Io ritengo che ormai occorra prendere delle decisioni su cosa quest’area politica intende fare nei prossimi giorni. Ci sono momenti per discutere e ci sono momenti per decidere; io credo che qui si sia discusso più che a sufficienza perché ognuno possa prendere decisioni motivate e procedere perché la situazione, come già sarà stata descritta, non è certamente rosea. La nostra area non sta assolutamente recuperando rispetto alla sconfitta delle elezioni di primavera. Molte anche delle promesse, delle speranze che un certo risultato elettorale favorevole a questa nuova proposta della Margherita ci faceva ben sperare, minacciano di restare ancora una volta deluse se non ci muoviamo.
Allora il federalismo è una buona porta d’ingresso per affrontare tutti i temi direttamente politici su cui io appunto ritengo debba concentrarsi il nostra dibattito perché l’ora delle discussioni e dei seminari mi pare finita. Noi abbiamo fatto un importante lavoro durante la scorsa legislatura che si è conclusa con la riforma del Titolo V. Un robusto lavoro di decentramento amministrativo, di sburocratizzazione che non siamo riusciti a valorizzare, a pubblicizzare adeguatamente. Vorrei sottolineare che con la riforma del Titolo V si aprono possibilità grandi per le Regioni e gli Enti Locali. La Margherita e i rappresentanti della Margherita, noi tutti dobbiamo spingere in questa direzione; non possiamo dire abbiamo vinto il referendum e adesso bene, attendere. No! A questo punto la palla passa direttamente alle Regioni.
Facciamo l’esempio degli esempi. Le Regioni, prima dell’approvazione attraverso il referendum della riforma del Titolo V, di fatto non potevano approvare nuovi statuti, "nuovi" nel vero senso della parola; si potevano approvare soltanto modifiche di leggi. Ora, con la riforma del Titolo V, esse sono tenute a fare nuovi statuti e quindi non possono più attendere la "devolution" di Bossi: Bisogna fare la campagna in Lombardia, in Piemonte, nel Veneto contro i governi regionali del Polo perché si muovano e avviino i lavori costituenti del nuovo statuto. Non stiamo facendo niente di questo. Non so se all’interno del gruppo consigliare della Regione Lombardia si stia facendo qualcosa; altrove non mi risulta.
Non solo, ma in questi statuti le Regioni sono tenute a dare maggiori poteri amministrativi ai Comuni, agli Enti Locali. Prima dell’approvazione della riforma del Titolo V questo sarebbe stato se non impossibile, estremamente difficile obbiettivamente. Quindi non solo dobbiamo aprire una battaglia, una vertenza con i Governatori regionali perché avviino questa fase costituente, perché così la dobbiamo chiamare, ma perché, all’interno dello statuto, al centro vi sia il rafforzamento del potere degli Enti Locali secondo la nostra linea. Ce lo siamo detti 100 volte: il nostro federalismo è centrato non sul potere delle Regioni, dei Governatori, non abbiamo niente a che fare con il neo-centralismo regionale di Bossi e i Berlusconi; il nostro federalismo è prima di tutto quello degli Enti Locali.
Allora è chiaro che bisogna aprire una vertenza con i governi regionali del Polo su questo tema. E lì dove si è cominciato a farlo, ad esempio nella Regione Veneto (la regione Veneto è l’unica regione dove vi sono due disegni di legge, uno del centro-sinistra, con il sottoscritto primo firmatario, l’altro soltanto del Presidente della Regione; adesso se ne è aggiunta un’altra proposta del CCD-CDU) già dalle prime battute della discussione intorno a queste proposte, si è visto come saltano per aria i nostri avversari appena si va nel merito delle questioni. Quindi una grandissima occasione.
Prima Salvatore Natoli parlava di radicamento. Qui ti radichi con le forze rappresentative degli Enti Locali, dell’autentico municipalismo, ecc. Il federalismo che vogliamo è una combinazione ( non lo spostamento di poteri da una stanza all’altra) nuova di autogoverno istituzionale locale e grande dimensione statale. E’ evidente che nell’epoca della globalizzazione noi non possiamo opporre alla globalizzazione soltanto il locale, per quanto strutturato, ma il locale rappresentato dalla grande dimensione statuale. La combinazione tra la grande dimensione statuale e autogoverno locale, questa è la linea politica, culturale che deve essere la Margherita.
Questo impedisce la formazione di apparati oligarchici. Se c’è soltanto la dimensione statuale, lì si riprodurranno le forme oligarchiche che abbiamo conosciuto; se spostiamo soltanto il potere dal centro al livello locale si creeranno oligarchie locali, i governatori, i neo-centralismi regionali. Bisogna combinare queste due dimensioni. E in questo c’è stato un obiettivo ritardo perché, anche da parte del centro-sinistra, fuorché nell’ultima fase della legislatura, non si è affrontato con questa logica di sistema il discorso sul federalismo; è stato semplicemente un discorso di decentramento, di delega, mentre nell’ottica che sto illustrando è chiaro che si doveva affrontare contestualmente i problemi dell’autogoverno locale con i problemi della riforma delle istituzioni statuali. Questa complementarietà non l’abbiamo fatta vedere, non l’abbiamo fatta capire.
Oggi ci troviamo a cambiare appunto una tendenza di neo-centralismo regionale che è l’opposto del federalismo. E’ difficile tuttavia far capire all’opinione pubblica quanto sia l’opposto del federalismo il creare nuove oligarchie da staterelli regionali, che è il disegno di Bossi. Disegno coerente, perché Bossi è interessato solo a insediarsi, a radicarsi, per quanto possibile a mantenersi nelle sue roccaforti, in 2 o 3 regioni del Nord. A Bossi non interessa un discorso di sistema.Lo stesso vale per il Polo, perché il federalismo del Polo è tutto artificiale, posticcio, per avere un’alleanza con la Lega, ma i suoi discorsi politici sono ben altri, come sappiamo benissimo.
Ma allora dobbiamo far saltare queste contraddizioni, bisogna evidenziarle, e si evidenziano non con i seminari e con i discorsi, si evidenziano con la politica in sede di Consigli Comunali, in sede di Consigli Regionali, rafforzando i legami con le autonomie sociali; questo garantisce partecipazione effettiva. Dobbiamo riuscire, usando una bella espressione di Tocqueville , a fare uscire i cittadini dalle loro esistenze murate, quelle che conducono attualmente, individui isolati, monadi, come prima si diceva, a cui direttamente comunica il Cavaliere, a cui direttamente non possiamo comunicare noi. Badate non perché non abbiamo le televisioni. Io ho paura di questo discorso che viene fuori continuamente: "non abbiamo la televisione, non abbiamo il Giornale". La televisione e il Giornale comunicano, non fanno partecipare. Non è quello il nostro problema: il nostro DNA politico-culturale non può essere quello di comunicare all’individuo murato in casa, davanti alla TV, dei quali si e no compra il giornale uno su venti. Non può essere la nostra idea: non abbiamo la TV quindi non c’è niente da fare contro il Cavaliere, ma la TV convive con il disegno politica-culturale del Polo, dall’altra parte. Non sarebbe convivente con il nostro nel modo più assoluto.
Che c’entra con il federalismo? Il federalismo è una proposta culturale-politica per far partecipare davvero a forme di governo locale e allora il federalismo che combina l’autogoverno locale con la grande dimensione statuale è l’unica forma che può resistere al formarsi di poteri oligarchici e oligopolistici sul piano politico. Non solo:ma anche l’unica forma che dà spazi di partecipazione a centinaia di migliaia di persone, alle loro organizzazioni di volontariato, di terzo settore , ecc., ecc.
Poi il federalismo è un sistema fiscale. Bisogna riprendere questo tema, bisogna sfidarli su questo tema. Sfidiamoli invece su una proposta seria per la riforma del sistema fiscale in senso federalistico. In senso federalistico significa che queste Regioni, di cui vogliono fare i Governatori, devono assumersi responsabilità piene in materia fiscale: queste sono le risorse che volete e questi sono i costi a cui potete attingere, e le gestite voi. Il sistema fiscale nel federalismo è tutto basato sul principio della rappresentanza, trasparente rappresentanza, cosa che strutturalmente manca in un sistema centralista, come è ancora in gran parte il nostro. Noi non dobbiamo soltanto incalzare il Polo per le promesse mancate sul paino general-generico della pressione fiscale, noi dobbiamo presentare al più presto, come Margherita o come Ulivo, una riforma del sistema fiscale in senso federalistico, cosa che loro stanno accantonando totalmente.
E poi è evidente che il nostro federalismo è il federalismo che vuole riaffermare l’identità regionale e locale, in chiave religiosa, politica culturale e che quindi è l’unica proposta politica-culturale in grado di affrontare le conseguenze di questi processi di globalizzazione, se non vogliamo che si introducano nei nostri territori processi di esclusione e di ghettizzazione, come stanno diventando ormai non più frenabili in certe situazioni. Non so in Lombardia, ma nel Veneto avete letto oggi sui giornali quello che vuol fare Gentilizi a Treviso. E’ una tendenza generale di resistere ciecamente, localisticamente e con elementi anche chiarissimamente xenofobi ai processi di globalizzazione. Questo va benissimo anche per i liberisti e globalisti del Polo, perché loro vivono politicamente attraverso la rappresentazione delle paure, dei timori e continuano a farlo, come lo hanno fatto in campagna elettorale. A loro non interessa assolutamente la soluzione dei problemi, ma la rappresentazione dei problemi in chiave di drammatizzazione. Bossi continuerà a farlo, perché è l’unico modo con cui può prendere qualche voto.
Certo che ci sono grandi rischi nella riforma federalista; ci sono rischi di efficienza. Noi siamo cresciuti con un’idea un po’ burocratico-razionale dell’Amministrazione centrale. Questo modello tayloristico, anche nella Pubblica Amministrazione è cresciuto con quelli che fanno politica, che hanno una certa età. E’ chiaro che questi rischi di inefficienza sono nulla in confronto ai rischi che stiamo correndo: i rischi di neocentralismo regionale. La devolution della Lega ne è appunto l’esempio: il rischio di continuare nel nostro paese un federalismo attraverso la moltiplicazione degli Enti. Questo è il rischio maggiore che corriamo in Italia, perché fa parte proprio della nostra storia. Facciamo una riforma istituzionale e creiamo nuovi Enti. "Enta sunt moltiplicanda", questa è la regola fondamentale di ogni tipo di riforma fatta in questo paese. Guai a noi se facciamo federalismi così, perché allora si moltiplicano le leggi, le norme, le burocrazie.
Di nuovo questa visione di sistema su cui la Margherita deve essere assolutamente forza propositiva, radicalmente innovativa, contro tutte le rendite di posizione, contro tutte le rendite burocratiche. Non possiamo permetterci che vada avanti un processo di riforma federalista moltiplicando gli Enti: province, comuni, città metropolitane, comunità montane, sottocomunità, burocrazie regionali.. Nella riforma del Titolo V questi rischi ci sono; basta pensare a tutte le materie concorrenti, che sono troppe e che sono tutte fonti di possibilità. Quindi noi stessi dobbiamo premere per una pulizia della riforma.
Ridurre le materie concorrenti? Siamo d’accordo, ma vediamo quali. Stabilire che nello stesso territorio non ci può essere la Provincia, la Città Metropolitana e 10.000 Comuni, come prima? Bene scriviamolo. Non sono pericoli che vengono dal federalismo, sono pericoli che vengono da uno pseudo-federalismo all’italiana. E questi rischi sono certamente enormi. Questo pseudo-federalsmo è il federalismo del Polo, ma anche al nostro interno, pur avendo fatto grandi passi avanti ancora non ci siamo ad aver definito una strategia di sistema e tanto meno ci siamo nell’esserci accordati su come necessariamente si lega il processo federalistico, il rafforzamento delle autonomie e dei governi locali con la riforma delle istituzioni centrali, con la grande dimensione statuale.
Su questo, amici, non ci siamo ancora. Al Congresso della Margherita, quando finalmente ci decideremo a farlo, uno dei temi fondamentali dovrà essere questo. Il sistema elettorale come intendiamo cambiarlo? Il bicameralismo come intendiamo cambiarlo? L’esecutivo che rapporti deve avere con il Parlamento? Governo, Parlamento nella nuova Italia per parafrasare un titolo famoso di Max Weber. Dobbiamo uscire col Congresso della Margherita con questo: Stato federalistico, e su questo grosso modo ci siamo, ma poi anche su Governo e Parlamento dobbiamo dire quello che vogliamo fare. Non possiamo mica glissare. Dobbiamo dirlo perché c’è un problema, come dicevo prima, di divisione.
Il federalismo è un sistema coerente di divisione dei poteri, presuppone che il potere sia divisibile a differenza delle tradizioni giacobine, che sia divisibile in modo funzionale, coerente, razionale e stabilisce che non ci siano moltiplicazione di enti in modo che non vi siano sovrapposizioni di responsabilità. Questo è federalismo: il rafforzamento di tutti i diversi poteri, non l’indebolimento di uno per rafforzare l’altro. Quindi un Governo più forte, un Parlamento più forte ed Enti Locali e Regioni più forti, nei limiti dei loro poteri, sui quali nessuno può venire ad interferire. Questa deve essere la linea federalista che al Congresso viene sancita dalla Margherita, riempiendo quelli che ancora sono buchi nella nostra idea, in particolare quelli che riguardano la grande dimensione statuale.
E siamo alla Margherita. La Margherita deve avere al suo interno tutte le idee che qui sono state dette. Essa combina un’idea di riforma dello stato laico ( una riforma radicale e coerente sulla base dei principi innovativi, anche organizzativi, non più tayloristici, non più fordistici) con una forte enfasi sui temi della partecipazione, dell’autogoverno. Partecipazione e autogoverno sono realtà che una volta si chiamavano corpi intermedi. Io chiamo le autonomie sociali per distinguerle dalle autonomie istituzionali. Queste autonomie sociali saranno chiamate dalle istituzioni a svolgere ruoli pubblici, ruoli di servizio pubblico, laddove dimostrino di saperli fare in termini qualitativamente più efficienti delle amministrazioni pubbliche tradizionali.
Questo è il principio di sussidiarietà. Il principio di sussidiarietà afferma che certe competenze, che certe funzioni, tradizionalmente svolte dal pubblico, possono essere svolte da questi imprenditori sociali, come a me piace chiamarli. Chiamali volontariato, chiamali terzo settore, essi dovranno sempre più assumersi delle responsabilità pubbliche, se vogliono tenersi una dimensione imprenditoriale vera e propria. Nessun ente pubblico può "assistere", il discorso dell’assistenza è trapassato remoto ormai. Questa forma di partecipazione deve essere radicata all’interno del disegno costituzionale, riconosciuta nel disegno costituzionale a livello nazionale e a livello regionale nei nuovi statuti.
La riforma del Titolo V indica quasi imperativamente alla regione di costituire, accanto al Consiglio Regionale, un Consiglio delle Autonomie, ma il Presidente della Regione Veneto nella sua proposta non si è neanche sognato di citarlo. Lì sarà una grande battaglia da fare, se sapremo farla, per imporre alle regioni nei loro nuovi statuti di costituire un Consiglio delle Autonomie, rappresentativo degli Enti Locali e delle Autonomie Sociali, che ha voce in capitolo decisiva, vedremo come per ogni Regione. Deve avere anche voce in capitolo in materia di bilancio, e quindi di ripartizione delle risorse, e una voce comunque decisiva in materia di competenze e funzioni che via via la Regione potrà assegnare all’Ente Locale e alle Autonomie Sociali.
Questo è un disegno politico-culturale che combina una riforma razionale dello stato laico su base federaliste con il meglio della tradizione cattolico-popolare in materia di partecipazione, di valorizzazione dei corpi intermedi, in materia di autonomie sociali.
Io vengo da una storia diversa, ma vi assicuro che non vedo novità dall’altra parte dell’Ulivo. Nell’altra parte dell’Ulivo si sta compiendo una "storia"? Io mi auguro che si compia finalmente. Un partito socialdemocratico? Bene, era ora. Ma diciamocelo tra noi: volete che mi entusiasmi questa prospettiva? Mi avrebbe entusiasmato 20 anni fa. Se 20 anni fa, morto il povero Berlinguer, come qualcuno forse capiva all’interno dell’allora P.C.I., ci fosse stato un gesto netto in questa direzione, forse le cose sarebbero cambiate e, comunque, sarebbe stata una novità. Ma vi sembra che sia una novità nel 2002 fare un partito socialdemocratico? E dire che il partito socialdemocratico deve tutelare, in particolare il lavoro, il lavoro dipendente che sono milioni di persone..Ma culturalmente, strategicamente, politicamente, non vedo grandi novità ideali all’interno di questa linea socialdemocratica. Ripeto, ne vedo la straordinaria utilità, ma dall’altra parte invece io non vedo una sfida, una scommessa, un’avventura che può entusiasmare veramente.
Mettere insieme in questo paese la grande componente liberale, rinnovata completamente nelle idee, senza più statalismi, senza più centralismi democratici, con una valorizzazione piena della grande tradizione personalistica cattolico-popolare: questa la scommessa che abbiamo posto in campo. Io credo che i tempi siano maturi.
Questa è una cosa nuova, totalmente nuova, fuori dai vecchi spettacoli, dalle vecchie casematte delle forze politiche tradizionali: conservatori, laburisti, socialdemocratici, democristiani, ecc.
Io mi sono messo in questa storia perché quest’idea mi entusiasma, nelle conseguenze che può avere, nelle articolazioni che può avere. Questa è l’idea. Cosa volete che mi interessi una mera alleanza elettorale? Cosa volete che mi interessi della Margherita con i suoi 4 simboletti intorno? Questa idea, la fusione di queste correnti, di queste culture riviste, riproposte, innovate, questa è una prospettiva che può entusiasmare. Io sono sicuro che il risultato abbastanza positivo che abbiamo ottenuto alle politiche è stato per questo motivo. Un certo settore dell’elettorato ha sperato, se volete anche inconsapevolmente, in questa prospettiva. Certo, c’è anche la questione tattica, numerica. Tutti noi siamo persone sensate, mature. Sappiamo benissimo che se ci fossimo presentati separatamente probabilmente nessuno di noi sarebbe arrivato al 4%. Benissimo ci sono anche queste convenienze tattiche, ma cosa volete che me ne importi delle convenienze tattiche? Di fare un deputato in più o un senatore in meno?
Invece questa prospettiva è una prospettiva culturale-politica di larghissimo respiro che può, ripeto, non solo innovare gli equilibri politici nel nostro paese, ma anche a livello europeo. Immaginatevi se riuscissimo a creare una Margherita all’interno del Parlamento Europeo. Sono decine all’interno dei popolari europei quelli che non si riconoscono più nell’attuale situazione che li vede insieme ad Asnar e Berlusconi. Immaginatevi cosa sarebbe un gruppo di 150, quasi 200 deputati nel Parlamento Europeo con questa proposta culturale. Perché il discorso dal punto di vista metodologico-culturale, per quanto abbiamo detto sul federalismo al nostro interno, a livello nazionale, potrebbe essere realizzato, mutate mutandis, anche sul piano europeo e quindi di grande politica estera.
Queste sono le sfide, amici, che dobbiamo assumere, questi sono gli indirizzi che dobbiamo prendere. Basta volare bassi, basta guardarci l’ombelico. Ma se non capiamo questa grande prospettiva strategica è chiaro che ci infogneremo su questi miserabili giochetti su cui siamo fermi dalle elezioni.
Non sto neanche a discutere, è evidente che la nostra forza politica è l’Ulivo, sta con l’Ulivo, per ovvi motivi, ma deve starci come ho detto prima, deve essere una complementarietà con i D.S., ma una complementarietà competitiva, perché io credo che sia all’interno della Margherita che è possibile tirar fuori il massimo di carica riformistica e innovativa, per le ragioni a cui ho accennato. Io credo veramente a questo, se no starei con i D.S., molto semplice.
La Margherita deve delinearsi intorno a queste idee e a queste prospettive e bisogna vararle al più presto. Quindi moltiplichiamo i nostri sforzi in questo periodo a livello di battaglia politica sui temi che vi ho detto, in particolare nei confronti delle regioni, che sono veramente, o si stanno definendo, come oligarchie sempre più difficili da attaccare o da smantellare. Quindi iniziativa politica a livello istituzionale, grande apertura sui temi delle nuove autonomie locali, queste nuove forme di imprenditorialità, queste nuove professioni, oltre al vecchio recinto del lavoro dipendente, senza dimenticare il lavoro dipendente, dove dobbiamo essere complementari e competitivi con i D.S.. Ma sarebbe utopia se pensiamo che queste nuove forme di professione, di imprenditorialità sociale, ecc., possano mai essere rappresentate da una socialdemocrazia.
I più intelligenti fra i D.S. lo sanno, ed è per questo che sono nell’Ulivo, perché capiscono la complementarietà tra una Margherita forte ed i D.S. finalmente socialdemocratici. Quindi muoviamoci in questa direzione e diamo subito vita, senza aspettare le carte da Roma, senza aspettare che arrivino i regolamenti. Non c’è bisogna dei regolamenti, facciamo questi circoli. Quindi diamoci subito da fare per fondare i Circoli della Margherita in modo unitario, fuori dai 4 circoletti che ancora ci sono in questo simbolo. Noi li abbiamo cancellati, nel Veneto, questo simbolo non lo usiamo più con i 4 circoletti. Muoviamoci in questa direzione, poi arriverà il Congresso, arriveranno le regole del Congresso e ci metteremo 5 minuti se siamo d’accordo sulla prospettiva strategica per vedere gli arrangiamenti necessari; non sarà certamente quello che ci farà perdere più di 5 minuti se siamo convinti del grande significato che la Margherita può avere.