Solo la sinistra va in Paradiso.
Giovanni Bianchi

Edizioni San Paolo - pagine 192 - euro 14,00 - formato 14,5 x 22 - rilegato/sovracopertina (febbraio 2009)

Solo la sinistra va in ParadisoLe vie non scontate del cattolicesimo politico

C'è ovviamente qualcosa di provocatorio nel titolo dell'ultimo libro di Giovanni Bianchi appena edito da San Paolo – Solo la sinistra va in Paradiso – che in fondo rovescia ben più del senso comune di anni di anticomunismo costituzionale di larghi settori del cattolicesimo italiano e non solo, ma in qualche modo corregge sia pure in tono semiserio il detto evangelico che pone a sinistra i reprobi e a destra gli eletti.

Ma superato questo elemento, che peraltro ha più di un aggancio con la sostanza profonda del testo, possiamo ben dire di trovarci di fronte ad un'opera che, nel suo andamento rapsodico, che poi è l'inconfondibile tocco dell'autore, ex Presidente nazionale delle ACLI e del PPI in anni difficili e tempestosi – ma sono mai esistiti anni facili e sereni? O forse è l'aspirazione alla quiete che è il segno dell'impoliticità (o antipoliticità) di una fase storica che anela alla rimozione del conflitto pur trovandosi all'interno di un contesto sociale fra i più feroci che la storia abbia mai registrato ?- , viene a porre l'accento sulla questione essenziale del cattolicesimo politico oggi, del suo potersi declinare liberamente su tutti i lati dello schieramento politico nel momento in cui è morta e sepolta la tradizione politica della DC (che comunque non fu mai il partito di raccolta di tutti i cattolici italiani anche nei suoi anni dorati), e nello stesso tempo del suo rischio di insignificanza, di quella “diaspora anonima” che già accorava Pietro Scoppola nei suoi ultimi anni di vita.

Bianchi non dà ricette consolatorie, si limita ad allineare fatti ed idee prendendo spunto dai grandi dibattiti del nostro tempo cercando nello stesso momento di tenere chiaramente le distanze da un chiacchiericcio politicante che diventa assordante al punto tale da inibire quel “pensare la politica” che secondo le parole di Aldo Moro che Bianchi puntualmente sottoscrive è al 90% “fare” politica.

Ciò vale a maggior ragione per quelle persone che ancora si sforzano di vivere la loro fede cristiana nelle vicende di ogni giorno, e quindi anche in politica; una fede vissuta non sotto l'occhio delle telecamere, e nemmeno ridotta ad un atto formale, ad un obolo più o meno ricco alle scuole cattoliche, in una riduzione dell'azione legislativa di uno Stato laico a forme confessionali, e tanto meno, da credenti, nella riduzione indebita della complessità del messaggio cristiano a due o tre formulette catechistiche (nel senso più ristretto della parola) su questioni di sesso o di cure mediche,  il che peraltro darebbe ragione a quell'anticlericalismo di ritorno che vede nella dottrina ecclesiastica semplicemente un “castello di NO” uno più assurdo dell'altro, e quindi da demolire il più rapidamente possibile.

C'è, in queste pagine di Bianchi, tutto il tormento di una fedeltà vissuta carnalmente, nell'inserimento  vivo e totalizzante nelle pieghe della comunità ecclesiale, dell'associazionismo cattolico, attraverso le domande cresciute dall'interno di quella comunità negli anni generosi ed irripetibili del Concilio e del primo post- Concilio, intesi come fatto epocale, come cesura – che  è altra cosa dalla rottura, perché cesura può essere anche il lasciarsi alle spalle forme obsolete di comunicazione della fede per tornare alle fresche sorgenti del Vangelo e di una Tradizione che  è altro dall'abitudine e dal conformismo- ed insieme come opportunità di cominciare, partendo da una fedeltà mai smentita, una nuova vicenda storica che si accompagni a quella delle altre persone di buona volontà sinceramente impegnate nella causa della liberazione integrale della persona umana.

La figura di Papa Giovanni diventa quindi paradigmatica non tanto per prendere le distanze da chi era venuto prima e da chi venne dopo, ma per segnare il dato evidente, messo in rilievo anche da Alberto Melloni (ossia dal maggior storico della Chiesa italiano vivente) nel suo ultimo testo, per cui solo la semplicità e l'immediatezza di questo prete di matrice contadina completamente intrinseco alla logica tridentina avrebbe potuto avere il coraggio di innovare rispetto a tale logica mettendo al centro di tutto un'attiva fede eucaristica. Per quanti dirazzamenti ed errori possano esservi stati, la covata dei Balducci, dei Turoldo, dei Labor e di tanti altri che Bianchi richiama ha avuto il merito evidente di legare e connettere la riflessione teologica alta con una prassi sociale sistematica che in certi momenti ha prodotto tensioni e rotture forse per ingenuità ma forse anche per una tendenza al misoneismo ( e magari anche per una vera e propria paura delle alternative possibili) che ha dominato il panorama ecclesiastico e politico, e che con gli anni non è venuta meno ma veste adesso i panni paludati di un'ufficialità ora alla ricerca di un consenso plebiscitario, ora libresca e distaccata dalla vita reale delle persone a cui comunque pretende di insegnare, ma in ogni caso incapace di quell'autentica parresia evangelica e profetica di cui il Concilio era stato, in qualche misura, un detonatore.

Il ricordo delle figure gemelle di Lazzati e di Dossetti serve a Bianchi per contestualizzare un discorso di riforma insieme ecclesiale e civile, a partire dal ruolo del laico nella Chiesa e della vera natura della collegialità come prassi di vita nella comunione ecclesiale, per finire con le domande lasciate aperte dal Convegno ecclesiale di Verona del 2006, al termine di un troppo lungo periodo di esposizione politica e mediatica dei vertici ecclesiastici italiani, riscoprendo la semplice verità proclamata in quell'occasione dal teologo ed ora Vescovo Franco Giulio Brambilla per cui “la centralità del Crocifisso risorto è ciò su cui sta o cade il futuro della Chiesa e la testimonianza nel mondo” (e Bianchi annota che ciò “azzera ogni riduzionismo 'sociale' o, peggio ancora, 'culturale' della presenza dei cristiani, non perchè lo spazio della politica e quello della cultura siano estranei o impermeabili all'annunzio di salvezza, ma perchè la speranza cristiana li trascende, va oltre, irrompe e cambia e nello stesso tempo trasfigura ogni cultura ed ogni società”), e che il popolo credente ha già iniziato ad apprezzare i frutti maturi del Concilio riscoprendo “la fame della Parola, il bisogno di una liturgia viva, il gesto ripetuto della carità e la passione dell'impegno sociale”.

Ciò vale a superare, secondo Bianchi, quel male diffuso del nostro tempo, a livello ecclesiale come in quello politico, che è l'ossessione identitaria, la ricerca ad ogni costo di un' etichetta da mettersi addosso, come dimostra la vicenda tutta italiana degli “atei devoti” che in un recente articolo sulla “Civiltà cattolica” il padre Giandomenico Mucci, con la chirurgica precisione del gesuita, ha ricondotto alla sua dimensione di “scelta soltanto ed esclusivamente politica”, in cui l'alleanza con la Chiesa viene vista per quella che è “una scelta politica strumentale” il cui manto ideologico può servire tuttavia a “disorientare qualche cattolico meno avveduto” (magari anche qualche esponente della Gerarchia, aggiungiamo noi).

Forse l'esigenza di uscire dalle secche di un dibattito asfittico ed infelice può veramente essere l'occasione , che questo libro ci offre, per salire in più spirabil aere , sapendo che c'è molto da fare anche sul versante politico, se è vero che qualcuno senza batter ciglio ha potuto rintracciare in libri anch'essi di recentissima uscita qualche tipo di somiglianza fra il moderatismo di Giscard d'Estaing e il popolarismo sturziano: il che forse significa che prima di sognare improbabili leadership sarebbe necessario studiare con qualche profitto ...

Magari potremmo rimetterci a studiare tutti insieme, riprendendo in mano taluni testi fondamentali, a partire da quel brano della Gaudium et spes che Bianchi cita (si tratta per l'esattezza del n. 76 lettera g) ): “La Chiesa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall'autorità civile. Anzi essa rinunzierà all'esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso potesse far dubitare della sincerità della sua testimonianza”.

Lorenzo Gaiani

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