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Il nuovo ordine europeo
Yves Durand - Il Mulino, Bologna 2002 - pagg. 225
L' EUROPA CHE “COLLABORO'“ Di Lorenzo Gaiani
Il libro di Yves Durand, storico francese della nuova generazione, si segnala non solo per la quantità di informazioni che fornisce e per la nitidezza della scrittura, ma anche per l'insolita capacità di sezionare le diverse forme che il collaborazionismo filonazista assunse nell'Europa fra il 1940 ed il 1944.
Ciò che emerge con chiarezza è il sostanziale disprezzo e disattenzione che le gerarchie naziste, ed Hitler in prima persona, nutrivano nei confronti dei movimenti fascisti locali, cui preferivano di gran lunga la possibilità di incontro non solo con le forze del tradizionalismo conservatore ma anche con i socialisti sul modello di De Man in Belgio e di Scavenius in Danimarca - purché essi garantissero una sostanziale adesione alle istanze ed ai bisogni materiali dell'occupante.
In questo senso è paradigmatica la vicenda del maggiore Vidkun Quisling, destinato a dare il suo nome a tutti coloro che si sarebbero prestati ad amministrare la propria patria in nome e per conto dello straniero (una cosa del genere, tanto per esser chiari, la fece anche il comunista Ottomar Kuusinen quando l'Armata Rossa invase la Finlandia nel 1939), che si proclamò Capo del Governo norvegese nell'aprile 1940 mentre la Wehrmacht entrava ad Oslo - a nome del suo partitino fascista del Nasjonal Samling.
I Tedeschi, che cercavano una mediazione con re Haakon e con i militari che lo circondavano, furono tutt'altro che soddisfatti dell'iniziativa del loro confratello politico, e lo costrinsero a rinunciare alla sue pretese fino a tutto il 1941, finché cioè non si convinsero che il re non era in alcun modo disposto a trattare con l'occupante del loro Paese.
Si può quindi dire che i nazisti cercarono in ogni modo di evitare una presa di potere diretta da parte dei fascismi locali puntando piuttosto ad accordi (ovviamente non alla pari) con governanti più rispettabili, quali ad esempio il vecchio ammiraglio Horthy in Ungheria, il generale Antonescu e re Michele in Romania, il re Leopoldo III in Belgio e il generale Tsolakoglu in Grecia.
Ovviamente Durand, e non solo per naturale interesse alle cose di Francia, dedica più di una pagina alle vicende del maresciallo Philippe Petain, altro prototipo del collaborazionismo, che incarnava, con il suo glorioso passato nella Grande Guerra, quel tipo di rispettabilità conservatrice che era l' ideale per Hitler per far digerire le pesanti condizioni armistiziali. Quel che Durand dimostra con gran copia di documentazione è che per Petain la capitolazione del giugno 1940 non fu un necessario modo per trarre la Francia da una situazione impossibile (sebbene militari dalla visione più moderna come Charles De Gaulle ritenessero che vi fosse la possibilità di una resistenza ad oltranza) ma fu soprattutto l'occasione per applicare, sotto la minaccia delle baionette tedesche, un programma politico lungamente meditato che si concretizzava nella negazione degli ideali repubblicani (la Repubblica di Francia cedette il passo allo “Stato nazionale francese”), nell' abolizione delle libertà sindacali e politiche, nelle pesanti discriminazioni nei confronti di intere categorie di persone: non a caso, le leggi antiebraiche vennero varate dalle autorità di Vichy per il territorio da loro occupato senza che vi fosse stata un'esplicita richiesta da parte tedesca. Anche in questo caso, sia Petain (con il suo Primo Ministro Laval) che Hitler preferivano di gran lunga trattare direttamente piuttosto che avere a che fare con i movimenti fascistizzanti della zona occupata dalle truppe germaniche, come quelli guidati da transfughi del socialismo e del comunismo quali Marcel Deat e Jacques Doriot.
Dove, da parte tedesca, si permise il dispiegarsi dei fascismi locali fu o nei Paesi satelliti creati ad arte, come la Slovacchia e la Croazia, oppure laddove il compromesso con i governanti tradizionali era saltato per il precipitare degli eventi bellici, come accadde in Ungheria e Romania. Ciò che più importa qui evidenziare è che in tutti e quattro i Paesi considerati i movimenti fascisti locali avevano una chiarissima radice di integralismo religioso, ortodossa nel caso rumeno, cattolica negli altri tre. In tutti e quattro i casi la rivendicazione dell'identità religiosa faceva tutt'uno con quella nazionale, con le conseguenze facilmente immaginabili in presenza di un alleato preponderante come quello nazista.
In Slovacchia addirittura il partito nazionalista era stato fondato e diretto da sacerdoti, ed un sacerdote, monsignor Josef Tiso, fu il capo del Governo fantoccio insediato dai nazisti, che varò le leggi razziali collaborando attivamente alla realizzazione della cosiddetta “soluzione finale”. La palma dell' efferatezza va tuttavia agli ustascia croati del poglavnik Ante Pavelic, i quali dal 1941 in poi applicarono una sistematica campagna di “pulizia etnica” nei confronti degli ebrei e dei serbi residenti sul territorio della Grande Croazia, costringendone molti alla conversione forzata al cattolicesimo e votando altri allo sterminio, mentre la gerarchia ed il clero (come emerse dalle polemiche intorno alla beatificazione di mons. Alojzije Stepinac, allora Arcivescovo di Zagabria e Primate di Croazia) oscillavano fra la condanna e l'entusiastica adesione.
Anche nel resto dell'Europa occupata settori del cattolicesimo più oltranzista (spesso condannato nell'anteguerra dalle Gerarchie locali) si muovevano negli ambienti confusi del collaborazionismo: fu il caso, ovviamente dell'Action francaise e dei seguaci del corporativismo da La Tour du Pin in Francia, o dell'ex collaboratore di Mounier Raymond de Becker in Belgio. Belga era anche Leon Degrelle, fondatore del movimento fascista Rex (che in origine era stato una branca dell' Azione cattolica …), il quale nel 1941 si arruolò volontario nelle SS per combattere il “mostro bolscevico”, macchiandosi poi di particolari atrocità sul fronte orientale.
Si può dire, ed è l'elemento che più ci interessa, che la guerra e l'occupazione nazista siano stati gli elementi scatenanti dell'emergere in superficie di tutto un mondo presente a volte in modo massiccio nel cattolicesimo europeo il quale sentiva suonare la sua ora ed interpretava il “nuovo ordine europeo” (definizione coniata da Petain) come l'occasione per regolare una volta per tutte i conti con gli ideali e le istituzioni nati dalla Rivoluzione francese. Estranei ed ostili al movimento democratico cristiano d'inizio secolo (ed in ciò confortati dalle posizioni ufficiali del Magistero), nutriti della retorica antimoderna dell'intransigentismo e di un radicato antiebraismo, questi movimenti e correnti di pensiero trovarono nel fascismo, specie nella sua versione hitleriana, la leva di Archimede di cui servirsi per rovesciare un modello statuale e sociale ritenuto detestabile, e per far ciò chiusero gli occhi sull'umiliazione delle loro Patrie, sullo sterminio di un popolo, sulla distruzione di ogni libertà formale e sostanziale.
Parve cioè a molti di questi intellettuali ed uomini politici, spesso minoritari e marginali nell''anteguerra, di poter ora operare liberamente in corpore vili per applicare le proprie idee, senza rendersi conto che la complessità sociale e culturale le aveva da tempo rese anacronistiche. L' ignoranza dei meccanismi reali della democrazia, della società liberale e dell'economia di mercato, la mortale avversione ad ogni forma di marxismo, che accomunava la socialdemocrazia riformista e il comunismo staliniano, fecero il resto, permettendo così a persone tutto sommato innocue di rendersi complici moralmente o materialmente di orrendi delitti.
Durand afferma apertamente di voler considerare la sua opera come un memento rivolto alle giovani generazioni europee affinché, mentre veramente un nuovo ordine va affermandosi, non dimentichino quale orrore si celasse dietro il progetto hitleriano e dietro le azioni maldestre o delittuose dei piccoli epigoni locali.
Per parte nostra vorremmo esser certi che mai più il mostruoso circuito identitario fra religione, etnia, nazione e interessi materiali sia attivato, anche nella forma apparente più innocua dell'occidentalismo, testimoniando che non invano le lezioni di Sturzo e di Sangnier si sono imposte su quelle di Maurras e Degrelle.
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