Gesù il figlio
meditazione di Pino Stancari


capitoli | Il viaggio del Figlio | Il sorriso del Figlio | Il riconoscimento della Madre


Il viaggio del Figlio

Nel vangelo secondo Marco Gesù compare sulla scena già adulto e fin dall'inizio egli è interpellato nella sua qualità di Figlio: << Si senti una voce dal cielo:" Tu sei il Figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto">> ( 1,11)

Così si esprime la voce che proviene dal cielo. Gesù è direttamente interpellato: la voce si rivolge a lui in seconda persona singolare :" Tu , mio Figlio". Questa condizione filiale è immediatamente caratterizzata nel racconto di Marco come itineranza.

<< Subito dopo lo Spirito lo conduceva nel deserto>> (Mc 1,12). Lo conduceva, lo trascinava, lo guidava lungo itinerari che sono indecifrabili: nel deserto, per definizione , non c'è strada. Il Figlio è il viandante. Il Figlio è in viaggio. La voce che lo ha identificato come Figlio è percepita dal Figlio come invito, sollecitazione, richiamo. Egli appare da questo momento in poi profondamente segnato da una singolare nostalgia. E' Figlio ed è in viaggio perché animato da una interiore profondissima nostalgia che lo sospinge con forza insormontabile e insieme con dolcezza. Tale nostalgia penetra, riempie, invade tutto della sua esistenza umana. Nostalgia di casa. Così la figura di Gesù è stata contemplata e compresa da Marco. Gesù appare come quel Figlio che è preso intimamente dalla nostalgia di chi deve tornare a casa, una casa a cui egli appartiene, una casa da cui è uscito e a cui deve ritornare. Tutto ciò è puntualmente segnalata nei versetti seguenti.

C'è una immagine su cui l'evangelista Marco insiste con molta efficacia e con molta sapienza: Gesù passeggia sulla sponda del mare, Gesù guarda il mare, Gesù guarda l'oltremare, verso l'orizzonte che si staglia al di là del mare. I discepoli lo incontrano sulla sponda del mare.

Nei versetti seguenti, sempre dello stesso capitolo di Marco Gesù va nella casa di Simone:<< Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e lì pregava>> ( Mc 1,35)

Ancora verso il deserto; il suo viaggio è preso ancora dal desiderio incontenibile di uscire, di andarsene , di procedere innanzi, verso casa. Simone gli corre dietro per farlo rientrare , ma Gesù gli dice :<< Andiamocene altrove per il villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto>> ( Mc.1,38) Il testo greco dice " sono uscito". " Per questo, infatti sono uscito": sono uscito per andare altrove, non sono uscito da casa tua per ritornare in casa tua, sono uscito per andare altrove, in un'altra casa, per tornare ad essa avendo percorso tutti gli itinerari che sono sperimentabili nella condizione umana come deserti impercorribili. Ritornerò a casa mia , quella casa da cui non posso star lontano, dopo aver affrontato tutte le vicende , tutte le realtà , tutte le strade lungo le quali sono disseminati gli abitanti del deserto.

Nei capitoli seguenti Marco ribadisce con una fermezza sconcertante la tensione indomabile da cui è sostenuto il passo di Gesù che procede verso il mare. Egli, mentre avanza verso il mare, trascina con sè, coinvolge tutti quelli che incontra lungo il percorso. Per tornare a casa deve essere attraversato il deserto, deve essere attraversato il mare. Tutto questo serve a Marco per raffigurare in modo più che mai eloquente la desertica realtà dell'intimo del cuore umano. E' il cuore duro degli uomini, un cuore incallito, impietrito, incattivito il deserto che Gesù vuole attraversare. Il deserto, il mare, il cuore duro degli uomini: non c'è barriera che reprima il suo desiderio filiale, la sua nostalgia di casa.

Così i discepoli l'hanno visto, contemplato , compreso e l'hanno forse anche frainteso in questa sua foga , in questo suo tentativo di andarsene altrove.

Nei capitoli seguenti del vangelo di Marco il viaggio del Figlio è ulteriormente illustrato : si staccherà dalla sponda del mare, entrerà fin dentro il mare, attraverserà il mare, tornerà indietro. << Partito quindi di là, andò nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono>> ( Mc. 6,1)

La sua patria è la casa paterna. Gesù è uscito, il suo esodo prosegue, prosegue la sua attraversata attraverso il deserto, attraverso il mare , attraverso la durezza del cuore umano. Prosegue il viaggio del Figlio.

" Andò nella sua patria". Il racconto evangelico segnala la delusione di questo incontro con la patria, con i suoi abitanti, con i suoi parenti, i suoi amici , in suoi compagni. Tutti si scandalizzavano di lui e Gesù << si meravigliava della loro incredulità>> (Mc 6,6) I discepoli lo seguivano, essi sono spettatori di questo avvenimento. Quale patria ? Gesù esce per ritornare alla casa paterna. Ma chi è suo Padre ? Nella sconcertante miseria di questo impatto con l'incredulità generale a Nazareth, rimane la sua filiale testimonianza, la sua profondissima coerenza nel dialogo con la voce che lo ha chiamato. Gesù è Figlio perché affronta questo dialogo, lo affronta senza ritrosie, senza cedimenti, senza deviazioni. Abbiamo a che fare con un Figlio proprio perché appare a noi la realtà di una persona che consacra la propria esistenza al dialogo con la voce che lo ha chiamato, quella voce da cui riceve la rivelazione di essere atteso. C'è una casa a cui deve ritornare e non è Nazareth questa casa.

I versetti all'inizio del sesto capitolo contribuiscono in modo eminente a rimarcare la condizione filiale di Gesù, il maestro che dedica la sua esistenza all'impegno di una risposta, una risposta da ricercare, formulare, una risposta da offrire. Il Figlio è in atto di rispondere alla voce della chiamata. La missione che Gesù assume come struttura portante della sua esistenza coincide perfettamente con la sua filiale risposta alla voce che l'ha chiamato. E' proprio per questa coincidenza tra la missione di Gesù e la sua iden tità filiale che i discepoli giungono a convincersi che Gesù sia il messia. Il messia è colui che ha come missione l'essere Figlio. << Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato>> (Salmo 2,7). E' la voce che si ode il giorno in cui Gesù è battezzato da Giovanni nel Giordano. E così pure nel Salmo 110, l'ultimo dei salmi messianici, il salmo più frequentemente citato nel nuovo testamento. << A te il principato/ nel giorno della tua potenza/ tra santi splendori/ dal seno dell'aurora/ come rugiada , io ti ho generato..Tu sei sacerdote in eterno/ al modo di melchisedek>> ( Salmo 110 3-4) " " Dal seno dell'aurora come rugiada io ti ho generato": la missione del Figlio coincide con la Figliolanza. Gesù esprime con una coerenza sempre più intensa e appassionata la sua convinzione di essere chiamato per compiere una missione; Gesù offre si sè una immagine che ha tutta la rugiadosa fecondità di una risposta filiale. E' contemplando tutto questo che i discepoli esclamano: tu sei il Cristo. Sei il Cristo proprio perché la tua missione coincide con il tuo essere il Figlio che risponde alla voce, con il tuo essere Figlio in viaggio per tornare a casa. E' una nostalgia di casa così assoluta che esprime in sè stessa il senso della tua vita e della tua missione , il contenuto del tuo messaggio e della tua attività in mezzo a noi.

Nel cap. 8 del vangelo di Marco Gesù stesso interroga i suoi discepoli: << E voi , chi dite che io sia? >> ( Mc 8,29) Pietro gli risponde: << Tu sei il Cristo>> ( Mc 8 29) E' la svolta che segna il passaggio dalla prima alla seconda parte del vangelo. << E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno>> ( Mc 8,30) Silenzio. I discepoli sono arrivati a questa convinzione, Gesù dice di non parlarne. Comincia una nuova tappa che ci aiuta a contemplare ancora una volta il mistero della Figliolanza di Gesù, anzi ci aiuta ad interpretare il valore più autentico di essa.

Gesù dice di non parlare della sua messianicità e << cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, e essere risprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e dopo tre giorni resuscitare>> (Mc 8 31) L'espressione "Figlio dell'uomo" era già comparsa precedentemente, qui serve ad annunciare la sua prossima passione e la sua morte: sarà ucciso e dopo tre giorno resusciterà. "Figlio dell'uomo" è una espressione che porta con se una eredità anticotestamentaria. Prima di comprendere la messianicità di Gesù qualcos'altro deve succedere, e questo qualcos'altro si condensa in questa sua realtà di Figlio dell'uomo. Dinnazi all'annuncio della passione e della morte i discepoli protestano, scalpitano, si tirano indietro, infine lo abbandoneranno.

Nel capitolo 14 Gesù è in preghiera sul monte degli ulivi. << Poi, andato un pòinnanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell'ora. E diceva: " Abbà, Padre !>> ( Mc 14,35). Nel vangelo secondo Marco è la prima volta che dalla bocca di Gesù esce questa parola: Abbà, Padre. I discepoli erano pronti a dire di lui che era il Cristo, ma Gesù aveva imposto di tacere. Non avrebbero potuto comprendere chi era il Cristo se prima non avessero saputo chi era il " Figlio dell'uomo " e tutto quello sarebbe capitato al " Figlio dell'uomo". Siamo giunti alla svolta decisiva: Gesù, in preghiera, si rivolge a Dio e lo chiama Abbà. E' la sua Figliolanza. Gesù sarà abbandonato , è solo, completamente solo, ma resta aggrappato alla paternità di Dio. E' la Figliolanza di Gesù nel momento in cui Gesù è condotto a sperimentare nella misura più completa la pena della condizione umana. E' abbandonato, tradito, processato, condannato a morte.

Nella pena della condizione umana. Gesù aveva detto: aspettate a dire di me che sono il messia, perché non è sufficiente a identificare la mia Figliolanza con la missione che sto svolgendo. C'è un mistero che riguarda proprio la Figliolanza di Gesù. La missione che egli sta svolgendo lo conduce a sperimentare tutta la miseria, tutta la sconfitta, tutta la orribile vergogna della condizione umana, che è la condizione dei peccatori, benché egli sia innocente. Ed è proprio nel momento in cui Gesù vive in pienezza la sua comunione con ogni uomo e patisce le conseguenze del proprio fallimento nella condizione umana, è proprio allora che Gesù è pronto a testimoniare la sua filiale appartenenza a Dio. Prega e dice Abbà. Nel corso della passione fino a quando spirerà - l'evangelista Marco ce lo fa intendere attraverso molteplici indizi - continuerà a proclamare la paternità di Dio. Gesù ci svela la santità, ci manifesta il segreto, ci denuda l'intimo grembo della potenza del Padre. E' la casa di cui il Figlio ha nostalgia, là dove si compie il suo viaggio ,la dove finalmente, dopo aver percorso tutti i deserti, dopo aver attraversato il mare, dopo aver affrontato la durezza del cuore umano, dopo avere subito la morte, là Gesù è di casa.

C'è un versetto nella Lettera agli Ebrei che ci aiuta a ricapitolare queste considerazioni: << pur essendo Figlio imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di melchisedek>> ( Eb 5,9) Gesù impara l'obbedienza dalle cose che patì. Gesù è il Figlio e impara ad essere Figlio dalle cose che patisce. Impara ad essere Figlio per come è coinvolto nella vicenda degli uomini. E' Figlio in un senso assoluto . Ne abbiamo conoscenza man mano che ci accorgiamo che egli impara ad essere Figlio nella obbedienza alla condizione umana, patendola dino ai limiti estremi, fino alla morte.

I discepoli erano pronti ad identificare la Figliolanza di Gesù con la sua missione, egli era il messia. Adesso Gesù ha realizzato il suo viaggio nel momento in cui rivela di essere Figlio nella condivisione di tutti i patimenti che sono propri della condizione umana. E' il messia , ma a questo punto non si chiama più semplicemente messia , lo si chiama il Figlio. Ha imparato ad essere Figlio, ad apprendere la figliolanza attraverso le cose che patì fino alla morte. torna su

Il sorriso del Figlio

Nel vangelo secondo Luca Gesù la prima volta che Gesù dice "Padre" si trova nel cap.10 v.21 << In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse : " Io ti rendo lode,Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli>> ( Lc 10 ,21) . Prima c'era stata la trasfigurazione. Nel versetto 51 cap. 9 Gesù indurisce il suo volto. Sono riprese qui le parole dei profeti Isaia e Geremia. Gesù avanza verso Gerusalemme, nessuno potrà fermarlo, potrà distrarlo, disorientarlo. Gesù procede con volto duro verso Gerusalemme. Nel frattempo Gesù ha mandato " davanti al suo volto" i suoi 72 discepoli :<< li inviò a due a due dinanzi al suo volto, in ogni città e luogo dove stava per recarsi>>( Lc 10,1) Sono settantadue, un numero di discepoli equivalenti al numero delle nazioni della terra. Li inviò perché raggiungessero gli estremi orizzonti. E' è un anticipo di quella che sarà la missione dei discepoli, la missione universale della Chiesa: tutti i popoli, tutti i luoghi, tutte le strade, tutte le città. Gesù che sale a Gerusalemme con il volto così fissamente orientato, inflessibile nel suo incedere, visiterà tutti i luoghi, percorrerà tutte le strade, sarà presente in ogni città: Dovunque i discepoli si recheranno nel corso di questa loro missione incontreranno lui che passa di la , incontreranno il suo volto. Li manda dinanzi al suo volto. Gesù passa da per tutto. Non c'è luogo e non c'è tempo nella storia umana che non sia luogo e non sia tempo del suo passaggio.

Il suo volto da contemplare. Il volto del Figlio. I settantadue sono tornati e sono pieni di gioia:<< I settantadue tornaro pieni di gioia dicendo:" Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome>> ( Lc 10, 17) . Proprio qui , in questo stesso istante Luca riporta che " Gesù esultò nello Spirito Santo". Dice : Padre ! E' la prima volta.

La svolta che segna l'inizio del viaggio verso Gerusalemme , viene interpretata dall'evangelista Luca come una esplosione di luce che sfolgora sul volto di Gesù " Esulto nello spirito santo" . E' usato il verbo agallianna che indica quella particolare configurazione luminosa entusiasmante appassionante che assume il volto di un uomo che sorride. Gesù sorride: è il sorriso del Figlio. Non si dice quasi mai che Gesù sorride. Luca, l' evangelista pittografo, contempla il sorriso del Figlio. " Esultò nello Spirito santo e disse :io ti rendo lode Padre. Signore del cielo e della terra". E' è il compiacimento, è la eutoichia cui si riferivano gli angeli quando cantavano " Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama" ( Lc 2, 14) sulla mangiatoia. Sono gli uomini della eutoichia, gli uomini della buona volontà, del buon volere, del compiacimento di Dio. Si compie il disegno di Dio: la sapienza provvidenziale, la potenza fecondissima dell'amore di Dio che fa nuovo il mondo. Questo è piaciuto a te, ogni cosa è stata affidata a te. La comunione tra il Padre e il Figlio è una comunione nel sorriso: il Figlio sorride al Padre , risponde al sorriso del Padre con il suo sorriso. Incontrare Gesù Figlio significa, per l'evangelista Luca, incontrarlo nell'atto in cui Egli si consegna in quella filiale obbedienza di cui l'evangelista Marco ci ha dato notizia: Abbà. L'evangelista Luca ci invita a contemplare più attentamente quel volto: è il volto paziente del Figlio, è il volto duro, dolente , piagato del Figlio, ma è il volto sorridente, è il volto del Figlio contento, perché risponde al sorriso del Padre, perché dà compiacimento al Padre, perché il Padre è contento. Questa comunione nel sorriso tra il Padre e il Figlio, è descritta come il grande abbraccio che avvolge e contiene l'intero universo. Gesù è alle prese con le vicende della nostra realtà umana, è pellegrino, è viandante, è in cammino verso Gerusalemme, là dove il suo esodo deve compiersi, la dove ormai è noto che egli dovrà subire la violenza fino alla morte. Tra Gesù , il Figlio, e il Padre c'è una comunione nel sorriso che ha la forza di riempire tutto lo spazio che si è spalancato nel corso del viaggio: colui che è disceso, colui che ha raggiunto il fondo della condizione umana, colui che è penetrato negli abissi più oscuri ed infernali, è colui che sorride. Tra il Padre e il Figlio una comunione di sorriso che si realizza con una potenza trasfigurante da cui ogni creatura è attraversata. Questa potenza trasfigurante è lo Spirito Santo. " Esultò nello Spirito Santo e disse : io ti redo lode". Gesù parla qui espressamente dei piccoli: i piccoli sono loro ad essere in grado di recepire quella effusione, quella esplosione di luce. Solo loro sono in grado di guardare il Figlio e scoprire che sta sorridendo Solo i piccoli si rendono conto di essere attraversati da quella potenza trasfigurante che è la comunione nel sorriso tra il Padre e il Figlio per cui ogni creatura è abbracciata e ricondotta alla propria verità nel disegno della riconciliazione, del compiacimento. I piccoli.

Nel vangelo di Luca il verbo agallian è usato un'altra volta nel, all'inizio del Magnificat:<< L'anima mia magnifica il Signore/ e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore/ perchè egli ha guardato l'umiltà della sua serva>> ( Lc 1,47) E' il sorriso della madre. Maria, che ha compiuto il viaggio , lei stessa pellegrina, entra nella casa di Elisabetta, saluta e il suo saluto si trasforma in una canto che acquista una particolare valenza luminosa. Il suo saluto è testimoniato con il sorriso. Maria porta nel grembo il Figlio di cui nessuno conosce l'esistenza, lei sola: è la madre e sorride. Sorride perché già vede il Figlio; sorride in vista del Figlio. E' madre che insegna al Figlio come si sorride, e insieme madre che riceve il sorriso dal Figlio. E' creatura piccola : " Ha guardato l'umiltà della sua serva". E' quella piccolezza a cui fa cenno Gesù nel cap. 10. Creatura piccola è proprio sua madre. In questa comunione nel sorriso tra Padre e Figlio sono i piccoli che vengono attraversati senza porre impedimento. E' una trasparenza, la loro, che li rende per così dire un elemento integrante di quella comunione: non un segno di distanza ma una conferma di come quella comunione sia forte, eterna, indissolubile. Creatura piccola per eccellenza, nella comunione tra il Padre e il Figlio, la madre prende il sorriso del Figlio e in qualche modo ripete quel sorriso e lo anticipa. Già vede il Figlio che sorride andandogli incontro.

Il sorriso del Figlio. Luca non a caso nella tradizione è stato definito iconografo, la sua catechesi consiste in un invito a contemplare il volto. I discepoli hanno scrutato quel volto, hanno frainteso, hanno occasionalmente distolto i loro occhi, hanno poi drammaticamente, in modo clamoroso, rifiutato di guardarlo in faccia, ma ecco finalmente diventano testimoni del suo splendore: Gesù il figlio che ascolta. Noi l'abbiamo incontrato, lo abbiamo contemplato, abbiamo tardato a riconoscerlo, siamo quanto mai desolati per questo nostro ritardo, ma l'evidenza si impone in modo inequivocabile: il Figlio ha sorriso , ha sorriso al Padre. E tutti i piccoli, i derelitti, coloro che sono schiacciati in fondo all'abisso delle vicende umane, coloro che sono alle prese con le strade più impervie e desolate di questo mondo, i piccoli appunto sono ormai in grado di riflettere la luminosità di quel sorriso.

Parlare di Gesù figlio significa acquisire quella piccolezza che è il riflesso del suo sorriso filiale. L'evangelista Luca sembra suggerirci che noi non incontreremo mai il Figlio finché non saremo trapassati, attraversati dalla luce che il suo volto sorridente esprime. E' nella piccolezza , piccolezza della Madre, che quel sorriso si riflette. Quel sorriso passa transita: è il sorriso del Figlio che è ritornato in patria. torna su

Il riconoscimento della Madre

Nel cap. 19 di Giovanni siamo al centro della passione: gli eventi del Golgota. << Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava , disse: " Donna , ecco tuo figlio". Poi al discepolo:" Ecco tua madre" E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa>> ( Gv 19 26-27) C'è un dialogo tra Gesù sua madre e il discepolo che Gesù amava. Gesù riconosce sua madre. " Donna, ecco tuo figlio". Riconosce la madre nel momento stesso in cui la riconosce madre del discepolo amato. "Donna , ecco tuo figlio". Giovanni sta citando versetti dei profeti e dei salmi in cui ci viene presentata la realtà materna di Gerusalemme: << Si dirà di Sion: " l'uno e l'altro è nato in essa/ e l'Altissimo la tiene salda./ Il Signore scriverà nel libro dei popoli:/ " Là costrui è nato"./ E danzando canteranno:/" Sono in te tutte le mie sorgenti".>> ( Sl 87, 6-7)

Cosi dice anche Isaia che esalta la maternità di Gerusalemme:<< Alza gli occhi intorno e guarda:/ tutti costoro si sono radunati, vengono a te/ I tuoi figli vengono da lontano,/ le tue figlie sono portate in braccio./ A questa vista sarai raggiante,/ palpierà e si dilaterà il tuo cuore >> ( Isaia 60, 4) Chissà da dove vengono tutti questi figli. Allarga lo spazio, estendi i teli della tenda, pianta paletti più lontano. Così anche Baruc ( cap.5 ). Gerusalemme è madre perché custodisce nel suo grembo la memoria di tutti i popoli della terra:" danzando canteranno in te tutte le mie sorgenti". La sua maternità è descritta in rapporto a un avvenire, è una maternità che è nell'avvenire, una maternità che genera in quanto attrae, una fecondità attrattiva quella di Gerusalemme. E' proprio nel procedere di Gerusalemme madre che ci si accorge di essere famiglia di popolo, una famiglia che va crescendo man mano che l'avvicinamento alla madre si fa più incalzante, fino ad essere una moltitudine immensa. " Danzando canterà.." Gerusalemme è madre perché attrae a sè, non semplicemente perché ha generato: è madre perché io la incontro nel momento stesso in cui la riconosco madre dei miei fratelli. Mia madre è colei che mi dà il mondo in una dimensione di fraternità. Mia madre è colei che avendomi generato mi ha fatto fratello e mi genera in quanto mi dà dei fratelli, mi dà il mondo intero in questa dimensione di fraternità. Mia madre è colei che generandomi mi insegna che sono fratello di ogni altro figlio nato dal grembo di donna e che muore. Ogni uomo che nasce da grembo di donna e che muore è fratello: appartiene allo stesso grembo a cui appartengo io. C'è una madre che Gesù riconosce nel momento stesso in cui lui sta morendo. " Donna, ecco tuo figlio". Gesù sta riconoscendo la madre, sta indicando qual'è il senso conclusivo ricapitolativo di tutta la storia umana. Gesù è quel figlio che realizza la comunione della famiglia umana, è quel figlio che svela a noi qual'è la fecondità del grembo materno, la fecondità di quella madre che genera i fratelli e che li genera in quanto li attrae a sè e li ricompone nella comunione. Ogni creatura che nasce dal grembo di donna è legata a Gesù da un vincolo di fraternità. E' proprio morendo che Gesù fa di sua madre " la madre", la madre dei fratelli, la madre che genera con noi per una vita che non muore. E' la madre del Risorto.

La madre genera il Risorto, genera il Figlio che vince la morte: non genera per la morte , genera per la vita. Proprio nel momento in cui muore, Gesù riconosce sua madre: quella madre che genera lui per la vita nella comunione con la moltitudine dei fratelli. Gesù rivolgendosi a sua madre mentre muore si rivolge all'umanità da cui egli egli è stato generato per morire. Grembo di donna Rivolgendosi a sua madre lui si rivolge a quella umanità , la nostra, che è ormai messa in grado di generare una vita che non muore. Proprio morendo Gesù, Figlio, nella carne del Figlio, stabilisce quel vincolo di comunione fraterna che costituisce ormai la piena e definita realizzazione di tutto il disegno.

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