La morte enigma o mistero?
Jean Marie Tillard - Qiqajon, Magnano, pag.193, lire 25.000

Ci voleva davvero un altro libro edificante e brillante sulla morte? Un altro tra i tanti che occupano gli scaffali in questi mesi: dolore, malattia, morte, sofferenza… Il titolo originale dell’opera è diverso: La mort sous le regard du croyant. La rielaborazione italiana non è innocente: enigma o mistero? Non è la stessa cosa. Paradossalmente del Mistero si sa tutto, dell’enigma nulla. La morte è un enigma per il non credente, un mistero per il credente. Le cose non starebbero proprio così. Ma cerchiamo di vedere più a fondo. Il libro, come tanti che trattano della morte, si apre con una aspra e gratuita polemica contro la società contemporanea che rimuove, occulta la morte. Siamo agli antipodi della morte "accompagnata", della familiarità della morte propria del mondo medievale e rinascimentale, quale ce l’ha descritta Aries nei suoi lavori. Ora la prima domanda è questa: perché questa polemica così acida contro chi rimuove la morte? Questa "innaturalità" della morte, questo orrore della morte non è frutto proprio della cultura ebraica e cristiana? Un nome per tutti, Canetti. Nel mondo "classico" la morte faceva parte dell’eterna vicenda della natura. L’ironia degli ateniesi verso Paolo che parlava di resurrezione dei morti. Ma il testo di Tillard non accetta questa impostazione.

Seconda domanda: è stata davvero così edificante la morte "accompagnata" dell’età medievale e moderna? Non trasformiamo il lavoro storico di Aries in una oleografia. Prendiamo il bellissimo volume di Prosperi, L’eresia del libro grande, Feltrinelli, capitolo V Il caso Spiera: una morte disperata. C’è da fare tremare i polsi. Le morti medievali e rinascimentali sono davvero così pacifiche ed edificanti? Non sono a loro modo orribili e angosciose?

Il volume di Tillard fa una lunga carrellata sulla percezione della morte nel mondo contemporaneo. Mancano tuttavia due autori davvero decisivi: dell’uno, Canetti, si è già detto. L’altro è Kafka, Il cacciatore Gracco. Di cosa narra questo celebre racconto? Della morte incompiuta, del non senso della morte, che è propria dell’uomo, del cristiano, contemporaneo. Se avesse approfondito di più questa incompiutezza della morte, il nostro padre domenicano sarebbe stato più indulgente con la rimozione della morte che viviamo.

Ma veniamo, anche solo per accenni, alla parte teologica. Ci sono alcuni assunti che sono veri e propri luoghi comuni e che un testo critico avrebbe dovuto in qualche modo smontare.

Primo luogo comune: la vita non sarebbe vita e l’uomo non sarebbe uomo senza la morte. E’ proprio così? L’insopportabilità della morte non è proprio dovuta alla percezione di una estraneità della morte alla vita? Perché questa stroncatura senza appello del povero Sartre? E' che l’autore, come ogni buon necroforo, deve ambientarci alla morte, convincerci della morte. Lo spirito di finezza di padre Tillard è tutto in quella disinvolta distinzione tra morte e Morte. C’è una morte creaturale e c’è una Morte morale. La prima va accettata, fa parte della condizione creaturale. Qui interviene, come sempre in questi casi, la sofistica esegetica che scardina il mito del Paradiso terrestre. L’uomo non è stato creato per morire. Il nostro domenicano non avrebbe mai scritto le stupende pagine del midrash su Caino, ricordate da Elie Wiesel: il primo uomo a conoscere de visu la morte. Non è per questo, per questa esperienza abissale, che Dio lo ha difeso dinnanzi agli uomini?

Altre finezza: la distinzione tra resurrezione e rianimazione. Gesù come uomo doveva morire. La resurrezione è altro dalla rianimazione, come quella di Lazzaro. Nulla ovviamente di questo nei vangeli. Quanto alla morte di Gesù, al suo modo orribile (ha mai riflettuto padre Tillard sull’agonia dei crocifissi?) è solo blasfemo pensare a una sua qualsiasi "naturalità".

Tante cose si potrebbero dire circa le trovate edificanti del padre domenicano e su questi modi deprimenti di parlare della morte. Cosa succede in realtà? Il mondo contemporaneo, quello che vive la morte incompiuta, quello che nasconde la morte, proprio perché la nasconde ne evidenzia la realtà assurda e insopportabile; il buon padre domenicano che vuol guardare in faccia alla morte, è costretto a camuffarla con il suo spirito di finezza, i suoi ghirigori filosofici. Alla fine la morte non è né un enigma né un mistero, ma una "trovata" teologico-filosofica. Per ogni credente che non voglia volatizzare l’orrore della morte, valgano le "semplici" parole del Vangelo: la resurrezione dei morti, le ossa di Ezechiele che si rivestono di carne e nervi. I rabbini discutono se il corpo risorto avrà gli stessi difetti di prima. Discussione vera e profonda.

La delusione dolorosa per il sussistere della morte, scandalo di venti secoli di storia cristiana.

L’attesa struggente che ritorni il Messia.

E’ la discussione del primo testo in assoluto del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi: che ne sarà di quelli morti prima?. Allora pochi anni, oggi duemila. Un bel rompicapo.

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