Fine dei partiti? Tradizione e cambiamento, intervento di Giovanni Bianchi.
Verso la fine della forma-partito? Il carattere dei soggetti e la natura dei partiti non escono più dai congressi. Sono le campagne elettorali che fanno e disfanno le forme-partito. Milano, 5 febbraio 2001.


Non è un caso che il circolo Dossetti abbia organizzato un momento di approfondimento in occasione delle imminenti elezioni regionali. Mi pare questa, infatti, una occasione unica per sperimentare sul campo nuovi processi e nuove esperienze. Volendo  usare una espressione forse abusata: queste elezioni rappresentano un autentico laboratorio politico.

Il titolo del convegno, fine dei partiti?,  è solo in parte provocatorio. Esso fotografa un momento di passaggio fondamentale, che dobbiamo leggere bene. Io non credo che oggi basti più parlare di crisi della politica, di distacco della politica  dal popolo. Se la parola crisi ha un senso, e Cacciari ci ha scritto molto sopra,  è perché essa indica dei processi di trasformazione, dei veri e propri cambiamenti di forma. In questo senso, ripeto, le imminenti elezioni regionali, sono un laboratorio politico. Queste elezioni regionali, non altre. Io mi spingo più in là, con  questi candidati  e non col atri. E non per una simpatia particolare nei confronti di persone come Cacciari e Martinazzoli, che pure c’è, ma per il progetto che essi rappresentano. Ho trascinato con me in questi mesi, quasi una giaculatoria, una frase di Michael Ende, l’autore di La storia infinita.  Dice: “Siamo corsi così avanti in tutti questi anni che dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci”. E’ Ende, e sembra il Qoelet  in traduzione adatta alle nuove generazioni.

Quella di oggi vuole essere una pausa nella corsa, per misurare la corsa e i suoi effetti. Per due ragioni, o meglio due circostanze di fondo: una ambientale (del Nord) e una generale. Sorta di  “buco nero” la Lombardia. Diciamolo francamente: da quando la signora Colli ha conquistato in provincia di Milano Palazzo Isimbardi, in questa città e in questa regione non possiamo che migliorare...

Perché - seconda ragione - le elezioni sono diventate un momento fondante. Non sono più i congressi a fare i partiti. Sono le campagne elettorali, nella stagione del maggioritario, che fanno e disfano i partiti.

E infatti, quanto resta dell’evento torinese del congresso dei DS?

E del congresso riminese del PPI pare a me sempre più chiaro che, al di là dell’elezione degnissima di Castagnetti, si trattò più di armistizio che di congresso. Al punto da chiedermi se il luogo più adatto per la celebrazione fosse Teano al posto della capitale della Romagna... 

Ecco, io vorrei tentare, prima di dare  la parola ai relatori, di riflettere insieme sui cambiamenti di forma della politica e della rappresentanza.

Tutto cominciò dall’Ulivo
Possiamo dire che tutto è cominciato con l’Ulivo. A me pare che esso è stato contrassegnato da una peculiare e anche drammatica coincidenza: una alleanza elettorale che non era più una semplice alleanza elettorale e la sua percezione da parte  delle forze politiche che l’hanno promossa.

C’è stata insomma una sfasatura drammatica tra il movimento dell’Ulivo e il suo uso politico, tra l’iniziativa che esso proponeva alla politica italiana e la lettura  riduttiva che ne hanno dato i protagonisti.

L’esperienza dell’Ulivo, come è noto, è stata travolta non solo dalle proprie debolezze, ma anche dal ritorno dei partiti, eppure essa ha segnato un passaggio irreversibile di politica pratica: il bisogno di una nuova forma di rappresentanza per essere competitivi sull’arena politica.

Se è morta l’esperienza dell’Ulivo, ne è rimasto il problema, si è fatta più acuta la domanda che ha posto.

Regionalismo e forme della rappresentanza
Ma allora bisogna andare più in là e chiedersi quali sono i livelli oggi concretamente innovativi per il nostro problema.

Ricordo che dieci, quindici anni fa, quando il tema del regionalismo entrò nell’agenda politica del nostro Paese, alcuni fecero una osservazione ovvia, ma che raramente è stata presa in seria considerazione: come poteva pensarsi un autentico regionalismo (come non pensare alla grande proposta sturziana?) con forme partito fortemente accentrate che, da destra a sinistra, da questo punto di vista erano assai simili? Una nuova unità nazionale fondata su ampie autonomie, espressione di ampie autonomie,  non presupponeva cambiamenti radicali nella forma dei partiti?

Sembrava allora uno di quei problemi posti da qualche politologo troppo zelante e puntiglioso, o, comunque, uno di quei problemi che  ci si illudeva potessero essere risolti a tavolino. Era invece qualcosa di più: era l’indicazione di un passaggio politico lungo, difficile, che gli anni successivi avrebbero approfondito e complicato.

Partiti e Stato
Era chiaro, comunque,  che se era entrata in crisi ormai da tempo una forma  Stato, tipica della storia italiana, erano andati in crisi anche  i soggetti politici, i partiti,  che con quella forma si erano identificati e avevano fatto corpo unico.

Crisi dello Stato e crisi dei partiti, ce lo ricordava una settimana fa, proprio qui, Mario Tronti, sono  due aspetti di una unica vicenda.

Verrebbe oggi da dire: quali partiti veramente regionalisti per una forma Stato espressione di ampie autonomie? Domanda difficile. Non si tratta, infatti, qui di aggiustare un perimetro, di adeguare una forma, di dare più spazio a qualcuno; si tratta di cambiare una forma.

Non si tratta né di un problema amministrativo, né di un problema di ingegneria istituzionale. Si tratta di un problema politico, che investe i soggetti stessi  della politica, le loro culture, i loro stili organizzativi.

Qui i nomi indicano più un disagio che una prospettiva di soluzione: alleanza, federazione, aggregazione al centro, due gambe, tre, una sola. C’è una prolissità delle parole dinanzi all’urgenza di un problema che le attraversa ma non vi sosta. Che ha bisogno più di esperienze che di definizioni. Quella che ci accingiamo a fare è una di queste esperienze. I libri si scrivono sempre dopo.

Diverso da allora
Tenterò di essere più concreto nell’illustrare questo passaggio. Quando alla fine degli anni cinquanta andò in crisi il centrismo, cominciarono le prime sperimentazioni di una nuova formula politica, il centro-sinistra,  e cominciarono  a livello periferico, proprio qui a Milano e poi a Venezia, Genova.... Una formula politica maturata dal centro, veniva sperimentata in periferia e diventava poi linea politica nazionale.

Ecco, tutto questo oggi non si dà più. Oggi non c’è nessuna nuova formula politica generale che si “prova” in periferia per poi  essere realizzata a livello nazionale. Oggi la sperimentazione è assai più radicale, riguarda assai più di una formula politica, ma investe le forme stesse della rappresentanza, gli stessi soggetti politici vecchi e nuovi che  sono scesi nell’arena elettorale.

Oggi il sistema centrale è in ansia, più teso a proteggersi che a innovare. Forse possiamo dire che c’è qualcosa di più: c’è  il chiacchiericcio spesso delirante di un ceto politico ormai autoreferenziale, che non riesce a mordere più i processi reali delle nuove forme della politica

Una sfasatura profonda
Di qui credo la sfasatura  profonda  tra il dibattito a livello nazionale e il dibattito a livello locale, tra l’asfissia dei proclami e la costruzione paziente di nuovi  processi, tra la vuotezza del dibattito sulle formule e le esperienze emblematiche che si mettono in campo.

E’ una prima domanda che farei a Cacciari e Martinazzoli questa: la distanza che separa la loro esperienza  con le formule nazionali che tentano di comprenderla, incasellarla, rassicurarla.

E’ una distanza su cui conviene riflettere, perché mi pare che in essa sia tutto inscritto il carattere di laboratorio politico che è oggi la loro esperienza.

Un movimento riformatore
Un laboratorio politico a sua volta tutto inscritto nel carattere  regionale di questa vicenda. Io dico che qui si stanno costruendo le forme nuove della politica: nuovi processi di aggregazione, nuove forme di militanza, nuove reti di rapporto e di lavoro in comune tra più culture politiche e sociali. Il dialogo dei riformismi. Bisogna, insomma, imparare a leggere a livello alto questa esperienza elettorale. Mi sembra di poter dire che oggi portiamo avanti non l’esperienza dell’Ulivo, ma la sua domanda, il  problema che ci ha lasciato in eredità, morendo di parto. Per questo, come allora, mi pare fondamentale che questa vicenda  ritrovi in se stessa tutta la carica di un movimento di riforma, di un movimento politico, che non si limita all’elezione, speriamo, di Cacciari o di Martinazzoli e di altri, ma produca una partecipazione  vera di popolo, di ceti, di gruppi sociali. Che si costruisca insomma una forma nuova di militanza intorno ad un progetto di  riforma politica e sociale. Se è possibile distinguere, personale politico, non ceto politico.

Cosa sta avvenendo infatti? In nessuna regione queste elezioni sono uguali? E’ una constatazione banale ed essa  non nasconde alcun giudizio di valore: si limita ad una semplice constatazione di fatto. Ci sono realtà in cui  si stanno innovando concretamente i processi della rappresentanza e realtà dove la competizione elettorale assume le forme tradizionali di conferma o ribaltamento di questa o quella coalizione politica.

Non  caso è stato più volte evocata, in questi mesi, la questione settentrionale. Essa fa tutt’uno con la questione del regionalismo.  A noi in questa sede ci interessa  un suo aspetto particolare, quello delle nuove forme della rappresentanza che mette in campo. In questo senso forte si muove anche il titolo del convegno:  fine dei partiti?

Essere eredi
Non credo  si possa dare qui, oggi, una risposta. Certo  c’è e forte la domanda ed è una domanda che attraversa l’aspetto forse più significativo di queste elezioni. Fine di questi partiti, ma per un rilancio della politica, e questo esige dei soggetti politici forti, capaci di progetto, capaci di fare movimento. Leggevamo la settimana scorsa in un nostro corso di formazione:

“Il problema di oggi non è perché siano trapassati quei partiti: il problema è perché non abbiano depositato una eredità. Il tema dei passaggi d’epoca è sempre, infatti, per le formazioni politiche, quello dell’eredità. Più, molto di più, di quello dell’innovazione. E’ grande politica quella di chi nella necessaria distruzione anche del proprio passato guadagna  posizioni di forza con l’avversario. E gestisce il mutamento in questa prospettiva. L’uso della crisi per lo sviluppo è il paradigma principe su cui si misura la qualità del politico.... Un conto è un cambiamento della propria forma, un conto è la rinuncia alle proprie ragioni di esistenza. Queste stanno nella storia viva e non si aboliscono per decreto dall’alto. E non è vero che comunque esse ritorneranno a farsi sentire sotto nuove vesti. La verità è che si possono perdere.... Così accade che  si smette di essere e poi non si sa cosa fare”.

Ecco, il problema mi pare questo. L’occasione mi pare questa. Nuovi soggetti possono nascere, essere eredi di una storia, se sono capaci ancora di fare movimento, di mobilitare persone, passioni, speranze. L’identità della propria memoria non è allora un limite, ma una risorsa che abbandona i vecchi steccati perché la lezione del passato si faccia capace di futuro.

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