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Gesù l'ebreo
meditazione di Pino Stancari
capitoli | Gesù e la sua carne | L'uomo del Libro, il pellegrino, il tempio | Segno di contraddizione
Gesù e la sua carne
L'umanità di Gesù non è qualcosa di vago, ma di concreto, essa vive dentro ad una storia e una cultura ben identificate: quella ebrea. Parlare di Gesù ebreo è parlare di questa realtà indispensabile per accompagnarci nella conoscenza interiore di Gesù.
La nostra prospettiva è tuttavia teologica e biblica. Dire "ebreo" non significa alludere all'ebraismo per identificare un uomo che altrimenti risulterebbe non ebreo; non significa rispondere alla nostra curiosità archeologica. L'ebraismo di Gesù è una mediazione oggettiva per incontrare colui che è figlio di Dio.
Per comprendere il mistero di Gesù dobbiamo soffermarci sul termine "carne". Gesù è carne, uomo, creatura. Affermare la sua creaturalità significa comprenderlo con tutti i suoi limiti dettati dal tempo e dallo spazio, dalla concretezza della sua carne, della sua debolezza, come anche dalla sua grandezza umana e religiosa.
Gesù è il Logos, il Verbo fatto carne del prologo di Giovanni. Quando nella Bibbia si dice che una creatura è carne s'intende cogliere quella specifica identità che compete a tale creatura, nel condizionamento di tutto quello che gli deriva dall'essere inserito in una storia, in un ambiente, in una cultura. Tale condizionamento non annulla la sua particolarità e unicità. Così come la sua particolarità e unicità non elimina la possibilità di stabilire un rapporto di relazione con un ambiente, con altre creature, con Dio stesso.E' proprio in quanto carne che alla creatura vengono conferiti strumenti in grado di stabilire delle relazioni. Nella stessa storia della salvezza scopriamo che là dove una creatura sperimenta il massimo della sua particolarità, proprio là si esprime il massimo della sua apertura universalistica. Là dove è sottolineata la propria povertà e piccolezza carnale, la sua situazione mortale, là si esprime il massimo della sua capacità universale. Paradossalmente è proprio morendo che la creatura esprime la sua vita carnale. Man mano che nella sua particolarietà si consuma essa realizza un evento fecondo di universale comunione con le altre creature carnali. Questo vale anche per Gesù. Non c'è un altro Gesù che non sia carne. E' una carne che qualifica Gesù come ebreo. torna su
L'uomo del Libro, il pellegrino, il tempio
Ci sono tre modi per precisare questa affermazione.
Il primo modo: Gesù è l'uomo del Libro. Gesù è l'uomo dell'ascolto della Parola. Egli è in ascolto, con il libro sacro nella mano e nel cuore, un libro che legge e rilegge. Ha in mano un libro che ascolta, studia, scruta e discute, ul libro che lo nutre. Quel libro arriva a lui con tutto il bagaglio di sapienza che si è accumulata attraverso la storia di un popolo, quello ebraico.
Il N.T. a questo riguardo è esplicito, in particolare nei racconti evangelici dell'infanzia. Una teologia molto raffinata e strutturata guida la loro stesura. La intima relazione tra Gesù e la Parola viene evidenziata come obbedienza alla Scrittura, alla Legge sacra.
Secondo modo: Gesù pellegrino a Gerusalemme. La letteratura evangelica è concorde nel descrivere la figura di Gesù alle prese con un viaggio verso Gerusalemme. Nei vangeli sinottici c'è un momento in cui avviene una svolta: Gesù decide di salire a Gerusalemme. Nel vangelo di Giovanni, invece, vi sono diverse salite verso la città santa, l'ultima delle quali è quella decisiva.
Gesù è pellegrino verso Gerusalemme. Non un viaggio occasionale e nemmeno devozionale, bensì espressione della sua interiore adesione a quel complesso di significati teologici che Gerusalemme rappresenta. Gerusalemme è la sua città. Non un'altra città, un'altra carne, un'altra parentela: questa è l'unica sua città. Sale a Gerusalemme appunto per andare incontro a coloro che gli sono fratelli.
Terzo modo: Gesù e il tempio. Gesù sale a Gerusalemme per visitare e frequentare il tempio. La salita a Gerusalemme comporta la sua presenza nel tempio. Nei sinottici, gli ultimi giorni di Gesù sono spesi nel tempio; le sue ultime conversazioni avvengono sempre nel tempio. Tale elemento è così fondante in Luca che la presenza di Gesù nel tempio viene anticipata anche alla sua infanzia.
Il tempio diventa per Gesù il grande sacramento dell'onnipotenza di Dio: il sacramento della comunione che l'Onnipotente vuole realizzare con il suo popolo e attraverso questo con tutte le sue creature.
Il rapporto tra Gesù e il tempio non è dunque periferico, occasionale o coreografico. Se pensassimo il contrario non riusciremmo a cogliere la carne di Gesù. Non esiste un Gesù che prescinda dal tempio o che se ne serva come palcoscenico del suo spettacolo.
Questi tre modi di essere di Gesù caratterizzano la sua ebraicità. torna su
Segno di contraddizione
Dentro questa carne nasce il conflitto, un conflitto che il N.T. ci presenta come interno alla sua identità ebraica.
Gesù è obbediente alla Legge, Luca vi insiste molto. Nel v.34 del secondo capitolo del suo Vangelo, dalla bocca di Simeone che benedice Maria e Giuseppe, noi ascoltiamo queste parole: " Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti , segno di contraddizione perchè siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te e una spada ti trafiggerà il cuore ".
Colui che è in tutto obbediente alla Legge, costituisce per noi un segno di contraddizione. Proprio perché in tutto obbediente , Gesù diventa un segno di contraddizione.
Gesù affronta il viaggio a Gerusalemme mentre vive l'esperienza di una contraddizione. Luca ce ne parla con molta delicatezza. Gesù, man mano che procede nel suo cammino, vede con evidenza sempre maggiore come esso vada incontro ad incomprensione, rifiuto, ostilità. Nel capitolo 19, al v.41, troviamo: << Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su diessa>>. Gesù alla vista di Gerusalemme, piange . Luca mette in risalto questo pianto di Gesù, il suo volto è un volto piangente. Gesù piange su Gerusalemme perché si rende conto di essere sgradito. Non per questo Gesù sconfessa Gerusalemme, egli non cerca un'altra città. Se piange sulla sua città è perché là cerca i suoi fratelli, che non trova. E tuttavia non cerca alternative.
<< Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace>>.
La via della pace, così nel salmo 122, è quella del pellegrino che in vista della città canta:
<< Quale gioia quando mi dissero:
"andremo alla casa del Signore".
E ora i nostri piedi si fermano
davanti alle tue porte Gerusalemme.>>
In questo giorno tu non accogli l'augurio di pace che ti viene dal pellegrino che ti visita. Non vedi e non ti rendi conto che:
<< giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno, ti stringeranno da ogni parte; abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata>>.
Non hai riconosciuto il visitatore, via di pace.
Gesù entra in Gerusalemme, subisce un rifiuto drammatico, ma non rinnega la sua città, la sua carne, il suo essere fratello in cerca di fratelli.
Anche Matteo, al cap.21, narra di Gesù che cammina verso Gerusalemme. Al v.18 scopriamo un fatto curioso:
<<la mattina dopo , mentre rientrava in città , ebbe fame. Vedendo un fico sulla strada , gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: "Non nasca mai più frutto da te". E subito quel fico si seccò>>.
I discepoli sono stupiti tanto quanto noi. Perché questa condanna alla infruttuosità ? Perché il fico si è seccato così repentinamente ? Gesù ha fame e non trova cibo. E' il suo momento, ma non trova corrispondenza. L'evangelista imposta la narrazione a partire da questa immagine di Gesù deluso.
Al cap.24 Gesù è seduto sul monte degli Ulivi a parlare con i discepoli. Tutto il discorso viene fatto di fronte al tempio che Gesù guarda e osserva. Anche il suo conversare con i suoi avviene guardando il tempio. Dopo la sua cena, Gesù raggiungerà nuovamente il monte: da lì si vede il panorama del tempio di Gerusalemme.
Nella notte della sua passione, quella dell'agonia, Gesù prega guardando il tempio: quel monte è il posto ideale per pregare: perché lo sguardo è rivolto al tempio. Gesù in agonia sta contemplando il tempio. Essendo poi la Pasqua ebraica, è anche notte di luna piena , una notte chiara e illuminata.
Nel cap.21, mentre è nel tempio a discutere, Gesù parla di una singolare parabola: quella della vigna.
<< C'era un padrone che piantò una vigna e la circondò con una siepe, vi scavò un frantoio, vi costruì una torre, poi l'affidò a dei vignaioli e se ne andò. Venne il tempio della vendemmia: il padrone inviò i suoi servi a riscuotere il dovuto.Ma questi vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono e l'altro lo uccisero, l'altro lo lapidarono....Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: avranno rispetto di mio figlio! Ma quei vignaioli, visto il figlio , dissero tra sè: Costui è l'erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l'eredità. E presolo, lo cacciarono fuori dalla vigna e l'uccisero>>. Gesù si ferma e interroga:<< Quando verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaioli? Gli rispondono: " Farà morire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri vignaioli che gli consegneranno i frutti a suo tempo. E Gesù rispose loro: " Non avete mai letto le Scritture:
La pietra che i costruttori hanno scartata
è diventata testata d'angolo;
dal Signore è stato fatto questo
ed è mirabile agli occhi nostri ? >>.
Gesù sta dicendo che quando verrà il padrone egli prenderà questa pietra scartata e fonderà un nuovo edificio. La pietra scartata nella parabola è il figlio, l'erede, a cui i vignaioli volevano sostituirsi. Gesù racconta questa parabola mentre è nel tempio. << Non resterà pietra su pietra >>. Lui è il fondamento: la pietra scartata che diventerà pietra d'angolo.
I racconti evangelici parlano a noi di Gesù che è carne, una carne frantumata , che sperimenta la propria debolezza, la propria fragilità. E' carne che si rompe, che si spezza.
E' proprio l'identità ebraica di Gesù che si spezza "internamente ". Gesù è coerente nella sua condizione carnale fino al limite estremo. Nel momento in cui è rifiutato, non per questo è meno ebreo. E' in quel suo frantumarsi carnale che Gesù conferma la sua identità. " Carne ", nella Bibbia, ha una sua particolarietà: è la creatura umana che, proprio in quanto tale, si apre in quanto condizionata, limitata, determinata. In quanto carne la creatura si apre ad una prospettiva di comunione universale. In tale comunione la morte evidenzia non un limite, ma insieme la massima particolarietà e la massima unione universale.
Gesù è un uomo universale non perché non è più ebreo ma perché è ebreo fino alla morte. Questa è la sintesi di tutto quanto ho detto fino ad ora. Il fatto di essere ebreo nella sua carne fino alla morte rende Gesù uomo universale. Questa e solo questa è la sua testimonianza.
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