L' articolo di Gaiani, qui pubblicato, vuole aiutare a comprendere meglio le dinamiche che hanno portato alla nascita della Margherita. È apparso sul n° 5 di "Aggiornamenti Sociali", la rivista dei Gesuiti di San Fedele diretta da Padre Sorge.
Una lunga gestazione
L’idea di una stabile convergenza politica fra le forze di matrice cattolica e laica che, nel contesto dell’alleanza di centrosinistra, non si riconoscevano nell’area della sinistra storica può esser fatta risalire almeno all’epoca della costituzione dell’Ulivo nel 1995.
Infatti, alle elezioni politiche del 21 aprile 1996 si presentarono due liste riconducibili a quell’area, quella di Rinnovamento italiano, che raggruppava i seguaci del Presidente del Consiglio allora in carica, Lamberto Dini, il Patto Segni e i socialisti del SI, e quella dei Popolari e democratici per Prodi, nella quale la forza dominante era certamente il PPI, al quale si affiancavano il Partito repubblicano, la Sudtiroler Volkspartei, l’Unione democratica (un piccolo raggruppamento di area laica costituitosi intorno all’ ex Ministro Antonio Maccanico) e le personalità senza partito più vicine al leader dell’ Ulivo Romano Prodi come Franco Monaco e Andrea Papini.
Complessivamente le due liste totalizzarono circa il 10% dei suffragi espressi nella parte proporzionale delle elezioni per la Camera dei Deputati, conseguendo risultati cospicui nella parte uninominale.
In ogni caso, il peso preponderante del PDS, che allora totalizzò il 21% dei voti, risultando il primo partito d’Italia, e il necessario apporto dei voti di Rifondazione comunista per la stabilità del Governo Prodi fecero sì che una certa propaganda sia della destra sia di alcuni settori del mondo cattolico dipingesse come infimo e quasi inutile il ruolo dei centristi nell’Ulivo. Nello stesso tempo, il dibattito sull’opportunità di dare all’alleanza dell’Ulivo un maggiore profilo politico, facendone l’embrione del cosiddetto "partito democratico" suscitava una reazione di difesa sia nel PDS sia nel PPI, nella quale si sommavano il patriottismo di partito e l’insofferenza di alcuni settori popolari nei confronti della dinamica bipolare indotta dalla legge elettorale maggioritaria.
In questo senso si inseriva nel dibattito politico l’ iniziativa condotta all’inizio del 1998 dall’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga volta a favorire la nascita di un nuovo soggetto politico centrista il quale, in aperto contrasto sia con Forza Italia sia con il progetto politico prodiano, mirasse a rimescolare le carte in nome di un equilibrio politico "europeo" basato su di un rapporto fra le forze socialdemocratiche e quella cristiano democratiche che era normalmente di alternatività ma che poteva anche essere di coalizione.
Il nuovo soggetto politico, cui si diede il nome di Unione democratica per la Repubblica (UDR), incontrò l’ approvazione di diversi esponenti del centrodestra, fra cui Clemente Mastella e Rocco Buttiglione, i quali scontarono anche una scissione dei loro partiti di provenienza, il CCD ed il CDU, per contribuire ad un progetto che pareva risolutivo in una fase di eclissi delle fortune del centrodestra e di Silvio Berlusconi, sancita dalle clamorose sconfitte alle elezioni amministrative del novembre 1997.
La caduta del Governo Prodi determinata dal venir meno dell’appoggio parlamentare di Rifondazione comunista dava nuovo impulso al progetto di Cossiga, il quale infatti era determinante per la costituzione del successivo Governo di coalizione guidato dal Segretario dei DS Massimo D’Alema. Nello stesso tempo, veniva rilanciata l’ipotesi di un più ampio soggetto politico centrista cui facesse riferimento anche il PPI, progetto che incontrava qualche disponibilità da parte dell’allora Segretario nazionale di quel partito, Franco Marini.
Tuttavia, Prodi si dichiarava indisponibile a battere questa strada e, con l’appoggio di esponenti cattolici e laici fra cui il Sindaco di Roma Francesco Rutelli, quello di Venezia Massimo Cacciari, l’ex presidente dell’Azione cattolica ambrosiana Franco Monaco e l’ex magistrato Antonio Di Pietro, costituiva un nuovo partito chiamato "I Democratici" con lo scopo dichiarato di mantenere vivo il progetto dell’Ulivo, costituendosi apertamente in concorrenza con il progetto del centrosinistra "europeo" sostenuto da PPI, UDR e DS.
Le elezioni europee ed amministrative del giugno 1999 avrebbero segnato un significativo successo dei Democratici (8, 5 % dei voti), accompagnato da un drastico ridimensionamento del PPI (4,6 %) e da un calo di consensi per i DS, e che si tradusse nella perdita per il centrosinistra di numerosi Comuni (fra cui Bologna) e Province (fra cui quella di Milano). Nel frattempo, il progetto dell’UDR si era già dissolto, Mastella era rimasto nel centrosinistra dando vita al nuovo partito dell’ Unione democratica per l’ Europa (UDEUR) e Buttiglione era tornato a destra: svanita la prospettiva del "centrosinistra europeo" tornava d’attualità il progetto dell’ Ulivo.
Il cambio di mano alla guida del PPI nel V Congresso svoltosi a Rimini (ottobre 1999) fra Marini e Pierluigi Castagnetti pareva in qualche modo assecondare questa linea, giacchè il parlamentare reggiano era considerato più "ulivista" del suo predecessore, e quindi più capace di riprendere contatto con l’entourage prodiano (l’ex presidente del Consiglio aveva nel frattempo abbandonato la scena politica nazionale per assumere la presidenza della Commissione europea).
Castagnetti rilanciava l’ipotesi di un’alleanza permanente fra le forze politiche centriste in modo da costruire la cosiddetta "seconda gamba" dell’Ulivo: in tale prospettiva incominciò a suscitare attenzione a livello nazionale un’operazione politica avviata nell’autunno del 1998 per le elezioni alla Provincia autonoma di Trento.
In quella circostanza, sotto l’egida del popolare Lorenzo Dellai, allora Sindaco di Trento, il PPI, i Comitati Prodi, i rappresentanti dell’etnia ladina ed alcune liste civiche locali si accordarono per costituire una lista comune che permettesse all’area centrista del centrosinistra di non affrontare divisa il passaggio elettorale, costituendo nello stesso tempo un polo di attrazione per chi cercava una politica basata su nuovi costumi e nuovi progetti. La nuova lista, denominata appunto "Civica Margherita" conseguiva un clamoroso successo nelle elezioni del novembre 1998, portando Dellai alla presidenza della Provincia autonoma (carica che, come è noto, equivale di fatto a quella di Presidente di Regione), replicandosi poi l’anno successivo alle elezioni per il Comune di Trento, dove la Margherita otteneva il 37% (1).
Ciononostante, alle elezioni regionali del 2000 non si riuscì a presentare liste unitarie delle forze centriste dell’Ulivo, salvo che in Veneto (dove, sotto la guida di Massimo Cacciari, si diede vita alla lista "Insieme per il Veneto", che ottenne un risultato lusinghiero) e in Lombardia (dove Mino Martinazzoli impose addirittura la lista unica del centrosinistra): qua e là si sperimentarono liste unitarie fra il PPI , l’UDEUR e Rinnovamento, ma in linea generale i Democratici preferirono presentare liste separate, senza peraltro replicare i risultati del 1999.
La coscienza della difficoltà di raggiungere il quorum del 4% alle elezioni parlamentari del 2001 e l’opportunità politica di costruire un soggetto politico che facesse da contrappeso alla preponderanza dei DS nell’àmbito del centrosinistra, togliendo così un’arma propagandistica alla Casa delle libertà, spinsero le forze centriste a riconsiderare l’opportunità di presentarsi unite di fronte all’elettorato.
Fu nel corso del tradizionale convegno del PPI a Lavarone (TN) svoltosi dal 7 al 9 settembre 2000 che il tema del trasferimento a livello nazionale dell’esperienza della Margherita venne ufficialmente posto dagli esponenti popolari Castagnetti e Letta, e raccolto dal leader dei Democratici Parisi. Rinnovamento italiano e UDEUR aderivano al progetto che avrebbe trovato un additivo ulteriore nella designazione a leader dell’Ulivo e candidato alla guida del Governo in alternativa a Silvio Berlusconi di Francesco Rutelli, il quale di fatto assumeva anche la funzione di riferimento dei centristi all’interno della coalizione.
La fase organizzativa non fu comunque semplice, anche perché nello stesso tempo andava organizzandosi la componente neocentrista animata dall’ex Segretario generale della CISL Sergio D’Antoni e da esponenti popolari come Ortensio Zecchino, che avrebbe portato alla nascita di Democrazia Europea, partito che programmaticamente si proponeva di porsi come alternativa di centro (e apertamente neodemocristiana) al "falso bipolarismo" fra Ulivo e Casa delle libertà. Nello stesso tempo alcuni esponenti dell’ area "laica" dei Democratici, come i Ministri Willer Bordon ed Enzo Bianco, vivevano con una certa insofferenza il processo costitutivo della nuova aggregazione come un allargamento dell’area popolare.
Era a circa tre mesi dalle elezioni che veniva definito l’assetto definitivo del soggetto che prendeva il nome un po’criptico di "Democrazia è libertà" e che nel simbolo recava, miniaturizzati, i contrassegni dei quattro partiti che lo costituivano.
Il risultato delle urne del 13 maggio 2001 è noto: se la sconfitta dell’Ulivo era in qualche modo preventivata, del tutto inatteso era il successo della Margherita, che arrivava a totalizzare 5.386.950 voti pari al 14,5% del dato nazionale, collocandosi a poco meno di un milione di voti in meno rispetto ai DS che si fermavano al 16,6% . I dati disaggregati dimostravano altresì che la nuova formazione aveva superato il principale alleato in molte Regioni strategiche dell’Italia settentrionale come la Lombardia ed il Veneto, smentendo in tal modo la previsione secondo cui l’insediamento centrista sarebbe stato più forte nel Meridione.
Successive analisi demoscopiche dimostravano che il voto della Margherita era stato determinato da una forte componente giovanile e, per circa il 30%, anche da elettori che si erano astenuti alle Regionali del 2000.
Il dibattito costituente
L’inaspettato risultato elettorale aveva per effetto quello di aprire un dibattito sulla natura del soggetto politico che aveva ricevuto un tale premio da parte dell’elettorato. Da parte di alcuni osservatori, soprattutto quelli più legati a posizioni di destra, si tendeva a minimizzare la portata di questo risultato, legandolo soprattutto all’appeal di Rutelli nel suo doppio ruolo di leader della coalizione e della Margherita, che ne avrebbe fatto così un risultato rilevante ma circoscritto e subito riassorbito, paragonabile a quello della Lista Bonino alle elezioni europee del 1999. Da tali commenti traspariva peraltro l’implicito timore che l’affermarsi di un’ area cattolica e liberaldemocratica forte e credibile nell’àmbito del centrosinistra potesse togliere alla destra l’arma polemica e propagandistica dell’anticomunismo così ancora largamente utilizzata da Berlusconi e dai suoi alleati nel corso dell’ultima campagna elettorale.
Dal canto suo Rutelli dichiarò fin da subito di voler capitalizzare il risultato ottenuto attraverso la trasformazione di quella che era nata come aggregazione elettorale in un nuovo soggetto politico, in un partito, in sostanza, interpretando il consenso ottenuto come mandato per avviare un processo di unificazione in un’area politica che fra le ragioni della sconfitta elettorale annoverava anche quella di un’eccessiva frammentazione e litigiosità.
I partiti promotori della Margherita reagirono in modo diverso ad un progetto che di fatto implicava la cessazione della loro attività autonoma e la confluenza in un più ampio soggetto: mentre i Democratici fin da subito si dichiaravano favorevoli, anche se taluni fra loro temevano che la nascita di un nuovo partito dell’ area centrista ritardasse la prospettiva della nascita dell’ auspicato "partito dell’ Ulivo" e Rinnovamento italiano non avanzava obiezioni, il Segretario dell’ UDEUR Mastella manifestava serie perplessità, drammatizzando la sua posizione col rifiutarsi di intervenire alla convenzione della Margherita svoltasi a Roma nel luglio 2001 e dichiarando di voler aderire al nuovo soggetto solo a condizione che esso avesse forma federativa, consentendo la continuità dei partiti fondatori.
Il dibattito più ampio, ovviamente, investiva il PPI, che dei quattro partiti promotori era insieme quello con maggiori radici storiche e ideali e quello più capillarmente presente sul territorio.
Fin da subito alcune figure di rilievo quali gli ex Segretari Martinazzoli e Gerardo Bianco affermarono nettamente la propria ostilità a qualsiasi ipotesi di scioglimento del PPI nel nuovo partito, paventando una dispersione dei valori del popolarismo ed una possibile diaspora dei voti cattolici verso le componenti neodemocristiane del centrodestra.
L’opposizione più sistematica venne da un gruppo di parlamentari coordinati dal deputato milanese Lino Duilio, che, nella prospettiva del Congresso nazionale del PPI che avrebbe dovuto decidere delle modalità di adesione del partito alla Margherita, nell’agosto del 2001 diffusero una "Lettera aperta ai popolari italiani" nella quale si parlava del risultato elettorale della Margherita come di un successo "in attesa di una politica" il quale avrebbe richiesto "l’intelligenza e la capacità di una sua valorizzazione e di un suo consolidamento" che gli permettesse di "rappresentare un’identità non effimera, in grado di stabilizzare nel centro sinistra un’area culturale e politica centrale, protesa ad un’autentica modernizzazione del Paese" (2). A tal fine, per quel che concerne le forme organizzative, gli autori della lettera respingevano l’ipotesi del "partito unico della Margherita" e si esprimevano per un "nuovo soggetto politico unitario a connotazione federale e federata", che mantenesse quindi in vita i partiti preesistenti, esprimendo nel contempo il dubbio che il "Partito unico della Margherita sul piano sostanziale rischierebbe (….) di caricarsi delle rigidità tipiche della tradizionale forma partito" finendo per essere percepito "come una proposta poco innovativa e di trasformarsi, infine, in una sorta di meteora della politica italiana" (3).
I firmatari della lettera coglievano in effetti un elemento di preoccupazione diffuso anche in aree intellettuali ed associative tradizionalmente vicine al PPI, che trovavano espressione da parte di ex Presidenti nazionali dell’AC come Alberto Monticone e Raffaele Cananzi o di ex dirigenti nazionali delle ACLI come Ruggero Orfei e Aldo De Matteo.
Si può anzi dire che fino all’ autunno del 2001 il dibattito interno del PPI sia stato animato prevalentemente da chi si riconosceva in posizioni critiche rispetto all’ ipotesi del partito unico, mentre il fronte favorevole si muoveva in modo più sfumato, potendo comunque contare sull’apporto di personalità quali Franco Marini, divenuto responsabile organizzativo della Margherita e giovani dirigenti quali Lapo Pistelli, Enrico Letta e Dario Franceschini. D’ altro canto, la scelta del Segretario nazionale Castagnetti di assumere la guida del gruppo parlamentare della Margherita alla Camera era indicativo di una scelta già operata. Solo in una fase successiva si sarebbe registrata l’adesione al progetto di leader storici quali Ciriaco De Mita e Nicola Mancino, il cui peso fu probabilmente determinante nella definizione della posizione del PPI.
Di fatto, il Consiglio nazionale del PPI svoltosi il 10 gennaio 2002 approvava all’unanimità (solo Gerardo Bianco si rifiutava di votare, uscendo dall’aula) un documento in cui, oltre a convocare il VI Congresso nazionale per il marzo successivo, confermava "la scelta della Margherita" ed affermava chiaramente la volontà del Partito Popolare di "concorrere alla costruzione del nuovo soggetto unico (…) al centro e in periferia" (4), ponendo quindi fine alla discussione sulla forma che avrebbe assunto il nuovo soggetto.
La stagione dei Congressi
Poiché il Comitato costituente della Margherita, organismo provvisorio insediato dall’Assemblea del luglio 2001, aveva deciso di convocare il Congresso costituente del nuovo partito per il 22 24 marzo a Parma, si rendeva necessario scaglionare in tale funzione i Congressi dei partiti promotori.
L’assise dei Democratici, convocata a Roma per l’ 1-3 marzo, non presentava particolari problemi ad accettare la proposta di Parisi per una "sospensione" dell’attività politica del Movimento dell’ Asinello, pur tenendo a ribadire l’orizzonte ultimo dell’Ulivo come soggetto politico. Parimenti deliberava l’assemblea di Rinnovamento italiano svoltasi il 17 marzo sempre a Roma.
Più articolata la posizione dell’UDEUR, poiché da un lato la maggioranza del partito riunita a Congresso ( Fiuggi, 15 17 marzo) intorno al Segretario Mastella rifiutava ogni ipotesi di scioglimento e tornava a proporre l’ipotesi di una Margherita come "partito federato", polemizzando con Rutelli, e dall’altro una minoranza qualificata fra cui spiccavano gli ex Ministri Cardinale e Loiero si riuniva a Napoli per annunciare la propria adesione alla Margherita come partito unico.
Il VI Congresso nazionale del PPI si svolgeva a Roma nei giorni 8-10 marzo, ed era preceduto dalla diffusione di un opuscolo curato dai firmatari della lettera dell’agosto precedente ( i quali in colloqui informali rivendicavano a sé circa il 30% dei consensi fra i delegati) nel quale si ribadiva che "il popolarismo sturziano (ha) ancora molte cose da dire, perché consente di trascendere le tradizionali ed estenuate categorie della politica, ed offre dei valori di riferimento tuttora in grado di costituire un rinnovato orizzonte di senso per la libertà dei moderni" (5). In tale prospettiva, veniva ribadito il sì alla Margherita unitamente al no allo scioglimento del PPI, chiedendo che la nuova aggregazione si strutturasse come soggetto politico unico "ma strutturato in modo da far continuare a vivere, in una condizione rinnovata, le tradizioni politiche che ambiscono ad esercitare tuttora un ruolo di primo piano nel panorama politico del Paese"(6). Sotto il profilo organizzativo gli autori del documento, oltre a chiedere l’elezione di un nuovo gruppo dirigente del Partito che gestisse la fase costituente della Margherita, chiedevano che il PPI si trasformasse " in Movimento politico nazionale di ispirazione cristiana, costituito su base associativa e democratica, organizzato e diffuso sul territorio (…) finalizzato ad offrire al Paese attraverso la Margherita, nella preoccupazione della costruzione di un nuovo Ulivo, il contributo peculiare della cultura politica cattolico democratica" (7).
Nella sua ampia ed articolata Relazione introduttiva il Segretario Castagnetti si poneva su di un profilo diverso ribadendo, in ordine alle preoccupazioni di molti militanti popolari in ordine alla preservazione dell’identità del Partito, la necessità di rifiutare la nostalgia come un sentimento "buono quanto inefficace di fronte al dovere di guardare avanti" (8).
Premessa l’opportunità di "chiedersi perché i vecchi partiti di ispirazione cristiana non sono sopravvissuti in tutti i Paesi in cui si è passati al bipolarismo o si sono trasformati in partiti meramente conservatori" (9), Castagnetti rivendicava in pieno la storia del popolarismo da Sturzo in poi, interpretandola in chiave socialmente e politicamente progressiva, dimodoché il passaggio alla Margherita avrebbe il significato di "offrire una base culturale solida e inventare forme partecipative e di coinvolgimento sociali nuove ad un nuovo soggetto politico in cui i cattolici democratici si sentano a casa loro e si sentano di essere al passo con le trasformazioni sociali intervenute" (10).
In quest’ottica, la Margherita per Castagnetti " sarà un soggetto plurale, in cui si ritrovano -non separate in casa- fondamentalmente le tradizioni culturali che hanno attraversato indenni il secolo più breve e più drammatico della storia moderna: quella cattolico democratica e quella liberaldemocratica. La Margherita sarà un soggetto federale, che non si limita cioè a riconoscere il valore delle autonomie locali e regionali, ma che nasce essa stessa da una volontà che si manifesta e si struttura primariamente a livello locale" e che "come soggetto politico unico non può essere solo la somma delle formazioni che in essa confluiscono" (11).
La Margherita quindi come soggetto riformista di tipo nuovo "con propria identità e soggettività distinte da quelle dell’Ulivo, coalizione che riprende altre formazioni riformiste che tengono alla loro autonomia quanto noi"(12).
Sotto il profilo organizzativo Castagnetti, pur manifestando rispetto per le idee esposte nel citato opuscolo, rifiutava l’ idea di dar vita ad un "movimento politico popolare", affermando che "un movimento politico è un partito. E non si possono fare due partiti contemporaneamente" proponendo quindi "di deliberare in questo congresso la sospensione delle attività nazionali e locali, non quelle internazionali. Una sospensione che terminerà il giorno in cui sarà compiutamente costituito il tessuto delle adesioni alla Margherita in modo da dare vita a un congresso in cui gli organi del nuovo soggetto vengano costituiti su una base elettiva democratica. Quel giorno il Partito popolare si trasformerà in associazione con finalità culturali e formative" (13).
Il dibattito congressuale si strutturava quindi a partire dalle proposte di Castagnetti e se alcuni interventi, come quelli di Monticone, Cerocchi, Bianco e Duilio esprimevano ancora difficoltà ad accettare l’ ipotesi di una cessazione dell’ attività politica del PPI (Duilio in particolare chiedeva "che nella Margherita ci sia la possibilità di consentire al popolarismo di vivere al suo interno, in modo non configgente, altrimenti si rischia di avere un nome nuovo ma un partito vecchio" (14) ), la gran parte degli intervenuti accettava in pieno la linea e le proposte del Segretario.
Particolarmente importanti, e quasi un viatico di ordine storico e politico per il nuovo partito, erano gli interventi dell’ ex Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro ("guai se non dessimo seguito responsabile all’elettorato che ha scelto la Margherita" (15) ), e soprattutto di Ciriaco De Mita. L’ex Segretario della DC ricordava che il Congresso era chiamato " discutere su come fare qualcosa, non a verificare se siamo a favore o contro", e che "il popolarismo è un metodo, un modo per affrontare i problemi. Questa comune consapevolezza ci deve indurre ad accettare la sfida del nuovo. C’è un solo modo per ridurre il rischio: essere uniti ed impegnati" (16).
Si arrivava quindi ad una mediazione sul documento finale, che sanciva, secondo le proposte di Castagnetti, le modifiche statuarie che portavano alla sospensione dell’attività politica del Partito e all’affidamento delle funzioni direzionali nell’interregno ad una cosiddetta "Assemblea dei rappresentanti degli iscritti", mentre alle pozioni di minoranza si concedeva l’immediata costituzione dell’ "Associazione politico culturale dei Popolari" come strumento di animazione culturale per evitare la dispersione dell’ idealità del popolarismo. Il documento politico passava con 1194 voti favorevoli e 7 contrari, aprendo di fatto una fase nuova nella storia del movimento cattolico in Italia.
Problemi e prospettive
Con il Congresso costituente del 22-24 marzo a Parma il partito politico denominato "Democrazia è libertà - La Margherita" apriva ufficialmente la sua esistenza, essendo stati approvati i documenti costitutivi: la Carta dei principi, il Programma politico e lo Statuto. La stampa si soffermava sul contrasto esploso nel finale del Congresso fra l’ex leader dei Democratici Parisi e Rutelli a proposito di alcune modifiche statuarie, ma la questione veniva circoscritta come elemento fisiologico nel dibattito politico.
Di fatto, si chiudeva, forse con un certo ritardo, il percorso aperto dagli elettori con le scelte effettuate il 13 maggio 2001, a riprova del fatto che oggi sono assai più i passaggi elettorali a definire identità e struttura dei partiti prima ancora dei Congressi.
In pari tempo, e questo è forse allo stato il fatto più rilevante, si chiudeva la lunga fase storica apertasi il 19 gennaio 1919 all’ Albergo di Santa Chiara dietro il Pantheon, quando Luigi Sturzo ed altri pionieri diedero vita al Partito Popolare Italiano, la fase del partito di ispirazione cristiana come uno dei cardini della vita politica italiana.
E’ possibile che abbia ragione Bartolomeo Sorge nel momento in cui afferma che le scelte compiute ultimamente dal PPI realizzano "pienamente l’intuizione originaria del popolarismo", che fin dall’ inizio Sturzo concepì "non come un partito ideologico, ma come un’ ‘area politica democratica’ in cui potessero confluire le diverse tradizioni riformiste del Paese" (17), ma è chiaro che questo progetto potrà compiersi solo a condizione che vi sia una reale volontà di dare al processo in atto dei connotati nuovi per costume politico e per scelte programmatiche.
In questo senso, le preoccupazioni di quei Popolari che hanno espresso perplessità sulla fase costituente della Margherita non possono essere completamente respinte - sebbene il fallimento della prospettiva autonoma del PPI, a otto anni dal generoso tentativo di Martinazzoli sia di tutta evidenza - ma vanno calate nel concreto delle scelte valoriali e progettuali che il nuovo partito andrà a compiere.
La Margherita dovrebbe infatti qualificarsi come soggetto portatore di un’idea della politica personalista e comunitaria, sottolineando cioè che ogni politica deve avere alla base l’essere umano nella sua dimensione di persona, di soggetto, cioè, unico ed irripetibile, dotato di una dignità originaria, titolare di diritti specifici i quali non possono essere né sottomessi né coartati rispetto alle presunte logiche superiori degli Stati totalitari. Viene riscoperto così il principio fondamentale del diritto naturale come nucleo innato di valori che costituiscono la base di ogni tipo di codificazione giuridica.
Nello stesso tempo, il personalismo rifiuta la logica dello Stato liberale che legittima la preminenza dell’interesse individuale sul bene comune, contrapponendogli un nuovo modello di democrazia basata sull’organica ripartizione delle funzioni sociali e sulla responsabilità personale.
In questo senso, si può dire che il rispetto delle regole formali che presiedono alle funzioni istituzionale non sia di per sé bastevole a qualificare un sistema come pienamente democratico. Questo a maggior ragione nel momento in cui le forze economiche influiscono indirettamente o direttamente nel gioco politico, alterandolo permanentemente a proprio favore e riducendo la democrazia a facciata.
Lo Stato non è quindi una sorta di "persona collettiva" che riassume in sé tutti i valori, secondo la volgata di tutti gli hegelismi di destra e di sinistra, ma si pone a servizio della persona e delle comunità sociali, promuovendone l’autonomia e dirimendo i conflitti che vengono a crearsi fra le persone e fra i corpi sociali.
Nel progetto personalista, il pluralismo si esercita anche nell’economia, riaffermando il primato del lavoro sul capitale e del consumo sulla produzione.
In questa prospettiva, andrebbe recuperata la lezione di quel grande maestro di personalismo che fu Giuseppe Capograssi, il filosofo del diritto che studiò l’evoluzione del rapporto fra società e Stato, e della necessaria riforma di quest’ultimo che egli rifiutava di risolvere in una logica puramente giuridicistica, cogliendone invece i rapporti con lo sviluppo economico (gli albori della globalizzazione, si potrebbe dire), che comportavano per lo Stato la necessità di farsi carico di elementi ed interessi diversi da quelli puramente politici che pure gli sarebbero originariamente propri. Egli proponeva quindi un decentramento diffuso dell’autorità a favore dei nuovi soggetti sociali (quelle che ora si chiamano autonomie funzionali) o, meglio ancora, un esplicito riconoscimento dell’ originaria loro potestà.
L’apparente trionfo della democrazia liberale, simboleggiata dal crollo del Muro di Berlino trova tuttavia un suo limite fondamentale nell’emergere di una logica pervasiva (ed ormai globale) dell’economia che essicca le stesse sorgenti etiche del liberalismo e svuota di significato gli stessi istituti della partecipazione democratica, come dimostra una certa distorta concezione della democrazia come dittatura della maggioranza che ignora i "pesi e contrappesi" che da Montesquieu in poi ogni sincero liberale mette alla base di ogni discorso costituzionale. E’ chiaro che ben difficilmente si potrà parlare di democrazia in un contesto in cui l’estendersi di realtà sociali di sottoproletariato che vivono ai margini della società viene a creare un profondo squilibrio etico prima ancora che politico.
Resta ancora per intero il problema di inverare quanto affermato nel Codice di Camaldoli (autentico manifesto del personalismo comunitario italiano), laddove si dice che dall’ attività delle forze sociali nascono "realtà di gruppi e di istituzioni sociali nei cui riguardi nasce il duplice problema: a) di assicurare le condizioni generali perché possano svolgersi in piena libertà e secondo le proprie leggi per la realizzazione dei propri fini umani e sociali; b) di creare fra di loro un’ armonia. Per realizzare questi due scopi si dà vita ad un modo di organizzazione di tutte le forze sociali - individui, famiglie, gruppi ed istituzioni - che si chiama lo Stato".
La presenza fra gli intellettuali che hanno aderito al progetto della Margherita di intellettuali non credenti ma sicuramente non ignari del valore del personalismo quali sono Massimo Cacciari e Salvatore Natoli potrebbe essere l’occasione per tentare una feconda "contaminazione" fra forme diverse di pensiero che possano ritrovarsi su di una progettualità comune basata appunto sul rispetto della libertà e della dignità della persona umana.
I tempi rapidi di cui ora vive la politica diranno, in un breve volgere di anni, se il soggetto politico nato a Parma sarà all’ altezza di questa sfida.
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