Margherita perché e per chi. Salvatore Natoli: quale partito?
Avviare la costruzione della Margherita come processo popolare e non solo come aggregazione di ceto politico, tornare a praticare la politica come partecipazione. Sesto San Giovanni il 17 novembre 2001.


Il tema che mi tocca affrontare è un tema arduo; direi che con i tempi che corrono è pressoché irrisolvibile, irrisolvibile sopra tutto con le carte che abbiamo in mano. Questo non vuol dire che non lo si possa affrontare; probabilmente è opportuno, al più presto possibile, riportare in gioco, giocare in un modo diverso.

Giovanni ha concluso sulla guerra. Il problema in questo momento non è tanto dato dal fatto se sia più o meno opportuno fare la guerra. Dico "opportuno" perché le guerre non sono mai giuste, la radice della guerra è costitutivamente l’ingiustizia. La guerra è impregnata fin dall’origine con l’ingiustizia, nasce da uno squilibrio. Che possa essere di per se giusta è impensabile. Anche la teologia ha abbandonato ormai questo tema. E quindi in qualsiasi guerra c’è una componente della decisione che è sbagliata.

Partendo dall’assunto che le guerre possono anche essere opportune, quello che è emerso nel paesaggio politico è che si è avvallata questa guerra senza una politica, senza un’adeguata motivazione, anzi direi che a partire da questa guerra è emerso in modo evidente il vizio fondamentale delle formazioni di centro-sinistra. Questa guerra ha fatto emergere l’assenza di una politica, in questo caso politica estera, ma ha fatto emergere anche la frammentazione radicale dell’area di centro-sinistra, in senso lato dell’Ulivo. E non soltanto la frammentazione fra quelli che hanno avvallato la guerra, e che l’hanno votata in parlamento, e quelli che si sono opposti. Una motivazione nata da un assunto grande, innanzi a cui io non posso che decretare il mio più grande rispetto, il pacifismo radicale della tradizione cattolico-cristiana. La guerra non si fa mai, non si fa mai; cioè il merito assoluto cristiano-ghandiano, le guerre non si fanno mai, ci lascia uccidere; si fa resistenza passiva, le guerre non si fanno mai. Chi la pensa così, addirittura non manifesta neanche, non fa neanche marce, si lascia trascinare, resiste, si butta a terra. Motivazione alta, motivazione inconfutabile. Le guerre non si fanno mai!

Altri invece sostenevano che le guerre si fanno ma devono essere mirate, devono essere motivate, devono essere efficaci. La loro obiezione a questa guerra non si basa su un pacifismo radicale, ma sul fatto che la guerra non era efficace, non risolveva il problema. Quindi un’altra motivazione per cui non si fa la guerra. La guerra non risolve. Capite bene che un fatto è dire che non si fa perché non si fa mai, un fatto è dire che non si fa perché non risolve. Se la guerra risolve, si fa.

Un altro pensiero. Questo terrorismo internazionale lo ha prodotto quella stessa forza che presume di contrastarlo, in fondo gli americani questo terrorismo se lo sono fabbricati in casa. E allora si oscillava da una posizione in termini di efficacia ad una posizione in termini di responsabilità, cioè di critica politica all’America. Non ci schieravamo con il terrorismo però dobbiamo ammettere che questo terrorismo l’America lo ha prodotto: è il frutto di un errore politico e allora, da questo punto di vista, la critica alla politica americana conviveva in modo netto e stretto con la polemica contro il terrorismo. Siamo contro il terrorismo però in fondo gli Americani se lo sono prodotto. Qui c’era una variante di critica politica all’America. Il problema del terrorismo non si risolve perché in fondo sono i risultati di errori politici pregressi e quindi bisogna andare e non lavorare sulle conseguenze. Questo è un altro motivo per cui non si fa la guerra.

Ora non voglio discutere tutti questi passaggi, non voglio valutare la possibilità di queste posizioni. Voglio soltanto dire che nel "no" alla guerra le motivazioni del "no" erano così varie, così eterogenee da non poter diventare ragionamento politico di una forza politica compatta. Se in quelli che hanno detto sì alla guerra c’è stato un appiattimento, un allineamento, una viltà, se vogliamo, criticabilissima, dall’altro lato non c’è stata una voce che ragionasse contro la guerra con un discorso unico, con una motivazione di politica estera che fosse funzionale a quello che si dice un partito o una coalizione

Non mi interessa qui, in prima battuta,e per quello che dobbiamo affrontare noi oggi, capire se sia stato giusto, o meno, entrare in guerra, ma mostrare sostanzialmente come rispetto alla guerra c’è stata una eterogeneità di posizioni che ha ribadito e manifestato ancora di più la frammentazione di quest’area politica. Se l’Ulivo anziché all’opposizione fosse stato al Governo, non avrebbe avuto il risultato che il cancelliere tedesco, pur grande difficoltà, è riuscito ad ottenere in parlamento. La guerra non è un’ovvietà, ci saranno dei problemi ma c’è una responsabilità da sostenere. Se il centro-sinistra fosse stato al Governo avremmo visto ripetersi qualcosa di peggio del Governo Prodi, anche se questa volta con motivi più significativi, molto più potenti, molto più precisi.

Perché parto da qui? Parto da qui per constatare come, in generale, l’Ulivo su tutti i problemi che sono stati qui evocati, non ha una direzione, una linea, un pensiero. E quindi la coalizione è una coalizione fondamentalmente opportunistica. Da questo punto di vista gli avversari, che sappiamo quelli che sono, non sbagliavano: è una delle ragioni per cui hanno vinto. Non sbagliavano, la diagnosi era giusta: questa alleanza era un’alleanza opportunistica, casuale, con incerto programma; un’alleanza contro qualcuno, in questo caso Berlusconi. Lo si è blandito prima, lo si è eletto a interlocutore e poi, alla vigilia della campagna elettorale, lo si demonizza. Allora io domando: la pubblica opinione deve credere alla versione di prima o alla versione di dopo? Perché non si è fatta la legge sul conflitto di interesse? Gli avversari avevano colto una deviazione profonda nel centro-sinistra: un’alleanza contro, ma su nessun tema, su nessun problema c’era unità perché non era emersa una leadership sicura dentro la battaglia politica.

Rutelli è stato bravissimo, ha giocato bene la sua parte come leader, ma il modo con cui è stato prodotto non è stato il risultato di un grande dibattito politico dentro il centro-sinistra. Non è venuta fuori la leadership con una politica, ma è stato un accordo vergognoso dell’ultimo momento, sostituendo un altro. Queste cose sono avvenute soltanto a livello nazionale, sono venute a livello locale: pensate a Bologna, pensate al sindaco di Milano, pensateci qui a Sesto S. Giovanni per non cadere negli stessi errori.

Allora, in una società che è già poco affezionata alla politica queste alleanze opportunistiche, questi patteggiamenti e questi ricatti sono tutti meccanismi di indebolimento. L’avversario non ha fatto un bel partito, però ha fatto un partito efficace. Noi non dobbiamo organizzare un partito come quello dell’avversario, però non dobbiamo dimenticare perché l’avversario è riuscito e noi no! L’avversario è riuscito perché a fronte di alleanze non maturate dentro un programma, non fiorite da un dibattito, c’era un partito personale e proprietario che era in mano a qualcuno. Allora, di fronte ad una lotta di una ridda di pretendenti, c’era, quanto meno, un solo padrone.

Mastella lo è ancora oggi nonostante che sia uno che non è stato neanche eletto nel suo collegio, è un parassita della Margherita, perché senza la Margherita se ne starebbe a casa. Almeno De Mita ha portato dei voti suoi, ha portato voti alla Margherita mentre Mastella è stato eletto con i voti della Margherita e già organizza grandi manovre che lo fanno somigliare a D’Antoni. Dinnanzi ad una ridda di pretendenti, di piccoli legati, meglio un padrone solo e sicuro. Dobbiamo fare un partito personale e padronale? Certamente no! Dobbiamo elaborare una leadership dentro una politica. Ma questo il centro-sinistra non lo ha fatto.

Bisognerebbe che i cattolici, in particolare, applicassero alla politica quello che S. Ignazio indica come la prima tappa degli esercizi spirituali: meditare profondamente sull’inferno. Ecco: che cosa dovrebbero fare quelli dell’Ulivo? Almeno una volta al giorno meditare un quarto d’ora sulla fine del governo Prodi, l’occasione mancata del centro-sinistra. E siccome la politica è una fisica, molto più scientifica di quanto non si pensi, un vuoto lasciato troppo a lungo viene riempito dall’altro e quando viene riempito dall’altro è difficile trovare un vuoto altrettanto largo e inserirsi. E dopo il Governo Prodi noi siamo costantemente in recupero e non abbiamo spazi sociali. Aver buttato giù il Governo Prodi ha voluto dire chiudere gli spazi sociali del nostro inserimento. Ecco perché è difficile fare un partito, non è impossibile ma dobbiamo pensarci. L’Ulivo di Prodi non era arrivato, non avevamo raggiunto l’obiettivo, era un passaggio, era una siepe. A partire da lì si poteva costruire, pur nella diversità delle tradizioni e delle culture, un meccanismo progressivo di fusione, di avvicinamento. Lasciamo stare il Partito Democratico, ma certamente una dinamica convergente delle tradizioni. Come la D.C., liberata dal clerico-moderatismo, liberata dall’assistenzialismo, riscopriva le sue radici popolari; così la tradizione comunista, liberata dal gramscismo, cioè dall’idea egemonica sulla società, poteva riscoprire la sua dimensione garantista nei confronti dei diritti. E così avanti su questo terreno, a poco a poco riuscire a trovare prima programmi unitari e poi poteva nascere, chissà, la grande e bella coalizione. L’importante era tenere il passo con i programmi di medio periodo, che di volta in volta tenessero la coalizione sempre più forte.

Torno a dire, ci siamo trovati di fronte a responsabilità di gruppi dirigenti, da un lato, e a furbizia di atri gruppi dirigenti, dall’altra. Dico responsabilità di gruppi dirigenti perché quelli che studiano i flussi elettorali hanno dimostrato che nelle ultime elezioni quelli che ci hanno fatto perdere sono stati D’Antoni e Di Pietro, non Rifondazione Comunista. Parte dell’elettorato di Rifondazione Comunista ha capito che bisognava stare nella coalizione per non dare spazio ad una vittoria incondizionata di Berlusconi. Allora dobbiamo distinguere Rifondazione Comunista e il suo leader dalla istanze, anche positive e da recepire, del movimento. E questo è confermato anche dai numeri.Non è vero che l’Ulivo non ha vinto per Rifondazione Comunista. L’elemento di emorragia è stato un elemento dovuto a D’Antoni e a Di Pietro, cioè a secessionisti dentro l’area del centro-sinistra.

Allora torniamo al nostro voto. Quel passaggio era importante perché era lo spazio dentro al quale poteva cominciare a maturare una politica e quindi una leadership che non era personale in quanto retta da una politica. Perché la politica si deve sempre incarnare dentro un gruppo dirigente, deve essere visibile, non può essere solo argomentativi. Nella società di massa la politica ha sempre avuto interpreti, e questo non vuol dire personalizzazione. Abbiamo parlato del partito. Il partito c’è, c’erano i grandi partiti di massa, però non è un caso che Togliatti fosse chiamato "il migliore", non è un caso che la D.C. abbia avuto degli interpreti, dei protagonisti, dei leaders, da De Gasperi in avanti. Le politiche non possono funzionare se non si calano in persone che le interpretano. E questo è del tutto indipendente dai processi personalistici. Un fatto è dire il partito è mio, un fatto è dire il partito è la politica di cui io mi faccio garante e immagine.

D’altro canto anche quando c’era la grande attenzione alla politica non tutti i votanti erano iscritti: la macchina del partito era persuasiva, prendeva la società, entrava dentro con la potenza aggregante. Però c’era una dimensione della società che era attratta dalla politica in quanto partito, in quanto organizzazione, in quanto anche persone che in un certo senso a interpretavano.

C’è un altro punto importante sul quale vale la pena di riflettere. La campagna elettorale del centro-sinistra è stata costruita tutta su questa idea: dobbiamo mostrare le cose che abbiamo fatto bene. Beh, tra quelli che hanno votato Berlusconi, non tutti erano berlusconiani, ma diffuso era questo tipo di ragionamento: ammettiamo pure che il centro-sinistra abbia fatto bene, vediamo se questi fanno meglio, perché verso l’ambizione del meglio non c’è mai fine. Allora bastava soltanto dichiarare che si era fatto bene, ma bisognava dimostrare in modo convincente che gli altri non potevano fare meglio perché le loro prospettive, i loro interessi, le loro forme di organizzazione erano sbagliate, erano erronee. Ma come si fa a mostrare che gli altri non possono fare meglio? In un modo solo: rendendosi credibili, non con i ragionamenti, rendendosi credibili come ceto politico, rendendosi credibili come immagine. Allora c’è stato un confronto tra immagini, dove un’immagine era più credibile dell’altra. Non era un argomento più credibile di un altro, era un’immagine più credibile dell’altra. Perché da un lato c’era un’aggregazione e dall’altra c’era un capo.

Detto questo, l’Ulivo non è andato neanche male, e questo è un buon segnale, è un qualcosa dal quale dobbiamo ripartire, perché gli avversari già hanno sbagliato, e sbaglieranno ancora di più. Ma se a fronte degli errori dell’avversario non c’è uno schieramento visibile fin da ora che lo incalza, è chiaro che l’avversario avrà buon gioco. Già lo ha avuto, ha funzionato. Si va verso una finanziaria dove gli italiani pagheranno. Dicono che pagheranno perché l’Ulivo ha lasciato un grande buco. Questo lo si può dire alla prima finanziaria, ma non lo si può dire alla seconda, non lo si può dire alla terza e ci sono molte ragioni per capire e per prevedere che il centro-destra si troverà di fronte a gravi problemi, a gravi insolvenze, a partire dalla sanità. Però se non c’è la forza pronta per profittare di questo, evidentemente si perderà. Allora bisogna usare una politica e un gruppo dirigente come portacolori di una politica. Invece ancora ora abbiamo l’immagine di un gruppo dirigente fondamentalmente disorganico, poco compatto.

Però la Margherita è stata già anch’essa un buon segnale. Raramente le aggregazioni pagano, perché le aggregazioni diluiscono le identità. C’è qualcuno nelle aggregazioni che si sente tradito e allora non aderisce, quindi le somme sono sempre minori del previsto. Vi ricordate le aggregazioni tra socialisti e socialdemocratici? C’era sempre un calo perché il riferimento ad una forza era una macchina meccanismo-identitario. Nel momento in cui quella forza si allea con un’altra diminuiscono le identità, quindi succede spesse volte che qualcuno non si riconosce più e quindi la somma non è mai maggiore, ma paga. In questo caso, noi abbiamo visto che la Margherita ha avuto un buon risultato e il risultato buono della Margherita è in larga parte l’effetto Rutelli, ma non tanto come persona, ma come individuo che è riuscito ad aggregare, sia pure in un breve periodo, forze eterogenee, presentandole come una forza compatta. Da questo punto di vista, il popolarismo, i popolari, che sono la realtà territoriale più forte, dovrebbero sviluppare, implementare la Margherita; non tanto contrattare, ma prenderla per mano, perché sono le forze che hanno più radicamento.

Quelli che sono usciti dalla D.C. adesso vogliono ricostruire non la D.C., perché non è possibile ricostruirla, ma prendersi Forza Italia da dentro. Il quartetto è lì dentro: Buttiglione, Casini, Formigoni e D’Antoni. Vogliono prendersi Forza Italia convinti come sono, e in questo non sbagliano, che Berlusconi sarà giubilato probabilmente nella politica con cariche più alte e lo spazio resta a loro perché, durante l’opposizione, Forza Italia si è trasformata ed è diventata partito reale di massa. Questo non dobbiamo dimenticarcelo: è diventata partito reale di massa perché non è stato più il partito che Berlusconi ha costruito con i suoi avvocati, con gli impiegati della Fininvest, ma è un partito che lui ha ricomposto con la vecchia D.C., con il vecchio Partito Socialista, con un mercato di voti che, tutto sommato, da quell’area non era uscito mai e che si era identificato con Berlusconi in prima battuta per ragioni difensive e poi per ragioni costruttive. Il mercato dei voti: sono i voti degli zii, dei nonni e dei padrini che sono andati a Cuffaro, a Fitto e così avanti. Oggi Forza Italia è un pezzo della vecchia D.C., oggi Forza Italia è un pezzo del Partito Socialista.

E qui non voglio fare un discorso sul craxismo perché in tempi non sospetti io ho riconosciuto che alcune indicazioni craxiane, la comprensione lucida della fine dell’Unione Sovietica, l’idea che si dovesse fare un grande partito riformista in Italia, erano cose da recepire. Pensare al Partito Socialista come ad un partito di delinquenti è sbagliato. Però il craxismo, nel momento stesso in cui ha individuato le cose originali della politica italiana, mi permetto di dire più originali di quanto non fossero quelle di Berlinguer, molto più produttive in termini di ricomposizione del quadro politico, ha anche corrotto il partito. E di quella tradizione socialista alta sono rimasti gli spiccioli. Il grosso di quel socialismo, in larga parte, se ne è andato all’istante.

Forza Italia è diventato un partito vero. Mentre il centro-sinistra oscillava tra carezze a Berlusconi e giustizialismo, senza sapere dove stare, cambiando politica da un mese all’altro, accettando una bicamerale senza una cultura istituzionale, ma come luogo di scambio politico. Non si riforma una costituzione come luogo di scambio politico, ma una costituzione si riforma con spirito costituente. La bicamerale non aveva spirito costituente.

In queste dinamiche di incertezze del centro-sinistra, di fine del governo Prodi, l’altro si organizzava come partito, penetrava il territorio con caratteristiche che io non condivido ma che sono state efficaci. Così Berlusconi ha imposto Cuffaro in Sicilia ed è intervenuto in altre situazioni. Il partito proprietario, personale risolve i problemi e si presenta dinnanzi all’opinione pubblica come soggetto capace di un’alta mediazione, di una decisione efficace.

Ora, se guardate il comportamento di Forza Italia e del suo leader in un orizzonte generale e complessivo di crisi della politica e di disaffezione, capirete perché c’è una circolarità positiva ed un maggior successo da parte del partito più decisionista. Nel momento in cui c’è un’alta partecipazione alla politica, una voglia di pesare nella decisione, quando i partiti funzionano, le dinamiche personali si riducono. Quando c’è una disaffezione alla politica allora diminuisce la partecipazione e si potenzia la voglia di delega; e quando si delega, si delega la persona che si ritiene più forte ed affidabile. Con tutti questi ragionamenti si vuol dimostrare quanto il centro-sinistra non ha fatto, quante occasioni ha perduto e perché su questo vuoto l’avversario ha potuto insediarsi in modo deciso. L’avversario non ha vinto perché avesse una migliore politica, ha vinto perché quella vittoria è il risultato di un suicidio politico del centro sinistra.

In questo paesaggio come si fa un partito? Vale a dire come si procede ad una aggregazione? Giovanni ha detto cose molto importanti che io riprenderò tra poco. Ci ha detto come è come è cambiato il lavoro, ma quando si dice come è cambiato il lavoro si dice come è cambiata la società. Il socialismo era internazionale perché il capitale era internazionale. Ma quando oggi parliamo di globalizzazione, parliamo sopra tutto della grande, vorticosa mobilità della finanza internazionale, di un distacco sempre più forte, sempre più intenso tra dinamiche finanziarie e dinamiche produttive ed è questo che ha scomposto la forza lavoro. I "no global" più radicali sostengono che la globalizzazione come dinamica della finanza vorticosa e come distacco delle politiche finanziarie da quelle produttive è nata fondamentalmente dai grandi successi dei movimenti operai e degli stati. Noi abbiamo visto come nel corso dell’ottocento, per quanto il capitale fosse sempre internazionale nelle sue dinamiche, fondamentalmente era statale, perché era più connesso di quanto non lo sia adesso alle dinamiche produttive, fordiste, con la localizzazione delle imprese. Era necessario che lo stato controllasse la forza lavoro perché funzionasse il capitale. Ma nel momento in cui nel post-fordismo c’è una territorializzazione della produzione, a questo punto è chiaro che il nesso capitale-stato si è allentato e quindi gli stati sono by-passati dal mercato grande della finanza e le produzioni sono decentrate e poste laddove sono più redditizie, e abbandonate quando non sono più redditizie.

Hanno ragione i no-global radicali quando dicono che il grande successo dei movimenti operai stava nella capacità di contrattare la forza lavoro dentro gli stati e gli stessi stati democratici hanno incentivato l’elemento finanziario della globalizzazione. Per sfuggire alla forza contrattuale che il movimento operaio aveva guadagnato dentro gli stati era necessario scorporare la produzione dalla finanziarietà, quindi operare sullo spazio mondo. Nel momento in cui c’è un distacco tra finanza e produzione, nel momento in cui il lavoro non è più allocato nella fabbrica fordista, allora bisogna dare rappresentanza inevitabile al lavoro autonomo che è sempre più crescente, è sempre più dislocato, è sempre più mobile.

Se il ragionamento è questo, non è vero che la tecnologia abbia diminuito il lavoro, lo ha certamente aumentato perché col lavoro autonomo il lavoratore ha dovuto necessariamente ricorrere ad una forma di autofinanziamento. Una volta si parlava di accumulazione primitiva del capitale. E allora non dobbiamo guardare al lavoro autonomo soltanto per gli aspetti celebrati dal self-made. E quali sono questi aspetti del farsi sa sé? La cultura come bene immateriale che diventa la radice di un arricchimento materiale, il fatto di non lavorare sotto padrone, la domesticazione del lavoro e quindi la oppressiva incentivazione della soggettività e della creatività individuale. Tutte queste sono cose vere, però non bisogna dimenticare gli altri aspetti: la componente fortissima dei rischi di precarietà, perché un lavoratore autonomo per diventare competitivo deve avere committenze sul mercato, non ha un salario garantito che gli permetta la riproduzione e quindi deve risparmiare molto quando guadagna per proteggersi nei momenti di latenza; e dipende dai committenti. Mentre il salariato era garantito, il popolo delle partite IVA dipende dalla committenza. E come la ottiene la committenza? La ottiene sulla base della competenza e della promozione. E chi te la paga? Hai l’accesso sufficiente al credito ma il credito in genere ti premia quando sei già lanciato e se non sei già lanciato non ti premia. E allora le committenze quali sono? Si cade dalla padella nella brace. E quindi questo lavoro autonomo è molto meno autonomo di quanto non si pensi, è molto più legato alle reti della clientela di quanto non si pensi.

Allora capite bene perché il centro-destra può essere di nuovo democristiano senza più cristianesimo perché riprende questa vecchia macchina clientelare e giova anziché in termini di assistenza diretta, in termini di privilegio nelle committenze. Allora non ci sono più i contratti nazionali e il lavoro autonomo oscilla tra un iperlocalismo e la globalizzazione. Ma qui ha ragione Rifting: chi arriva alla globalizzazione? Chi è capace di mettersi, in base alla competenza, sul mercato internazionale? Chi riesce ad avere committenti come e quando vuole? La maggior parte delle partite IVA ha committenze locali, territoriali, in base a rapporti politici o familistici. E quindi da questo punto di vista la globalizzazione è lungi dal globalizzare; molte volte lega al territorio molto di più di quanto non legasse il vecchio fordismo e, paradossalmente, con meno libertà. Allora queste persone cosa fanno? Hanno bisogno di accesso alle ricchezze, ma sopra tutto hanno bisogno del mantenimento del ritmo delle imprese.

Quindi precarietà, rischio, appoggio locale e non soltanto in termini di convivenza con giochi politici con potentati locali, ma anche di sostegno per legami familiaristici, per prestiti fiduciari con l’ambiente. Le grandi partite IVA sono partite IVA molto locali. E siccome non possono beneficiare dei servizi, che una volta erano a carico della fiscalità generale, anche perché molti di questi si sottraggono al fisco,il loro problema per vivere è di chiedere meno tasse. Si capisce bene che quello che una volta era questione sociale, oggi è diventata questione fiscale. Ecco perché il discorso sulle tasse di Berlusconi è diventato una sorta di abra-cadabra che risolveva tutti i problemi. E’ chiaro che se non ci sono assistenze indirette e sociali e uno se le deve finanziare, il problema non è più di richiedere diritti, ma di richiedere sostanzialmente esoneri, perché si deve fare la pensione, si deve mantenere l’impresa, si deve fare il marketing. Quanto deve guadagnare questo per potersi garantire da solo cose che lo stato non gli garantisce più perché è anomalo sul mercato, perché non contratta con lo stato, ma contratta coi privati? In un meccanismo di questo genere lo stato che ti fa pagare diventa un nemico, ma sulla tua pelle, senza fare grandi calcoli di geopolitica. Questi sono processi in cui evidentemente bisogna inserirsi; non basta genericamente criticare, ma bisogna vedere come questo lavoro può essere rappresentato.

Quale partito? Diventa importante la dimensione territoriale del partito. Favorire una politica che prenda il locale e lo gestisca in modo tale che i protagonisti del locale possano accedere davvero al globale, e non siano sempre nella dimensione del margine e del rischio. Il centro-sinistra si trova a dover rappresentare una gamma larghissima di interessi che vanno dalla piccola-medio impresa, ai lavoratori in fabbrica che ancora esistono, e a tutta quell’area giovanile di non lavoro che c’è, che hanno istanze ed esigenze diverse. Perché è chiaro che i sindacati hanno tutte le buone ragioni di proteggere il lavoro dipendente, perché se non facessero questo si potrebbero sciogliere e andarsene a casa. Ma nel momento in cui si fa una politica del lavoro, non si può fare una politica del lavoro che sia tutta centrata sul lavoro dipendente. Perché in questo caso non si rispetterebbero più le altre dimensioni che sono anche quelle meno rappresentate. Non si può fare una politica del lavoro centrata sulla sola contrattazione, anche se la contrattazione va bene, senza tener conto di tutto questo spazio di nuovi lavori e di nuovi protagonisti sociali.

Un partito come la Margherita deve diventare sempre di più un partito di programma, con radicamento sociale che non passa più attraverso le grandi organizzazioni. Il radicamento sociale passa attraverso l’ordinaria amministrazione, quindi attraverso una gestione. Non è più la grande macchina partito che decide il Sindaco, ma ci deve essere un partito leggero e una società che esprime protagonismo, quindi una fortissima territorizzazione del partito. Ma tutto questo deve avere uno sbocco politico generale. Lo sbocco politico generale non è la macchina partito, ma è la leadership garante che permette a tutto quello che cresce nel territorio di avere una rappresentanza nazionale. Una rappresentanza nazionale vuol dire anche la possibilità di gioco che si può avere nella globalizzazione, perché nella globalizzazione si ha gioco se le rappresentanze nazionali mediano il fenomeno della globalizzazione.

Allora un partito di programma che però abbia un garante politico, quindi delle persone che incarnano questa politica e la garantiscono. Quindi evitare tutte quelle dinamiche di ricatto, di patteggiamento al negativo su cui mi sono già abbastanza soffermato nella prima parte del mio intervento. Contrastare i fenomeni di irriquietezza sociale e di rivolta antistatale. L’irriquietezza sociale e la rivolta antistatale può essere sostanzialmente placata se c’è un gruppo politico, un gruppo dirigente che dà affidabilità. Se non c’è un gruppo dirigente unitario anche le politiche territoriali tendono sempre più a sfaldarsi.

Quindi nel partito di programma a molto si deve rinunciare. Nel partito di programma non si può avere tutto; ci devono essere scelte di priorità su cui ci si impegna. La scelta di priorità non vuol dire che poi il programma non può essere arricchito, ritoccato, implementato.

Ma non basta avere un buon programma, è necessario avere un garante del programma: Ecco perché ci vuole un ceto politico che dia chiaramente immagine di essere garante di quel programma. Quindi stabilire un circuito positivo tra la dimensione attraente del programma, ma anche la dimensione forte di garanzia che la persona o il gruppo dirigente ha su quel programma. Se nella società non si sviluppano dinamiche fiduciarie non cresce neanche la partecipazione. Non dobbiamo immaginare una società dove la partecipazione è data dalla pura e semplice trasparenza, perché ci sono livelli diversi di partecipazione, ma che stanno insieme soltanto se tenute da dinamiche di fiducia. Quindi gruppi dirigenti capaci di ispirare questa fiducia.

Ultima cosa che mi preme dire. Noi abbiamo progressivamente una banalizzazione del così detto principio di sussidiarietà. Esso può essere letto in due modi. Il principio di sussidiarietà vuol dire che lo stato non deve mai interferire in quel che fa il privato. La tradizione cattolica ha guardato con attenzione ai gruppi intermedi, ha pensato la società non come un vuoto di individui, ma come sfere. Lo stato non deve intervenire laddove i privati possono agire da soli. Il principio di sussidiarietà si può leggere in modo completamente rovesciato. Normalmente i privati almeno nella storia, non vanno dove non c’è profitto. Il principio di sussidiarietà che si è sviluppato concretamente è che lo stato è dovuto intervenire nell’area del disagio e della esclusione perché lì i privati non ci andavano. E quindi il principio di sussidiarietà è diventato la cifra e il modello dello stato sociale. Non è lo stato che ha espropriato i privati, ma erano i privati che non andavano dove non c’era guadagno. La grande scoperta dei movimenti cattolici e anche dei partiti operai è stata questa: era necessario che i grandi partiti di massa prendessero in mano lo stato perché se lo stato non faceva questo gli altri non lo facevano. Oggi che l’inclusione si è realizzata, è giusto che lo stato se ne vada. Ma è vero che l’inclusione si è realizzata? Abbiamo visto che non è vero che si è realizzata e che quello stesso lavoro autonomo che tanto abbiamo celebrato, è sempre sul confine del fallimento. Allora lì ci vuole una politica dei diritti che senza soffocare l’iniziativa sociale, accompagni e non lasci gli individui soli e non li tratti come separati. Bisogna rispondere agli avversari che il principio di sussidiarietà loro lo leggono in maniera unilaterale, perchè lo leggono fondamentalmente nella logica dell’espansione del privato e non lo leggono invece nella direzione complessiva che ha due facce: laddove il privato non c’è bisogna stimolarlo ad andare, ma se non ci va bisogna promuoverlo e allora tutta l’area del privato sociale. Berlusconi si sta buttando anche su questo terreno. Non pensate che il volontariato, per il fatto di essere volontariato, si schieri con il centro-sinistra. A.N. sta occupando questi spazi con la così detta area sociale. Quindi anche qui non bisogna ragionare in termini parassitari. Se il centro-sinistra è pigro e non elabora una politica adeguata, perde anche quest’area.

Allora, per concludere, per trarre un po’ le fila di questo discorso, quale partito? Un partito sul territorio, un partito di programma che abbia un’unità di leadership e quindi che sviluppi una circolarità di fiducia tra partecipazione, territorialità e decisione in modo che ci sia un investimento proiettivo da parte della pace sociale.

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