "12.15", che vide il mio ritorno in ufficio e al lavoro, le dò prout jacent, quando mi sembrano di un certo interesse per il tema centrale che tratto e commentando quando e quel poco che posso(23), ad arricchire le recenti, interessantissime memorie personali di Gabriele De Rosa(24), relative alla storia del proprio rapporto con don De Luca, nonché‚ il già citato prezioso contributo di Paolo Vian.

A ogni buon conto, a collocarci nell'atmosfera di allora e per una migliore intelligenza del contesto, premetto, in data "29.VIII.51 (martedì)", una nota, anteriore di quasi due settimane al Radiomessaggio del 10 settembre e che la dice lunga sullo stato d'animo dei politici della sinistra rodaniana, tra cui Gabriele, allora redattore de L'unità:

Ne siamo alla costruzione in atto in Italia della "svolta a sinistra" di Fanfani e Gronchi, ricca di pena per De Luca, nemico giurato del liberalsocialismo ateo, letto - in una con i suoi amici politici - come estrema filiazione dell'odiata borghesia atea del Sette-Ottocento. Significativo in proposito quanto egli scriverà due mesi più tardi, il 22 novembre 1961, a Dino Grandi, l'ex-ambasciatore a Londra, rifugiatosi in America, che in lettera del 3 novembre '61 gli aveva manifestato angosciati dubbi sulla politica della Santa Sede, "la quale dopo aver scomunicato i comunisti sembra aiutarne indirettamente il successo":

Detto per inciso, e per una migliore intelligenza di quanto segue, proprio in quel tardo autunno 1961 don Giuseppe si sapeva chiacchierato a Roma da qualche nostalgico inguaribile del papato precedente (pochissimo connaturale con i suoi pensieri e sogni), a causa dei suoi ottimi rapporti con quello nuovo. Non bastando, ipersensibile e umbratile qual era, egli avvertiva anche talune resistenze in qualche ambiente di curia, per via della complessa e impegnativa operazione culturale, passata ormai (ancorché‚ per ora pochissimo studiata) sotto il nome di "la 'Pace'", e in via di realizzazione, con relativa sistemazione in Vaticano della propria biblioteca. Non meraviglia che l'umore tendesse spesso al nero, nerissimo.

Ma torniamo ai primi di settembre. A chiarirci il suo complesso stato d'animo del momento, valgano le seguenti, turbatissime righe, dell' "8.9.61, venerdì", relative alla Curia più vicina al Papa:

nonché‚ quest'altre, scritte la sera di quel medesimo giorno, dopo essersi confidato con Maria Bordoni e le sue compagne, che su di lui avevano uno straordinario potere rasserenante:

Con così significativi timori, vaganti nell'entourage più stretto del papa, eccoci, due giorni più tardi - sempre nel Quaderno (p. 21) - alla memorabile "Domenica 10 sett.'61, ore 9.57".

Data l'ora mattutina, la prima nota del giorno non reca, ovviamente, cenno al radiomessaggio del Papa, trasmesso da Castelgandolfo nel pomeriggio, h.17.49. In compenso registra l'inquietante passo che segue, il quale (seppur legato forse ai dolori fisici che ormai tormentavano quotidianamente don Giuseppe) sembra in qualche modo in sintonia con quanto proprio quella domenica sarebbe accaduto poche ore più tardi: a Stalingrado e... a Castelgandolfo.

E misteriosamente in tono mi sembra anche la riflessione annotata poco più tardi, nel pomeriggio, appena un'ora prima della trasmissione del messaggio papale: un puro caso?

"Il dolore", "l'angoscia", "non invano", "oggi", "Krusciov a Stalingrado": che vuol dire tutto questo, se non che De Luca per qualche via che io ignoro era informato non solo di quanto in quelle ore storiche si stava svolgendo (peraltro in un clima di intensa serenità mi dice Capovilla) a Castelgandolfo, ma anche, e con una precisione impressionante, di quanto si svolgeva quel giorno stesso nella mitica Stalingrado, l'antica Tsaritzyn, città simbolo di tutte le "revanches" russe, in odio a Stalin da Kruscev rinominata Volgograd, un buon mese prima dell'inizio (17 ott.) di quel XXII Congresso del PCUS, durante il quale egli, continuando il processo di destalinizzazione da lui avviato da tempo, farà rimuovere dalla Piazza Rossa la salma e il busto dell'aborrito dittatore. Dunque, a Roma qualcuno - suppongo dell'ambasciata russa in Italia -, perfettamente edotto di quanto accadeva oltre-cortina (magari lo stesso ambasciatore Semion Kozirev, oppure l'allora inviato-stampa della Tass ///o delle Isvestia??? , Victor Krasikov(33) oppure l’allora corrispondente della Tass Anatoly Krasikov(34) ne informava... chi? Togliatti? Franco Rodano (notoriamente in stretto rapporto con l'Ambasciata russa presso il Quirinale)? E questi informava don Giuseppe? Oppure - cosa poco probabile - a informarlo era qualcuno in Vaticano, per es. mons. Dell'Acqua o mons. Samoré? Comunque: quale, in tutto questo, il ruolo di don De Luca? Certo, intriga apprendere che la notizia, secondo cui durante il XXII Congresso del PCUS Kruscev aveva fatto rimuovere dal mausoleo della Piazza Rossa la salma del dittatore dopo aver cambiato un buon mese prima il nome di Stalingrado, è nota a De Luca suppergiù nel momento stesso in cui i fatti accadevano, laddove, per ragioni che ignoro, in Italia essa venne riferita ufficialmente con notevole ritardo, a mezzo di due comunicati dell'ANSA, rispettivamente del 30 e 31 ottobre, a Congresso concluso! Perché?

V [torna su]

Ma veniamo al lungo "Primo Alfabeto" che Nel "Quaderno" alle sopracitate riflessioni relative al 10 settembre segue a ruota il lungo "Primo Alfabeto". Scritto ancor questo in ufficio (a una settimana di distanza dalla nota precedente, ma stavolta in attesa del mio rientro dalle ferie, appunto la domenica mattina del 18 settembre), ne traggo qualche passo afferente al nostro tema. In proposito è bene tener presente che alcuni dei brani che seguono si riallacciano a quanto detto a De Luca la sera del 17 settembre da De Rosa, reduce dal famoso Congresso democristiano di San Pellegrino (13-17 sett.) che con chiaro disappunto della CEI - diede definitivamente il via al primo governo di "centrosinistra", guidato da Fanfani sotto la presidenza (1955-'62) di Gronchi.

E qui finisce il PRIMO ALFABETO di pensieri correnti:

ore 11.36 del 18.IX.'61."

"ore 12.15. Ho parlato con Romana, che è tornata.

VI [torna su]

"Nell’80.o del Papa, darsi vivi"

(G.De Luca a Togliatti, 11.10.’61)

"Kruscev ha fatto gli auguri a Giovanni XXIII: quello che io avevo suggerito a Togliatti di suggerire a Kruscev..)

(G. De Luca, 30.11.’61)

Sì. Tornata alla vita di sempre: ricerca storica intorno al "libero spirito" la mattina, in Biblioteca Vaticana, e a decrittare il testo del Miroir des simples ames il pomeriggio. Quanto dire, seduta ore e ore al buio, nello stanzone in fondo all'ufficio, da cui non passava mai nessuno; con Nuccia De Luca dall'altra parte dell'appartamento, a reggere con la segreteria anche la redazione delle "Edizioni", che un tempo era affidata a me (aiutata in questo, da due ormai esperte redattrici "regolari", nonché‚ da un'impiegata "tuttofare", assunta da un anno o forse più da don Giuseppe, per compiacere l'allora segretario personale di De Gasperi, ma che ci procurò non pochi guai, sì che fu giocoforza dismetterla drammaticamente). Così so ben poco di quanto in quel tardo 1961 accadeva alle mie spalle, nel lato "nobile" dell'ufficio, specie per quel che tocca le tante visite a don Giuseppe da parte di studiosi e amici, da Jedin a Cantimori, da Dionisotti a Bo, Branca, Fraenkel ecc., tutte registrate nel nostro Quaderno (frequentissime, quelle di Manzù, se ricordo bene impegnato da qualche tempo nella progettazione dei singoli pannelli della "Porta della morte" per la Basilica di San Pietro, affidatagli su proposta di De Luca, vincendo alcune resistenze vaticane, e da questi studiata, quanto a contenuti, riquadro per riquadro, con l'amico scultore)(42).

E le domeniche? Tutto come sempre: il tempo se ne andava a discutere sul lavoro fatto o da fare, o magari a scrivere - io, sotto dettatura di don Giuseppe - qualche intervento suo, in materia di quietismo medievale, in vista dell'Introduzione alla mia pubblicazione del Miroir della Porete, ma anche a esaminare insieme i problemi vieppiù seri della incombente "Fondazione 'Santa Maria della Pace'"(43), da configurare anche per la parte che toccava a me nella "gestione delle studiose", e che non era poi cosa da poco.

Troppo, da lasciare spazio alla politica. Tanto più che, presa da altro, non le ho mai prestato attenzione più che tanto nella mia lunga vita: ognuno ha le sue passioni. Sicché‚ per non rischiar ingenuità, o - peggio - banalità, parlando a vanvera di cose che conosco poco o niente, non mi resta molto da aggiungere a quanto già precisato dalla Mangoni, o attestato in materia dalle Bottai, madre e figlia, o da Maria Romana De Gasperi, nonché‚ dai rispettivi padri o sposi famosi, nei vari volumi collettivi dedicati alla memoria di don De Luca, come pure da Ossicini e De Rosa circa quelli con Sturzo, Colombo, o Togliatti, nonché‚ con Rodano e compagni, sempre lì, questi ultimi, in ufficio, ora l'uno, ora l'altro, da De Rosa a Balbo, Tatò, D'Amico, la Tedesco....

Certo, ripeto, nei due mesi di vacanza dell'estate 1961, tra monti e campagna, amiche (suore) e famigliari, non ho dato grande attenzione al dramma del Muro di Berlino, tirato su da Ulbricht nel giro di una notte a mezzoagosto, con la scusa della grave emorragia di tedeschi in fuga dall'Est (poverissimo) verso l'Ovest (in piena ripresa economica). Né‚ mi emozionò più che tanto la indimenticabile sceneggiata, esibita di fronte al mondo intero da quel grande comunicatore, oltre che consumato politico, che fu John Fitzgerald Kennedy, dal proscenio drammatico della Berlino Ovest, psicologicamente traumatizzata, come in stato d'assedio, e da lui promossa a baluardo dell'Occidente di fronte alla temuta invasione dei "cosacchi".

Del pari, di lì a poco, rientrata ormai mitridatizzata a Roma, ho appreso con distacco la raggelante notizia delle tre atomiche dai russi fatte esplodere nel Kazakistan, nel cuore dell'Asia: monito alla Cina di Mao, ormai da un anno clamorosamente abbandonata da Kruscev al suo destino "rosso". "E vabbè, ho capito! fa parte del giuoco!". Per non dire del Radiomessaggio papale del 10 settembre del'61, accolto con calore da Kruscev... Tra sole e neve, nella mia cara roulottina, è molto se ne ebbi qualche sentore, sicché‚ oggi, ripeto, mi trovo in serio imbarazzo a spiegarmi il senso della nota da me riprodotta sopra, tratta dalla pag. 21 del nostro Quaderno, che mi fa dubitare di una collaborazione di don Giuseppe con il pontefice in tutta questa vicenda, ben più stretta di quanto finora io stessa abbia immaginato.

Il quale don Giuseppe - come noto - non a caso aveva ripreso (tramite Rodano) i rapporti con Togliatti sin dal primo di gennaio del '61. Senza informarne il papa? Impensabile. Non c'è dubbio che questo fatto, con tutte le implicazioni che esso comportava, oltre a esser (tacitamente? apertamente?) autorizzato, allora, dal papa (e, ovviamente, comunicato a Tardini e a Ottaviani), era certo ben presente al papa, allorquando - quella domenica mattina dell'estate 1961(44)- gli confidò a don Giuseppe, non senza, io penso, un suo preciso disegno, la vera natura dell'accordo segretissimo, nato a Vienna: non era uomo, l'ex diplomatico/pa-triarca Angelo Roncalli, ora Giovanni XXIII, da parlare senza matura riflessione (o anche tacere, magari menando il can per l'aia, a costo di parere uno sciocco al suo eventuale interlocutore, don Giuseppe compreso), almeno a stare all'"Alfabeto", lettera.

Un ricordo tuttavia non mi è uscito di mente: sempre lì, nell'ufficio, verso sera. Con noi, impiegate/collaboratrici, riunite a salutare il "grande capo", pronte ad andarcene a casa. D'autunno avanzato, anche questo è sicuro: buio fuori, e dentro, nello studio di don Giuseppe, accesa la luce, ma non la stufa. Rivedo la scena come fosse ieri. Lui camminava su e giù, lì tra la scrivania e la porta, come in attesa di qualcosa o qualcuno: chiuso, soprappensiero. Anzi teso, forse interiormente agitato.

-Don Giuseppe! Che ha visto?

rise una di noi, canzonatoria, sostenuta dai nostri sghignazzi. Lui si arrestò, seccato.

-Ma quanto siete stupide! Non avete la più pallida idea delle cose importanti in cui son coinvolto io!

E' vero. Non l'avevamo. E ce ne andammo divertite. Sciocche. Tutto lì. Sennonché‚ la domenica seguente don Giuseppe mi raccontò come aveva incontrato proprio quella sera - in una delle famose (spartanissime) cene a casa Rodano - Togliatti, in partenza per Mosca, per il XXII Congresso del PCUS, passato alla storia come il "Congresso del disgelo" e nel quale Gromiko , che a Vienna fu della partita, sosterrà che quell’incontro tra Kennedy e Kruscev sarebbe stato uno degli episodi più importanti dell’era contemporanea, dichiarandosi commosso di avervi partecipato e facendo appello all’alleanza sovietico americana.

Di quella sera e di quell'incontro, sulla falsariga della notizia da me data a suo tempo (42), l'ultraventennario fidatissimo segretario personale di Togliatti (nonché‚ suo memorialista, forse qua e là più attento alla scrittura brillante che ad una meticolosa ricostruzione dei fatti), Massimo Caprara ci ha lasciato un vivace racconto nel suo L'inchiostro verde di Togliatti,(43) a cui attingono anche Adriano Ossicini e Gabriele De Rosa. Sennonché‚ quella ricostruzione ha dato luogo a qualche comprensibile dubbio: "Fantasie di Caprara, si sa"; ma anche: "Frutto della fantasia di Romana, poveretta". Eppure - teste il mio archivio personale - non ho mai pubblicato nulla senza l'avallo di autorevoli competenti o testimoni nelle singole materie, da Maccarrone a De Felice, De Rosa, Rodano, Giolitti, fino allo stesso Ottaviani. Sicché‚ io a friggere, ca va sans dire. Finché, dopo qualche sconcerto mio e molta, molta pazienza, a rassicurarmi circa l'affidabilità della mia povera memoria ormai stanca di ricordare, sempre ricordare, a parte il noto vaticanista del L’Unità, Alceste Santini e la sua preziosa, lucida e informatissima intervista ad Alessandro Natta su I tre tempi del presente(44) edita dalle Edizioni Paoline nel 1989, a ridarmi pace e fiducia nelle mie superstiti capacità intellettuali corrono oggi in mio soccorso due cari amici, al corrente delle mie pene: S.E. mons. Loris Capovilla e il di lui pupillo, Marco Roncalli, pronipote del Papa omonimo, a vario titolo cointeressati a questa mia minuta (e svagata) ricerca, confidandomi il testo di una lettera autografa di don Giuseppe, rimasta finora sconosciuta, dotandola di tanto di autorizzazione a pubblicarla, quasi primizia dell'intero epistolario Capovilla-De Luca, ormai in via di avanzata preparazione a cura di entrambi per le Edizioni di Storia e Letteratura e , se Dio vuole, senza (spero) i classici tre puntini di sospensione che ai sospettosi smaliziati fanno sospettare chissà cosa! Grazie, carissimi. Grazie per la fiducia e l'amicizia che ancora una volta mi dimostrate.

Inviata - Roma per Roma, in data 13 ottobre 1961 - da don Giuseppe a Capovilla (in apparenza per informarlo dello stato d'avanzamento dei lavori intorno a certi scritti di Giovanni XXIII in corso di pubblicazione, ma di fatto con la speranza, se non la certezza che il segretario personale del Papa (incaricato dallo stesso a fare da cuscinetto tra lui e De Luca), come minimo gliene avrebbe fatto cenno, ne estraggo il passo che qui ci riguarda, rinviando la pubblicazione dell'intero documento all'Appendice che completa queste mie arruffate paginette:

11 ottobre 1961 "....." ... la sera.... dalle 20,30 all’1.... fui a cena con Togliatti che stamane partiva per Mosca". Dalle 20.30 all'1 di notte! Finalmente il documento autografo con la data che cercavo, anzi desideravo come il pane per la mia fame di certezze, a conferma di quanto io stessa, sostenuta e illuminata da Franco Rodano e più tardi da Santini ( con tanto di documentazione fotografica degli accordi presi quella sera tra i due "congiurati") avevo esposto nelle due edizioni della mia biografia di De Luca, ormai pressochè introvabile! Ecco spiegata la misteriosa lettera del 1 gennaio del 1962 di De Luca a Togliatti, nella quale il Nostro fra l'altro ringrazia per "quel che ci dicemmo quella sera"(46). Il tono , poi, della notizia da De luca comunicata obiter, tra molte altre, a Capovilla, a puro titolo di informazione, dice trattasi di cosa nora al Pontefice, che verosimilmente ne attendeva conferma (mentre, nel contempo, dato il suo contenuto, non era tale da impressionare il segretario/intermediario, ecidentemente al corrente degli incontri di De Luca con Togliatti, ma , a differenza di Dell’Acqua, non informato di quanto si stava concordando).

Tra i documenti da natta dati a Santini per la pubblicazione, di particolare rilievo sono gli appuntini che Togliatti prese in occasione del suo lungo incontro con De Luca in casa Rodano, quell’11 ottobre 1961: tra questi un promemoria (46) di pugno di De Luca, haimè privo di data, appuntato lì per lì su un foglietto quadrettato, strappato da un minuscolo notes di cm.16 per 9 e affidato a Togliatti, il quale a buon conto ne annota in calce la provenienza: "da don D.L. - prima del 22". , a conclusione del loro lunghissimo incontro "quella sera" dell'11 ottobre in casa Rodano, in vista della sua partenza, l'indomani, per Mosca.

In buona sostanza tre i temi da ricordare. Anzitutto, Togliatti dovrà veder di stabilire, tramite il creatore delle Edizioni di Storia e Letteratura (note anche in Russia per il loro carattere internazionale nel campo della più rigorosa erudizione), un contatto culturale a livello altissimo tra la Biblioteca Vaticana e le principali istituzioni culturali d'oltrecortina (l'Accademia Tedesca di Berlino Est, nota per le sue edizioni dei Padri Greci, ma senza dimenticare, in materia di studi medievali, le grandi Biblioteche e Università russe), al fine di avviare tra Mosca e Vaticano un dialogo a carattere rigorosamente scientifico. Si trattava di un'idea tutt'altro che nuova, tanto per Kruscev che per De Luca, il quale fra l'altro da parte sua - a stare ai ricordi di Marisa Rodano, testimone diretta della "lunga, paziente tessitura della tela che avrebbe condotto al celebre messaggio di Krusciov a Giovanni XXIII"(47)- non solo aveva già una volta, ai tempi di Pio XII, sempre in casa Rodano, avviato, senza successo, un tentativo del genere, urtandosi - commenta Marisa - nella "lentezza e sordità degli ambienti politici e diplomatici dell'URSS", ma era tutt'altro che ignaro dei diversi tentativi in proposito, già avviati in passato da diverse personalità politiche italiane e non(48).

Forse a questo punto, per una migliore intelligenza di quanto vengo rievocando e a completare il quadro circa la mediazione di De Luca/Rodano/Togliatti/Santini/
Dell’Acqua/Giovanni XXIII, sulla scorta di quanto rievocato da De Rosa conviene dire qualcosa di alcune (non tutte) le precedenti mediazioni italiane nelle quali rgli fu coinvolto e che a loro volto contribuirono a far maturare alla fine il clamoroso quanto discusso telegramma augurale di Kruscev al Papa, per il suo ottantesimo compleanno (25 novembre 1961), che confermò al mondo quello che i più avveduti avevano già avvertito da tempo, che cioè (per merito di molti, tra i quali – a parte ovviamente lo stesso Papa- anche i nostri La Pira e Fanfani/Gronchi), nei terrificanti momenti che il mondo viveva, i rapporti tra URSS e il vaticano erano vistosamente mutati in meglio.

De Luca difatti non solo era informatissimo dei recenti tentativi fatti prima di lui, dai vari La Pira, Gronchi, Fanfani, Bernabei e via dicendo, come risulta dal "Quaderno dei fatti e delle idee" (passim), ma, a stare all'interessantissima memoria di Gabriele De Rosa, sin dal lontano 1950-51 aveva partecipato autorevolmente (quanto dire, avendo previamente informato Tardini e Ottaviani, i quali a loro volta gli avevano ottenuto l'interessata autorizzazione a procedere di Pio XII) a vari tentativi di presa di contatto, in Italia, con il mondo della cultura sovietica. Fra questi uno, gestito (in una con il noto economista Pietro Sraffa e il banchiere/umanista Raffaele Mattioli) dal genero di Croce, Raimondo Craveri, a sua volta come Rodano legato alla Banca Commerciale. ln data 3 ottobre 1951, rievoca Gabriele De Rosa in data 25 sett.1951 nel suo diario, questi aveva accompagnato a casa di De Luca il Segretario esecutivo della Commissione Economica per l'Europa (ECE) presso le Nazioni Unite, Karl Gunnar Myrdal, dichiaratosi disponibile a farsi interprete dei desideri della Santa Sede. Non basta. De Rosa racconta pure un altro incontro - più o meno contemporaneo, ma stavolta gestito personalmente da lui - con l'addetto stampa dell'ambasciata russa a Roma, tal Rogoff:

E aggiunge ancora De Rosa:

Tanto accadeva nel 1951.

Ma torniamo all'appuntino di De Luca vergato ben dieci anni dopo, l'11 ottobre del 1961, in vista dell'imminente incontro di Togliatti con Kruscev, e che continuava con una (ormai famosa) raccomandazione. Questa:

E qui non so rinunziare a un'altra divagazione, sperando che il mio attentissimo lettore mi porti ancora una volta pazienza. A stare, dunque, al (lievemente romanzato) racconto di Caprara , questi avrebbe, nella sua qualità di segretario di Togliatti, accompagnato una sera quest'ultimo a Palazzo Lancellotti (e fin qui ci siamo), per visitare nella sua tana il "famoso" don Giuseppe De Luca. Essendo poi tornato a notte inoltrata per prelevarlo e ricondurlo a casa, Togliatti, appena uscito dal portone del palazzo Lancellotti (e qui i conti non tornano più in realtà, a stare alla surriferita lettera di De Luca a Capovilla, si tratta di casa Rodano, adusa a offrire ospitalità per incontri di questo livello) gli avrebbe sventolato sotto il naso del proprio segretario/confidente un foglietto scritto a mano, affermando trattarsi del testo di un telegramma che Kruscev avrebbe dovuto spedire al Papa per il suo ottantesimo, e che sarebbe stato concordato proprio lì. Ma qui i conti non tornano: innanzitutto , a stare alla suriferita lettera di De Luca a Capovilla, si tratta di casa Rodano, adusa ad offrire ospitalità per incontri di questo livello; inoltre (ma "concordare" è una cosa, "scrivere" ‚ un'altra:, dico io) nel corso dell'incontro appena concluso con il famoso prete romano! A stare a una testimonianza orale di Rodano alla sottoscritta, esso sarebbe stato "minutato" lì, a casa sua , nel corso dell’incontro appena concluso con il famoso prete romano! Non è impensabile che Togliatti si sia quella notte confidato con il proprio segretario, in funzione di autista. Che si tratti del foglietto riprodotto da Santini(v.supra) è probabile; di più non sono in grado di precisare. Quanto alla stesura definitiva del testo spedito da mosca ci è nota ormai la procedura seguita (51) e anche questo lo debbo agli amici di cui sopra. Comunque, tutto dimostra la veridicità di De Luca, quando - al termine di una lunghissima serie di appunti sui temi più svariati, tra un lamento per le sue sofferenze fisiche, nient'affatto fantastiche ("Quanto mi sento male! ...") e la citazione di un verso del Buonarroti che a buon conto potrebbe tornargli utile in uno o altro articolo (non si sa mai!) - avendo avuto, non so per quale via, notizia del famoso telegramma augurale al pontefice L'osservatore romano la diede, in una nota commossa, buttata lì obiter a pag. 49 del Quaderno nel pomeriggio ("ore 16.45") del "giovedì 30 novembre", egli ne rivendica l'idea e l'iniziativa. Insomma, un appuntino come tanti, commosso, certo, ma senza particolare rilievo:

Questo è tutto, eccezion fatta per una serena noticina stilata una ventina di giorni prima, e comunque dopo i festeggiamenti ufficiali del 4 nov., da cui risulta come il papa fosse informato da De Luca di quanto egli veniva tessendo con Togliatti (52)

Debbo a mons. Agostino Marchetto la corrispettiva nota, scritta la sera di quell'8 novembre dal papa nel proprio "Diario"(53), stampato pro manuscripto in occasione della causa di beatificazione del pontefice e quindi fuori commercio:Visto da destra e visto da sinistra.

Infine, per chiudere, un'ultima importante testimonianza. Alceste Santini, vaticanista dell’Unità e persona di assoluta fiducia di Togliatti, da me di recente interrogato per telefono su tutta la complessa vicenda, non solo conferma l'esattezza di quanto io ho sinora rievocato, ma a sua volta ricorda di esser stato segretamente accompagnato proprio da don De Luca nello studio personale del nuovo Segretario di Stato, mons. Angelo Dell'Acqua, perché‚ questi informasse il Papa da parte di Togliatti, appena partito per Mosca, che egli, secondo quanto convenuto, avrebbe suggerito a Kruscev l'invio del famoso telegramma augurale; non bastando, Santini ricorda di esser tornato insieme a De Luca da Dell'Acqua ("ricevuto nel suo ufficio particolare", tiene a precisarmi Santini, e ne lo ringrazio) verso la fine d'ottobre o ai primi di novembre, comunque a Congresso appena terminato (e prima del 4 nov., data dei festeggiamenti ufficiali) e anche stavolta in grande segreto, mandato da Togliatti, da poco tornato da Mosca, per riferire al Papa da parte del segretario del PCUS, Nikita Kruscev, che questi avrebbe non solo seguito il suggerimento venutogli da Roma, relativo all'80o del papa, ma si sarebbe anche attivato per avviare dei contatti tra la Biblioteca Vaticana e le istituzioni di alta cultura sovietiche: quelli, appunto, di cui parla De Luca nel foglietto-promemoria da lui vergato per Togliatti in partenza per Mosca. Contatti che notoriamente (e finalmente!) stavolta si avviarono davvero.

Purtroppo, quando De Luca ormai era morto.

Entrato in clinica e subito operato il giovedì 12 marzo, di pomeriggio, egli avrebbe dovuto incontrarsi con Togliatti in casa Rodano, proprio quella sera. Morirà il 19, due giorni dopo esser stato visitato dal Papa, che appena dieci giorni prima, il 7 di marzo, aveva ricevuto in udienza privata il genero di Kruscev, Aleksej Adjubei (sollevando un finimondo di critiche da parte dei soliti avversari della sua "politica aperturista": appunto gli "zeloti" di cui sopra). Tra questi fatti clamorosi e la imminente pubblicazione della pacem in Terris, non mancavano davvero cose da trattare in quel mancato incontro. Sta di fatto che il 20 marzo, appena un giorno dopo la morte di don Giuseppe, a Bergamo, parlando de il destino dell'uomo, Togliatti dirà: "Per quanto riguarda gli sviluppi della coscienza religiosa, noi non accet-tiamo più la concezione, ingenua ed errata, che basterebbero l'estensione delle conoscenze e il mutamento delle strutture sociali a determinare modificazioni radicali. Questa concezione, derivante dall'illuminismo settecentesco e dal materialismo dell'ottocento, non ha retto alla prova della storia ... Il mondo cattolico non può essere insensibile ... alla avanzata verso una società e una umanità che abbiano raggiunto una unità… nuova, fondata sulla fine di ogni sfruttamento, sul lavoro, sulla uguaglianza sociale, sul molteplice libero sviluppo della persona umana. Non è vero che una coscienza religiosa faccia ostacolo alla comprensione di questi compiti e di questa prospettiva e alla adesione ad essi. ..."(54).

Meno di un mese più tardi, il 10 aprile sarà resa pubblica la Pacem in terris, che proclamerà… non doversi "mai confondere l'errore con l'errante", il quale "è sempre ed anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona, e va sempre considerato e trattato come si conviene a tanta dignità ...".

*** [torna su]

N.B. //Postscriptum// Il testo che dò è frutto di una lunga, laboriosa gestazione. Invitata da tempo a riprendere i miei "Ricordando", dopo una latitanza protratta oltre il dovere - anche se giustificata dall'età e dai relativi acciacchi -, pensai che alla cosiddetta "Storia" con la "s" maiuscola poteva esser utile il racconto finalmente completo ed esatto di quanto io e altri ricordiamo a proposito della parte avuta da don Giuseppe De Luca in un tornante drammatico nella complessa vicenda della cosiddetta "guerra fredda" con l'inizio del relativo "disgelo", su cui molto si è scritto ormai, ma molto resta ancora da "sapere" e poi da "capire". Questo, perché‚ quanto sinora da me accennato, ancorché‚ confermato e arricchito di nuovi dettagli da alcuni testimoni diretti, seppure a diverso titolo (De Rosa, Ossicini, Rodano, Santini, Caprara, Massa, Antonazzi), nonché‚ da una storica di tutto rispetto (L. Mangoni), a suo tempo fu da un testimone non meno autorevole e a me caro (fuor di mistero, mons. Loris Capovilla, già segretario particolare di Giovanni XXIII) giudicato affabulazione mia, priva di qualsiasi attendibilità… Mi riferisco alla parte confidata in grande segreto ad alcuni suoi intimi da don Giuseppe De Luca nella genesi del famoso telegramma augurale, inviato da Kruscev a papa Giovanni in occasione del suo 80.mo genetliaco e accolto con apparente e probabilmente genuina sorpresa da quanti furono coinvolti nella consegna del medesimo a che di dovere: Grano, Cicognani , Giovanni XXIII. presenti (Dell'Acqua, Capovilla...) alla sua consegna.

Ma non basta. Del tutto nuovo è il mio racconto di un antefatto, strettamente correlato a quel telegramma. Un fatto che a tutt'oggi risulta ignoto, ancorché‚ a guardarci bene, da esso prese il via anche la ormai notissima vicenda del telegramma, strettamente connesso, a quanto mi risulta, con l'incontro tra Kennedy e Kruscev, avvenuto a Vienna ai primi di giugno del 1961, nonché‚ con quello che ne seguì, sino alla risolutiva "crisi di Cuba" dell'ottobre del 1962, quando il mondo intero si avvertì miracolosamente scampato a una terza guerra mondiale, ormai atomica.

Su tutto chiesi, e ottenni, la generosa collaborazione dello stesso segretario di papa Giovanni, nonché‚ del suo nipote, mio carissimo amico, Marco Roncalli, e infine - last but not least - il prezioso incoraggiamento di mons. Agostino Marchetto, vescovo con la nostalgia della "Storia". Tutti ringrazio di gran cuore. Senza di loro questo scritto non sarebbe nato.

Roma, 02.05.02


NOTE [torna su]

(1) Conosciuta, tramite il padre spirituale don Domenico Dottarelli, antico Vicerettore e 'padre' del sacerdozio di don Giuseppe, il 20 maggio 1952. Sul rapporto importantissimo di don De Luca con la Serva di Dio Maria Bordoni e il gruppo delle sue "signorine" negli ultimi dieci anni della sua vita v. "Antonaz-zi", passim, la "Presentazione", da parte del Dottarelli, dell'edizione in volume del bollettino "Mater Dei" (ESL, Roma 1972), Tarsicio Piccari, Fede, cultura: affluenti della carità, NT, 155-91, oltre ai due articoli del fratello di Maria (nonchè‚ postulatore nella causa di canonizzazione), mons. Marcello Bordoni: "Incontri di anime sacerdotali che hanno lasciato il segno della loro presenza" e "L'incontro tra due grandi anime ecclesiali. Il rapporto epistolare tra don Giuseppe De Luca e la serva di Dio Maria Bordoni", apparsi su L'osservatore romano, rispettivamente del 19.9. e 17.10.2002.

(2) Romana Guarnieri, "Il movimento del Libero Spirito: I. Dalle origini al secolo XVI; II. Il Miroir des simples ames di Margherita Porete; III. Appendici",AISP, vol. IV, ESL, Roma 1965, pp. 335-708

(3) Angelo Roncalli, Il Cardinale Cesare Baronio. Conferenza tenuta il 4 dic. 1907 nel Seminario di Bergamo. Premessa di Giuseppe De Luca, ESL, Roma 1961.

(4) V. Quaderno, p. 8: "26.VI.61, lunedì - Iersera, licenziato il Baronio (dato a Michele)". Michele Rotundo, cognato e stretto collaboratore del fratello-tipografo di don Giuseppe, Luigi.

(5) "Son prete a Roma, la Santità vostra lo sa, del quale si dice che latra. Che cos'è farsi un nome? Eppure io non latro alla luna; abbaio soltanto per mettere in orecchi il pastore, non sparlo per sparlare unicamente, ma per metter sul chi va là i superiori.", in G. XXIII, pp. 92-3. Sul tormento del De Luca, "intel-ligenza esorbitante, parola caustica, sarcasmo volterriano, presunto Aretino tonacato", divorato dall'amore di Dio-pietà, padre di tutti gli uomini, "al capezzale del quale, morente, sedette Papa Giovanni, pontefice della pietà ecumenica", v. Aldo Ferrabino, "Il prete spietato", RicTest., EST, pp. 177-81.

(6) Tra cui diversi, redatti su commissione proprio per Ottaviani: v. l'elenco dei discorsi e degli articoli scritti nel '61 da De Luca per l'amico/testimone-garante/superiore e da questi pubblicati sotto il proprio nome nel suo Il Baluardo, in "Mangoni", p. 404, n.49.

(7) V. "Il Drago, la Banca, il Papero" in Romana Guarnieri, Una singolare amicizia. Ricordando don Giuseppe De Luca, Marietti, Genova 1998, pp. 98-165.

(8) Nel "Quaderno" trovo Manzù (noto comunista, del quale si vocifera che si recasse al suo lavoro in Vaticano con tanto di cravatta rossa!) citato con una certa frequenza soltanto a partire dal 19 sett.'61 (p. 27), con accenni al busto stupendo di papa Giovanni che egli veniva modellando in quei mesi, con unico presente il comune amico prete (v. foto 9, in NT), ma sopratutto ai problemi relativi alla realizzazione della "Porta della morte" in San Pietro, a lui dedicata dall'amico scultore.

Noto per inciso che prima ancora, a stare al racconto della Mangoni che si avvale di una lettera del 21 marzo 1961 di De Luca a Massimo Spada (uomo d'affari romano, segretario amministrativo dello IOR), il papa sarebbe andato a visitare don Giuseppe nella sua nuova abitazione nel Palazzo extraterritoriale di San Calisto in Trastevere, fra l'altro per celebrarvi messa nella cappella "di prodigiosa bellezza, che mi ha fatto in dono Manzù" (v. ADL, corr. e Mangoni, 409, n. 150). Personalmente io di quella visita, coronata per giunta da una messa papale, non serbo memoria, laddove invece ricordo bene che la collocazione imminente e definitiva della detta cappella - sottratta dunque al suo carattere "privato" - sarebbe stata nel Palazzo cosidetto "della Pace", destinato ad ospitare di lì a poco la progettata "opera" omonima (cfr infra, n. 18), ormai vicina alla sua realizzazione.

(9) "Bailamme", pp. 7-8: E ora se uno pensa....

(10) Per p. Lombardi cfr "Una rarità quasi inaudita, in "Bailamme", 14 genn. '62, pp. 248-9: "No, no, amico, che fai l'umile e non sei umile ...". Quanto alla Ballata alla Madonna di Cestochowa (Id., 25 febbr. 1962, pp. 104-14) cfr la lettera di ringraziamento del card. Wyschynski a De Luca in "G. XXIII", p. 128 e le "Riflessioni

(11) Visto, pare, con qualche perplessità da taluni personaggi del suo entourage polacco, nonché‚ a Roma, circa la strategia da lui a suo tempo seguita nei suoi rapporti con Gomulka nella Polonia soggetta a Mosca, e per questo giudicato favorevole a una certa qual forma di "dialogo" con i comunisti polacchi.

(12) V. "Bailamme", pp. 303-14. Cfr lettera di Papa Giovanni a Wyszynski del 29 lu.'61 in "Giovanni XXIII", Lettere ...,1958-1963 e lettera di ringraziamento del cardinale a De Luca per il suo articolo in su "L'osservatore romano" in Giovanni XXIII in alcuni scritti di don Giuseppe De Luca cit., 128.

(13) La cosiddetta "enciclica sociale", terminata in prima stesura il 15 di aprile, resa nota il 15 maggio, non a caso nel 70.o anniversario della Rerum Novarum, ma divulgata ufficialmente - "ripulita" e tradotta in latino - il 15 di luglio '61. Avendo con la sua condanna del liberalismo anticlericale e del capitalismo sfrenato proclamato che il lavoro non è una merce di scambio che si compra o si vende, fu da taluni interpretata come un avallo al dialogo fra cattolici e comunisti.

(14) V. Pacem in terris, par.83.

(15) Come noto, l'"Introduzione", incominciata a scrivere nel 1945 dopo lunghissima gestazione, coincise con l'ormai consolidata amicizia di De Luca con Franco Rodano e compagni (conosciuti nell'estate del '43) e con l'avvio di (aperti? segreti?) rapporti tra comunisti italiani e S. Sede con la visita (13 lu. '44) di Togliatti, da poco rientrato da Mosca, al sostituto della Segr. di Stato mons. Montini, e il successivo incontro - pronubo De Luca - tra Ottaviani e Togliatti in casa Rodano la vigilia di Natale di quello stesso '44, quando l'interdizione dai sacramenti dei filomarxisti da parte del S. Uffizio era ancora di là da venire (1949).

Forse, detto per inciso, non è male ricordare che la prima idea e poi la stesura dell'"Introduzione" (a parte H. Bremond e A. Wilmart) maturò - tra fede, erudizione, teologia, storia, impegno sociale, e... politico - negli anni di Esprit (primo num., ott. 1932), la rivista di E. Mounier, espressione del moderno ricupero della politica da parte della teologia (contro Marx, Nietzsche, Freud) mediante l'antico concetto di "persona" e "personalismo" come apertura all'"altro/Altro" da amare. Concetto, oggi - in epoca di esasperato, egoistico individualismo d'impronta liberale - a rischio di finir del tutto smarrito. Promosso con passione (nella Francia di De Gaulle e... del nunzio Roncalli), dagli uomini della "nouvelle thèologie" (Danièlou, de Lubac, Chenu, Congar...), in Italia coincise, nell'immediato dopoguerra, con gli incontri significativi di De Luca (che nel 1932 aveva pubblicato nella collana "Per verbum ad Verbum" da lui diretta per la Morcelliana, il famoso La religion personnelle del Grandmaison, tradotto da Montini), con un altro studioso a suo tempo sospettato di eresia: intendo l'allora (1946-7) ambasciatore di Francia presso la S. Sede Jacques Maritain. Dei suoi incontri con De Luca l'illustre filosofo "personalista", scriverà nel '63 dal suo esilio americano: "J'aurais voulu ... dire quelle vive amitié‚ je prouvais pour lui. ... sa sensibilitè exquise aux choses de l'esprit ... m'avait attachè … lui. Certaines conversations avec lui, … Rome, sur le mystère de l'Eglise sont restè pour moi inoubliables ..." (v. Jacques Maritain, "Il a aimè‚ avant tout la divine vérité", in "RicTest", 250-1). De Luca non conobbe Mounier di persona, ma attento lettore di Esprit qual era, sensibile alle preoccupazioni romane dei rischi che la fede cattolica sembrava correre nella Francia "pays de mission", tra la "nuova cristianità", d'impronta sociale, di Maritain (e Montini: cfr in proposito quanto scrive il 'francese cattolico' - innamorato/convertito del 'pélerin de l'Absolu' Léon Bloy, nonché‚ rettore dell' 'Institut Saint Louis des Francais … Rome', dai Maritain 'spedito' da De Luca -, André‚ Baron in "Une communion d'ames": "RicTest", pp. 39-46) e l'équipe domenicana delle Editions du Cerf, difficilmente poté ignorare il maestro del personalismo moderno, o evitare di confrontarsi con quel pensiero. Certo è che a me, povera ignorantella, attenta ma impreparata, don Giuseppe parlava (con continuo rimando al De Trinitate di Agostino, del quale proprio in quegli anni aveva affidata all'amico di gioventù Giuseppe Sandri la traduzione per la collezione di "Classici cristiani" progettata per la Mondadori), del concetto, a suo dire fondamentale in teologia come in politica, di "persona", che, a guardarci bene, mi sembra strettamente legata alla "pietà=amore di Dio e dell'uomo", inizio e fine della Storia tout-court ("la verité de notre etre", la definirà lo stesso De Luca in una lettera memorabile del 9 genn. '52 al p. Chenu, pubblicata da Paolo Vian, in "Montini", p. 162-3, n.2). Ahimé, non son teologa né tanto meno politica: sono..., sono..., mah, forse sono soltanto una gran pasticciona.

(16) V. ISP, pp. 12-3: "...chi non vi scorge ... non marxismo, non storia, non poesia, ma reale "pietas", cioé‚ e purtroppo quell'ultima estremità a cui gli uomini sono giunti, di voler compiere il volere di Dio, partendo, per odio ai preti, nientemeno dal negare Iddio, e far trionfare l'amore a colpi d'odio? L'arma segreta del movimento comunista, quel che ne è il virus e ne fa il contagio, è una sua 'gottlose Froemmigheit' come il Bernoulli definiva quella, tanto diversa, del Nietzsche ...: è la santità senza Dio, con la perfezione senza morale: senza la morale dei borghesi. ... moti poetici e moti sociali, anche i più volutamente, deliberatamente, disperatamente profani, anzi pro-fanatori ed empi, si comprenderebbero forse meglio qualora se ne intendesse, anche dal lato della pietà, l'animo reale e la sostanza."

Sarebbe interessante confrontare questo passo con il Maritain (in odor di eresia da parte di Ottaviani e della "Civiltà cattolica" di p. Messineo) difensore dell'"umanesimo integrale" (dal Messineo definito "naturalismo integrale": v. G. Zizola, Giovanni XXIII. La fede e la politica, Laterza 2000, p. 15) e della dignità della persona umana, il Maritain che in Cristianesimo e democrazia (New York, 1943) scrive: "non è stato concesso a dei credenti integralmente fedeli al dogma cattolico, ma a dei comunisti atei di abolire in Russia l'assolutismo del profitto privato ..." (v. vers. it., Milano '54, p. 17), nonché con il Congar che riconosce che "una parte del progresso del cristianesimo av-viene a opera dei non cristiani" (v. G. Zizola, L'utopia di papa Giovanni, Assisi 1974: 2.a ed. '74, p. 175): convinzioni già mature nel De Luca vicino a Rodano e ai suoi amici, in atto di scrivere (1945-'52) l'"Introduzione" (per certi versi, direi, precorritrice della "Pacem in terris"). Sul tema cfr anche, a p. 31 del "Quaderno", l'appunto seguente: "8.8bre.61, ore 15.25: ... Bossuet: plus que homme/Napoleone: me ne intendo/Nietsche: super-uomo/nazionalismo: Barrés - D'Ann./totalitarismo: Muss.-Hitler/ Comunisti (economico)/ è, invece, ben altro: è fermento umano;/ anzi fermento cristiano andato a male: figli di Dio, adottivi."

Quanto alla religione rifiutata in Russia in odio dei preti, cfr in proposito, nel rapporto inviato da Cousins al papa verso la fine del dic. 1962 (v. Zizola, L'utopia...cit., 191), le parole di Kruscev, in risposta alla osservazione del giornalista americamo circa le strane cose in atto in Russia: "... Lei vuol dire che io cerco di convertire il papa e che il papa cerca di convertirmi? Ma io non posso mai convertire il papa. Al contrario, devo riconoscere che ho un passato religioso. Perfino Stalin era stato educato in un seminario. Adesso non siamo più cristiani perché abbiamo combattuto contro un regime nel quale la religione era al servizio dello Stato. La cosa contro la quale abbiamo reagito non era la religione come tale, ma una situazione specifica nella quale c'era molta politica e altre cose; una situazione molto complicata. La Chiesa non era veramente una Chiesa e i preti non erano uomini di Dio, ma gendarmi dello zar".

(17) Tra costoro P. Pavan e il gruppo della Gregoriana, i cui lavori, mi fa notare mons. Capovilla (v. infra, Appendice doc.n. ) "confluivano separatamente sul tavolo del card. Tardini, davvero insonne revisore del testo, con conversazione quasi quotidiana col Papa. Uno degli ispiratori fu il noto canonico belga Cardin, mentre Koenig (di Vienna) e Richaud (di Bordeaux) e altri vennero bensì consultati, ma non fecero parte dello "staff".

(18) A Domenico Tardini, l'uomo del suo sacerdozio, don De Luca nel nostro "Quaderno" dedicherà diverse pagine di tormentati appunti, in vista di un profilo per L'osservatore romano, commissionatogli, pare, dal Papa: scritto e riscritto dolorosamente in diverse versioni (v. ADL), per ragioni che andrebbero una buona volta chiarite non fu mai portato a termine. Ricordo in proposito che don Giuseppe si diceva non libero di esprimere davvero il proprio giudizio sul defunto: "... se potessi, scriverei ben altro!" e mi confidava turbato come sul conto del cardinale da parte dei malevoli che in Curia non mancano mai correvano pettegolezzi circa la sua gestione dell'amatissima Casa Nazareth; senonché a bloccarlo poteva anche essere, come suggerisce la Mangoni, l'incertezza circa i suoi futuri rapporti con il successore di Tardini alla Segreteria di Stato card. Amleto Cicognani (fratello del più anziano card. Gaetano, +5 febbr.1962, amico di don Giuseppe sin dalla giovinezza). Comunque, da una lett. del 24 ag.'61 ad Antonio Samor‚ (non spedita, ma in via di stampa a cura di Marco Roncalli per i tipi delle Edizioni di Storia e Letteratura: cfr ADL, cart. Tardini) si desume che don Giuseppe stava lavorando a un articolo sul defunto: "... I superstiti di quello che fu l'ultimo anno di seminario di Tardini siamo io, Giovanelli (noi due gli servimmo la prima messa) e Cenci (rettore di Propaganda): e vostra eccellenza può testimoniare ... che nessuno di noi tre ha abusato di tanta vicinanza antica. Mi mandi questi dati che mi occorrono, perché la testa lavora, e non vorrei lasciar passare questo sentimento così vivo e doloroso, che ho della scomparsa di Tardini (non é un mese che se ne é andato, e già l'Italia è in mano al nostro Fidel Castro o La Pira che si voglia dire, corrispondente attivo col capo della chiesa russa, dal quale evidentemente vuol far pagare le spese del Concilio innanzimente: ah, eccellenza, quante cose direi al cardinal Tardini, se egli fosse vivo!); non voglio che tanto dolore, insomma, e tanto sdegno, sfrenino, senza lasciar traccia anche in pagine aperte ...".

Quanto ad Amleto Cicognani (1883-1973), questi, consacrato vescovo da mons. Roncalli nel 1933, per ventisei anni era vissuto a Washington come delegato apostolico per gli Stati Uniti, molto vicino al card. Spellman di New York. Creato cardinale (dic. '58) da Giovanni XXIII, fu da questi chiamato a succedere a Tardini (+30.7.'61) il 2.8.'61. Trent'anni prima, alla Congr. Orientale aveva conosciuto l'irrequieto De Luca, gi… intravisto, ancora seminarista, sin da quando il presule era cappellano universitario alla Lateranense e poi, ormai fatto prete (ott. 1921) alle prime armi, ovvero esperienze... curiali: minutante all'Orientale!

(19) V. Giornale dell'anima ..., ed. 1989, p. 625, nota 1053:

"Udienze: mgr Dell'Acqua, sempre fiamma ardente e animatrice. Visita preziosa quella del Card. Richard James Cushing arciv. di Boston. ...un angelo di bontà, di zelo, di spirito pastorale. "

Cushing Richard James (1895-1970): sacerdote 1921, vesc. tit. di Mela 1939, promosso a Boston 1944, cardinale 1958.

(20) V. per es. "Quaderno", p. 29: "26.IX.'61 ... (martedì) ... ore 15.30 ... La Maier, stamani in ufficio. Romana le regge la coda, ora". Evidente il riferimento ai nostri rispettivi compiti nell'erigendo istituto (o come altrimenti lo si vuol chiamare) di "Santa Maria della Pace". Avevo conosciuta la grande studiosa del pensiero scientifico del tardo-medioevo, Anneliese Maier (beneficiaria allora di una borsa di studio del Max Planck Institut e della quale De Luca pubblicherà ben 7 volumi nelle nostre Edizioni. Su di lei v. Alfonso Maierù e Edith Sylla, Daughter of her time: Anneliese Maier (1905-1971)and the study of Fourteenth-Century Philosophy, in Women in the Academy, ed. Jane Chance, The University of Wisconsin Press, Madison - Wisc. ) per vie mie, estranee a don Giuseppe e ai suoi progetti editoriali, ancora in nuce, nel tremendo inverno '43-'44 dell'occupazione tedesca di Roma (che fra l'altro comportò la chiusura della Biblioteca Vaticana) e ricordo che non avevo simpatizzato con lei a causa del suo atteggiamento sprezzante verso noi, poveri untorelli, traditori e inaffidabili da sempre. Senonché dieci-quindici anni più tardi, su di lei, come su me, su Enrica Follieri e sulla Mohrman, don De Luca aveva investito moltissimo per la creazione della "Pace".

Come noto (v. Marjet Derks-Saskia Verheesen-Stegeman, Weeten-schap als Roeping. Prof. dr. Christine Mohrman (1903-1988), "Classica", coll. "Vrouwen van formaat", 1998) la Mohrman (stimata studiosa dell'antico "latino-cristiano" come lingua a sé stante, a sua volta generatrice delle moderne lingue neolatine, della quale De Luca pubblicherà 4 volumi di Etudes sur le latin des crétiens nelle sue Edizioni), al fianco e sotto la guida del proprio maestro, fondatore dell'Università Cattolica nonché della famosa "Scuola" di Nimega, mons. Joseph Schrijnen, aveva a suo tempo lavorato, senza successo, alla creazione di un gruppo di donne semireligiose - nel caso "orsoline" - "votate" allo studio come servizio alla Chiesa.

La Maier, invece, priva della sua borsa di studio, viveva allora poverissimamente, sostenuta dalla Biblioteca Vaticana e da don Giuseppe, in una stanzuccia arredata dello stretto necessario di un modesto pensionato femminile gestito da suore a Monteverde antico e lì io la visitavo talvolta, sapendola fortemente coinvolta nella nostra ultima impresa, nel '61-'62 ormai ormai pros-sima a concludersi ufficialmente: la creazione - dico con parole dello stesso "fondatore" dirette al Papa il 24 giugno 1959: v. GXXIII, pp. 94-5) - di "una Congregazione sui generis, o meglio un oratorio di donne, le quali al Signore consacrassero l'intelligenza nell'esercizio dell'erudizione e nell'ascesi della ricerca filologica, senza con ciò obbligarsi minimamente a una vita comune né a un peculiare stato di vita" (e qui c'entrano per qualche cosa le mie ricerche sulle beghine nei Paesi Bassi e in Francia, nonché sulle bizoche/pinzochere e sulle orsoline nostrane). Ciascuna a casa sua o, qualora fosse priva di una casa e sola - era appunto il caso mio e della Maier -, qui, in Santa Maria /della Pace/ stessa, svolgerebbero quietamente il loro lavoro /assistite, beninteso, dalla Bordoni e dalle sue "signorine"/, rimunerate per questo, sotto la direzione di un sacerdote romano, designato nominalmente dalla Santa Sede. Data occasione, potrebbero essere scelte a condurre ricerche rapide e meticolose su temi controversi, a fornire 'riassunzioni storiche per le vertenze più intempestive e massicce, per i casi più tormentosi e insieme più precipitosi. Sarebbero le massaie della buona ricerca, le 'sarte' del Signore".

Già quattro anni prima, in una lettera Roma per Roma del 9 genn. 1955 (v. Carteggio, 190-1) don Giuseppe si confidava con l'amico Montini, suo coetaneo e testimone, a proposito del destino di tante donne ancor giovani ma con i figli ormai fuori casa e il marito sempre al lavoro, che gli confidavano il proprio disagio, impotenti come erano a dare un senso alla propia vita, e gli riferiva in proposito di "due opere che stanno lì lì per sbocciare, se una gelata non le brucia", e spiegava: "La donna può non farsi suora, può non consacrarsi all'assistenza, può nondimeno voler servire Iddio nello studio, ma anche qui fuori della scuola che oggi non è più studio, bensì assistenza intellettuale. Quando una donna volesse consacrarsi a Dio nella pura ricerca avrà da me (finché son io: un prete insomma), tema, metodo, mezzi di studio e mezzi di vita. Viva la sua preghiera come, dove e con chi vuole: vergine, sposa, oblata o terziaria, ecc.; in famiglia o in una casa dove posso ospitarle".

Tornando al "Quaderno", sempre sul tema 'donne, preghiera e studio' a me particolarmente caro, ancorché a tutt'oggi poco esplorato, a p. 42, in data 17 nov. 1961, ore 17.02, leggo: "Miei pseudonimi, tanti; alcuni femminili: Elena Cerretti, Romana Guarnieri, Maddalena De Luca, Giuliana Scudder". Verit… sacro-santa, a quanto mi risulta. E conclude: "Non son fratello tuo e parente di nessuno: ho detto stamani a Nuccia parlando del lavoro intellettuale".

(21) Amerigo Giovanelli (+1987), allora Sostituto della S. Congr. Orientale, già compagno di camerata di don Giuseppe e, con Felice Cenci (+1980) e Giulio Cericioni (+1968), uno dei suoi pi— fidati amici/confidenti, sempre presente in casa De Luca (o da noi in ufficio), come uno di famiglia.

(22) N.B. In materia c'era già stato un discorso papale del 15 agosto '61, peraltro non accolto con il clamore che fece il radiomessaggio del 10 settembre.

(23) Per un esempio solo trascrivo dal "Quaderno" (p. 16) il primo appuntino, in data "Domenica 16 luglio '61, 1/2giorno sparato ora." - (dunque 1/2 mese prima della morte di Tardini) - " (1) alle 11.30 ho terminato il discorso di Ottaviani. Mi ha telefonato il card. Testa, invitandomi post acquas ad attingere da lui aneddoti per il Radini. Ma è svanito. Come ieri mi diceva Giovanelli /v. supra n. 20/ di Cicognani. Svaniti e cattivi. Lucumoni e lumaconi." Povero Cicognani, noto - allora - per i suoi sorridenti silenzi enigmatici!

Quanto al card. Giacomo Testa, nel 1953 consacrato vescovo a Istambul dallo stesso Roncalli, fu tra i più antichi e cari collaboratori del Papa, che lo visitò in clinica, gravemente ammalato, lo stesso 17 marzo in cui visitò De Luca morente. Il 9 ag.'61 (in lett. non completata: v. "Giovanni XXIII", Lettere 1958-1963, 306-7) il Papa lo aveva invitato ad affiancare - in quanto buon "homo oeconomicus" - Amleto Cicognani, nella successione a mons. Canali, anche lui morto da poco, accettando di prendere il posto "occupato a suo modo dal defunto cardinale ..., in condizione ora di prendere tutt'altra orientazione". Come noto, la gestione dei numerosi posti direttivi nelle varie amministrazioni pontificie (tra cui quella degli aiuti degli Stati Uniti all'Italia) occupati dal Canali - il "magico finanziere" dei tempi di Pio XII - aveva dato ansa a molte, gravi preoccupazioni e a diffuse critiche - che ben ricordo -, così in curia che fuori.

La nota del 16 luglio, di cui sopra, prosegue: " ... Fare Taù, fare Vian, fare Cini, fare Brennan, fare Ottaviani, fare papa. L'autorità come servizio; vestiti a quel modo? eh via, esageriamo. Val più la livrea che il servizio e il servo. ... Ieri nel pm., dalle 16.30 alle 19.30, il Card. Testa qui con me."

Circa i frequentissimi rapporti di De Luca con Testa, mi limito a riprodurre ("Quaderno", p. 46) le seguenti righe, scritte la sera del sabato 25 nov. reso famoso dal telegramma di Kruscev, di cui De Luca ebbe notizia solo tre giorni più tardi, non so per quale via (L'osservatore?): "(h. 19.50) ... Ho telefonato card. Testa: le prime tre pp. dell'art. bocciato, ermetiche ...". Qui si rife-risce a un articolo per l'80o del pontefice, chiestogli da Missiroli per il Corriere della sera, ma non gradito dal festeggiato. In proposito ricordo che don Giuseppe, pur lusingato, aveva accettato l'invito tra mille esitazioni e dubbi, per via della testata, notoriamente anticlericale. L'articolo, assai bello, sarà poi pubblicato dopo la morte del Nostro, in Vita e pensiero 1962, IV, 17-11: cfr D.R., ", p. 38-9 e n. 22).

Infine, tornando a Testa, leggo (sempre a p. 46 del "Quaderno"): "Martedì, 28 nov. '61, ore 11.30. ... Ieri con Manzù da Testa e poi con Testa nello studio di Manzù: Porta di S. Pietro, la Pietà grande a Bergamo, i busti."

(24) V. D.R. cit. p. 40-1.

(25) Dopo la visita ufficiale in URSS (2-4 agosto '61) di La Pira-Bernabei, Kruscev (che nel frattempo - 13-14 ag. - aveva acconsentito a Ulbricht di innalzare il famoso "muro" di Berlino) il 24 agosto aveva fatto pervenire a Roma un messaggio favorevole alla proposta di Fanfani di dare corso a trattative sui problemi internazionali tra i governi alleati e l'URSS. Nel contempo però il 31 ag. l'URSS riprende gli esperimenti nucleari, seguita ruota da Kennedy con le esplosioni nucleari nell'atmosfera! E noi (faccio per dire: non io, certo), "noi" spauriti, ignari, indifesi spettatori da anni non ci eravamo sentiti così vicini a una terza guerra mondiale. Nucleare, ovviamente.

Quanto alla Caglio, qui la memoria di don Giuseppe va indietro di ben sette anni, al non dimenticato, drammatico "affare Montesi" (1954) che - montato forse dallo stesso Fanfani, come i soliti beninformati andavano insinuando - col mondo politico mise a ru-more anche quello ecclesiastico, per esservi coinvolto Piero Pic-cioni, figlio dell'allora ministro degli Esteri, autorevole democristiano di ottima reputazione: accusato della morte di tal Wilma Montesi, in una delle famigerate "orge" (alcohol, droga e sesso) organizzate - a stare alla cronaca nera del tempo - nella propria tenuta di Capocotta (sul litorale a sud di Roma) da Ugo Montagna, a sua volta descritto come un capobanda responsabile di una serie di operazioni sporche che coinvolsero anche personaggi vaticani. Ad accusare Piero (con tanto di lettera del 20 marzo al Tribunale di Roma) fu un'attricetta della neonata televisione nazionale, tal Annamaria Caglio, cucinata dalla stampa in tutte le salse. sta di fatto che il povero Piccioni padre si sentì in dovere di presentare le proprie dimissioni (ovviamente non accettate).

Infine La Pira. Il famoso quanto discusso "sindaco santo" di Firenze, grande animatore di convegni "per la pace", che "andavano avviando alla crisi le discriminanti ideologiche sostenute dall'anticomunismo teologico (così Giancarlo Zizola in Giovanni XXIII. La fede e la politica, Laterza, Roma-Bari 2000, p. 20) era stato a Mosca nell'ag. 1959 e al suo ritorno, benedetto dal papa ma criticatissimo dai "conservatori", Tardini compreso (v. Zizola cit. 136-7), sul momento aveva fatto nascere tra le sinistre democristiane speranze, non verificate nei fatti.

(26) ADL, sc. G/. In proposito v. l'importante contributo di Francesco Malgeri, p. 291. Tuttavia, a parte i fondamentali contributi della Mangoni, della Rodano, di Ossicini, di De Rosa e di Malgeri, a mio avviso manca ancora uno studio complessivo sulla "cultura" e sul "pensiero" politico di De Luca che soggiacciono alla sua presenza nel politico, nonostante egli insista a dichiararsi un "non politico", che tuttavia la politica vuol capirla per poterla giudicare.

(27) Il card. Antonio Samoré, responsabile della 1a sezione della Segreteria di Stato, dedicata agli "affari straordinari" (quanto dire "esteri") e legatissimo alla memoria di Tardini, è presente a più riprese nel Quaderno (v. p. es. pag. 12: "29 VIII 61, martedì.. telefonato a Samor‚: gli inoltro la lettera" /quale?/. Ivi: "Ore 20. ... Stamani, a Samor‚, spedita una lettera; parlato poi con Dell'Acqua /notorio protettore di Fanfani/: anche lui, come tutti gli amici della Russia, giocano a spaventare: 100 divisioni contro venti nostre, sulla linea della cortina; l'Albania; e questa Chiesa di Roma, andrà sfracellata? ...".

A conoscenza del forte vincolo di riconoscenza che legava De Luca a Tardini, in vita come in morte (v. supra, n. 26), due mesi più tardi, il 2 nov. '61, Samor‚ chiederà a don Giuseppe se era disposto a stenderne lui una biografia (v. "Vian", passim e p. 98, n. 36), invito che spiega forse la misteriosa nota a p. 38 del "Quaderno": "sabato, 4 nov. ... ore 22.17. Ho telefonato a mons. Samor‚ che non potevo per ora: 'Meglio non scriverne', mi è stato detto; i suoi avversari /Pizzardo? Micara? Di Jorio?/ incrudeliscono (contro me, Spada: io non posso bravare); tenterò col Papa, attraverso Testa ... Comunque, Samor‚ era feroce. Soltanto sull'ultimo pareva ammollirsi".

Son note tormentate, relative a un quadro non sereno, nel quale entra non solo la memoria di Tardini, immagino, ma anche la Fondazione Giovanni XXIII in via di realizzazione, ma che - confesso - mi riesce oscuro per tanta parte e che potrebbe forse ricever luce da un riesame della cartella "Tardini" nell' ADL, o anche dalla sofferta, inedita letterra (in corso di pubblicazio-ne) dell'agosto '61 di De Luca a Capovilla: " ... mi domando che cosa succede. Non sono una specie di pazzo; e se non obbedisco a organizzazioni di studio e le evito, se non creo macchine macchinose, non vuol dire che sono una specie di maniaco. Il mio lavoro è concreto. I risultati sono oltre duecento volumi, di classe molto alta: non una class