Gesù il maestro
meditazione di Pino Stancari


capitoli | Il Maestro | Come uno che aveva autorità | Dinanzi alla durezza del cuore umano | La trasfigurazione | Il volto del Maestro | L'educazione interiore | Gli amici: Giovanni Battista e Lazzaro | Il discepolo amato | I due volti del discepolo | Donna, ecco tuo figlio | Che egli rimanga finché io venga


Il Maestro

Tratteremo di Gesù il Maestro. I discepoli - non a caso, sono discepoli proprio perché esiste e vi è una relazione con un maestro - hanno preso coscienza di questo rapporto specialissimo che li legava a quella persona, ma è poi tutta la vita cristiana descritta in riferimento a quel rapporto di discepolato per cui, lui, il maestro, non significa soltanto rievocare, in qualche maniera il contesto, gli eventi di quel periodo nel quale per la prima volta i discepoli hanno incontrato Gesù, il maestro, che li ha chiamati a sé e li legati a sé in un vincolo di comunione. Non è soltanto un'opera archeologica, ma è un modo di guardare al rapporto che si è consolidato e permane, il senso e il valore di tutta la vita cristiana. torna su

Come uno che aveva autorità

Nel cap.1 del vangelo secondo Marco, Gesù, che ha dato inizio alla sua attività pubblica, entra di sabato nella sinagoga di Cafarnao. E' il v.21 del cap.1. Nella sinagoga di Cafarnao Gesù insegna:

<<E tutti sono stupiti del suo insegnamento perché insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi>>

In dall’inizio dell'attività pubblica di Gesù è colta, identificata la sua qualità di maestro: Gesù è il Maestro.

Che cosa vuol dire nella descrizione evangelica che Gesù merita fin dall'inizio e in modo così pregnante la denominazione del maestro?

Abbiamo trovato scritto che Gesù insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi: questo vuol dire che insegnava non come gli insegnanti e, dunque, maestro non come i maestri. E' un'affermazione contraddittoria, bisogna che noi ce ne rendiamo conto.

Proprio a conclusione di questa pericope, nel v.27 troviamo:

<<Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità>>.

Una dottrina nuova, un insegnamento nuovo, insegnata con autorità. E' lo stesso termine che già compariva nel v.22, il termine Exsousia, cioè "insegnava come uno che ha autorità e non come gli scribi", ossia, insegnava come uno che ha potere.

Questa espressione si trova anche negli altri evangeli. Gesù insegna in modo da realizzare con forza il contenuto del suo insegnamento. Tanto è vero che se noi leggiamo il vangelo secondo Marco chiedendoci che cosa ha insegnato quel giorno di così sensazionale, ebbene, restiamo sconcertati perché i contenuti del suo insegnamento non sono qui ricostruiti nemmeno per accenni. Non si dice niente di quello che ha insegnato, si dice soltanto che lui ha insegnato con autorità. Quello che conta perciò non è tanto il contenuto o i temi sui quali Gesù si è espresso in quel giorno, ma è la coerenza di cui il personaggio era espressione, cosicché chi insegnava si radicava nel vissuto della sua esistenza umana.

E' un dato questo che rimane essenziale, costitutivo, di quell'insegnamento che caratterizza fin dall'inizio Gesù e rimane permanente: i discepoli continueranno a guardare verso di lui e a riconoscerlo come maestro in quanto insegna riempiendo di tutta la sua realtà vissuta il messaggio che comunica.

Non ha altro da dire, Gesù, non ha altro da insegnare se non quello che è. In questo sta la forza di Gesù, l'autorità, l'efficacia del suo insegnamento: è un insegnamento che coincide con l'operare, è un insegnamento autorevole, è un insegnamento che è immediatamente tradotto nei fatti. Questo stupisce! C'è un maestro diverso dai maestri, un maestro che fa, un maestro che vive, un maestro che è nell'insegnamento da lui proclamato. E’ maestro in quanto il suo magistero è sostanziato di eventi vissuti. Fa quel che dice e il suo insegnare è espressione del suo vissuto. Questo insegnare con tutta la coerenza del vissuto lo rende singolarmente, straordinariamente autorevole. torna su

Dinanzi alla durezza del cuore umano

C'è un secondo testo su cui volevo sostare. E' sempre nel vangelo secondo Marco al cap.3. Gesù insegna, l'abbiamo visto a Cafarnao, prosegue nella sua attività di insegnamento: i capp.2 e 3 fino al v.6 ci presentano Gesù nell'atto di svolgere questa sua funzione didattica con quella pienezza, con quella concretezza, con quella autorevolezza di cui ci siamo resi conto fin dall'inizio, in un contesto che si fa sempre più polemico, sempre più ostile. Vi sono una serie di dispute a conclusione delle quali, cap.3,5, Gesù di nuovo si trova nella sinagoga, cioè di nuovo in un contesto che segnalata la sua funzione di Maestro, in un momento di fortissima tensione con coloro che ormai lo sorvegliano, lo scrutano e lo giudicano. In questo quadro Gesù, per la durezza dei loro cuori, si rivolge ad un uomo che ha la mano paralizzata e gli dice: "Stendi la tua mano". Tutti uscirono e tennero consigli contro di lui per farlo morire.

La durezza del cuore umano. Questo il senso profondo di questo momento. Gesù in conflitto con il cuore duro degli uomini.

Quel che segue nel racconto evangelico è comprensibile proprio in rapporto alla drammatica considerazione che Gesù ha ormai potuto elaborare: il cuore degli uomini è duro.

Dal v.7 del cap.3 del vangelo secondo Marco, comincia una nuova sezione, ed è proprio qui all'inizio della nuova sezione che Gesù si ritira in un momento di riflessione. Gesù sta ristabilendo un contatto con la realtà che lo circonda in base alla drammatica constatazione alla quale è giunto: il cuore degli uomini è duro. Proprio qui leggiamo, v.13, che Gesù sale sul monte e chiama a sé quelli che egli volle, ed essi andarono da lui:

<<ne costituì dodici affinché stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni>>.

Costituì dunque i dodici che sono i discepoli.

I discepoli già sono presenti sulla scena, sono già riconosciuti, chiamati, visitati nelle loro realtà domestiche, ma non sono ancora discepoli nel senso forte del termine. Adesso e soltanto adesso Gesù li chiama e li costituisce perché stessero con lui e per mandarli a predicare.

Questa è nel racconto evangelico l'occasione da cui dipende l'impostazione di un particolare rapporto tra Gesù maestro e coloro che espressamente, dichiaratamente da questo momento in poi sono discepoli.

Il maestro chiama i discepoli: proprio in quanto chiama li fa discepoli, li costituisce discepoli. Li chiama perché si è reso conto che il cuore degli uomini è duro. E li chiama perché vuole dedicare il suo impegno di maestro alla educazione del cuore umano. Perché Gesù sta insegnando, sta proclamando il suo messaggio, ma ha constatato che il cuore degli è duro, non è in grado di ricevere quel messaggio perché è duro. E dunque s'impegna lui ad intervenire su quel terreno impervio che è il cuore degli uomini perché sia finalmente educato e reso accogliente per il messaggio evangelico. Se il cuore non è liberato da quella durezza che lo opprime, che lo imprigiona, che lo inquina, non potrà ricevere il vangelo.

Da questo momento in poi l'attività pubblica del Signore si svolge su due piani: continua a rivolgersi alla folla, continua ad insegnare, ma poi si rivolge ai discepoli, a questo gruppo particolarmente curato, gente chiamata appositamente per stare in contatto con lui. Tutto questo perché Gesù vuole prendersi cura di quello che avviene nel cuore degli uomini, cioè, ha chiamato i discepoli per dedicarsi alla auscultazione del cuore umano. Si rivolge alla folla e insegna nel senso più ampio e pubblico della sua attività; si rivolge ai discepoli perché vuole rendere funzionante una specie di laboratorio nel quale fare degli esperimenti per vedere che cosa avviene nel cuore degli uomini. Questo perché si è reso conto che finché il cuore degli uomini non sarà trasformato dall'interno e reso adatto per ricevere il messaggio, la predicazione evangelica non otterrà i risultati sperati, i frutti propri dell'annuncio della lieta novella.

Gesù è il maestro che chiama i discepoli per scrutare il cuore degli uomini.

I discepoli sono coloro i quali incontrano un maestro che si prende cura di quanto avviene nel loro cuore. Il maestro è colui che si prende l'impegno di educarli nel cuore. I discepoli non si sono ancora resi conto di quale sia l'intenzione del maestro. Ma il fatto è che inequivocabilmente Gesù chiama i dodici "affinché stessero con lui e poi per mandarli a predicare". I discepoli sono chiamati per stare con lui, per stare dove è lui, per stare nello stesso modo in cui sta lui, per stare al mondo come sta lui. Li chiama perché vuole ottenere dai discepoli quella risposta che coincida con la risposta che egli stesso sta offrendo alla voce da cui è chiamato. Li chiama per educarli di modo che sappiano stare al mondo come sa stare lui.

Stare al mondo come ci sta lui significa anche essere mandati come è mandato lui, cioè, affinché i discepoli stiano e vadano. Apparentemente queste due finalità sembrano contraddittorie. In realtà contraddittorie non sono, perché quel che conta è che stiano dove sta lui e come sta lui: lui è l'inviato e, dunque, vadano come va lui, come lui è inviato. Impegnati, coinvolti in quella missione nella quale Gesù è chiamato in prima persona.

Gesù è maestro perché offre come insegnamento il suo vissuto. Adesso c'è da aggiungere che Gesù è maestro perché si preoccupa di educare, quello che il vangelo chiama, il cuore degli uomini, il nostro cuore.

I discepoli riconoscono il maestro autorevole perché insegna quello che vive e mediante quello che fa, in forza di quello che è. I discepoli riconoscono il maestro, impareranno a riconoscere in modo sempre più preciso, più intenso il valore, l'identità del loro maestro proprio in quanto è colui che si prende cura di educarli nell'intimo del cuore.,

Queste ultime prospettive sono elaborate nel corso di tutta la narrazione evangelica e possano aiutarci a riflettere, attraverso altri testi, su questo magistero di Gesù.

Due prospettive. Il magistero vissuto nei fatti, quindi il magistero che si ripercuote nell'intimo del nostro cuore: è maestro perché fa e vive; è maestro perché vuole educarci e trasformarci.

Dette così le cose, noi continuiamo a tenerci abbastanza distanti da considerazioni circa il contenuto del suo insegnamento, che non sono considerazioni inutili, non sono considerazioni superflue, ma parlare di Gesù maestro non è lo stesso che parlare di quello che Gesù ha insegnato. Ossia, parlare di Gesù maestro è parlare di Gesù che vive, di Gesù che si prende cura di come noi ascoltiamo: è maestro perché vive ed è maestro perché vuole educarci dentro. In questo sta la sua novità.

E' maestro non è come gli scribi. E' un maestro come ancora non ne abbiamo incontrati. Era maestro fin dall'inizio in questo modo, è maestro per noi e sempre sarà, nel corso delle generazioni, per ogni discepolo del Signore che continuerà a scoprire di essere chiamato alla presenza di colui che ha realizzato nei fatti la sua parola, e che continua a interpellarci nell'intimo del cuore perché si è impegnato a educarci competenza di Spirito Santo.

Non a caso è lo Spirito Santo che in altri testi viene presentato a noi come il maestro interiore: il maestro che ci educa nell'intimo del cuore, con potenza di Spirito Santo. Il suo magistero si realizza: noi lo riconosciamo maestro perché noi ci rendiamo conto di essere raggiunti ed educati là dove, abbandonati a noi stessi, eravamo prigionieri della durezza. torna su

La trasfigurazione

Gesù è maestro perché fa quel che dice. Gesù è maestro, nella prima sezione della catechesi evangelica fino al cap.9 del vangelo secondo Luca, che non ottiene la risposta desiderata. Una svolta decisiva l'abbiamo nel cap.9, così si apre la seconda grande catechesi del vangelo di Luca: in quanto maestro non è ascoltato, adesso darà a noi la dimostrazione di quello che succede quando finalmente qualcuno ascolta, quando qualcuno risponde. Proprio lui, il maestro, continuerà ad insegnare ma non più semplicemente proponendo un messaggio che, alla resa dei conti, non ha ricevuto risposta, ma continuerà ad insegnare proponendo se stesso come testimonianza viva di quello che succede quando finalmente qualcuno risponde, ed è lui, il Figlio.

Nella catechesi evangelica, sviluppata dall'evangelista Luca, l'attenzione viene concentrata nello scrutare che cosa succede sul volto di Gesù. Nel cap.9,51, dopo che nel racconto della trasfigurazione Gesù ha mostrato il suo volto illuminato, discuteva con Mosè ed Elia della sua dipartita, del suo exodos che si sarebbe compiuto a Gerusalemme. E' il suo lungo viaggio verso Gerusalemme, è il suo modo di rispondere alla vocazione ricevuta. E' così che il Figlio porta a compimento la sua vocazione che il Padre gli ha affidato. E' così che si compie in lui la volontà di Dio mediante questo viaggio a Gerusalemme. Da questo momento in poi noi siamo spettatori di quello che succede là dove, finalmente, un viandante di questo mondo affronta la strada e la porta a conclusione, affronta la strada e raggiunge la meta, sale a Gerusalemme. E' il viaggio della sua vita, è la sua risposta, è la sua missione, è il Figlio che compie la volontà del Padre, è la parola di Dio che si compie in lui. Ora, l'attenzione è concentrata su quello che avviene sul suo volto. V.51:

<<Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù (qui la nostra Bibbia traduce) si diresse verso Gerusalemme>>. torna su

Il volto del Maestro

Ma qui sta scritto: "Gesù indurì il suo volto", in direzione di Gerusalemme. E' il volto irrigidito di Gesù, fermo, irresoluto, il volto severo, il volto rigoroso, serio di un uomo che affronta le vicissitudini della sia esistenza in questo mondo, intenzionato a rispondere con inflessibile fedeltà alla vocazione ricevuta: "Indurì il suo volto verso Gerusalemme".

Non a caso Luca, come noi ben sappiamo, è l'iconografo, secondo le tradizioni antiche. E' colui che dipinge per noi il volto del Signore.

E' il volto del pellegrino che sale a Gerusalemme. E' il volto di colui che essendo inascoltato, offre a noi di vedere cosa succede quando finalmente qualcuno risponde. Offre a noi il suo volto. Siccome siamo sordi, discepoli che non ascoltano, adesso siamo messi nella condizione di diventare spettatori: discepoli, cioè, che vedono che cosa succede a lui che sale a Gerusalemme e che cosa succede a lui che insegna a noi attraverso i lineamenti del suo volto. Perché è attraverso quel volto che affiorano i suoi atteggiamenti, i suoi sentimenti, le sue intenzioni, la risposta con la quale a cuore aperto offre la sua obbedienza alla voce che lo chiama.

In che cosa succede sul volto di Gesù?

La catechesi dell'evangelista Luca è una catechesi iconografica, pittorica. Dipinge per noi i lineamenti del Signore e noi siamo invitati a contemplare il segreto che il Figlio custodisce nel cuore e che finalmente rende eloquente per noi.

Il maestro è colui che da a noi di vedere il suo volto. Quella funzione di insegnamento che fin dall'inizio era caratterizzata per la coerenza del vissuto, nel vangelo di Luca è esplicitata attraverso la visibilità del suo volto. Dà a noi da contemplare il suo volto. E' il volto del viandante, è il volto del pellegrino, è il volto di Gesù che sale a Gerusalemme.

Alcuni altri testi che ci aiutano a guardare con crescente intensità la scena che si concentra in quell'immagine. E' la scena che ricapitola in sé tutti gli eventi affrontati nel corso del viaggio. E' il volto di Gesù in cui tutto si raccoglie, in cui tutto si specchia, in cui ogni altro volto umano trova modo per riconoscersi. E' il volto del maestro che insegna a noi presentandoci una faccia.

Nel cap.10 v.21:

<<In quello stesso istante Gesù esulto nello Spirito Santo e disse>>.

E' Gesù che sorride, il volto del Signore è illuminato da un sorriso inesprimibile, al di là di ogni possibilità di commento, è il sorriso del Figlio che rende lode al Padre e che è contento di avere riscontrato come i piccoli della terra abbiano ricevuto la rivelazione del compiacimento divino, della paternità divina. "Gesù esultò nello Spirito Santo": è la prima volta, nel vangelo secondo Luca, questa, in cui Gesù dice "Padre". Il verbo esultare è verbo che qui allude alla luminosità di un volto, un volto che sorride: Gesù, nello Spirito Santo, glorifica il Padre: una comunione nel sorriso tra il figlio e il Padre; una comunione nel sorriso che dilaga in modo tale da penetrare l'universo intero; tra il Padre ed il Figlio la circolazione di questa luce che esplode, che invade esplodendo, la creazione nella sua interezza. Ed ecco che questo sorriso si ferma là dove i piccoli sono già pronti a riceverne il riflesso. Man mano che si procede verso Gerusalemme il suo volto è sempre più segnato da note di commozione. Alla fine del cap. 13 Gesù si lamenta: noi che lo guardiano, noi che lo scrutiamo, noi che lo osserviamo, scopriamo che affiora attraverso la fisionomia di questo viandante la intensità, la drammaticità del suo lamento:

<<Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono mandati a te. Quante volte ho voluto raccogliere...>>, sono gli ultimi versetti del cap.13.

Gesù è fermo, rigoroso più che mai, qualcuno ha voluto distrarlo, gli ha presentato delle proposte alternative, ma Gesù è drastico nel rifiutare simili interventi:

<<Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalem me>>. E' il v.33. Ma ecco che la sua voce si spezza: "Gerusalemme, Gerusalemme...".

La nostra Bibbia di Gerusalemme distingue due paragrafi, ci mette di mezzo addirittura un titoletto con inchiostro rosso. Ma non c'è discontinuità nel discorso, così come esce dalla bocca di Gesù: è la sua voce che si spezza, è un singhiozzo che rompe la forza della sua comunicazione: "Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme", è Gesù che sta gridando: "Gerusalemme, Gerusalemme che lapidi i profeti e uccidi chi è mandato a te".

Abbiamo qui un altra espressione del suo volto: è commosso. E quanto più si avvicina a Gerusalemme, quanto più la meta è ben identificata, tanto più noi percepiamo che in lui freme questa pena dolentissima di viandante non accolto, di visitatore non desiderato:

<<Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina, ma voi non avete voluto. Ecco, la vostra casa sarà desolata>>. "Benedetto colui che viene nel nome del Signore": <<Non mi vedrete più fino al tempo in cui direte...>>.

E' come se Gesù desse un appuntamento: Sapete che cosa sta succedendo? Sapete che cosa state guardando? Sapete che cosa avviene in me? Sapete che cosa c'è da contemplare attraverso la visione del mio volto? nel tempo che direte: "Benedetto colui che viene nel nome del Signore". Un appuntamento.

Cap.19 al v.38. Gesù arriva a Gerusalemme, siamo in vista di Gerusalemme: "Benedetto colui che viene, il re in nome del Signore". E’ il salmo 118. "Non mi vedrete fino a quel giorno in cui direte...": adesso è quel giorno. V.41: <<Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa>>. C'è da vedere un uomo che piange. E’ il volto di Gesù: quel volto rigido, fermo, compassato, che sembrava addirittura un volto impietrito (già i profeti Geremia, Isaia, il Dueteroisaia, usavano immagini del genere), un volto che si è illuminato, che si è scavato, un volto che attraverso crepe diventa sacramento di un mistero che quel volto rivela a noi. E' il volto di un uomo che piange. Guardando Gerusalemme, pianse su di essa dicendo:

<<Se avessi compreso anche tu in questo giorno la via della pace>>; salmo 122: ". E’ l'augurio del pellegrino che arriva a Gerusalemme.

Gesù riversa su Gerusalemme questo torrente di lacrime: non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata, il kairos episcopes, della visita. Hai perduto l'occasione, l'occasione dell'episcopato, della visita.

Gesù piange e da questo momento in poi, nel vangelo secondo Luca, Gesù resta sulla scena. Ed è ancora da contemplare questa singolare e affascinante commozione che affiora sul suo volto: piangerà lacrime di sangue, si volgerà per guardare Pietro nel corso della passione, si avvicenderanno a lui le donne mentre sale verso il Calvario. E la tradizione antica dirà di una donna che gli asciuga il volto, e questo volto del Signore resterà impresso su quel drappo della Veronica. E' il volto del Signore.

La tradizione rilegge il vangelo secondo Luca e c'invita a contemplare il maestro che insegna a noi mediante il volto che da a noi da vedere. In quel volto c’è la coerenza della sua risposta; in quel volto vedete la profondità del suo cuore che accoglie in sé tutti coloro che lungo il percorso sono stati incontrati, tutti coloro che finalmente impareranno a specchiarsi nel volto di un uomo che piange.

Ogni volto umano si specchia in quel volto: è il volto risoluto e intraprendente del Figlio e, senza che venga minimamente meno la serietà della sua risposta, è il volto di un uomo che piange. Ed è quel volto in cui ogni volto umano, quel volto su cui anche solo una lacrima che scivola, potrà specchiarsi. Il volto del maestro è quel volto che rende riconoscibile a noi stessi qual è sia la nostra faccia, laddove siamo almeno capaci di piangere. torna su

L’educazione interiore

Gesù è il maestro che si prende cura di quello che avviene nel cuore degli uomini per educarci. Non ci ha abbandonato alla schiavitù, prigionieri della nostra durezza.

A questo riguardo bisognerebbe dedicare un impegno maturo alla lettura del vangelo secondo Giovanni, il quarto vangelo. Il vangelo che ci invita a considerare la figura del maestro e corrispondentemente la novità del discepolato, con una sapienza che ormai esprime la riflessione e l'esperienza molto avanzate del discepolo che ha imparato a dimorare, ad abitare nella comunione con il Figlio.

Il vangelo secondo Giovanni è il vangelo che si prefigge la educazione interiore dei discepoli. C'è una figura che nel vangelo secondo Giovanni ci viene presentata come emblematica: il discepolo che Gesù amava. Un'espressione tipica, un personaggio che nel vangelo secondo Giovanni svolge un ruolo determinante: ed è proprio per educare questo discepolo che l'evangelo secondo Giovanni è stato trasmesso e, di generazione in generazione, viene riproposto per la edificazione dei discepoli e perché sia educato nel discepolo quell'atteggiamento interiore che è caratteristico del discepolo amato, del discepolo che Gesu' amava. Nel vangelo secondo Giovanni questo discepolo è anonimo: la tradizione indica che questo discepolo è proprio Giovanni, è lui, l'evangelista. E' lui l'evangelista tanto quanto siamo noi lettori per diventare quel discepolo amato. E' questa la finalità che si il vangelo secondo Giovanni si propone: è l'evangelo che viene dal discepolo amico per far di noi dei discepoli amici, dall'amico per educarci nell'amicizia.

Di questo discepolo se ne parla espressamente nella seconda parte del vangelo. La prima parte è fino al cap.12. La seconda parte è dal cap.13 in poi: "è giunta l'ora" , così si esprime il l'evangelista Giovanni, l' "ora". E' l'ora della sua gloria, è l'ora della sua passione, è l'ora della sua manifestazione ed esaltazione, è l'ora della sua morte e resurrezione, della sua pasqua, è l'ora in cui tutto si ricapitola, è l'ora del Figlio che ritorna al Padre. Gloria di Dio che si manifesta nella storia degli uomini: nella pasqua del Figlio che muore e risorge è la gloria che ormai si è insediata nella storia degli uomini e ha segnato l'ora in base alla quale tutto si comprende, tutto si ricapitola, tutto diventa interpretabile.

Nell'ora del Signore, nella sua pasqua gloriosa di morte e resurrezione, lì compare il discepolo che Gesù amava. torna su

Gli amici: Giovanni Battista e Lazzaro

Nella prima parte del vangelo non si parla del discepolo amato da Gesù, però compaiono due personaggi ai quali viene attribuito il titolo di amici: sono figure preparatorie, hanno il loro significato propedeutico. La pedagogia evangelica che ci conduce fino ad individuare il discepolo che Gesù amava anonimo, è preparata mediante l'incontro con due personaggi dotati di un loro nome ben preciso a cui viene attribuito il titolo di amico del Signore.

Il primo: Giovanni il Battista, al cap.1,3-29: l'amico dello sposo.

<<Non sono io il Cristo, dice Giovanni il Battista, io sono l'amico dello sposo. Viene lo sposo, lui ha la sposa, io sono nella gioia perché lui ha la sposa. Sono l'amico: io debbo, diminuire lui crescere>>

Secondo personaggio della prima parte del vangelo, cap.11 r 12, l'amico di Gesù si chiama Lazzaro.

<<Il tuo amico è malato, gli mandano a dire le sorelle.>>

Ed è l'amico che muore per il quale Gesù piange: è il cap.11 del vangelo secondo Giovanni. Gesù piange: è un pianto dirotto, un pianto torrenziale, "scoppiò in lacrime" dice il testo evangelico. E proprio perché Gesù chiama Lazzaro dal sepolcro, Gesù sarà, proprio in quel giorno, dice il racconto evangelico, condannato a morte dalle autorità di Gerusalemme. Cap.11,53:

"Da quel giorno decisero di ucciderlo".

Non è soltanto, dunque, una ricchezza di sentimenti sovrabbondante, non è soltanto un lamento emotivo, ma Gesù per dare la vita a Lazzaro va incontro la morte. C'è un amico per il quale Gesù da la vita, per il quale Gesù muore. E l'amico è un uomo sepolto. Per un uomo che muore, Gesù da la vita. Piange per Lazzaro. torna su

Il discepolo amato

Giovanni il Battista, Lazzaro. Il discepolo che Gesù amava della seconda parte, è figura che si appoggia su questi due personaggi che già sono identificati nella prima parte del vangelo: l'amico dello sposo, quell'amico che vive in modo del tutto gratuito perché qualcuno ha dato la sua vita per lui.

In qualche maniera tutto questo è scontato, nel momento in cui ormai siamo chiamati a fare conoscenza con il discepolo che Gesù amava e ad identificarci con lui. Perché, noi chiamati ad identificarci con il discepolo che Gesù amava, chiamati dunque a riconoscere il maestro, siamo coloro per i quali già è avvenuto quello che è avvenuto per Lazzaro, cioè, siamo già redenti, siamo già chiamati a vita nuova, siamo già raggiunti dalla testimonianza di un amore che gratuitamente ha affrontato la morte per darci la vita.

Noi che già siamo raggiunti dalla potenza redentiva della pasqua di Gesù, morto e risorto, noi che già siamo restituiti alla vita, noi che già siamo segnati dalla novità della salvezza, noi siamo discepoli che vengono educati in questa nuova qualità del rapporto che ci lega a lui.

Che cosa avviene nei discepoli? Vi cito tre testi. Primo testo, cap.13. Siamo nel cenacolo, Gesù è seduto al tavolo perché "è venuta l'ora di passare da questo mondo al Padre"; si è alzato in piedi e ha lavato i piedi ai discepoli, poi, nuovamente, si è seduto a tavola. V.21:

<<Dette queste cose Gesù si commosse profondanmente e dichiarò: In verità, in verità vi dico, uno di voi mi tra dirà>>

E' il tradimento di un discepolo, è il tradimento dei discepoli, ma è anche il tradimento del mondo. E' Gesù che affronta in modo esplicito l'impatto con ostilità universale che lo condanna a morte. I discepoli si guardano tra di loro non sapendo di chi parlasse: uno dei discepoli, quello che Gesù amava, eccolo qui, v.23:

<<Uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù>>. Conosciamo benissimo questa scena. <<Simon Pietro gli fece un cenno.>> torna su

I due volti del discepolo

Il discepolo amato in contrappunto al discepolo Pietro. Sono i due volti del discepolo: il volto pubblico, ha un suo nome, ha una sua identità, è Simon Pietro; c'è un volto interiore, l'altro. Sono i due volti dell'unico discepolo, sono due volti di una chiesa, sono i due volti di una vita cristiana.

Il vangelo secondo Giovanni mira alla educazione del volto interiore del discepolo. Simon Pietro guarda, ammicca:

<<Chiedigli chi è colui a cui si riferisce. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù gli disse: Signore chi è? Rispose allora Gesù: è colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò>>.

Il discepolo che Gesù amava e colui che china il capo sul petto di Gesù; è colui che ascolta il fremito proveniente dalla profondità che è custodita nel cuore del maestro; è colui che si affaccia sull'orlo di quell'abisso immenso in cui tutta la tragedia della storia umana è accolta, è patita, tutta la tragedia della storia umana è nel cuore del maestro.

E il discepolo che Gesù amava è il discepolo che si affaccia su questo abisso di passione e d'amore.

Il discepolo che Gesù amava è, allora, l'uomo della compassione.

Lì per lì è quasi imbarazzante la figura di questo discepolo. Imbarazzante perché stando al dettato letterale del testo sembra particolarmente imbambolato e particolarmente inefficiente: figuratevi che Gesù da il boccone al traditore, il traditore lo prende e se ne va. Il discepolo che Gesù amava non interviene. Perché non si da da fare? perché non lo ferma? perché non gli corre dietro? Il discepolo che Gesù amava non è coinvolto in questa vicenda per sfoderare la sciabola e impedire il fatto. Non è in questo senso che va accolto e compreso. Egli sta lì per chinare il capo sul petto del maestro: è l'uomo della compassione.

C'è un discepolo educato interiormente, c'è un discepolo educato nel cuore: un discepolo che sta già ricevendo i frutti di un'opera redentiva che si è compiuta, è la pasqua del Signore che già matura i propri frutti a suo vantaggio. C'è un discepolo che educato dal maestro nel cuore, sta scoprendo di essere chiamato a compatire quello che è avvenuto nel cuore di Gesù. torna su

Donna, ecco tuo figlio

Secondo testo, cap19. Questo testo è centrale in tutta la seconda parte del vangelo secondo Giovanni perché siamo in un momento decisivo della passione del Signore. E' il cap.19,25:

<<Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che lui amava...>>

Qui non c'è Simon Pietro. Questo è l'unico caso in cui compare il discepolo, quello che Gesù amava, senza che ci sia Simon Pietro. C'è la madre, ma non Simon Pietro. Gesù vede il discepolo che amava e allora dice alla madre:

<<Donna ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre. E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa>>.

Madre, qui, è la creatura dalla quale il figlio ha preso la carne: la madre di Gesù è il tramite della comunione con l'umanità. La madre di Gesù è il sigillo di quella parentela che lega il Figlio a ogni altra creatura umana che nasce dal grembo di donna e che muore, come sta morendo lui stesso. La madre di cui parla qui Gesù è la sua parentela con l'umano; è l'umanità di cui il figlio, nella carne umana, è parente; una parentela universale in forza della carne e, dunque, in forza della sua comunione con la madre; una parentela universale con ogni altra creatura fatta di carne, nel tempo e nello spazio. Quando Gesù dice: "Ecco tua madre", affida al discepolo l'umanità; affida al discepolo l'umano; affida al discepolo ogni creatura fatta di carne; ogni creatura che nasce dal grembo di una donna e che muore.

"Da quel momento la prese in casa sua": Gesù affida al discepolo la responsabilità universale di tutto quello che è umano, di tutto quello che è sperimentato, vissuto nell'entusiasmo e nella disgrazia dalla carne umana.

E' l'uomo della intercessione. Quel discepolo che Gesù amava è quel discepolo educato nel cuore che diventa, in forza della pedagogia magistrale che Gesù compie a suo vantaggio, diventa capace di accogliere l'umanità, la storia, il mondo, ogni creatura.

E' colui che custodisce la memoria, universale memoria di tutto ciò che è umano. Questo perché ogni creatura umana è legata a Gesù nato, vissuto e morto, come sta morendo adesso, da un vincolo di parentela indissolubile: ogni creatura umana è parente di Gesù. "Prese nella sua casa la madre".

E' quel discepolo a cui è affidata la responsabilità di custodire la memoria e di custodire la presenza, di custodire il valore di ogni altra creatura umana. Per il fatto stesso che ogni creatura umana, dovunque si trovi, in qualunque momento, in qualunque vicenda che comunque possa essere identificata, per ogni creatura umana Gesù è nato ed è morto.

Gesù è il figlio che porta a compimento l'ora della pasqua per ogni creatura umana. La sua pasqua di morte e di resurrezione.

Il discepolo che Gesù amava è il discepolo che nella sua casa, in quel che è suo, nella sua storia, nella sua vicenda, nella sua carne, nel suo cuore, così come è possibile educare un cuore umano, possibile solo a quel maestro, è capace di ospitare l'umano educato interiormente dal maestro. Solo quel maestro può insegnare ad un cuore di uomo. Chi è un uomo? torna su

Che egli rimanga finché io venga

Terzo testo, cap.21. Siamo alla fine del vangelo secondo Giovanni: Gesù è apparso sulla sponda del lago di Tiberiade, una pesca miracolosa, 153 pesci; ricordate che sulla barca c'è Simon Pietro, ci sono gli altri, c'è anche lui. v.7:

<<Quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: E' il Signore>>.

Un intuito infallibile il suo: è comparso sulla sponda del lago uno sconosciuto, chissà chi è, chissà cosa vuole, sembra che assuma atteggiamenti un po' provocatori, ma "quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: E' il Signore. Simon Pietro come ebbe udito questo si tuffa in acqua e va a riva a nuoto.

Un tuffo battesimale. C'è il discepolo che non avrà alcun dubbio, alcuna incertezza, una intuizione infallibile: "è il Signore", è lui, quello sconosciuto è lui.

Dopodiché Simon Pietro si trova a riva: qui c'è un dialogo che verte sull'amore: "Mi ami tu, mi ami tu...Tu lo sai che io ti amo" per tre volte.

V.20: a Simnon Pietro Gesù ha detto: sii pastore delle mie pecore, del mio gregge, dei miei agnelli, poi gli ha detto "seguimi" e già sta indicando con quale morte avrebbe glorificato Dio. Gli sta parlando del suo martirio.

"Seguimi": Simon Pietro è interpellato nella serietà più matura della sua testimonianza pastorale, ufficiale, fino al martirio. V.20 del cap.21:

<<Pietro, allora voltatosi vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava>>.

Era sulla barca a dare la spinta a Pietro per buttarlo in acqua e adesso è lì, non dice niente, non appare. Sul fronte pubblico della vita cristiana appare Simon Pietro: è pastore, è chiamato alla sequela del Signore fino al martirio. Non si scherza. Si volge e c'è il discepolo che lo amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva chiesto: Signore chi è che ti tradisce? L'uomo della compassione, l'uomo della intercessione, proprio quello.

<<Simon Pietro vedutolo disse a Gesù: Signore, e lui?>>

Pietro s'informa: e lui? Gesù gli risponde:

<<Se voglio che egli rimanga finché io venga, che importa a te? Tu seguimi>>

Gesù risponde a Pietro: tu seguimi. Lui rimane!

Tant'è vero che poi queste parole vengono fraintese perché tra i fratelli si diffuse la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Ma Gesù non disse che quel discepolo non sarebbe morto, è un altro discorso. Ha detto: tu seguimi, lui rimane finché io ritorno.

Il discepolo che Gesù amava, il discepolo educato dal maestro nel cuore è quel discepolo che rimane.

Che cosa fa? Non fa niente, rimane, sta, non dice, non si muove, non appare, sta. E questa è una parola conclusiva nella quale si condensa tutto l'insegnamento di Gesù: Gesù è maestro per educare nel cuore dell'uomo questo atteggiamento di fedeltà. Ha educato il discepolo e sta. Sta nella chiesa, in ogni vita cristiana, nei momenti di grande visibilità o oscura miseria, sta.

I vv.24-25: <<Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti>>,

E li ha scritti. Il discepolo che ha scritto il vangelo e quel discepolo che sta. E' quel discepolo che ha trasmesso il vangelo ad un altro discepolo che starà. E ancora così, di generazione in generazione. Il vangelo di Giovanni è novità che educa il cuore umano di modo che noi scopriamo di poter stare dove sta il maestro, di poter stare dove sta il Figlio, di essere accolti là dove il Figlio è accolto nella comunione con il Padre.

E qui basterebbe ritornare al cap.1,28, quando nel vangelo secondo Giovanni compaiono due personaggi che sono discepoli di Giovanni il Battista e che si avvicinano a Gesù. Uno di questi personaggi si chiama Andrea, fratello di Simon Pietro, l'altro non ha nome, non è ancora presentato a noi come il discepolo che Gesù amava. Questa denominazione appare solo nella seconda parte, però ricordate quella scena in cui si avvicinano a Gesù e gli chiedono:

<<Maestro, dove stai tu?>>

Dove rimani tu? E' lo stesso verbo che è usato qui alla fine del cap.21: "lui rimane". Maestro dove rimani tu? Venite e vedrete.

<<E rimasero per tutto quel giorno là dove lui rimaneva>>.

E' lo stesso verbo, il verbo meneim: rimanete in me; io rimango nel Padre; rimanete in me. Vedete, questo è il discepolo che rimane; è il discepolo che ha imparato a stare nel Figlio nel grembo del Padre.

torna su