Guerra preventiva all'Iraq. Quale futuro per il diritto internazionale e la pace fra i popoli.
Conferenza organizzata dalle ACLI sestesi il 9 aprile 2003 allo Spazio Contemporaneo si Sesto San Giovanni con Giovanni Bianchi e il prof. Papisca.


Introduzione di Bianchi a Papisca

Vorrei iniziare questa introduzione alle riflessioni di Papisca con una espressione forte: non accettare le esistenze blindate, non accettare il ricatto della paura, e quindi il governo in nome della paura. La sicurezza è in grado di mettere da parte le garanzie della democrazia. Si tratta di tener duro sulle regole profonde della democrazia, di pensare a una globalizzazione dei diritti. Questo non soltanto mette tutte le culture oltre se stesse, ma fa saltare anche i confini culturali con altre forze.

C’era un’espressione che mi aveva colpito leggendo, qualche decennio fa, i testi di Franco Fornari "Psicanalisi della guerra" e "Psicanalisi della guerra atomica". Uno dei punti intorno ai quali il pensiero di questo grande psicanalista laico ruotava era questo: nessuna guerra è in grado di legittimare se stessa, ogni guerra cerca di legittimarsi con la pace che vuole stabilire, con l’ordine che vuole instaurare.

Le altre volte che ci siamo visti abbiamo avuto modo di ragionare circa il bivio rispetto al quale ci troviamo nei rapporti internazionali: o una logica monopolare, l’impero, o una logica multipolare, e quindi il concerto delle nazioni, il pensare in termini di diritto e di organizzazioni di organismi internazionali, ovviamente non soltanto l’ONU, ma anche il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, la WTO, ecc.

Secondo elemento: noi dobbiamo rispondere alle domande che stanno dentro alla globalizzazione tenendo conto di questo tipo di rischio.

Terzo elemento, l’antiamericanismo. L’America è il sogno giovane di una vecchia Europa, però il problema non è l’America in quanto tale. E’ la politica di questa amministrazione. Dentro la cultura americana ci sono spesso anche quelli che più hanno chiaro il rischio che questa amministrazione fa correre al suo paese e al mondo intero. Del resto, con grande semplicità posso dire che quando cantiamo la pace, in genere cantiamo canti americani da "Blowing in the wind" a "We shall overcame" ecc. Non sono stati i Vittorini, i Fenoglio, i Pavese a tradurci, nel dopoguerra gli Americani? Tutta la cultura di sinistra ci ha portati fino a loro. Se l’attuale Amministrazione andasse avanti su questa strada, non è tanto l’antiamericanismo dei Cossutta con il quale fare i conti, sarà un antiamericanismo ben più diffuso e sopra tutto di una qualità assai diversa.

Quarta cosa. Si ragiona molto sulla ricostruzione dell’Iraq. Io sono d’accordo con te, ce lo dicevamo poco fa, è meglio che l’ONU non intervenga, stia fuori, si tenga le mani assolutamente libere, checché ne pensi Blair. Blair rappresenta una sinistra compatibile col pensiero unico. E’ meglio che l’ONU stia fuori. Ma c’è un altro problema che a me pare invece essenziale. Quali rapporti col mondo arabo e anche col più vasto mondo islamico. L’amministrazione Bush ha ulteriormente destabilizzato quelli che vengono chiamati governi moderati. Con quali leaders arabi si vogliono fare i conti? Quale politica si vuole fare? Altrimenti il risultato sarà di aver fatto il gioco di Bin Laden, di aver messo le masse dietro i fondamentalisti e, potenzialmente, i terroristi.

I telegiornali di oggi sembrano suggerire che la democrazia viaggi sulla punta del fucile del marine. Non è vero, non viaggiava ne su quella dei viet-cong, ne sulla punta del fucile del marine. Quale problema sussiste da questo punto di vista?

L’ultima cosa. C’è il problema degli organismi internazionali, non solo ONU, ma Fondo Monetario, Banca Mondiale ecc: che farne? Come ripensarli nel nuovo contesto geopolitico? Sono organismi che non rispondono a nessuno, non vanno neanche a vedere la ricaduta sociale, non soltanto la legittimità dei contratti.

Infine c’è il problema di cosa fa il nostro Paese. Abbiamo un premier desaparecido, Berlusconi sparito. Non esiste una politica estera italiana. Per avere un’idea di questo basta confrontare la statura di Chirac con quella di Berlusconi. Io non amo Chirac, Chirac con la pace non centra niente! Pensate a come la Francia usa la Legione Straniera per operazioni terroristiche. Però Chirac ha capito due cose: uno, che l’Europa politica non può nascere apparendo da subito ai propri occhi e agli occhi del mondo subalterna degli USA. Dovrà stabilire degli accordi ma non può apparire la serva che porta il cappuccino a letto a Bush (ricordate l’espressione craxiana). L’altra cosa che ha capito è che questa politica americana ha aperto un vuoto in quella che chiamiamo l’Europa mediterranea e si è fiondato ad Algeri a prendersi un’apoteosi che neanche De Gaulle aveva mai avuto. Noi che abbiamo alle spalle tutta una politica in quella direzione di Fanfani, Moro, Mattei, abbiamo tutto dimenticato. Sono tutti problemi che man mano vengono fuori.

Chiuderei con due domande. Come facciamo ad evitare che la forza sia al posto del diritto? Seconda domanda: cosa fare concretamente?

intervento prof. Papisca

La prendo un po’ alla lunga. Negli anni ’40, quando ancora era in corso la seconda guerra mondiale, c’era chi pensava già al nuovo ordinamento mondiale che si sarebbe dovuto instaurare una volta finita la guerra. Allora erano in camp leaders politici di grande statura ed ispirazione. Si ricordano agli inizi degli anni ’40 i discorsi del presidente Roosewelt e, uno famoso, il discorso delle quattro libertà; poi si ricordano alcuni atti multilaterali, ad esempio la Dichiarazione delle Nazioni Unite, che non è la Dichiarazione dei diritti umani (verrà dopo ora siamo 1942) era la dichiarazione degli stati in lotta contro le potenze dell’Asse, dichiarazione contenente affermazioni di alcuni principi fondamentali: la dignità umana, i diritti fondamentali della persona, la democrazia. Si ricorda una Carta Atlantica, che non è lo statuto della NATO, ma che è un documento importante contenente dei principi, elaborati in conferenze internazionali. A S. Francisco, il 1 Giugno 1945, avviene la stesura della Carta delle Nazioni Unite che enuncia i principi, le norme ispiratrici dell’assetto dell’ordine mondiale. Mi sto riferendo ad un periodo di progettualità politica, di impegno etico-politico e quindi sto chiamando in causa i predecessori dell’attuale Presidente degli USA. Credo che l’attuale Presidente degli USA proprio non abbia mai studiato, non conosca quello che i suoi illuminati predecessori hanno creato. In quell’epoca era attivo Churchill, che stava preparando il suo progetto di unità europea con De Gasperi, Adenauer, Schumann. Churchill non era né idealista né liberal, però stava nella cerchia dei leaders illuminati che avrebbero innovato il modo di concepire l’ordine mondiale.

La Carta delle Nazioni Unite è un documento unico nella storia, non tanto perché contiene tutto il DNA dell’ordine mondiale, ma anche perché si apre in modo inconsueto per i trattati internazionali. "Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a preservare le presenti generazioni dal flagello della guerra che……desiderano affermare la fede negli indirizzi fondamentali ecc. ecc., per questo noi popoli incarichiamo i nostri stati, i nostri governi a stipulare quanto segue…..". Quindi c’è qui già un’affermazione di soggettualità democratica. In nessun trattato precedente della storia troviamo questo tipo di incipit. Nella Carta delle Nazioni Unite è confermato il principio secondo cui l’ordine mondiale deve basarsi sulla dignità della persona umana. Questo principio viene ulteriormente precisato, esplicitato nella Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 e lo stesso principio è ripreso in tutta la filiera di Convenzioni Giuridiche internazionali dei diritti umani.

Nel preambolo della Dichiarazione Universale, ripresa poi da tutti questi successivi trattati internazionali, sta scritto così: "Considerato che il riconoscimento della dignità umana costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo, è quindi la dignità umana il fondamento dell’ordine mondiale, non più la sovranità dello stato ma la dignità umana". La frase che vi ho detto e che è consacrata da tutta la legislazione internazionale che si è succeduta a partire dalla Carta delle Nazioni Unite, questa è la frase pronunciata da Roosewelt nel 1944, è un pezzo letteralmente ripreso dal un suo discorso.

A partire dalla Carta delle Nazioni Unite è venuto sviluppandosi il nuovo Diritto Internazionale. Quale responsabilità, quale lezione gli USA hanno dato al mondo con una frase del Presidente Roosewelt presa interamente e posta lì a suggello del carattere del nuovo ordine mondiale che era stato allora concepito! Io dico che in quell’epoca sono stati in seminati nella vicenda dell’umanità degli Universali: la Carta delle Nazioni Unite, la prima parte sopra tutto, la Dichiarazione Universale, la Convenzione sui diritti umani sono degli Universali. La stessa idea delle Nazioni Unite può considerarsi un universale.

Quali sono le caratteristiche del nuovo diritto internazionale che ha preso corpo da allora? Innanzitutto che la dignità della persona è principio fondamentale, che la sovranità esterna degli stati è meramente strumentale rispetto al diritto sul territorio di ciascuno stato, che quindi è un diritto fondamentale. Nello stato, diciamo, c’è il principio dello stato di diritto delle relazioni internazionali: cioè ci deve essere più trasparenza, i trattati devono essere scritti, ci deve essere insomma un’evidenza degli impegni presi dagli Stati. Poi le Organizzazioni devono essere quanto più possibile multilaterali. Per quanto riguarda l’uso della forza c’è una competenza sovra ordinata delle Nazioni Unite. E’ prevista una sola ingiunzione a favore degli stati ma il principio generale è il divieto di usare la forza per la risoluzione delle controversie fra gli stati. L’articolo 11 della nostra Costituzione riprende dalla Carta delle Nazioni Unite. La nostra Costituzione viene dopo. C’è poi il principio positivo per gli stati di risolvere pacificamente le controversie e poi c’è un principio molto interessante che la sovranità degli Stati cede di fronte all’autorità delle Nazioni Unite. Gli stati sono sovrani in certe materie però gli stati devono cedere quando la materia viene presa in mano dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nella Carta delle Nazioni Unite l’articolo 71 prevede che ci sia uno status consultivo per le organizzazioni non governative e le Nazioni Unite sono le vere attrici della soggettività delle organizzazioni non governative in campo internazionale. Gli USA hanno presieduto al processo di decolonizzazione politica, e l’ONU è stata la vera attrice di visibilità di ruolo mettendo insieme nuove norme giuridiche sui diritti umani con la diffusione della cultura della cooperazione quanto più multilaterale possibile. Tutto quanto era stato pensato dai grandi leaders degli anni ’40 è diventato più o meno consapevolmente patrimonio dell’umanità.

Per cui io non mi meraviglierei più di tanto che sia saltata fuori l’"opinione pubblica mondiale". E’ emersa l’espressione di una coscienza profonda e si è resa visibile e attiva perché c’è la rete ormai fittissima dei movimenti e delle organizzazioni non governative. Questa così detta "opinione pubblica mondiale" ha degli amplificatori, ha degli organizzatori, ha delle strutture che parlano. Questo significa che sotto c’è qualcosa di strategico, per cui le forze politiche (lasciamo stare alcuni leaders politici un po’ balordi) hanno già esattamente capito che cosa è avvenuto nel mondo a partire dal 1940 in virtù di quelle invenzioni, in virtù di quelle inseminazioni universali che sono state fatte. E tra queste anche l’integrazione europea, grandiosa nella storia delle civiltà umane.

Allora che cosa succede? L’idea è di cosa si può fare per alimentare, consolidare queste organizzazioni dell’umanità, l’ONU e tutte le altre. Sopraggiunge il bipolarismo, una sorta di cappa sul mondo, l’equilibrio del terrore con la corsa al riarmo, ecc. ecc., questa la lunga notte. Però attenzione: non è che non sia avvenuto nulla in quel periodo: le Nazioni Unite non hanno potuto funzionare come gestori dell’ordine mondiale perché c’era la diarchia, ma l’ONU, le Organizzazioni specializzate delle nazioni unite, ha lavorato comunque. Mentre c’era questa notte, chissà come, chissà perché, veniva prendendo sempre più organicità il diritto internazionale dei diritti umani. Dalla Dichiarazione Universale si passava alle varie Commissioni Giuridiche, ultima quella sui ; si creavano organismi ad hoc. In Europa si creava la Corte Europea dei diritti umani, nelle Americhe (ma gli USA stanno fuori) la Corte interamericana dei diritti umani, in Africa l’organizzazione dell’Unità Africana, oggi Unione Africana. La Carta Africana dei diritti degli uomini e dei popoli, la Commissione Africana dei diritti degli uomini e dei popoli è lì pronta per entrare in funzione.

Sotto il bipolarismo è andato avanti il dibattito sul sottosviluppo fino a tradursi nella strategia dello sviluppo umano; è stata portata avanti la codificazione del diritto internazionale, le leggi internazionali per quanto riguarda il fondo marino, per quanto riguarda lo spazio, ecc. ecc. Tante cose. Sopra tutto si è sviluppato a macchia d’olio il continente, non territoriale, delle organizzazioni non governative e in tutto il mondo. Ci sono ancora delle aree impermeabili, ma alcune di esse sono ora in fase di apertura.

Quando è arrivato il crollo dei muri si è tutti detto: ora non ci sono più alibi per gli stati di far funzionare le Nazioni Unite che nel frattempo non erano rimaste inerti. Fu commissionato in quegli anni dal Consiglio di Sicurezza il rapporto per il rilancio del sistema di sicurezza collettivo delle Nazioni Unite. Non ci sono più alibi per far funzionare le istituzioni e viene messo al lavoro un gruppo sempre con l’obiettivo della sicurezza, e poi intorno al ’95 c’è il culmine della visibilità con il dibattito sulla riforma delle Nazioni Unite. Ma nulla va avanti.

Le organizzazioni non governative sono state molto attive in quel periodo. Ad un cero punto si sono impegnate anche per la rielezione di Butros Gali. Per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite si formò un cartello di organizzazioni non governative per la rielezione di Butrus Gali: 14 voti su 15, con l’astensione degli USA. Dopo la caduta del muro ci si aspettava che prendesse corso, con sviluppo rapido, il nuovo ordine mondiale che era stato stabilito dalle Nazioni Unite nel 1945, negli anni del dopoguerra. Invece nulla. Proprio negli anni ’90 sorge il contrasto con l’amministrazione americana, con Bush padre che tenta la sortita. Saddam dà l’occasione perché compie un atto di aggressione nei confronti del Kuwait e gli USA non seguono la via delle Nazioni Unite: ci furono delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Ce n’è una molto ambigua, considerata illegittima dal punto di vista legale, per cui l’operazione che fu fatta nel Golfo, non fu un’operazione delle Nazioni Unite, fu un’operazione multinazionale sotto il comando americano, non certo sotto la bandiera dell’ONU.

Cosa si tentò in quell’occasione? Di rilanciare la guerra classica con l’intenzione di stabilire un nuovo ordine mondiale seguendo l’esempio della storia passata. Andando indietro, ma un po’ più in là, siamo nel ‘600, la guerra dei 30 anni, con la pace di Westfalia, le guerre napoleoniche e il Congresso di Vienna, la prima guerra mondiale con Versailles, Parigi, ecc. ecc. nuovo ordine internazionale, la Società delle Nazioni, ecc.ecc., la seconda guerra mondiale…. Qual è la geometria di queste situazioni: c’è la guerra guerreggiata sul campo, c’è il vincitore bellico sul campo che con la sua vittoria acquisisce quel potere in più che gli consente di imporre nove regole, nuovi assetti. L’input della vittoria. L’ONU rompe con questa tradizione e dice mai più guerra, la guerra è sostituita dal nuovo diritto internazionale, c’è una sola autorità sovraordinata che può usare la forza. Quest’autorità sovraordinata deve avere a disposizione una forza militare in via permanente: ottimo principio ma mai attuato. Allora dopo il 1989 ci si sarebbe aspettato che questo si realizzasse. Bush padre ha in mente quello che la storia passata gli offriva in termini di allestimento di nuovi ordini internazionali. Ci furono persone che dissero: guardate che quella manovra è pericolosa (bisognava opporsi subito). C’era l’intenzione di cambiare le carte in tavola, di ritornare al vecchio diritto internazionale, della sovranità degli stati che è sovranità armata e che quindici può fare la guerra.

Venendo ancora più avanti: i Balcani. L’ONU è immobilizzata con Butros Gali che sollecitava, anche con qualche pasticcio, l’autorizzazione. Poi frena: non ingerenze negli affari interni. Quando dagli USA arriva l’autorizzazione, ci si muove, ma in maniera scomposta. Dietro c’era sempre quest’intenzione dell’amministrazione degli USA di portare avanti un disegno di restaurazione prima della Carta delle Nazioni Unite: in Kossovo non si rispetta lo statuto NATO, non si osserva lo statuto delle Nazioni Unite e anche quella guerra ha come obiettivo la distruzione del nemico. Anche in quest’occasione opposizione da parte di persone che fin dalla guerra del Golfo avevano capito dove si voleva parare.

Ora la guerra all’Iraq, con tentativi anche molto spudorati di guerra preventiva. Ma il discorso va ancora più indietro: questa strategia di portare indietro la storia è presente anche negli anni ’80. Regna Regan e lì rispunta la filosofia della deregulation: bisogna abbattere le frontiere al commercio, alla circolazione, alle finanze, ecc. ecc.

Questa ricostruzione l’ho fatta velocemente a colpi di accetta. In ambienti politici sarebbe stata utile un po’ più di lungimiranza, un po’ più di competenza, un po’ più di inventiva. Ci sono i segnali. Chiudo con una cosa che potrebbe forse meravigliare qualcuno. Quando arrivò Gorbaciov fece due o tre discorsi, in particolare uno dell’86, per rilanciare le Nazioni Unite e il sistema di sicurezza collettivo. Fa presentare all’Ungheria, come capofila di 10 paesi allora socialisti, un progetto di risoluzione per il potenziamento dei sistemi di sicurezza collettivi allora in atto nelle Nazioni Unite. In quel progetto di risoluzione, con riferimento ai diritti umani, alla democrazia, ecc., c‘è una storia che pochissimi conoscono. Si tentò in qualche maniera di fare arrivare ad Andreotti questo messaggio: l’Ungheria chiedeva all’Italia di farsi tramite fra i paesi della NATO in sede Nazioni Unite per far passare questa risoluzione di rilancio. Gorbaciov aveva il problema dell’Armata Rossa, e il funzionamento delle Nazioni Unite sarebbe stata una salvezza per il suo governo. Incontrò un muro. Addirittura l’ambasciatore d’Ungheria proponeva, anche a nome del suo ministro degli esteri, Trieste come sede di un incontro Andreotti-Ministro degli Esteri d’Ungheria. Eravamo nel 1987, poi non avvenne nulla.

Ora ci troviamo di fronte a questa situazione dove si è calpestato il diritto internazionale, dove si è tentato di tirare un colpo mortale non soltanto all’ONU, ma a tutto il sistema del multilateralismo. Questo tentativo, ancora in atto, dal mio punto di vista, è destinato a fallire, destinato a creare problemi: problemi di coscienza, ma anche problemi di alta politica. E’ destinato a fallire perché si cerca di riproporre certi vecchi metodi per cambiare le regole in sede internazionale. Non si capisce che siamo nell’era dell’interdipendenza, nell’era della circolazione delle notizie, nell’era in cui dilaga l’associazionismo transnazionale, nell’era in cui c’è tanto bisogno di governo politico. Nessuno stato è sicuro, neppure la superpotenza. Ci sono problemi di economie povere, ci sono problemi di emarginazione, ci sono problemi di fame (800 mila persone). Queste cose le sanno tutti e tutti si mobilitano in qualche modo…Nell’era dell’interdipendenza, della transnazionalizzazione, dell’organizzazione in campo governativo e non governativo, dell’internetizzazione delle comunicazioni, degli spostamenti rapidi, ecc., è una follia politica pensare di governare il mondo con un modello gerarchico. Usa l’espressione "modello gerarchico" più che unipolare. In tale modello c’è uno che conta più degli altri, gli altri devono essere ancillari, le organizzazioni internazionali non devono avere pretese di regolare i conflitti ecc. ecc. Questo modello gerarchico si contrappone chiaramente al modello democratico di ordine mondiale, quello ideato da Roosewelt, Churchill, de Gasperi, Schumann, ecc. L’era nostra dà ragione a quel tipo di intuizione, di invenzione: aveva anticipato il multilateralismo, aveva anticipato il tema del governo a livello globale… Oggi la globalizzazione dà ragione a quel tipo di intuizione. Ora, il pianeta non è privo di strutture, privo di strumenti, per comunicare delle norme giuridiche che sono diventate la coscienza di tanta parte dell’umanità. Io spesso uso questo esempio: in una casa ci sono un sacco di attrezzature, di elettrodomestici, anche sofisticati. Tutto il sistema delle organizzazioni internazionali, mi riferisco agli aspetti governativi e non governativi, è attrezzato; solo che per molti di questi strumenti la spina non è inserita, oppure è inserita male ed è la volontà politica che la deve fare funzionare. Però esistono. Esistono le norme buone, esistono le circostanze che sono favorevoli al multilateralismo, sono favorevoli al multi level governants, cioè a forme di governabilità su livelli raccordatesi. Si parte dalla realtà microlocale fino alle Nazioni Unite. I principi fondamentali sono gli stessi, visto che i diritti umani sono non soltanto nelle costituzioni democratiche, ma anche nelle carte internazionali.

E’ dissennata la strategia di controllo del mondo, di guerra preventiva. C’è un’opinione pubblica che è sensibile, che si mobilita: si tratta di mettere assieme dei tasselli, dei mosaici. Nel mosaico il disegno c’è, è quello delineato dalle menti illuminate degli anni ’40 e ’50. Ci sono tasselli e ora ci vogliono grandi capacità politiche per mettere insieme i tasselli che ci sono, adattarne qualcuno, crearne ovviamente qualche altro all’interno del disegno complessivo che c’è. Questo significa che la cultura politica deve aggiornarsi, deve essere sempre puntuale nell’inserire qualche tassello nell’ordine mondiale. Le Nazioni Unite ci sono, ci sono le leggi internazionali sui diritti umani, c’è una serie di organismi per la tutela, ancora insufficienti ma ci sono, dei diritti umani, c’è la Corte Penale internazionale, cioè il principio dell’universalità della giustizia penale. Sono tutti tasselli dell’ordine mondiale. Avete ora anche una serie di norme relative all’ambiente.

E’ chiaro che di fronte a tutto questo ben di Dio è sempre più isolata, anche se arrogante e violenta, la posizione dell’amministrazione degli USA. Questa amministrazione rifiuta non soltanto il disegno complessivo, ma anche i singoli tasselli. Sta fuori dal sistema internazionale dei diritti umani perché non vuole riconoscere tutto quello che è diritto internazionale. Non ha voluto la Corte Penale Internazionale, ha cercato di slegare gli USA unilateralmente per l’immunità del personale militare impiegato oltre oceano, sabota le conferenze mondiali delle Nazioni Unite.

A questo punto bisogna alzare la testa. Il movimento deve ora combattere per la pace. La pace è una costruzione, la pace è una strategia. Deve alzare la testa e deve mettere i governi dei paesi dove è più forte con le spalle al muro. Non violentemente. Tu in quale contesto di vivibilità internazionale stai? Ci sono questi elettrodomestici, ci sono questi percorsi, qual è l’impegno, qual è il disegno, perché non hai altra carta. Dopo il bipolarismo non c’è la legge del più forte. Ma che significa? Di là c’è la superpotenza, ma di qua ci sono altre potenze maggiori, se vogliamo, a livello numerico. Gli stati membri delle Nazioni Unite sono 191, alcuni sono debolissimi, ma altri sono molto importanti. E c’è l’Europa.

Per il movimento per la pace ci sono due pilastri su cui costruire tutto un disegno politico: le Nazioni Unite e l’Unione Europea. Per le Nazioni Unite rafforzamento e democratizzazione. Ormai da anni questo movimento porta avanti un disegno puntuale di potenziamento dell’ONU. Se vogliamo le proposte più precise ed organiche sul futuro delle Nazioni Unite bisogna prendere i documenti della seconda assemblea dell’ONU dei popoli del 1995, esemplare a livello mondiale. Nel 2000 a New York c’è stato un Forum internazionale delle società civili. Bisogna dire che gli italiani con i migliori prodotti dei cinque anni precedenti sono ritenuti davvero movimenti esemplari.

Quanto alle riforme: una seconda assemblea dell’ONU dei popoli, una forma di assemblea parlamentare delle Nazioni Unite. Nel Consiglio di Sicurezza più rappresentatività, moratoria nella concessione del diritto di veto per certe materie, ma non per tutte. In un momento critico come questo, il veto può essere ancora utile. Forza permanente di polizia militare delle Nazioni Unite che significa che in varie parti del mondo gli stati mettono a disposizione in via permanente dei contingenti debitamente convertiti, addestrati a funzioni di polizia militare internazionale delle Nazioni Unite. Corte Penale internazionale. Finalmente si è messa a funzionare, ma deve essere sempre più un organo di polizia giudiziaria internazionale. Queste sono le cose da fare nelle Nazioni Unite: togliere le elefantiasi, rimuovere il funzionariato perché demotivato, in parte venduto, subalterno… Ci vuole una nuova generazione.

Quella che è la nostra forza come italiani è l’Unione Europea, modello per il mondo, L’Europa diventa forte, potente. Ma l’Europa deve aver il grande obiettivo di sostenere l’ONU. Allora l’Europa avrà dietro di sé decine e decine di paesi membri delle Nazioni Unite. Al tempo stesso l’Europa dovrà fare una scelta sul versante del Mediterraneo. Deve nascere la Comunità di cooperazione e sicurezza del Mediterraneo. E infine, , con caratteristica tutta europea, la difesa dello sviluppo dei diritti internazionali che si pongono come il centro della dignità umana.

Potenziare poi il dialogo interculturale. L’Europa come faro di civiltà. Con gli Usa bisogna riprendere: a me importa, e penso a tutti, il piano di dialogo con la società civile degli USA. Bisogna trovare l’anima degli interlocutori, ma su una posizione non subalterna. Lì ci troveremo con i grandi padri e madri del diritto internazionale e dei diritti umani. Dovremo avere il coraggio di dire che certi valori loro non sono i nostri, non sono più i nostri, che noi abbiamo altri valori. Piano piano su questo ci possiamo incontrare, sul codice universale dei diritti umani. Siamo arrivati ad un punto tale che il dialogo interculturale va fatto non soltanto con gli arabi ed i mussulmani, ma anche con la società civile americana: il dialogo con la società civile americana va fatto nelle università, nei campus e, se si vuole, anche con i vescovi cattolici.

Un cenno riguardante la mia professione. Io sono un yellow della Fondazione Alan Stevenson delle Nazioni Unite. Stevenson, che fu il competitore di Kennedy per la presidenza, era uno dei più grandi uomini politici democratici americani. Non vinse e allora Kennedy lo mandò presso le Nazioni Unite. Morì prematuramente e il Congresso USA mise a disposizione un fondo in contanti per celebrare e perpetuare la memoria di questo grande americano illuminato. Il fondo ha 9 fellowships tra cui il sottoscritto. Con questa medaglia io dico che con gli americani, nostri fratelli e sorelle, bisogna essere molto, molto sinceri e chiari. Ci troviamo o no su quei valori che i vostri padri hanno insegnato al mondo e che sono diventati nostri e ora noi difendiamo? E si apre, anche qui, tutto un processo di comunicazione sul modello di ordine mondiale che intendiamo portare avanti.

Dobbiamo trovare gli interlocutori di questo movimento di opinione pubblica, diciamo, e di società civile. In Italia l’orizzonte è più aperto che in altri paesi. In Italia abbiamo, a partire da ’91, un migliaio di istituti comunali che, in conformità al disegno della Costituzione e dei trattati internazionali sui diritti umani, riconoscono nella pace il diritto fondamentale della persona e dei popoli, si impegnano a costruire ecc. ecc. In migliaia di Comuni si può fare. Si tratta di stringere un’alleanza sempre più forte con questa istituzione dei governi locali, o regionali. La cooperazione decentrata la vedo come la materia indispensabile perché si stabilizzino forme di dialoghi interculturali. Il dialogo interculturale si fa anche lì, nelle strade e nei quartieri: sono tutte delle materie di azione che hanno una dimensione internazionale ma che sono alla portata di Comuni e Province, in virtù addirittura di norme statutarie. Questo è un disegno, secondo me, interessantissimo, di riuscire a coinvolgere le autorità comunali, provinciali e anche regionali in un impegno di ordine mondiale.

Cooperazione decentrata, dialogo interculturale, aggancio con progetti concepiti a livello di Unione Europea. Ce n’è per tutti. Nel dialogo interculturale sulla strada e nel quartiere la dimensione internazionale è fondamentale. Ho sperimentato in più occasioni che nei legami fra le culture se uno parla di Nazioni Unite, di ordine mondiale più democratico, ecc., è facile avviare un dialogo. Se noi sottovalutiamo questo è un disastro.

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