Romero in Italia
L'intervento di Giovanni Bianchi al convegno in memoria di mons. Oscar Arnulfo Romero a 25 anni dalla morte svoltosi il 19 novembre 2005 all'Auditorium San Carlo di Milano. 


La vicenda delle persone che la Chiesa, i cristiani, venerano come santi, appartiene a quella dimensione dell’ imponderabile che chi non crede nella Provvidenza chiamerebbe del caso o della coincidenza: quel qualcosa che trasforma radicalmente la vita di una persona e gli fa seguire una strada diversa ed impensata. I casi sono tanti.

Il figlio non poco scioperato e gaudente di un ricco mercante dell’ Italia centrale scopre per la prima volta in vita sua il dolore e la privazione, capisce che essi sono la condizione della maggior parte delle persone e che Cristo comanda ai suoi fedeli di condividere tale condizione. Allora incomincia a fare cose strane, abbraccia i lebbrosi, si veste di sacco, da ai poveri i soldi paterni ed il padre lo sbatte fuori di casa. Da qui l’ inizio di una delle più sconvolgenti rivoluzioni religiose della storia.

Un piccolo gentiluomo basco ha in mente solo la carriera delle armi e desidera solo diventare il più grande generale del Re Cattolico: ma nel corso di un assedio viene ferito, si rovina definitivamente una gamba, e gradualmente capisce di poter diventare Generale di un’ altra Compagnia al servizio di un altro Re. Ed ecco che la Riforma tridentina ha la sua truppa di assalto.

Un visconte francese, alquanto femminiere e con l’ animo dell’ avventuriero, si interroga ad un certo punto se questo Gesù di cui sentiva parlare in noiose riunioni di dottrina, non sia poi il vero esempio da seguire, e va a cercarlo a casa Sua a Nazareth, e dopo averlo trovato va a cercarlo ancora più lontano, a Tamanrasset, nel cuore del Sahara, dove scrive una regola per dei fratelli che da vivo non vedrà mai e poi viene ucciso da un fanatico spaventato. Ed ecco che da qui nasce una famiglia magari non vistosa né numerosa, ma capace di influire sulle vicende più significative della Chiesa che prepara il Concilio, ed il cammino dei seguaci di Charles de Foucauld, a partire da Renè Voillaume, si interseca con quello di Madeleine Delbrel, di Alfred Ancel, il Vescovo – operaio che condivide l’ esperienza dei preti – operai, e in Italia molti aclisti fra cui i sacerdoti milanesi Paolo Villa e Raimondo Bertoletti, che impegneranno fra i Piccoli Fratelli tutta la loro vita.

E infine il nostro uomo, un teologo, uno studioso, un uomo che si era sempre tenuto lontano dalla politica militante e che era stato messo a capo della Diocesi più importante di un piccolo Paese centroamericano il cui Episcopato non era mai stato noto per apertura mentale o per indipendenza dal potere politico ed economico. Nulla quindi, nella formazione e nel retroterra di Oscar Arnulfo Romero y Galdamez , lo predestinava alle straordinarie circostanze del suo intenso triennio di guida della Diocesi di San Salvador e al suo drammatico e glorioso martirio.

Eppure, rileggendo a distanza di anni la vicenda di Monsignore, e udendo le testimonianze e gli interventi di oggi, a partire da quelli di Morozzo e di mons. Rosa Chavez, mi sembra di poter dire che non c’ è nulla di veramente strano nella “conversione al popolo”, come la chiamarono alcuni, di Romero, poiché essa altro non era che l’ espressione del continuo lavoro di conversione che il cristiano deve compiere su se stesso nella condizione in cui si trova posto. Infelici coloro – verrebbe da dire- che quando si trovano in posti di responsabilità e di potere pensano di essere arrivati e di non avere più bisogno di continuare la loro metànoia, il loro cammino di costante rettificazione della mente e del cuore secondo la mente e il cuore di Gesù!

Romero era quindi un sacerdote a tutto tondo che metteva Dio prima di ogni altra cosa, e che proprio in funzione di questa centralità della presenza del Dio di Gesù Cristo nella sua vita aveva preso atto della situazione terribile in cui versava il suo Paese, in cui un’ elite ricca e conservatrice ammontante a non più del 2% della popolazione dominava in condizioni di quasi schiavitù tutti gli altri, con il consueto contorno di miseria, analfabetismo e mortalità infantile.

Alcuni sacerdoti avevano già preso posizione di fronte a questa situazione, ed in particolare il padre gesuita Rutilio Grande, che mons. Romero considerava come il suo principale consigliere, una sorta di braccio destro. Il suo assassinio, avvenuto per mano dei gruppi paramilitari al soldo dell’ estrema destra nel 1978, aveva determinato la svolta dell’ arcivescovo, il quale – disse poi a padre Sorge- di fronte al cadavere dell’ amico ucciso aveva compreso all’ improvviso di come fosse impossibile predicare l’ amore di Cristo mentre il Suo corpo vivente, i poveri, venivano oppressi e uccisi da un potere inumano e quindi anticristiano.

Non sempre la sua linea pastorale era stata  compresa, ed anzi certi settori vaticani l’ avversavano apertamente, mentre l’ elite salvadoregna guardava all’ Arcivescovo come ad un traditore del suo ambiente e della sua classe sociale. Nel libro di Giancarlo Zizola “Le rose e le ortiche” viene ricostruita la penosa vicenda delle incomprensioni che Romero dovette subire all’ interno della Conferenza episcopale salvadoregna – dove in sostanza era sostenuto solo da Arturo Rivera y Damas, che sarebbe stato il suo successore – ma soprattutto in Vaticano. Padre Sorge ha già ricostruito da par suo (e lo farà ancor meglio nelle conclusioni) il senso di isolamento che Romero visse durante l’ assemblea della Chiesa latinoamericana a Puebla nel 1979 , e che solo parzialmente venne alleviato dalla lettera che 115 suoi confratelli di tutta l’ Amerindia gli inviarono in quei giorni per manifestargli piena solidarietà. Tuttavia, a distanza di molti anni, fa ancora male leggere le parole sprezzanti di qualche esponente di Curia che considerava quel confratello – già morto, ed in che modo !- come un alienato od un manipolato da certi settori della Compagnia di Gesù legati alla Teologia della liberazione (fra i quali , immagino, anche Ignacio Ellacuria ed i suoi compagni che seguirono Romero sulla strada del martirio dieci anni dopo). Fa ancora più male leggere, dal diario di Romero, le gravi incomprensioni che ebbe con Giovanni Paolo II, che forse intese fino in fondo il vero animo di quel suo Vescovo solo quando venne ucciso in quel modo sacrilego, al punto tale che quando al Colosseo, nella primavera del 2000, si svolse la Via Crucis giubilare per i martiri del XX secolo fu il Papa polacco in persona a volere che il nome di Oscar Arnulfo Romero venisse inserito nell’ elenco, ed ebbe per lui parole meditate e commosse.

Mons. Romero, per conto suo, si sentiva tradito da coloro che avrebbero dovuto essere i maggiori sostegni della sua idea di giustizia sociale e di democrazia, in particolare dalla Democrazia Cristiana, il cui leader, Josè Napoleon Duarte, era stato alcuni anni prima il candidato presidenziale di un’ inedita alleanza di centrosinistra con le forze socialdemocratiche e radicali. Poi Duarte e la maggioranza della DC si allearono con la destra con il patrocinio degli USA, e i gruppi di sinistra passarono all’ opposizione armata fondando il Fronte di liberazione nazionale “Farabundo Martì” : a loro si unirono alcuni esponenti della sinistra democristiana.

Particolarmente clamorosa fu la rottura con la DC di Marianela Garcia Vilas, giovane avvocata di buona famiglia, che si schierò decisamente in difesa dei diritti umani conculcati dal Governo e dai paramilitari, subendo per questo, lei ex deputato, l’ arresto, la violenza sessuale (che la precipitò in uno stato di depressione da cui la trasse il conforto spirituale di mons. Romero) ed infine la morte per mano assassina nel 1983.

La stessa mano assassina che, durante i funerali di Romero, aprì il fuoco sui partecipanti alla funzione, presieduta dal Cardinale Arcivescovo di Mexico City Ernesto Corripio Ahumada a nome di Giovanni Paolo II, allineando morti e feriti sulla piazza della cattedrale di San Salvador.

La guerra civile poi finì a seguito dell’ accordo intercorso fra il Governo e la guerriglia, ma il Salvador è e rimane fra gli Stati più poveri del pianeta, l’ elite dominante è ancora al suo posto e lo stesso Episcopato, con l’ eccezione dell’ antico ausiliare di Romero, mons. Gregorio Rosa Chavez, stenta ad essere voce di un popolo sempre più impoverito che le dinamiche della globalizzazione hanno esposto agli appetiti delle multinazionali. Del resto, elezioni che potrebbero definirsi democratiche solo con riserva hanno da oltre quindici anni conservato al potere il partito degli eredi del maggiore Roberto D’Aubuisson, il quasi conclamato mandante dell’ omicidio di Romero, mentre la DC è praticamente scomparsa, a riprova di quanto avesse ragione il democristiano cileno Radomiro Tomic quando diceva ai suoi compagni di partito che “quando si vince con la destra, è la destra che vince”.

Non è un caso, credo, che il fascicolo 3 del 2005  di “Aggiornamenti sociali” ospiti sia l’ articolo di padre Sorge in ricordo di Romero sia un documento della Commissione per l’ apostolato sociale dei Gesuiti del  Centroamerica  in cui si critica duramente, sul filo degli insegnamenti sociali della Chiesa e dell’ analisi concreta dei problemi, l’ accordo di libero scambio (CAFTA) fra gli USA ed alcuni Paesi centroamericani, fra cui il Salvador, che sancisce di fatto la sottomissione dell’ economia di quegli Stati a quella del potente vicino del Nord.

E l’ Italia ? Cominciamo a dire che l’ interesse per le vicende latinoamericane , soprattutto nell’ ambiente cattolico, viene da lontano, viene probabilmente dall’ attenzione per quell’ enorme subcontinente in cui molti nostri connazionali andarono a cercar fortuna a cavallo fra il XIX ed il XX secolo, per quelle terre prevalentemente cattoliche in rapporto al potente vicino del Nord prevalentemente protestante.

Nello stesso tempo, già fra la fine degli anni Cinquanta e l’ inizio dei Sessanta, comincia a maturare un’ attenzione diversa rispetto a quello che gli USA avevano sempre concepito come il loro giardino di casa, che ha probabilmente il suo primo episodio nella vittoria della rivoluzione cubana nel 1959. Quella rivoluzione fu sostanzialmente priva di qualsiasi riferimento religioso, e si trasformò ben presto adottando formule di tipo socialista, ma in qualche modo si sentiva che il modello tradizionale mostrava la corda.

Lo stesso governo statunitense, in particolare durante il breve periodo kennediano, cercò di superare la tradizionale alleanza con i ceti più retrivi e con le dittature militari dando vita alla stagione del desarrollismo., dello sviluppo nella democrazia contro le tentazioni rivoluzionarie che ebbe il suo perno dei partiti democratico cristiani dell’ America Latina e che si espresse compiutamente nella campagna presidenziale del 1964 in Cile che vide contrapposti Eduardo Frei e il candidato delle sinistre Salvador Allende.  Agli osservatori italiani in particolare sembrava che il desarrollismo fosse in qualche modo una variante sudamericana del centrosinistra italiano, aprendo alla speranza di riforme di struttura da gestire pacificamente in un contesto di generale apertura alle istanze della classe lavoratrice.

Nello stesso tempo, l’ onda del Concilio Vaticano II si levava all’ interno del mondo cattolico sui due lati dell’ Oceano, e sacerdoti come Camilo Torres, che sarebbe morto fra i guerriglieri colombiani come guerrigliero senz’ armi e Vescovi come Helder Camara divennero figure popolari in Italia quasi quanto il Che Guevara, con una tendenza al sincretismo politico e culturale non sempre positiva ma indicativa di una mentalità, di un’ epoca che troppo facilmente si è volute liquidare senza che vi fosse un’ analisi seria di quello che vi stava dietro, la passione per la giustizia che, pur declinata secondo forme secolari, aveva la sua fondazione ultima nel messaggio evangelico.

Per certi versi fu proprio il Cile il paradigma sia dell’ ascesa del desarrollismo che della sua crisi, nel momento in cui le speranze riposte dalle realtà giovanili e dai settori più avanzati del movimento cattolico vennero messe in crisi dal sostanziale conservatorismo del Governo Frei, e le speranze di mutamento interno della DC affidata alla breve stagione della supremazia della corrente di sinistra di Radomiro Tomic e Bernardo Leighton vennero spazzata via dalla contrapposizione frontale con Unidad Popular.

D’ altro canto, si dovette alla decisione di Tomic di spostare a sinistra i consensi ottenuti nel primo turno presidenziale del 1970 a decidere l’ esito del ballottaggio fra Allende e il nazionalista Alessandri , anche se la  breve stagione di connubio fra la DCe la sinistra durò poco, e il riemergere della corrente “freista” portò alla grave scissione del movimento giovanile e di parte della sinistra interna con la nascita dell’ Izquierda Cristiana guidata con passione dal filosofo personalista Bosco Parra Alderete.

Proprio la crisi terminale della democrazia cilena ed il colpo di Stato di Pinochet nel settembre 1973 determinarono una forte impressione in Italia, e diedero , come è noto, l’ ispirazione a Berlinguer per la sua idea del “compromesso storico” come incontro fra tutti i grandi filoni popolari per la tutela della democrazia: non è un caso, del resto, che il PCI abbia sempre guardato con sospetto alla nascita di un’ Izquierda Cristiana in Italia, sabotando deliberatamente i tentativi in tale senso di Livio Labor nel 1972 e degli intellettuali cattolici che diedero vita alla Lega democratica nel 1975, cercando un dialogo privilegiato con la DC e con la Gerarchia ecclesiastica.

E’ in questo contesto che si inserisce la vicenda Romero, non tanto perché il Vescovo di San Salvador abbia nel corso della sua vicenda terrena goduto di particolari attenzioni, quanto per la sua fine paradigmatica (il dato comune di molte di queste vicende latinoamericane è che finiscono regolarmente in tragedie) , ucciso sull’ altare mentre rinnovava il Sacrificio di Cristo e per questo, agli occhi dei credenti, trasformato in alter Christus, in vittima sacrificale che deliberatamente andava incontro al martirio non per orgoglio (come il Quarto Tentatore insinua a Thomas Becket, anche lui ucciso sull’ altare, nel potente dramma di Eliot “Assassinio nella cattedrale”) ma perché la logica evangelica – l’ unica che per lui contasse- lo spingeva inevitabilmente a questo.

Ecco dunque che le parola di Romero , nelle sue omelie in Cattedrale, tornano a rimbombare e a diventare slogan : “Fratelli, non uccidete il vostro popolo” “Se mi uccidono io risorgerò fra la mia gente” ….

Parole che, sotto la penna di David Maria Turoldo diventarono anche poesia, e lui stesso tre anni dopo ne scrisse, in presentazione di un libro di don Abramo Levi che “La morte di Romero è il più purpureo e squillante segno dei tempi: Dio è intervenuto a tempo giusto, sull’ uomo giusto, nel momento più santo, quando si consumava sul mondo la passione di suo figlio, Gesù Cristo nostro signore, amen”.

Ma queste parole ebbero anche un’ eco in altre realtà da tempo impegnate sulle frontiere della giustizia e della pace : basti pensare a Pax Christi, allora guidata da mons. Bettazzi, alla Rete Radiè Resch ancora oggi animata con indomita passione da Ettore Masina, al Movimento dei laici per l’ America latina ….

Una loro parte la fecero anche le ACLI, che furono fra i soggetti più impegnati sulla dinamica internazionale, e che colsero da subito – specie quelle milanesi- il senso profondo di questa testimonianza insieme cristiana e civile rilanciandola in convegni e dibattiti tenuti a livello territoriale. A Oscar Romero vennero anche dedicati dei circoli territoriali, come si era fatto a suo tempo per Salvador Allende e per Martin Luther King.

Va poi ricordato che proprio la vicenda di Mons. Romero ispirò al cardinale Carlo Maria Martini una delle sua pagine più alte, quella sua “dialogo e martirio”, in cui l’ Arcivescovo di Milano assumeva come paradigmatica la vicenda del confratello ucciso pochi mesi dopo che egli aveva assunto il suo ministero episcopale a Milano della sua idea per cui il dialogo si può tentare con chiunque, e che il martirio sia la conseguenza del dialogo negato da chi fa della violenza il motore della propria vita. In ogni circostanza, infatti, e Morozzo lo dimostra, Romero cercò di parlare, di dialogare con i detentori del potere senza però mettersi in una posizione terza rispetto alle esigenze del popolo che egli faceva proprie giacché sapeva benissimo che Cristo si identifica nel piccolo e nel povero.

Ecco, forse il messaggio di Romero che più fa difficoltà a passare è proprio questo, che il seguace di Cristo non può astenersi dal prendere posizione, perché il messaggio del suo Maestro lo schiera inevitabilmente non in un partito ma sicuramente da una parte, perché “fra giustizia ed ingiustizia non esiste il centro”, come diceva Tomic, e perché, come ammoniva il laico Gobetti “Un giudizio salomonico, quando da una delle due parti non c’è niente di ragione, è altamente tendenzioso”.

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