Gesù l'innocente
meditazione di Pino Stancari


capitoli | Attraverso il mare | La tristezza | La vergogna | La bellezza


Attraverso il mare

Nel vangelo di Marco, nei primi suoi capitoli, l'impatto con Gesù e la realtà di questo mondo, viene descritto dall'evangelista ricorrendo ad un riferimento di ordine geografico che esprime immediatamente una sua valenza teologica di grande contenuto. Gesù sulla sponda del mare, cammina sulla riva e guarda davanti a sè. Il mare è ostacolo, impedimento, barriera. Sia nell'Antico che nel Nuovo testamento il mare simboleggia in modo molto efficace tutto ciò che è pesantezza, asprezza, impraticabilità del percorso che gli uomini sono chiamati a fare e affrontare. La storia umana è come intersecata, sbarrata e recintata da questo mare.

L'evangelista Marco, in questi primi capitoli che intoducono la vita pubblica di Gesù, fà di tutto per mettere in risalto la spinta incontenibile, inarrestabile, appassionata, per certi aspetti anche intransigente, di Gesù: egli vuole attraversare il mare.

E' sulla riva del mare che accoglie i primi discepoli: egli aprirà una strada attraverso il mare e farà di essi pescatori di uomini. Tuttavia, è l'oltremare la méta del suo viaggio. In questo Gesù, paziente e inflessibile: "Passiamo dall'altra parte del mare, sull'altra riva". Il racconto prosegue dando risalto a questo viaggio di Gesù attraverso il mare.

E' il viaggio in cui si ricapitola la sua vita, la risposta alla sua chiamata, il suo modo di ascoltare la Voce: affrontare il mare, attraversarlo e raggiungere l'oltremare.

L'oltremare è la sua casa: là vi deve far ritorno e trascinare tutti quelli che incontra. Per questo guarda e scruta tutti quelli che incontra. Nella traiettoria del suo sguardo riconosce tutti coloro che devono essere trasportati, trasbordati dietro di lui al di là del mare.

Gesù è in mare, lo guarda, lo scruta, mentre guarda noi assiepati sula riva del mare. Ci raccatta sulla sponda laddove la corrente marina ci ha lasciato, detriti portati dalle onde e depositati lì, sull'arenile, alla rinfusa. Un senso di noia, di stanchezza, di inutilità pervade questo scenario costiero. Poi passa lui e apre una strada attraverso il mare.

Nelle prime pagine del vangelo di Marco questo viaggio di Gesù per affrontare ed attraversare il mare esige l'attraversamento del cuore umano. In questo senso c'è una paradossale coincidenza tra il mare e il deserto: un deserto liquido ma pur sempre deserto è il cuore umano.

Gesù affronta il cuore degli uomini, sempre più chiara è questa sua intenzione. Se affronta il mare è perché quel viaggio, nella sua evidenza geografica, dimostra sacramentalmente qual è l'intenzione teologale che sostiene e qualifica il valore della sua missione: aprire un varco attraverso le pareti spesse, pietrose e durissime del cuore umano. torna su

La tristezza

Nel capitolo 3 Gesù si trova a disputare nella sinagoga, ultima di 5 dispute che compongono la prima sezione della prima parte del vangelo di Marco. Siamo davanti ad una svolta che ricapitola quanto è avvenuto nella prima fase della predicazione di Gesù. Una disputa dopo l'altra, in un crescendo di passione e di irruenza, di drammaticità, fino all'episodio che vede Gesù di fronte ad un uomo con la mano inaridita. Qui tutti lo osservano per vedere se lo guarisce in giorno di sabato. Intorno c'è il silenzio muto di tutti e Gesù guardando con indignazione, rattristato per la durezza dei cuori, dice a quell'uomo:" Stendi la mano ".

Siamo dinanzi alla tristezza di Gesù. Gesù è rattristato per la durezza dei loro cuori. Già in quell'occasione, infatti, avevano tenuto consiglio tra di loro per farlo morire. L'opposizione è già chiarissima, netta: l'intransigenza già predispone tutti i mezzi per mandarlo in rovina.

Gesù ha di fronte la durezza del cuore umano: è il male, è il deserto, è il mondo. Gesù , l'innocente, è riconoscibile proprio in questa sua tristezza. Chi lo ha osservato ha imparato a percepire questa tristezza; poi rifletterà, ragionerà, e infine, nell'incontro con il Risorto, comprenderà il mistero dell'innocenza.

Eppure della tristezza di Gesù si era già parlato prima: lo sguardo di Gesù che scruta il mare è uno sguardo carico di mestizia, ma non per questo annoiato o impigrito, severo o inasprito. C'è invece un sospiro, un anelito, una passione, un desiderio che si espande al di là di ogni prevedibile opportunità per chi lo osserva nei suoi movimenti, nei suoi gesti, nel suo viaggio.

Gesù è dunque triste per l'indurimento dei loro cuori. E' vero che i cuori a cui si fa cenno sono i cuori di coloro che nella sinagoga avevano ascoltato e poi deciso di farlo morire. I discepoli sono un'altra cosa: il loro cuore non è indurito come quello di coloro che già avevano deciso l'estremo rifiuto . Gesù si dedicherà ai suoi discepoli proprio per raccoglierli attorno a sé in un gruppo appartato, circoscritto, in situazione privilegiata, che consenta ai discepoli non soltanto un rapporto diretto con il Maestro, ma un rapporto che coinvolge intimamente, che s'impegna nella pedagogia del cuore, attento a quanto succede nel cuore degli uomini.

Quello che non è possibile con le folle sarà possibile nella comunità appositamente disposta e pensata, che si costituisce mediante la chiamata. Questo rapporto ristretto consente di vedere che cosa succede nel cuore degli uomini.

Il riscontro con i discepoli è tuttavia alquanto deludente:" Anche voi avete il cuore duro?". Siamo nel capitolo 8, Gesù i suoi discepoli sono in barca. Anche loro avevano il cuore indurito. La tristezza di Gesù non lo costringe ad arretrare, anche se esteriormente egli appare un personaggio sempre più solo. Il deserto non è più soltanto un ambiente che Gesù deve attraversare ma è luogo in cui dimora il suo cammino. Nel capitolo 14 Gesù dirà ai tre discepoli che ha portato con sé la notte del Getzemani:" La mia anima è triste fino alla morte ". E' il salmo 42 e 43 :" Perché ti rattristi anima mia, perché su di me gemi? Perché triste me ne vado oppresso dal nemico? Spera in Dio, ancora potrò lodarlo, Lui salvezza del mio volto e mio Dio". E' un versetto che ritorna per tre volte in quest'unica composizione. La stessa tristezza Gesù mostra ai discepoli nell'ultima cena ( Marco 14,19), essa si riflette negli animi dei discepoli, dopo che Gesù annuncia il tradimento:" Uno di voi che mangia con me mi tradirà". E' citato il salmo 41:" Colui che mangia con me mi tradirà ".

Gesù prosegue il suo cammino con una fermezza rigorosa: affronta la solitudine, la durezza del cuore umano, il tradimento dei discepoli, la preghiera angosciata della notte. E' la tristezza di Gesù. torna su

La vergogna

Nel Vangelo di Luca accostarci al mistero della innocenza di Gesù significa parlare della sua vergogna: Gesù è un uomo che si vergogna.

Nel capitolo 22,37, durante l'ultima cena, Gesù interroga i discepoli:

" Quando vi ho mandato senza borsa, nè bisaccia, nè sandali, vi è forse mancato qualcosa ?" Risposero: " Nulla". Ed egli soggiunse:" ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha la spada, venda il mantello e ne compri una. (Luc.22,35)

Siamo giunti ad una stretta decisiva. Gesù si spiega citando, al versetto 37, il IV Canto del Servo del profeta Isaia:

" Perché vi dico che deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori "(53,12).

Questa è la citazione che lo riguarda e che volge al suo termine, al suo telos. Tutto quello che di me è stato detto, ecco si compie.

E' Gesù che in ascolto della Voce ha realizzato la sua esistenza nel mondo in modo tale da accogliere in sé la totalità della Parola. La Parola di Dio è la sua carne umana, la sua esistenza umana. La sua missione si è compiuta proprio perché ascoltatore obbediente e disponibile. E precisa:" Tutto si è compiuto ", fino a quest'ultima parola che ancora deve compiersi. Quando anche questa si sarà compiuta, ecco che viene la fine: " per questo sono venuto".

Questo è il suo scopo, la ragione del suo viaggio, il compimento del suo ascolto: l'annoveramento tra i malfattori.

Il Servo di cui parla il profeta è presentato nella sua qualità di innocente, una innocenza sconcertante, sbalorditiva, preoccupante addirittura:" Fu annoverato tra i malfattori". Gesù si rifà a quella profezia come l'ultima ed esauriente profezia dei suoi giorni nella carne.

Durante il processo di Gesù il vangelo di Luca, per una, due, tre volte, riporta il comportamento di Pilato che e spressamente e solennemente dichiara che Gesù è innocente.

" Pilato disse ai Sommi sacerdoti: non trovo nessuna colpa in quest'uomo..."( 23,4);

dopo che Gesù tornò da Erode a Pilato, nuovamente è detto:

" Mi avete portato quest'uomo come sobillatore del popolo. L'ho esaminato davanti a voi ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate. E anche Erode, infatti, ce l'ha rimandato ." ( Luc 23,14.15)

Gesù, dunque, non ha fatto nulla che meriti la morte, non è colpevole.

Nel racconto della Passione secondo Luca questa innocenza di Gesù è espressamente dichiarata da Pilato con il rigore della sentenza giuridica. La terza volta di questa professione d'innocenza da parte di Pilato la troviamo nel versetto 22:

" Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla perché meriti la morte. Lo castigherò severamente, poi lo rinvierò ".

Ancora una volta, Gesù è l'innocente, l'incolpevole, eppure viene condannato e condotto al Calvario.

Versetto 32:

" Vennero condotti insieme a lui anche due malfattori per essere giustiziati. E fu annoverato tra i malfattori ".

Quella Parola si è compiuta. La presenza di questi due malfattori acquisti qui un rilievo specialissimo: c'è un dialogo tra Gesù e loro mentre sono crocifissi insieme sul Calvario. Dialogo appena riportato negli altri vangeli.

Uno dei due malfattori insulta Gesù:

" Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!". Se tu sei i Cristo, si dice, salvati e noi ci salveremo. " Se tu ti salvi, saremo salvi anche noi. Dimostra perciò di esserlo ".

Questo ladro è pronto ad affermare la messianicità di Gesù a patto però che ne dia dimostrazione, il ché è comprensibile e teologicamente fondato:" se tu sei il Cristo salva te stesso e noi saremo salvi ".

Interviene l'altro e lo rimprovera dicendo:

" Neanche tu hai timore di Dio che sei condannato alla stessa pena? ".

Il termine "pena" lo tradurrei con "vergogna". " Non vedi che noi siamo nella stessa vergogna? Con una differenza però: noi giustamente perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male, non è colpevole. " Questo ladro confessa l'innocenza di Gesù e, benché innocente l'uno e colpevole l'altro, insieme li ve diamo nella pena, insieme sono svergognati, insieme sono denudati, insieme sono esposti, condannati a morire insieme. E' il vangelo che mette in evidenza questa intuizione del ladro crocifisso sulla croce. Gesù lo bendice così:" Oggi, con me!". Gesù condivide la vergogna dei colpevoli benché non abbia colpa. Pilato l'ha solennemente dichiarato per tre volte, mentre il malfattore sulla croce accanto a Gesù lo fa notare con semplicità e coerenza all'altro condannato: " Noi giustamente, lui senza colpa alcuna ".

Tutto il racconto è stato impostato proprio in vista di quello che ora sta avvenendo:

" Deve compiersi questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori".

Gesù è ora tra i malfattori, inserito nell'elenco di quest'ultimi, è calcolato in essi, schierato con essi. E' certo la parte sbagliata, quella dei colpevoli, degli uomini squalificati, falliti, schiacciati dalla conseguenza della propria colpa. Sono conseguenze penose, distruttive, che conducono alla morte. Ciò vale anche per Gesù, benché non abbia colpa.

Gesù si vergogna, condivide la vergogna, la fa sua, benché incolpevole. Qui è il mistero e insieme l'evidenza sorprendente che è andata man mano affiorando sotto lo sguardo dei discepoli, nell'intimo della loro coscienza, una volta che ebbero modo di incontrare nella grazia la presenza del Risorto. Un dolore senza complicità.

C'è in mezzo a noi qualcuno che condivide il dolore di questo mondo, tutto, senza sconti, senza privilegi, senza semplificazioni. In tutto è schierato dalla parte sbagliata di coloro che stanno davanti a Dio e sono colpevoli. Condivide la pena vergognosa di questa situazione benché, in tutto e per tutto, egli sia innocente.

Un mistero questo a cui già l'antico profeta ci invitava a considerare nella misteriosa vocazione del Servo del Signore, di colui, cioè, che è nel dolore benché innocente. E' impossibile parlare della sua innocenza senza contemplarla attraverso la vergogna che egli assume in pienezza, nella solidarietà con il dolore degli uomini, nella sorte crocifiggente dei peccatori. Qui è il culmine del mistero: un dolore senza complicità, che esclude ogni connivenza con il male.

Questo è un dolore senza consolazione, perché un dolore innocente è un dolore inconsolabile. Già il profeta aveva intravvisto tale verità: non ci sono consolatori, è consolabile il dolore in cui c'è una qualche complicità con il peccato.

Lui che condivide la sorte vergognosa degli uomini, lui è inconsolabile nel suo dolore perché è innocente. Il suo dolore è totalmente gratuito: un dolore ingiustificato, insopportabile, ineccettabile. Un puro dolore.

La solitudine di Gesù che precedentemente abbiamo riscontrato, laddove Marco ci invitava a contemplarlo nella sua tristezza, raggiunge qui il massimo livello di esasperazione. Un dolore, cioè, massimamente solitario, proprio in colui che è consolatore universale, mentre è inconsolabile.

Il suo dolore non ha udienza, comprensione, possibilità di sollievo, nel contatto con il dolore di chicchessia, perché ogni altro dolore in questo mondo è un dolore collegato, direttamente o indirettamente, con una colpa.

Accanto a Gesù c'è soltanto la madre e mai si dice che lo consola. Jacopone da Todi dice di lei, di Maria, che " stabat ". Misteriosa questa comunione tra la madre e il figlio che non comporta consolazione. E se la madre sta accanto al figlio, se è persa lei stessa nel dolore del figlio, lo è non perché questa sua presenza acquisti un significato di consolazione. E' una pura condivisione di dolore gratuito perché innocente. Sono in comunione nell'innocenza, non nella colpa. E' la comunione innocente tra la madre e il figlio. Comunione in un dolore inconsolabile. torna su

La bellezza

In diversi luoghi il N.T. ci invita a contemplare la rivelazione della innocenza di Gesù come uno spettacolo, lo lo spettacolo per eccellenza: la bellezza. L'innocenza di Gesù è l'epifania della bellezza.

Nel capitolo 23 di Luca si parla di folle folle che erano accorse a questo spettacolo. Il termine usato dall'evangelista è " theoria ".

" Anche tutte le folle , ripensando a quanto era accaduto se ne ritornarono percuotendosi il petto ".( Lc 23,48)

Più avanti, nel versetto 55, " Le donne che erano venute con Gesù dala Galilea, osservavano questa scena e contemplavano lo spettacolo . Non mi dilungo a questo riguardo.

Negli Atti degli Apostoli, dopo il primo discorso che Pietro rivolge alla folla presente a Gerusalemme nel giorno della Pentecoste - tanto per intenderci -, dice al versetto 37:" All'udire tutto questo si sentirono trafiggere il cuore. E dissero a Pietro e agli altri discepoli: Che dobbiamo fare fratelli? " 

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