Cos’è la questione settentrionale? Riguarda in generale il sistema delle autonomie e la forma dello stato come una modalità diversa di fare la politica. Io articolerò il mio intervento in tre punti: una prima considerazione sulle autonomie, sui soggetti politici; una seconda considerazione sulle funzioni e sulle istituzioni ed una terza considerazione sulla politica e le alleanze. Intanto noi sulla questione settentrionale, come su tante altre, siamo in fortissimo ritardo. In un certo senso, soprattutto dopo la crisi della bicamerale, il centro sinistra si è lasciato scippare, come tema politico, la questione settentrionale; non tanto nei contenuti, quanto nella simbolica, nel modello.
La questione settentrionale, come fenomeno politico, è un fenomeno di medio periodo, non è un fenomeno occasionale; cioè, quando la Lega è nata non è stata capita come fenomeno di questo tipo, soprattutto la Lega degli inizi, perché la Lega degli inizi, se voi ci pensate, divenne presto un partito- massa: al nord arrivò al 20%, aveva raggiunto le aree urbane, la grande esplosione del senatùr fu un esplosione dove aderirono le città, non è stato un fenomeno valligiano. Nella sua crisi, adesso(non a caso è andato all’alleanza con Berlusconi), è ritornata alle sue radici più barbare e nazionalistiche, ma, pur partendo da lì, nel momento della sua massima espansione, aveva raggiunto i ceti urbani, le città, le professioni, di più. La Lega era diventata un partito del 20% prendendo i voti da tutte le parti; non solo voti di egoismo e di destra, ma anche voti operai. E questo era un indice molto importante perché era indicativo di una modificazione della composizione di classe della organizzazione del lavoro, perché in una situazione fordista gli operai non avrebbero mai votato per la Lega.
C’è una sproporzione tra il progetto politico e i processi. Quando il progetto politico non adegua i processi ma sostanzialmente copre le esigenze immediate resta sempre in ritardo. Allora dico la Lega era significativa in quel momento, quando raggiunse le città, quando divenne una forza del 20% era significativa di una modificazione della struttura della società. I grandi partiti di sinistra e le grandi alleanze di centro-sinistra e addirittura le alleanze con parti avanzate della borghesia, che avevano caratterizzato la politica a partire dagli anni ’50, sono nati dal fatto che c’erano grandi masse escluse che tendevano ad entrare nei diritti, quindi il motore sociale dell’inclusione aveva una base amplissima e quindi il discorso degasperiano, un partito di centro che guarda a sinistra, corrispondeva ad una dinamica sociale di grandi masse escluse che dovevano essere incluse, e quindi l’alleanza coi partiti di sinistra diventava naturale, anche se poi c’era la questione comunista che era una cosa diversa dai partiti di sinistra e dalle tradizioni socialdemocratiche. Allora la dinamica di fondo era sostanzialmente questa: quando ci sono grandi masse che tendono all’inclusione allora è necessario che si allarghi la politica dei diritti.
Noi siamo passati, e qui c’è un elemento di positività ma anche uno di negatività, dalle grandi masse escluse alla stabilizzazione delle marginalità, ed è questo il motivo per cui le politiche popolari e di sinistra non possono più crescere, perché la stabilizzazione delle marginalità, cioè i poveri come residuo e non come grande massa sociale, questa è una mutazione strutturale, cioè a dire il sistema dei bisogni è cambiato. Diciamo una questione molto semplice per farci capire: negli anni ’50 qualsiasi lavoro andava bene purché fosse lavoro; il diritto al lavoro era il diritto all’accesso al lavoro.
Oggi il problema del diritto al lavoro è il problema della qualità del lavoro, e moltissimi italiani non vogliono fare certi lavori, addirittura arrivando al paradosso di sentirli offensivi. Allora la questione settentrionale è quella dove questo si è realizzato meglio, perché con la fine del fordismo noi abbiamo nella società settentrionale, che tra l’altro ha livelli di occupazione abbastanza elevati, una situazione di ampliamento grande, di lavoro autonomo dovuto alla differenziazione sociale. E’ dinnanzi agli occhi di tutti la fase della deindustrializzazione : la Falk non c’è più, la Pirelli non c’è più, sono diventati università, dov’è la grande industria sul territorio? La vedete? Avete o archeologia industriale o reinvenzione delle sedi; quindi il lavoro fordista non c’è più, ormai c’è lavoro distribuito sul territorio. Allora se si vuole incontrare il lavoratore di fabbrica o se si pensa ad una tutela del lavoro nel senso vecchio del sindacalismo, non si difende nulla o si difende una minoranza, ed allora è chiaro che non ci si allarga la società.
Per cui esiste un grande vasto mondo del lavoro che non è rappresentato ed un mondo residuale del lavoro che è iper- rappresentato. Il crollo del sindacato è questo. Tutte le partite Iva, tutti quelli che fanno lavoro autonomo non sono ricchi. E’ una forma di lavoro dove questi sono investitori di se stessi, i self- made, ma non è detto che diventino ricchi. Allora, probabilmente vorrebbero essere anche rappresentati, ma non possono essere rappresentati nella forma di una corporazione uniforme. Allora dovrebbero avere una loro forma associativa, ci dovrebbe essere un sindacato che non è più quello classico, perché è chiaro che con il lavoro autonomo non puoi fare i contratti collettivi. Se noi vogliamo qualsiasi forma di rappresentanza, per definizione, o rappresenta blocchi sociali o non rappresenta. Quindi è chiaro, solo che la rappresentanza non può essere standardizzata, cioè sono contratti a variabili interne molto più alte.
Quando noi parliamo di rappresentanza parliamo sempre di collettività ,per definizione, però sono collettività dove gli elementi di modificazione sia del reddito, sia del lavoro sul territorio perché molte volte questi lavori mobili, mobili sul territorio mobili nei ritmi, nei cicli economici, pensate a tutte le trattazioni finanziarie, chi si interessa del mercato immobiliare, c’è un momento in cui si vende molto e c’è un momento in cui si vende poco ed allora questo non ha sempre gli stessi soldi, e quando noi parliamo di nuove professioni parliamo di un incremento di professioni dovute per fortuna all’incremento della ricchezza.
Consulenti finanziari: tutti consulenti di investimento del denaro, dei risparmi; allora abbiamo risparmi e molta gente non sa come valorizzare il suo risparmio, allora noi abbiamo una crescita costante di commercialisti, consulenti finanziari, cioè nuove professioni la cui curva dipende dalla ricchezza dei cittadini quindi non è costante, dipende dalla capacità di spesa o di risparmio che essi hanno, e quindi sono professioni nuove, grandissime, e come si incontrano!! E certamente non sarà Cofferati ad incrociare questo tipo di persone; allora ci deve essere una politica che pensi a questi; non dobbiamo pensare all’autonomo come il ricco. A questo livello si aggiunge un’altra dimensione fondamentale della modificazione del lavoro che è la new- economy, cioè la politica dei servizi: oggi i servizi sono tutti on line. Non esiste più il servizio dello sportello, gli impiegati nelle banche crollano; c’è tutto un tipo di professioni di intelligenza, cioè sono gli elaboratori di programma, cioè i programmisti che costruiscono servizio, non sono più le persone che stanno allo sportello, non c’è più l’uomo al servizio sul posto ma ci sono uomini che pensano servizi, creano programmi.
Queste cose perché sono particolarmente questione settentrionale? Perché soltanto la società della ricchezza e del quasi pieno impiego ha potuto sviluppare questa trasformazione dove al Sud questi problemi esistono ma con altra natura e su altra scala. Allora quando parliamo di Sud dobbiamo parlare di un altro tipo di investimento, di un altro tipo di occupazione. Ricordate la battuta di Prodi:” dobbiamo fare del Sud la Florida di Italia”; allora lì c’è tutto un altro sistema di sviluppo pensabile, anche se poi anche lì se si fa una catena di servizi, turisti, etc. immediatamente quando si parla di servizi si deve parlare subito di new economy perché i pacchetti che si fanno dei circuiti turistici etc. sono tutte organizzazioni che si fanno ormai per programmi informatici.
L’altro elemento importante, quindi è che c’è un collegamento molto stretto tra lavori autonomi e sistema di servizi e nuova economia. Nel sistema di servizi su modello new economy non bisogna dimenticare un’altra cosa importante e decisiva: che non c’è bisogno di accumulazione primitiva di capitale ma il capitale è l’intelligenza, cioè sapere fare un programma non è uguale ad avere soldi, per costruire un’impresa bisogna avere un’accumulazione primitiva di capitale, se devi diventare programmista, se devi costruire circuiti formati non hai bisogno di capitale, se non nella forma di capitale formativo. Allora il grande investimento dev’essere nel settore dell’informazione, e allora qui si apre un terreno molto grande che è relativo a quale tipo di formazione e perché? Perché una formazione in un contesto ad alta variabilità e a costante innovazione esige un nucleo di base ristretto con un costante aggiornamento permanente di cui il titolare deve essere nelle condizioni o di pagarsi lui i costi o di essere aiutato, se non altro fifty-fifty con altre istituzioni o enti. Questo vale per il lavoro autonomo, vale per il lavoro dentro le aziende, perché ormai le aziende ad alto tasso di innovazione hanno cicli di trasformazione dei modi del lavoro e quindi o espellono gli operai o li formano costantemente.
Ed allora il problema del sindacato oggi non è di difendere il lavoro ad ogni costo, ma di entrare come partnership nei problemi di formazione, e quindi di contrattare con l'azienda non l'espulsione, cambiando a seconda dei cicli, ma valorizzando costantemente quelli che ci sono dentro, e quindi creando una coesione tra azienda, interesse di auto- qualificazione dentro l’azienda del soggetto ed il sindacato che è mediatore di questa qualificazione e non difensore in assoluto della occupazione standard. Allora, da questo punto di vista , dobbiamo pensare un sindacato capace di mediare le entrate e le uscite dell’azienda, non di difendere il posto fisso; tutelare il lavoro non è la stessa cosa che difendere il posto fisso, sono due cose completamente diverse; quindi prevedere ammortizzatori in entrata ed in uscita, non intervalli vuoti, cioè tempi in base a cui il soggetto si può riformare e reinserirsi e ricontrattare lui stesso, spalleggiato dal sindacato, una nuova entrata. Tra l’altro questo avviene già al livello di migliore qualificazione.
Più si alza il livello di qualificazione più ci si trova nella situazione che non è tanto l’individuo ad essere espulso dall’azienda, quanto l’individuo che vuole cambiare azienda per valorizzarsi. Nel managemant questo è normale: un manager che non cambia quattro o cinque aziende è fallito per definizione professionale. Se non è richiesto è fallito. Tutti i migliori manager che abbiamo hanno abbandonato posti per andare a fare i manager in aziende piccole, essendone loro stessi i promotori, e poi sono diventati grandi attraverso il piccolo e si sono rimessi nel mercato al livello più alto. Ora, con questa fenomenologia del lavoro, può la vecchia logica sindacale, il bertinottismo, che è una cosa orrenda sia sul piano politico, sia sul piano sindacale, questo Sgarbi di sinistra che ha distrutto il governo Prodi permettendo la diaspora selvaggia e i trucchi di certi personaggi, perché ammettiamo pure che Prodi l’abbia buttato giù D’Alema o Marini, però questi hanno profittato del fatto che quel personaggio ha fatto il buco , perché non dobbiamo dimenticare tutte le aperture di credito di Prodi con Bertinotti, scavalcando D’Alema per tenere fermo il governo.
I gruppi dirigenti di partiti piccoli che quindi non possono mai assumersi responsabilità di governo sono disposti anche a perdere pur di rimanere dirigenti. Cioè Mastella se perde non gliene frega niente, l’importante è che gli rimanga il 2% come potere di ricatto. Sa bene che non potrà diventare mai un partito del 25% e quindi può giocare l’irresponsabilità in vista di se stesso. In una vittoria del centro- destra un Bertinotti che fa il duro e il puro col suo 5% eternamente, sarà eternamente contento di giocare a fare la rivoluzione mentre gli altri governano. Quando dico Bertinotti dico una strategia politica, non parlo di rifondazione come base sociale che da questo punto di vista invece è portatrice di istanze anche importanti che devono essere valorizzate perché esistono i poveri, esistono i drop out, esiste un uso selvaggio della flessibilità.
Sistema delle imprese: le grandi imprese ad alta tecnologia diminuiscono personale perché funzionano le grandi macchine; l’assemblaggio di una macchina oggi lo fa il computer, ma si sono sviluppate grandi piccole imprese di due nature: di alto specialismo tecnologico, soprattutto quelle informatiche, di alta qualificazione con ingegneri di alta qualità. Accanto a questo ci sono delle imprese di produzione di beni, in una situazione dove questa rinascita dell’artigianato, di industrie semi- artigiane, che si sono sviluppate in questi tempi perché c’è stata una differenziazione dei consumi ed un’istanza di personalizzazione dei bisogni. Basta andare in un qualsiasi mobilificio, in una Ikea, in un super market, la cosa che si vede subito è, in una stessa distribuzione, una grande differenziazione d’offerta. Allora noi abbiamo aziende piccole che amplificano l’offerta nei grandi super market: è un fenomeno analogo alla globalizzazione.
Noi abbiamo grandi centri di distribuzione con una grande differenziazione interna di prodotto; quindi abbiamo imprese diffuse sul territorio per blocchi di lavoro e manufatti che però arrivano sul mercato della grande distribuzione. Oltre un sistema di distribuzione che noi vediamo che sono motivate su altre ragioni e che non bisogna distruggere e che l’unione commercianti propone cioè il mantenimento dei vecchi negozi perché il vecchio negozio non soltanto personalizza il prodotto ma personalizza il rapporto. Questa è la rete delle modificazioni sociali su cui bisogna sviluppare le sensibilità politiche. Un altro tipo di modificazione fondamentale è l’implementazione di lavori esterni che sono di fatto l’altra faccia dei lavori autonomi. Pensate alle case editrici: non hanno più redattori interni, non hanno più correttori di bozze interni, perché gli costavano troppo; allora ci sono dei comitati in cui si appalta sostanzialmente il lavoro con Einaudi piuttosto che con Mondadori ed allora c’è il personale qualificato che si distribuisce per questo lavoro. Allora c’è esternalizzazione, anche questa è una forma attraverso cui si è prodotta autonomia. Allora la sinistra, il sindacato, nell’incontro quotidiano che operazione fa? Allora l’elemento del territorio è molto importante perché è uno dei modi per fare legame. Perché nei grandi partiti di massa, quando le masse erano escluse, bastavano dei grandi miti collettivi per aggregare.
Oggi miti collettivi che aggreghino ce ne sono sempre meno. Ora il fenomeno della globalizzazione non è soltanto un fenomeno di uniformità ma è anche un fenomeno di emersione costante di soggettività impreviste. Altro punto è il sindacato: una tutela degli occupati che permetta la flessibilità senza che questa sia penalizzante rispetto ai diritti fondamentali. Qui un altro problema molto serio: il problema dei poveri. E’ vero che non abbiamo più una grande massa povera che cerca lavoro, ma abbiamo la stabilizzazione delle minoranze. Allora una differenza tra la destra e la sinistra è data da questo: che in una politica dei diritti si ha attenzione per le sacche, cioè per i caduti, per chi non entra ed anche per chi esce. Di queste situazioni residuali noi li pensiamo come soggetti titolari di diritti o come luogo dell’elemosina? Allora io dico sempre :”lo stato non fa elemosina, lo stato garantisce diritti!”.
Allora la destra non è che non abbia attenzione nei confronti della marginalità, ma ce l’ha nel senso dell’elemosina. Qui si pone un problema molto serio: del salario di entrata. Non come un elemento di assistenza permanente ma come una condizione in base a cui quello non cade se non ha lavoro nella marginalità sociale ma è sempre un lavoratore potenziale e a tale scopo deve essere finanziato, partendo dall’idea che un individuo nella vita voglia migliorare. Il salario di disoccupazione non deve essere pensato come un elemento di sopravvivenza, ma bisogna partire dall’idea che è il disoccupato a voler uscire dalla sua condizione. Adesso: cos’è il territorio? Non c’è più il “dove” dove l’organizzazione incontra le persone.
Già è difficile nelle parrocchie. Qui bisogna pensare ad una comunicazione informatica, una relazione che non sia fatta solo di luoghi fisici: internet, la comunità dei lettori, meccanismi attraverso cui si sviluppa la partecipazione. Le funzioni: fisco, scuola, sicurezza. Un autonomia regionale, federativa, inevitabilmente ha bisogno di un’autonomia fiscale, perché non si può distribuire ricchezza ne intervenire sui processi di formazione della ricchezza se non c’è il prelievo sul reddito.
Non ci può essere responsabilità politica se non c'è responsabilità finanziaria. Da questo punto di vista noi ci siamo fatti fregare: nella bicamerale queste cose c’erano e noi l’abbiamo fatta chiudere all’avversario su un problema di giustizia quando dovevamo chiuderla noi su un problema di forma di stato!! Problema della scuola: la scuola ha due fattori fondamentali. Le formazioni professionali che però non si possono avere nelle scuole di eccellenza perché in queste è necessario un bagaglio culturale definalizzato. La sicurezza: si deve parlare di territorializzazione, rapporto con i rappresentanti, coordinamento con la polizia, aumento al livello locale delle polizie comunali per dare ai vigili un ambito di potere più ampio.
Un’altra cosa importante: col problema della criminalità c’è una cosa analoga a quello della “grande paura”. Il panico come arma politica è terribile perché si scatena nei cittadini il bisogno di protezione più alto di quanto non sia necessario perché venga il protettore sceriffo che diventa il capo della polizia di tutti. L’altra cosa importante è che nel regionalismo ci vuole inevitabilmente una camera delle regioni. Non possiamo pensare al regionalismo come un’alleanza tra governatori che poi litigano tra loro su chi si deve prendere di più. Se c’è un problema di perequazione, di sussidiarietà ci vuole una camera istituzionale dove la perequazione sia decisa, e già la costituzione prevedeva il Senato come una camera locale.