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IMAGO DEI - la teologia di Edoardo Benvenuto
A cura di Andrea Grillo e Fabio Milana
Marietti 1820 - pagine 382 - euro 25,00 - formato 14x21 - anno 2008
Edoardo Benvenuto è stato una delle presenze fondanti in «Bailamme», un interlocutore sempre attento e penetrante, “in divergente accordo” con personalità quali Salvatore Natoli, Sergio Quinzio, Mario Tronti. Lo conoscemmo a Milano, nei primi anni ’80, quando incominciò a farci riflettere sulla “contingenza di Dio”, e a metterci in guardia dai sistemi dottrinali che disincarnano Gesù Cristo, spremono concetti dalle sue bizzarre parabole, se ne servono per costruzioni teoriche universalizzanti. Che Cristo non sia un “segno” da interpretare, il “medium” di un discorso, cioè uno strumento buono per l’ uso, ma sia piuttosto un fine, il fine, «il significato» da riconoscere, questa può considerarsi l’ispirazione di fondo della sua riflessione teologica. Esemplare a questo riguardo è la paziente “decostruzione” della Dottrina sociale cristiana che egli conduce nella sua ultima opera, con nessun altro scopo che riattingere il lieto annunzio ai poveri nella sua originaria e ancora sconvolgente novità. Quale sia questa novità, Edoardo lo ribadisce nel breve testo che è all’origine del presente volume, Imago dei: Gesù stesso non è venuto a ristabilire l’ordine perenne della Creazione, ma anzi a metterlo in discussione per sempre, manifestando, ossia comunicando agli uomini coll’incarnarla lui stesso, la nuova immagine di Dio come Dio che si abbassa e muore. Nessun “sistema”, come nessuna “dottrina”, può così rivendicare, sulla base della rivelazione di Cristo, una qualche propria necessità (davvero lieto annunzio per i poveri!): occorre invece che tutti collassino, perché la contingenza di Dio la novità del Risorto di nuovo si faccia vicina. Sono le intuizioni che fecero di Benvenuto il teologo più caro al Dossetti degli ultimi anni.
Questo libro non è solo la palestra di una discussione a più voci intorno a queste suggestioni di pensiero; è altresì l’occasione per conoscere meglio un uomo mite e geniale, soprattutto grazie agli appunti biografici che Pino Trotta raccolse e stese subito dopo la morte di lui, e che sono qui molto opportunamente ripubblicati.
Edoardo Benvenuto (1940-1998) ha esercitato la sua singolare intelligenza in campo tecnico-scientifico e insieme nella ricerca teologica: un connubio di interessi piuttosto raro che gli ha aperto prospettive originali su entrambi i terreni.
Questo libro mette a fuoco specificamente il suo contributo alla riflessione teologica recente, sottoponendo all'esame di pensatori diversi le intuizioni estreme da lui affidate al breve testo Imago Dei: una rilettura dell’esperienza di fede e dell’economia della salvezza di sorprendente novità.
A dieci anni dalla sua morte, filosofi e teologi, pensatori politici e moralisti, si misurano con questa provocazione restituendone la presenza ancora viva e stimolante.
Completa il volume una sezione documentaria, ricca di notizie e testimonianze sulla vita, l’opera, il retaggio intellettuale e spirituale di quest’uomo straordinario.
Contributi di: Gianni Baget-Bozzo, Paolo Barabino, Antonio Becchi, Giovanni Bianchi, Giampiero Bof, Massimo Cacciari, Sandro Carbone, Massimo Corradi, Federico Foce, Andrea Grillo, Roberto Masiero, Graziella Merlatti, Carlo Molari, Stella Morra, Luisa Muraro, Salvatore Natoli, Giannino Piana, Lorenzo Prezzi, Giordano Remondi, Piero Stefani, Mario Tronti, Giuseppe Trotta, Piersandro Vanzan, Vincenzo Vitiello
INDICE DEL VOLUME
Prefazione di Andrea Grillo
Avvertenza
Parte prima
Sulla teologia di Edoardo Benvenuto
INTRODUZIONE
Un teologo nel contemporaneo di Salvatore Natoli
Edoardo Benvenuto, Imago Dei
COMMENTO
Imago Dei e dintorni di Giampiero Bof
Una sintesi del pensiero di Edoardo Benvenuto di Sandro Carbone
DISCUSSIONE
1. Proton ed eschaton
Giuseppe Trotta, Immagine?
Massimo Cacciari, Similitudo dissimilis
Vincenzo Vitiello, Mé antistênai tô ponerô
Roberto Masiero, … di questo tutto, di questo nulla
2. Una novità nella storia
Gianni Baget Bozzo, La fede ai margini
Mario Tronti, Quella fessura infinitesima
Luisa Muraro, La sineddoche femminista
Giovanni Bianchi, Dove la libertà appare
3. Antropologia ed etica
Stella Morra, Nella fine, l’inizio o nell’inizio, la fine...
Carlo Molari, L’immagine divina nei figli,“generati da Dio”
Giannino Piana, «Ma io vi dico…»
Piero Stefani, Prima dell’inizio e oltre la fine
Parte seconda
Edoardo Benvenuto: la vita e l’opera
APPUNTI PER UNA BIOGRAFIA di Giuseppe Trotta
TESTIMONIANZE
Antonio Becchi, Così è
Paolo Barabino
Graziella Merlatti
Lorenzo Prezzi, L’imprevedibile logica del pensare Dio
Giordano Remondi, Il “non potere” teologale di Edoardo Benvenuto
Piersandro Vanzan s.j. 362
REGESTO DEGLI SCRITTI DI EDOARDO BENVENUTO
a cura di Antonio Becchi, Massimo Corradi, Federico Foce
L’intervento di Giovanni Bianchi
Dove la libertà appare
È Benvenuto stesso a indicare una chiave di lettura per Imago Dei allorché richiama, in apertura, la stretta contiguità di questa sua riflessione col Lieto annunzio ai poveri, summa della lunga ricerca de Doctrina Sociali Ecclesiae da lui condotta sulle pagine di una “rivista di spiritualità e politica” quale è stata «Bailamme». Poi, di nuovo, quando, sempre in limine, invita a tener conto delle «ricadute teologico-politiche» della sua esegesi, ben al di là del «penetrale più intimo ed esclusivo» degli arcana Dei; e ancora quando, in sede di «conseguenze», si sofferma di preferenza sulla predicazione della Chiesa in ambito etico e “politico”. Vorrei seguire questa traccia da lui offerta, almeno per un tratto di strada, in queste poche osservazioni su quella che è la testimonianza estrema del suo pensiero e della sua vita di credente.
Le perplessità di Benvenuto intorno alla Dottrina sociale nascono dai due paradossi che a suo avviso la caratterizzano. Il primo consiste nel fatto che «tale dottrina rappresenta l’unico esempio, nella storia del cristianesimo, di una cospicua branca di teologia cattolica che sia stata creata, coltivata, promossa e governata direttamente dai sommi pontefici mediante atti magisteriali in certo senso inappellabili e in ogni caso sottratti al consueto dibattito che sempre corroborò l’istituzione di un corpus dottrinario»[1]. Qui è importante, a mio avviso, l’inquadramento storico che egli fornisce, il richiamo a una fase della storia della Chiesa segnata dalla fine del potere temporale, dal conflitto aperto col mondo moderno e, nel conflitto, dalla necessità di organizzarsi in forme compatte e autoritarie, col controllo ferreo della gerarchia soprattutto su territori di confine, là dove per vocazione e per mandato pensano e agiscono, o almeno dovrebbero, anzitutto i laici nella Chiesa.
Il secondo paradosso deriva, a giudizio di Benvenuto, dal fatto che mentre «nel consueto esercizio della critica letteraria o filosofica è importante risalire alla fonte e studiare con rigorosa cura filologica il testo originale di cui ci si occupa», nel caso della DSE «ciò che più conta è l’ultima interpretazione, quella del pontefice regnante: è questa a decidere con autorità quale sia il significato autentico del testo originale, ne fosse o meno consapevole l’autore che lo aveva scritto»[2]. Onde una sequenza di deviazioni, slittamenti, contraddizioni, autorevolmente dispensata dalla Chiesa docente e piamente ricevuta da quella discente, a scapito di ogni forma di vaglio critico, e a testimonianza di una vita ecclesiale non limpida né libera.
Proprio questo duplice paradosso spinge Benvenuto, nel pieno del tentativo di recupero della DSE promosso da Giovanni Paolo II dopo la fase di eclissi negli anni precedenti, a tentare «una riflessione storico-critica scevra da pregiudizi ideologici e da eccessi di zelo apologetico […] non foss’altro che per fare chiarezza su alcune posizioni teologicamente inaccettabili che nell’ora presente tentano di affermarsi sguaiatamente, facendo leva sulla situazione di incertezza epistemologica e contenutistica in cui versa la DSE come a voler colmare il vuoto col loro pronto soccorso»[3]. Insieme, lo muove un fattore di ordine prettamente teologico, «un senso di disagio, se non un interiore tormento, dinanzi all’ossessiva declinazione etico-sociale dell’annunzio cristiano che costituisce l’obiettivo pastorale di gran lunga più vistoso della Chiesa odierna. Davvero sta lì in codesta deriva quel “lieto annunzio ai poveri” che Isaia aveva sognato per l’età messianica e che Gesù dichiarò compiuto nel suo discorso inaugurale a Cafarnao?».
Non mette conto, qui, addentrarsi nell’indagine storico-critica provveduta da Edoardo sia pure a beneficio di una cultura cattolica, ma anche laica, rimasta sostanzialmente disattenta. Ricordo soltanto che nel profilo da lui tracciato tra l’esordio incerto e tutto difensivo, se non reazionario, della Rerum Novarum, e la liquidazione operata da Paolo VI nella Octogesima adveniens , spicca a mezza via (1931) la grande enciclica di Pio XI, che costituisce forse l’unica versione sistematica della DSE, con l’ambizione di formulare compiutamente un progetto cristiano di società in concorrenza con i due modelli preponderanti, quello capitalistico e quello comunista. Qui l’analisi di Edoardo risulta particolarmente penetrante, mostrando essere questa “terza via” pericolosamente corriva al corporativismo fascista, frainteso come restaurazione di una società premoderna; la dottrina dei corpi intermedi e della sussidiarietà ha ai suoi occhi questa ipoteca, essere iscritta in una nostalgia organicista che resta al di qua delle problematiche aperte dai processi sociali capitalistici.
È degno di nota piuttosto che egli intraveda nella Sertum laetitiae di Pio XII «la parola più alta del magistero in materia sociale»[4], e in fondo l’unico antecedente a quella che sarà poi la sua riproposta del “lieto annunzio”. Leggiamo:
Ecco la risposta che deriva inequivocabilmente dall’ “orazion picciola” di papa Pacelli: nell’orizzonte della verità, i poveri timorati di Dio sono realmente, qui e ora, i prìncipi, i veri nobili, gli eredi del Regno che li attende: i ricchi retti e probi, invece, appartengono a una “classe inferiore”, quasi servile, come dispensieri e procuratori di beni terreni ed effimeri. Alla vista esteriore, sembra che i ricchi donino e i poveri ricevano, obbligandosi così a un debito di riconoscenza; invece la verità va esattamente all’incontrario: poiché il dono dei ricchi è soltanto uno scambio che a loro è tremendamente necessario, questione di vita o di morte. Al piccolo debito di riconoscenza che spetta ai poveri, corrisponde un gigantesco debito di riconoscenza che spetta ai ricchi, i quali resterebbero in eterno come quel cammello alle prese con la cruna dell’ago, se non ci fosse la mano di un povero a stringere la loro, per condurli “negli eterni tabernacoli”.[5]
Questa “meravigliosa visione” di un pontefice che, per il resto, interviene pochissimo e con grande reticenza sulla dottrina sociale, basta in fondo a scuotere quest’ultima dalle fondamenta, proprio perché guarda ai fenomeni sociali dal punto di vista del Regno e non dell’ “ordine stabilito”, della Rivelazione e non della Creazione, della verità, direbbe Benvenuto, e non della realtà: perciò nella prospettiva della “catastrofe” imminente e non di una descrizione razionale o retta gestione dei rapporti umani dati. In una parola: guarda alle realtà sociali con gli occhi della fede. Ed è significativo che proprio qui Benvenuto individui un precedente utile: ciò rende visibile, mi sembra, quello che è, per un verso, il suo “tradizionalismo” (nihil innovetur nisi quod traditum est: questa massima di un principe della chiesa pacelliana quale il card. Siri, rimane valida mi sembra nel suo discepolo prediletto), e per altro verso la sua capacità di far risuonare intatta la novitas di quel traditum: il suo significato messianico, così ostinatamente altro dal mondo in cui continuiamo a peregrinare, che serve uno sguardo “mistico” per sceverarne, di tra le apparenze storiche, l’intatto vigore. È un paradigma che non soffre “mediazioni” e “aggiornamenti”, mi sembra, ma produce un attrito diretto, una scintilla illuminante, tra l’origine e il presente: lieto annunzio ai poveri. La memoria associa qui liberamente la ventennale provocazione della parola di p. Pio Parisi in seno alle ACLI, la sua militanza a favore di una “cattedra dei piccoli dei poveri” in ogni diocesi, per fare solo un esempio[6]. O l’ammirazione commossa di un altro amico di «Bailamme», Sergio Quinzio, per i “santi sociali piemontesi” dell’Ottocento, un Cottolengo ad esempio, capace di vedere nelle creature più disgraziate dei «padroni, anzi padronissimi, che andrebbero serviti in ginocchio»[7]. È in Edoardo, come forse in questi altri autori, quasi il bisogno di arretrare a una situazione premoderna, (e, ma solo in questo senso, preconciliare), per poter spiccare il salto al di là del moderno e delle sue antitesi: intransigentismo/modernismo, teologia romana/théologie nouvelle… Un salto nella dimensione apocalittica.
Questo esito apocalittico (nel senso di: radicalmente disvelante) è assicurato in lui alla dottrina del katarghéin paolino: l’abrogazione, appunto, della realtà da parte di una verità che è quasi invisibile “infinitesima” egli la dice, con sintomatico imprestito da Simone Weil ma di portata rivoluzionaria. Questa verità è rivelata al discepolo del Regno dal Gesù crocifisso quale nuova immagine di Dio: il Dio che svuotandosi della propria sovranità creatrice per ciò stesso svuota ogni potere eretto “a sua immagine e somiglianza” (come non può non essere in ogni potere mondano, e anzitutto in ogni religio). Per questo l’annunzio è «socialmente sovversivo e politicamente pericoloso»:
In verità, confessare al presente il compimento della salvezza e il suo attuale svolgimento storico secondo la legge del katarghein, dell’abrogazione che investe il tempo nuovo del Regno, non è soltanto un innocente atto mistico, da confinarsi nel segreto della coscienza individuale, ma è atto socialmente sovversivo e politicamente pericoloso. Colui che può già in cuor suo sbeffeggiare la morte, sapendo ormai compiuta la parola della Scrittura e facendola propria: «la morte è stata ingoiata per la vittoria: dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15, 54-55); ebbene costui può anche proferire la sentenza più dura e spiazzante contro ogni pio sistema politico-sociale che si avvalga della legge per dare parvenza divina alla sua compagine terrena.[8]
Il discepolo del Regno milita la nuova creazione che è abrogazione di quella vecchia (dis-creazione, la dice Edoardo) e sua trasfigurazione punto per punto, attimo dopo attimo: sua salvazione. La storia non gli appare esecuzione di un progetto originariamente iscritto nella creatura, salvaguardia di un ordo impresso nella natura delle cose. Tutto ciò che in sede politica gli si presenti sotto questa cifra si tratti dell’Ancien Régime come della dittatura dell’homo oeconomicus nostra contemporanea egli è tenuto a rifiutarlo in nome di una critica dell’idolatria che oppone non già l’immagine, in sostanza pagana, della divinità potente e dominante, ma l’icona cristiana del Dio che si abbassa e muore. Si tratta di una prospettiva straordinariamente feconda e liberante: perché in essa, è tolta al mondo ogni necessità. Il potere, l’ingiustizia, «le inflessibili condizioni umane» di cui parlava Pio XII continueranno forse ad essere, ma senza alcun fondamento, senza più necessità alcuna a giustificarle. Sapere questo, muoversi secondo questa illuminazione di libertà, come cittadini del Regno ormai sopraggiunto, quand’anche per sempre sconfitti nel mondo ed emarginati nella Chiesa basterebbe a garantire la beatitudine promessa dal lieto annunzio ai poveri.
Ma non si deve pensare a una condizione eroica e per ciò stesso alla fin fine residuale. Se così fosse, avrebbe ragione Baget Bozzo quando imputa a Benvenuto di pensare «a partire dalla marginalità, dalla definizione del cristianesimo come funzione estrema» che può «scavarsi un linguaggio […] solo trasferendolo radicalmente al drammatico nel mondo e all’eterno di Dio», perdendolo di vista, in tal modo, come «linguaggio non solo per la morte e l’eterno, ma anche per la vita»[9]. Io vi leggo piuttosto la premessa essenziale di quella creatività dell’esperienza laicale della politica, ma più in generale delle “realtà terrene”, che solo può derivare da un approccio che scorga la crisi in esse sempre immanente, e si adoperi perciò incessantemente alla loro reformatio. Non pertanto esilio dalla “vita”, ma penetrazione al cuore di essa, là dove la “vita” è di più ciò che è: apertura, movimento, novità che preme e che geme nelle doglie del parto. Tutto ciò reclama un ben vigile passione per il reale: ma una passione che non ha in esso stesso la propria genesi, il proprio principio ispiratore.
Certo una politica siffatta non la si deduce dall’etica, ed è il contrario di ogni moderatismo: è intelligenza dei processi, rigore strenuo dell’indagine, “invenzione del futuro” e, non di rado, radicalismo della prassi. Né per questo essa si pretende titolare di una qualche missione salvifica, o anche solo di un ben congegnato progetto di civiltà. E tuttavia aspira a farsi trovare pronta in questo consapevolmente “marginale” in quel punto di tangenza tra la retta e il cerchio, ove gli ordinamenti istituiti rivelano la loro caducità, e la libertà donata agli uomini dal Risorto appare.
[1] E. Benvenuto, Il lieto annunzio ai poveri. Riflessioni storiche sulla dottrina sociale della Chiesa, Bologna, EDB, 1997, p. 9.
[6] P. Parisi, a c. di, La cattedra dei piccoli e dei poveri, Roma, Ave, 1995.
[7] S. Quinzio, Domande sulla santità. Don Bosco, Cafasso, Cottolengo, Torino, Ed. del gruppo Abele, 1987, p. 78.
[8] E. Benvenuto, Il lieto annunzio… cit., p. 345.
[9] G. Trotta, Appunti per una biografia, «Bailamme», 25(3), 1999, p. 73; vedilo oltre, pp. 304-305
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