La guerra
La guerra non è il preambolo di maniera alle nostre riflessioni. Non è la cornice. Sarà sempre più impastata ai nostri discorsi politici quotidiani…
Questa guerra introduce nuove contraddizioni e cambia (ha già cambiato) lo scenario, mandate al museo le storiche macerie del Muro di Berlino dal momento che gli americani fanno la guerra agli amici di ieri con i nemici di ieri: i più prossimi sodali di Bush non a caso sono Putin e Jang Zemin.
Questa guerra ha già rapidamente diviso il Paese più di quanto non abbia diviso il Parlamento: metà degli italiani a favore e metà contro.
Ha messo l’elmetto agli organi d’informazione. Dopo la stampa trash ecco la stampa Killer: “Libero” di Feltri. Si tratta di un autentico revival fascista in senso proprio. Allora il maggio radioso, adesso un depresso novembre.
E da D’annunzio a Feltri si può misurare la malinconica caduta dei tempi.
S’è aperta una fase che ridisegnerà le forze politiche, ben al di là delle scadenze congressuali. Ben al di là del previsto e del prevedibile.
Dossetti, nel suo ultimo rientro in politica per la difesa della prima parte della Costituzione dove non a caso sta scritto all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” , diceva l’ultimo Dossetti che quella Costituzione, ossia questa in vigore, non si comprenderebbe nella lettera né nei temi senza riflettere sul fatto che aveva immediatamente alle spalle una guerra mondiale.
Il nostro dibattito sarà costretto a spostarsi, è già stato costretto a spostarsi, a spostare l’accento dalle forme, su cui il discorso resta necessariamente aperto, perché non c’è democrazia senza la sua quotidiana manutenzione, ai contenuti, alle culture.
Sempre più politico il dibattito, e sempre meno sociologico. E sempre più politica è destinata a diventare la nostra ricerca.
Con le Twin Towers la politica torna in tragedia, dal basso le donne hanno annodato alle borsette il fazzoletto bianco, come richiesto da Emergency di Gino Strada ma anche dall’alto, perché gli eserciti appartengono agli Stati nazionali, non all’ONU e neppure all’Unione Europea, come ha dichiarato allarmato Romano Prodi, forse ancor più allarmato d’esser difeso da Silvio Berlusconi …
Anche la NATO è in convalescenziario, nonostante la sua invidiata filiera di comando, che ha funzionato nella ex Jugoslavia, e con l’abituale tempestività Francesco Cossiga è stato il primo a gridare: la NATO non c’è più.
Dovremo quindi dedicare più spazio e più tempo alla nostra cultura politica rispetto alla sociologia politica: l’una e l’altra, ma con un drastico mutamento di proporzioni.
Una sorpresa
Mi sono spesso chiesto dell’improvviso, inaspettato successo della Margherita: un incrocio di circostanze favorevoli? Un caso? Una trovata elettorale? Io credo sia qualcosa di più e di diverso: un bisogno della politica italiana. Si tratta allora di capire, di leggere, di interpretare questo bisogno.
Il contesto: la crisi della sinistra
Una prima considerazione è di contesto. La Margherita si è trovata dinanzi a più di una crisi: la crisi della sinistra e la crisi dell’Ulivo.
La crisi della sinistra si è evidenziata subito dopo la vittoria di Prodi. Abbiamo assistito a una lacerazione drammatica ed inutile tra ulivisti e socialdemocratici. C’è stata insomma nella sinistra un’assenza di coraggio e un eccesso di astuzia. La scoperta della socialdemocrazia è stata in gran parte un tuffo nel passato, trasformando il bisogno di rottura in “aggiornamento”, il governo della propria memoria in rimozione della memoria stessa. Una sinistra insomma infelice. Non a caso forse nessun congresso diessino ha suscitato come questo così poca curiosità e così poco interesse, un avvenimento per addetti ai lavori, riservato al solo ceto politico, distante dalle passioni popolari che agitavano una volta i grandi partiti popolari. Una sinistra insomma arroccata sul suo vuoto di programma e di memoria.
L’eclissi dell’Ulivo
Se questo è il primo versante del contesto in cui è nato il successo della Margherita, non meno importante è analizzare il secondo aspetto: l’eclissi dell’Ulivo. Di quel pulman avviato da Prodi si sono visti nelle ultime elezioni solo i copertoni, ma tanto è bastato per non subire una disfatta. Era nata con l'Ulivo un’esperienza politica nuova che trasformava vecchie identità e tendeva a travolgere vecchie macchine politiche, ma, e questo conta di più, nasceva con l’Ulivo una nuova speranza politica: capillare, partecipata, territorialmente diffusa. La lunga interminabile transizione sembrava avere uno sbocco. Non è stato così: l’Ulivo è stato costretto a restare una mera alleanza di governo, un mero espediente elettorale, tranne poi a riscoprirlo, all’ultimo momento, nell’ora estrema del rischio di scomparire dalla scena politica del Paese.
La frammentazione della rappresentanza
L’altro aspetto che ha assunto la crisi è stato quello della frammentazione della rappresentanza. Non dovremmo dimenticare troppo presto la nostalgia del proporzionale delle ultime elezioni di maggio, l’idea di un superamento del sistema maggioritario e tendenzialmente bipolare per un ritorno al vecchio regime ma senza i grandi partiti di massa. E’ stata l’illusione di vecchi e nuovi leader, ora ai margini della vita politica. Questo non vuol dire che è venuto meno il problema, e non a caso si accompagna alla riforma ancora incompiuta della legge elettorale.
Una nuova avventura politica
Ecco, questo è il contesto in cui si colloca la Margherita: non si può capire la Margherita senza l’Ulivo e non si può pensare l’Ulivo da oggi in poi senza il rilancio forte, organizzato, consapevole, programmaticamente determinato della Margherita. Come è noto, il voto alla Margherita non ha premiato questo o quel partito della nuova formazione politica. Anzi, si è assistitito a una rapporto capovolto. La Margherita è più della somma delle sue sigle, starei per dire: è qualcosa di diverso, è l’avvio di una nuova esperienza politica. Ed essa, lo ribadisco ancora, nasce guardando da una parte al faticoso processo di costruzione della socialdemocrazia italiana, dall’altra al rilancio della speranza dell’Ulivo, che è, e rimane, l’orizzonte di senso della stessa Margherita.
Due federalismi
Nel Comitato Regionale Lombardo convocato per valutare i risultati del 13 maggio distribuii alcune note sulla struttura dell’UDF giscardiana. Il testo, “scaricato” da Internet, consentiva di proporre una visione federata recepita nel documento approvato dal Comitato Lombardo.
Il vantaggio del modello giscardiano è anzitutto di essere stato verificato (“falsificato” direbbe Popper) da una pratica decennale. E la pratica ha dimostrato gli effetti positivi dell’uso della doppia sigla insieme a quelli paralizzanti nel tempo dell’applicazione delle “quote”. E’ stato Bayrou, presidente dell’UDF, ad esclamare che alla fine il sistema si era fatto “invivibile”.
E’ allora? Siamo necessariamente e correttamente entrati nella Margherita (che c’era, prima di essere abbondantemente legittimata dal voto popolare) con il federalismo alla francese, primo stadio, e siamo in questa fase in una condizione ulteriore dopo l’assemblea di luglio all’Ergife, secondo stadio.
Pare a me che si sia già aperta la strada di una federazione di Margherite regionali (modello veneto, dopo il modello francese). Direzione nella quale è utile inoltrarsi per la trasparente ragione che così il processo di costruzione del nuovo soggetto politico nasce sul territorio, tiene conto in maniera contestuale delle diverse storie e delle presenze, evita la cristalizzazione delle quote e, sempre sul territorio, ha modo di coinvolgere in maniera più diretta e creativa forze sociali e professioni.
La vicinanza al territorio introduce maggior realismo e, per così dire, un principio di verità. Semplifica i rapporti perché interviene su esperienze reciprocamente note da tempo.
Resta da configurare il ruolo della dirigenza nazionale. Una sola osservazione in proposito....vale quel che si dice in generale di un governo federale: non un governo debole, ma diverso ed autorevole.
Quale partito? Le radici cattolico democratiche
Due processi, come abbiamo visto, sono in corso. Il primo è la costruzione della Margherita stessa come partito: la trasformazione, cioè, di questa “sorpresa” in esperienza politica vera, articolata territorialmente, capace di essere movimento civile e esperienza istituzionale. Trasformare la coalizione che ha dato vita alla Margherita in partito. Questa è la scommessa. Quale partito? Ce ne parlerà Salvatore Natoli.
Io qui vorrei solo fare alcune considerazioni preliminari. Ci sono state e ci sono delle resistenze a sciogliersi nella nuova formazione politica. Paura di perdere la propria identità e la propria memoria, paura del vuoto, dopo avere appena ripreso fiato, paura di disperdere un patrimonio di valori e di vite che fanno parte della storia dell’Italia contemporanea. E’ una paura che va presa sul serio perché è una sfida. La Margherita deve essere all’altezza di questo rischio, deve avere un’alta percezione di sé: non si tratta di improvvisare nulla, si tratta di inaugurare un nuovo cammino.
Penso soprattutto ai popolari e a ciò che ha voluto dire il popolarismo in questi anni. Non dimentichiamo che è da una costola del popolarismo che è nata l’esperienza di Romano Prodi, che l’Ulivo ha alla sua base una cultura cattolico democratica. Il popolarismo si trova oggi dinanzi a una grande scelta che è anche una grande opportunità: diventare il lievito, il fermento, il volano di una nuova avventura politica. Qui davvero i timori e le paure vanno superati. Non si tratta di aspettare come va a finire, si tratta di trasformare questa attesa in iniziativa che realizza, costruisce, fonda, fonde diverse identità. Questo è il senso della paternità popolare dell’esperienza della Margherita. Se è superata la figura del “partito ad ispirazione cristiana”, non è superata la sua lezione, se saremo capaci di farla vivere e crescere in un contesto radicalmente nuovo. Nulla di meno significativo del rimpianto, della nostalgia, della difesa gelosa di una identità che non si sa far feconda nella storia. L’eredità popolare non assume oggi la forma di un partito, ma appunto quella di una iniziativa politica e culturale.
Non ci interessa essere il “partito americano” d’Italia, non ci interessa essere il “partito del presidente”. Vogliamo essere un “partito di popolo”, tornare alla politica come partecipazione e passione, tornare alla politica come formazione. Essere un partito radicato territorialmente, innervato nella società civile, capace di far discutere un bilancio, un piano regolatore, di grande compagne sui grandi tempi della vita, della guerra e della pace. Un partito federale ed europeo, con una forte identità ideale e programmatica.
L’autonomia politica: un cenno storico
Il cattolicesimo politico che abbiamo conosciuto, quello che da Murri, Sturzo porta a De Gasperi, a Dossetti, a Moro non esiste più. La vicenda che si è chiusa in questi anni non riguarda una fase o un partito, ma, appunto, un secolo di storia politica. Ciò che resta dell’esperienza politica dei cattolici è in una fase profonda di trasformazione, parola questa che va intesa in senso forte: mutamento di forma. La forma che oggi ci lasciamo alle spalle è quella del partito. Essa nacque in discontinuità, in rottura con la corrente più naturale e profonda del cattolicesimo politico: il clerico-moderatismo. E’ impossibile fare una storia del cattolicesimo politico di questo secolo senza fare la storia della sua più originale espressione, quella del partito politico: partito cattolico, dei cattolici, di cattolici, di ispirazione cristiana; partito di centro, del centro, partito moderato o partito riformatore ... Le vicende sono state complesse, il dibattito intenso.
Per un lungo tratto cattolicesimo politico e forma partito sono stati aspetti di un unico problema, di una unica storia. I cattolici si affacciano come protagonisti alla storia dello Stato unitario solo attraverso la figura e lo strumento del partito politico.
La storiografia non ha sottolineato abbastanza questa novità e questa cesura. Non era affatto scontato che l’impegno politico dei cattolici dovesse attraversare l’esperienza del partito. Le ricostruzioni storiografiche che vedono una sorta di evoluzione progressiva che dall’organizzazione sociale dei cattolici porta via via, attraverso l’attenuazione del non-expedit, fino alla nascita del Partito Popolare di Sturzo sono una sistemazione consolante e a posteriori. La nascita del partito fu un’“occasione” e una “sorpresa” per lo stesso mondo cattolico. L’esito più scontato e più lineare era quello cattolico conservatore sperimentato dal Patto Gentiloni e, prima ancora, in tante esperienze amministrative. Caduta l’ostilità liberale, i cattolici si sarebbero inseriti nel grande alveo di un conservatorismo rispettoso della religione, costituendone la base di massa.
Non diverse erano le aspettative della Santa Sede. Il non-expedit era una soluzione transitoria per una contrattazione forte, appena le circostanze lo avessero permesso. La Santa Sede non fu mai interiormente interessata, né tanto meno vincolata, alla prospettiva di un partito di cattolici. Decantatosi l’anticlericalismo della classe dirigente liberale in una prospettiva conservatrice, si sarebbe assistito ad una funzione eminentemente religiosa del movimento cattolico. La tranquilla liquidazione del Partito Popolare Italiano dinanzi alla vittoria del fascismo ne è una conferma emblematica. La Santa Sede prima è preoccupata, poi tollera la nascita del partito; non vi coinciderà mai, se non per un breve tratto, nel secondo dopoguerra.
Non sono ancora state indagate con sufficiente chiarezza le implicazioni che derivavano dalla esperienza di un partito come quello di Sturzo. La figura di Murri e la vicenda della prima Democrazia Cristiana testimoniano della complessità di un problema che apriva spazi di riflessione e di esperienza nuovi. Basti pensare a parole come libertà, conflitto, organizzazione; basti pensare soprattutto al nuovo statuto che la dimensione del partito moderno implicava per la figura ecclesiale del laicato e quindi del rapporto tra Chiesa e storia, tra Chiesa e mondo moderno, che quella esperienza schiudeva.
Verso una nuova unità nazionale
Io non starei qui tanto a disquisire su un dibattito inutile e ozioso: quello della seconda gamba più o meno moderata dell’Ulivo. A me piace immaginare una competizione creativa tra due riformismi, quello a matrice socialdemocratica e quello democratico.
Ma vorrei ancora tornare sul tema del partito: una identità aperta, in divenire, che non nasconde ma esalta le sue radici storiche, ma soprattutto una identità radicata sul territorio, nelle amministrazioni locali, alle prese con la costruzione di una diversa unità nazionale. Ce ne parlerà Massimo Cacciari. Superamento dello Stato nazione o sua trasformazione in contesti geopolitica più ampi? E quale rapporto tra globale e locale?
Siamo all’interno di un processo aperto, per alcuni versi imprevedibile, con forti accelerazioni e altrettanto forti rallentamenti.
Verso una società corporata
Ma, se abbiamo superato le paure del vuoto, se abbiamo inaugurato davvero un nuovo cammino, ci deve allora sostenere una forte determinazione programmatica. Vorrei qui accennare solo ad alcuni punti.
Un primo punto: le profonde trasformazioni della cittadinanza. Siamo dinanzi ad un passaggio storico: da un sistema di diritti universali ad una struttura di sicurezze corporate. Si sta chiudendo sotto i nostri occhi l’età dello Stato Sociale, l’età del grande Novecento. E’ un arco di tempo che, partito dalla fine dell’800, attraversa tutto il secolo, accelerandosi nella seconda metà degli anni cinquanta, e si va estinguendo a partire dagli anni ottanta, su su, fino a noi.
Scuola, sanità, previdenza, assistenza erano dei diritti che competevano a ogni uomo e a ogni donna che abitasse nel nostro Paese. Diritti non legati alla ricchezza ma alla dignità di ogni persona e garantiti dallo Stato attraverso una specifica politica fiscale. Era stata questa una grande battaglia della Costituente: al centro di tutto la persona, in una prospettiva coraggiosa, capace di legare libertà ed uguaglianza. Certo, questo era scritto sulla carta. E’ stato solo alla fine degli anni sessanta che attraverso le lotte del lavoro questi diritti, pur con tutte le loro contraddizioni, sono diventati realtà: riforma della scuola, riforma del sistema pensionistico, riforma dell’assistenza, sistema sanitario nazionale.
A partire dagli anni ’80 il sistema comincia a scricchiolare e si trasforma poi rapidamente. Si assiste a un lungo e generale processo di “privatizzazione” dei diritti: la previdenza passa dal sistema retributivo a quello contributivo, nascono nuove e più aggressive forme di assicurazione privata nella sanità, si è cominciato a parlare da tempo del “buono scuola”. E’ un processo in corso, che sarà probabilmente molto lungo, ma la direzione è precisa: una struttura di sicurezze corporate che faranno sempre meno riferimento alla cittadinanza, ma al reddito, alla posizione lavorativa, al ceto di appartenenza. Siamo alle soglie di un nuovo mutualismo che viene dopo il Welfare State, spinto, come vedremo, anche dal popolo sempre più numeroso delle partite IVA.
Dietro l’affanno di un problema contabile si sta dileguando una intera cultura della cittadinanza. Lo Stato sociale europeo dimagrisce sempre più e guarda al cugino americano come ad un possibile approdo. Dai diritti di cittadinanza ad un capitalismo compassionevole che sa aiutare i disgraziati e quanti l’inesorabile progresso umano lascia per strada…
Dal conflitto al disagio
Con questa immagine vengo ad un’altra caratteristica della società italiana odierna: la trasformazione del conflitto in disagio. Mi è capitato ancora di dirlo: la caritas non solo è una preziosa ed essenziale presenza associativa, ma è diventata figura di un modo di neutralizzare qualsiasi conflitto sociale, affidandolo appunto ad una sorta di terapia diffusa che mobilità i cuori buoni e le energie del volontariato.
Questa situazione segna in profondità l’attuale trionfo del liberalismo, un liberalismo assai diverso da quello classico, che faceva dell’antagonismo e del conflitto il motore dello sviluppo. Penso, per esempio, a Sturzo o a Gobetti. Non si trattava solo dello sviluppo economico, ma dello sviluppo civile, culturale del Paese. Ora no: la parola stessa “antagonismo”, “conflitto” assume un carattere sinistro, da esorcizzare, da educare nelle forme della repressione o della terapia. Si predica così una libertà sempre più amorfa ed inerte. Il risultato: trionfo del mercato e regressione sociale. Nulla di nuovo sotto il sole. Come dimenticare che il Movimento Operaio e il Movimento Cattolico nascono proprio come opera immane di incivilimento sociale del mercato e della sua incapacità di generare società?
Il lavoro
Infine il problema del lavoro. Se ne è parlato in lungo e in largo in questi anni. E’ finito, o quasi, il lavoro operaio, il posto fisso, l’era delle carriere lavorative rigide. Siamo entrati da tempo nell’epoca della precarietà e della qualità. Dell’indeterminatezza. Il lavoro è passato, come ha tante volte detto Luciano Gallino, dallo stato solido a quello gassoso. E allora che senso hanno tutti quei vincoli, quelle leggi e leggine, che senso ha - ci dicono - lo Statuto dei lavoratori? Sono tutte reti di protezione che impediscono la nuova produzione e, quindi, la nuova ricchezza. Privilegio di pochi, quelle garanzie, impediscono ai molti di accedere, finalmente, al lavoro…
Trionfa ai nostri giorni questo mito del lavoro allo stato gassoso. E’ una immagine frizzante, briosa. Ma davvero le cose stanno così?
Vorrei partire da un ormai antico libro di Edoardo Masi che decantava la civiltà dell’ozio. Con le nuove tecnologie il lavoro avrebbe occupato qualche ora al giorno, per lasciare gli uomini e le donne finalmente liberi nell’ozio. Ebbene: mai come negli anni ’90 la conquista metalmeccanica delle 40 ore è parsa un miraggio lontano. Ci fu un tempo in cui si lavorava appena 40 ore. Viviamo in una società esasperata dal lavoro: primo, secondo, terzo lavoro. Un lavoro frenetico, continuo, che ha invaso quasi tutti gli spazi, anche quelli privati, di milioni di uomini e donne. Una società stressata dal bisogno di stare al passo e dalla “necessità” dei nuovi consumi. Si è oltrepassato il limite non solo della giornata lavorativa (40 ore) ma anche quello della vita: c’è chi propone di lavorare fino a settanta anni, chi fino a settantacinque. Lavorare finché si può. Tiene in forma. Sta scomparendo il concetto stesso di orario di lavoro o di età lavorativa. Si lavora come si respira, e, quando si cessa di lavorare…
Ma non basta...questo lavoro allo stato gassoso è un lavoro senza regole: lavoro fai da te. Flessibilità, precarietà, mobilità. Ciò esige la distruzione sistematica di un altro concetto imposto dal Movimento Operaio alle imprese: quello di “relazioni industriali”. Alla nuova Confindustria è un concetto ostile: dal sindacato nazionale bisogna passare al sindacato di fabbrica, meglio se un sindacato in frammenti infiniti, quante sono le imprese nel nostro Paese; anzi al rapporto a tu per tu tra singolo padrone e lavoratore dipendente o prestatore d’opera. Quel che sta emergendo non è una novità ma una cosa vecchia come la cultura industriale italiana: la cultura del lavoro nero, e dei bassi salari. E’ noto che le grandi fortune del “miracolo economico” si fondavamo su salari da fame, un terzo o un quarto di quelli europei. La grande lotta salariale degli anni sessanta non si capirebbe altrimenti.
La profonda ristrutturazione del mercato e della produzione ha dissolto l’onda d’urto del sindacato, che si è trovato, ormai sono anni, sulla difensiva, in un atteggiamento più teso ad arginare le perdite che a conquistare nuovi spazi, a passare all’offensiva. Sembra di rivedere il film delle Grandi Fabbriche di Sesto San Giovanni: difese una ad una, e perse una dopo l’altra, trincea dopo trincea. Non ci sarà nessuna offensiva perché è cambiata la qualità del lavoro. Oggi si assiste alla diffusione della precarizzazione del lavoro che non consente forme di organizzazione e di contrattazione dei diritti, dei redditi, dei modi degli indefiniti, interminabili nuovi lavori.
E’ chiaro: siamo in una fase di transizione, di passaggio. Il salario non misura più il valore sociale del lavoro ed è tramontata col salario anche la civiltà del vecchio lavoro. Si avvierà un nuovo processo di “civilizzazione” dell’impresa e dell’economia. Non ce lo aspettiamo dalla nuova Confindustria, la sua cultura non varca quella del “vicolo”, del lavoro nero. Il mercato non ha mai prodotto società, né tanto meno civilizzazione. Saranno nuovi movimenti, nuove lotte, nuovi conflitti a costruire una società diversa da quella dell’antico Lavoro. In questi processi non dobbiamo essere assenti; questi soggetti dobbiamo aiutare ad organizzarsi.
La nuova situazione internazionale
Vorrei chiudere queste note introduttive tornando alla situazione internazionale, del tutto imprevista solo qualche mese fa, quando pensammo questo convegno della Margherita. Ci troviamo dinanzi ad una situazione di guerra, una guerra strana, mai vista, dove non si scontrano Stati ed eserciti: la guerra contro il terrorismo internazionale. Espressione generica per indicare una cosa nuova, indefinibile, la guerra che caratterizzerà questo ventunesimo secolo. Si sta riscrivendo la geopolitica del mondo, l’assalto alle Torri Gemelle e il massacro che si va perpetrando in Afghanistan è solo l’inizio di un processo più complesso e più lungo. Che si veda la fine del terrorismo internazionale è cosa impossibile, anche e soprattutto perché sono e saranno paesi potenti ad alimentarlo e a finanziarlo, come è successo finora. Tutto è in grande movimento. Quel che sconcerta è la totale mancanza di pensiero politico internazionale, la totale assenza di un governo politico dei nuovi processi. Viviamo in pieno disordine internazionale. L’Europa non è mai apparsa così assente e così frammentata, l’Italia mai così priva di una qualsiasi politica estera. La corsa a sostenere comunque gli USA, la lunga fila per mandare in Afghanistan navi e militari è indice solo dell’assenza di una strategia politica della pace.
Qualcuno ha ricordato che l’Ulivo è un segno di pace, potrei dire che è così anche per la Margherita. Essere responsabili della pace vuol dire porre il suo problema politico con una analisi disincantata delle forze in gioco, ma anche aperti alla speranza.
Le due manifestazioni romane di sabato scorso, i 40.000 del Polo e i 130.000 dei movimenti no-global, fotografano una situazione di crisi e una drammatica incapacità di iniziativa politica. La solidarietà con gli Stati Uniti non ci costringe ad essere comunque americani. Questa guerra così come sta andando avanti, per l’assenza di obiettivi chiari, per la genericità dell’uso della forza, per l’immagine che sta dando dell’avversario è un rischio innanzitutto per gli Stati Uniti. Solidarietà non è allineamento. Se la sinistra ha bisogno di essere americana per diventare credibile a se stessa e per inaugurare una storia diversa dal passato, la Margherita deve restare europea, lavorare per la pace, fare proposte politicamente praticabili per uscire da questa dannosa spirale di violenza, da questa sindrome strana che rischia di diventare endemica.
Va aperto un confronto vero con giovani e non più giovani. L’atteggiamento dell’Ulivo non mi è apparso né convincente, né determinato, ma un po’ triste e un po’ sgomento. Disertare le piazze, allienarsi, non dire assolutamente nulla di significativo, non è fare politica internazionale, né tanto meno esprimere una solidarietà intelligente con gli Stati Uniti. Subire questa guerra, giocarci per piccole tattiche, per piccole legittimazioni è una strada che non porta da nessuna parte. Io credo che la Margherita, per l’europeismo che la caratterizza, per il realismo pacifico e responsabile che fa parte della sua cultura politica, deve svolgere un ruolo grande per uscire dal silenzio inerte di questa opposizione.
Per questo leggo l’incontro di oggi come un passo nella giusta direzione. Per il livello dei relatori e per quello, ne sono sicuro, del dibattito che seguirà.