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Alla festa della rivoluzione
Claudia Salaris - Il Mulino, Bologna 2002 - pagg. 225
I VISIONARI DI FIUME Di Lorenzo Gaiani
L' impresa fiumana, ossia la decisione assunta nel settembre 1919 da un gruppo di militari italiani ammutinati, in violazione alle leggi nazionali e agli accordi internazionali, di occupare, sotto la guida di Gabriele d'Annunzio, la città istriana di Fiume, il cui destino dopo la Grande guerra non era ancora stato deciso - viene generalmente valutata come una delle tappe di avvicinamento alla presa del potere da parte del fascismo, giacché per oltre un anno il Governo italiano tollerò questa evidente situazione di illegalità consentendo il rafforzarsi delle tendenza nazionalistiche e del discredito delle istituzioni.
A risolvere il problema pensò, quando se ne verificarono le opportune condizionali nazionali ed internazionali, Giovanni Giolitti, tornato al governo nel 1920, che nel dicembre di quell'anno fece sgombrare con la forza il Vate ed i suoi dalla città istriana che poco dopo sarebbe stata annessa a tutti gli effetti al Regno d'Italia.
D'altro canto, il fascismo stesso si impadronì dell'impresa fiumana come di un precedente della Marcia su Roma, e fu in epoca fascista che alla cittadina giuliana di Ronchi, da cui i “legionari” di d'Annunzio avevano iniziato la loro operazione illegale, quel predicato “dei Legionari” che ancora l'affligge a quasi un secolo di distanza.
L' intento di Claudia Salaris, studiosa del futurismo e delle avanguardie culturali novecentesche, è quello di evidenziare gli aspetti dell' impresa fiumana meno riconducibili al successivo dipanarsi della vicenda fascista, e non solo perché i neonati Fasci di combattimento erano ancora nella fase magmatica che non aveva ancora smentito le radici fasciste di Mussolini e di molti dei suoi collaboratori di allora, ma perché effettivamente in Fiume si muovevano fermenti culturali e politici non del tutto inquadrabili nella logica del nazionalismo acceso di cui lo stesso d'Annunzio era portatore.
Le figure maggiormente ricorrenti nellí opera della Salaris sono quelle di Mario Carli, Giovanni Comisso, Guido Keller e Leon Koschnitzky, personaggi di formazione e di esperienze assai diverse ma uniti a suo tempo dalla medesima passione interventista e conquistati dall' indubbio carisma dannunziano che li aveva spinti a partecipare, sia pure con ruoli e con funzioni diverse, alla presa di Fiume e al tentativo, soprattutto, di fare della reggenza fiumana, nei quindici mesi della sua esistenza, il punto di partenza per una riforma non solo delle istituzioni ma dei costumi, del modo di pensare e di vivere.
Fra costoro le figure più “politiche” erano senza dubbio Carli e Kochnitzky. Il primo, impegnato sin da giovanissimo nel movimento futurista, amico personale di Filippo Tommaso Marinetti (che avrebbe compiuto anch'egli un breve passaggio a Fiume, per poi ritirarsene non essendo in grado di competere quanto a pose con l'Immaginifico), fondò il giornale “La testa di ferro”, che sarebbe stata la palestra e la tribuna da cui lui e i suoi giovani collaboratori avrebbero diffuso le idee di un rinnovamento rivoluzionario dell' Italia e dell' Europa, suscitando spesso le preoccupazioni dell' ala più moderata della reggenze fiumana, incarnata in particolare da Giovanni Giuriati che sarebbe poi stato una decina d'anni dopo Segretario nazionale del PNF. In particolare, Carli sosteneva la necessità di metter in relazione il movimento fiumano con tutto quello che di nuovo si agitava nell'Europa postbellica ma niente affatto pacificata: fu lui il primo a sostenere la necessità di un'attenzione reciproca fra futurismo politico e bolscevismo (d'altro canto pare che lo stesso Lenin avesse affermato che d'Annunzio era l'unica persona in grado di fare la rivoluzione in Italia) giungendo a scrivere che “Fiume e Mosca sono come due rive luminose in un mare di tenebre”. Su queste posizioni egli trascinò Marinetti, e ambedue, in nome del rifiuto ad aggregarsi agli interessi della borghesia e degli agrari, uscirono clamorosamente dal Comitato centrale dei Fasci di combattimento, che avevano contribuito a fondare (con gran sollievo, presumiamo, di Mussolini).
A dare forma alle confuse idee politiche del Vate in una direzione simile a quella di Carli fu Kochnitzky, poeta e combattente belga di origine ebraica convertito al cattolicesimo, che durante il periodo della reggenza fiumana ebbe un ruolo da “ministro degli Esteri”, spesso in urto con lí attendismo dell' ala “moderata” dei legionari. In particolare Kochnitizky fu l'ideatore di una sorta di “contraltare” alla neonata Lega delle Nazioni che si ponesse dal punto di vista non dei Governi, intesi come espressioni dei gruppi di potere dominanti, ma delle popolazioni oppresse, anzi di tutti gli oppressi della Terra. Fiume, nelle idee del belga, avrebbe dovuto essere la sede naturale di tale organismo in virtù della sua natura di città-stato più libera del mondo, sul modello dell' antica Grecia: a Kochnitzky si deve infatti gran parte della cosiddetta “Carta del Carnaro” l'effimera costituzione dello “Stato della Reggenza del Carnaro”, che d'Annunzio ed i moderati intendevano come stato di passaggio verso l'unione di Fiume all' Italia, mentre il belga ed i suoi amici intendevano come forma da dare alla stessa Italia libera finalmente dalle vestigia del passato, monarchia compresa. Libertà di parola, di pensiero, di religione, di costumi, erano le basi di un impianto libertario se non anarcoide che riconosceva un ruolo superiore al Vate in quanto interprete della volontà generale (e d'Annunzio, sempre gigione, lasciò credere ai suoi giovani seguaci di essere disposto a far proprie le loro idee, non avendone di sue).
Altre figure importanti, sul piano artistico ed estetico, sono quelle del barone Guido Keller, coraggioso aviatore della squadriglia di Francesco Baracca, amico personale di d'Annunzio, esteta, sostenitore della libertà di pensiero e fondatore del movimento “Yoga”, insieme al futuro scrittore e critico Giovanni Comisso, allora giovane ufficiale telegrafista. A costoro spettò in particolare, accanto all' attività politica, di organizzare quella particolarità dell'esperienza fiumana che fu la cosiddetta “vita-festa”, ossia la concezione della vita come momento perennemente ludico, che non significava disimpegnato o disattento, arrivando a coinvolgere nei loro progetti anche Arturo Toscanini, che tenne un concerto per la raccolta di fondi per Fiume. Bisogna rilevare che, vista la forzata inattività dovuta al blocco cui Fiume era sottoposta da parte dell'esercito regio, il molto tempo libero a disposizione favoriva l'emergere di costumi bizzarri (oggi si direbbero alternativi) che volevano anch'essi costituire un contributo a quel rinnovamento generale che si voleva costruire a partire dall'impresa in terra d' Istria. Da qui anche una certa tendenza alla rilasciatezza dei costumi e a una diffusa libertà sessuale.
D'altro canto, Keller era anche un deciso uomo d'azione, e fu per merito suo e di altri corsari (che d' Annunzio ribattezzò “uscocchi”, come gli antichi pirati illirici), se il blocco poté più volte essere forzato e la città rifornita, fin quando Giolitti, che nella sua prosaicità borghese non poteva certo comprendere né tanto meno giustificare le stravaganze fiumane, non decise di porre termine all' impresa.
Si trattò in sostanza di un'esperienza minoritaria ed abbastanza confusa: non aveva torto l'allora futurista Giuseppe Bottai, nel prendere congedo da Marinetti e Carli, ad affermare che la pretesa di fare a meno dello Stato e di un sistema di governo non aveva alcun fondamento politico, e d'altro canto il rappel a l'ordre venne quasi subito, anche se i protagonisti fiumani reagirono diversamente.
Marinetti, divenuto un simbolo del regime, finì melanconicamente la sua vita nella Milano repubblichina; Carli, riammesso nel PNF, ebbe incarichi diplomatici secondari fino alla morte prematura nel 1935; Keller, che tentò qualche forma di frondismo, morì in un incidente stradale, ed è ora seppellito in una delle arche del Vittoriale, accanto a d'Annunzio; Comisso si dedicò all'attività letteraria.
Fiume fu in sostanza la prova generale che il “sovversivismo della classi dirigenti”, come lo definì Gramsci (che peraltro guardò con curiosità all' impresa, così come Carli guardò con attenzione all' occupazione delle fabbriche nel 1919), non aprì la strada ad alcuna palingenesi morale, ma solo ad una plumbea dittatura che avrebbe illanguidito le riserve etiche e culturali del nostro Paese.
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