Il politico e il tempo “kairologico”

Perde, chi scruta,
L’irrevocabil presente.
Clemente Rebora, Frammenti Lirici

Confesso subito la mia inadeguatezza ad affrontare un tema che ha nel titolo l'aggettivo "kairologico", impronunciabile a Sesto San Giovanni. Confesso anche la difficoltà a confrontarmi con su un tema così arduo con Giuseppe Dosetti, il grande rimosso della politica e della Chiesa italiana, in una fase nella quale l'aggettivo “dossettiano” suona sulla stampa e nel politichese corrente quasi un insulto. Non potendo tuttavia sottrarmi al compito e all'insistenza degli amici mi accingo a trattare le parti del discorso avvertendo che temi interni al tema, o conseguenti, possono risultare politica e profezia o anche politica e memoria. Passato e futuro, nel pensiero anarchico di Herzen. Responsabilità ("coscienza vigile" in Dossetti) nella stagione globalmente determinata da circostanze che nulla hanno a che vedere con il troppo ripetuto mantra gramsciano che contrappone al pessimismo della ragione l'ottimismo della volontà. Kairòs descrive comunque in teologia la forma qualitativa del tempo, e cioè il tempo designato nello scopo di  Dio, in contrapposizione al tempo come sequenza.

È possibile un tempo politico lontano dai vantaggi che sono “seduttori” non solo per la Chiesa? Una politica nemica delle convenienze e aliena dai narcisismi del sondaggismo volgare, eppure obbligatoriamente astuta come serpente?

Anzitutto, questa politica non ha tempo, perché non può perdere il tempo della decisione. Il suo imperativo categorico e la sua costrizione stanno esattamente lì. La sua verità è a tempo, un tempo più rapido delle scadenze segnate sui barattoli dei commestibili. Eppure - questo il paradosso - l'essere completamente nel tempo (che è sequenza di attimi fuggenti e determinati da sopra e da fuori) le impedisce di pensare il tempo, ossia di avere tempo per sé, per riflettere cioè sulla propria responsabilità e sul destino. Val la pena ricordare che Aldo Moro, notoriamente assai meno radicale di Dossetti, aveva l'abitudine di ripetere che il "pensare politica e già per il novanta percento fare politica".

La mancanza di tempo asserve la politica al pilota automatico della finanza, al casinò borsistico, la condanna a quella "grettezza" che il presidente Obama stigmatizza nel discorso di insediamento a Washington. La rende smemorata rispetto alla propria storia, alla carta vincente del New Deal, che discende dalla decisione tutta politica di Roosevelt. Come ha puntualmente osservato Alberto Berrini, l'attuale crisi economica nasce infatti da una cattiva distribuzione del reddito. Nel 1999 Paul Krugman - al quale adesso, grazie alla crisi hanno dato il Nobel - scrisse un libro dal titolo Il ritorno della grande depressione. È possibile un altro ‘29?. Nel ‘99, quando il testo è uscito, non l’ha letto nessuno. In quel testo Krugman osservava che il mondo si stava avviando verso una situazione di grave crisi, perché mai come in quel momento vi era un gap, cioè una distanza enorme tra ciò che si produceva (l'offerta) e ciò che si riusciva ad acquistare (la domanda). Nessun fulmine a ciel sereno dunque nel “settembre nero” di Wall Street. Si trattava di acquisire la documentazione pertinente, pur tenendo conto del fatto che la crisi, iniziata come finanziaria, va man mano rivelandosi come un imbuto di diverse crisi: economica, sociale, politica, culturale e infine etica. Non basta perciò una sola chiave inglese per venirne a capo.

Il tempo è tuttavia risorsa indispensabile per il politico. Parlamento non a caso significa parlare. L'ostruzionismo parlamentare è stiramento e perdita organizzata di tempo. Il decisionismo  insofferenza delle procedure democratiche. Così l'esplosione delle tecniche azzera il discernimento… Non ci è concesso dalla Provvidenza di essere umanamente saggi in tempo reale. La crisi finanziaria ha del resto richiamato nel lessico del ministro Tremonti come in quello del cardinal Tettamanzi la metafora pertinente della peste. L'Arcivescovo di Milano - che forse ha frequentato con più attenzione le pagine di Manzoni - invita a guardare alla crisi con l'avventatezza fiduciosa di Renzo Tramaglino, che  nel momento di massima incertezza, quando, al di là dell'Adda, non ha più nulla se non due soldi, decide di disfarsene a favore dei poveri e, come alleggerito, ricomincia veramente da zero. Siamo al capitolo XVII de I Promessi Sposi: "Tutt’e tre tesero la mano verso colui che usciva con passo franco, e con l'aspetto rianimato: nessuno parlò; che poteva dir di più una preghiera? "La c'è la Provvidenza!" disse Renzo; e, cacciata subito la mano in tasca, la votò di quei pochi soldi: li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada [...]. Certo, dall'essersi così spogliato degli ultimi danari, gli era venuto più di confidenza per l'avvenire, che non gliene avrebbe dato il trovarne dieci volte tanti." In tali frangenti l'unica saggezza consentita risiede nella scommessa di puntare sulla "divina economia", appunto: "La c'è la Provvidenza!". Non si tratta, neppure stavolta, di ottimismo della volontà; più semplicemente di quella fede che Unamuno  attribuiva al carbonaio. Senza calcolo e senza progetto. Semplicemente dovuta dal credente, anche in un Paese che qualche decennio fa Norberto Bobbio definì di "diversamente credenti".

Neppure la Chiesa, per Dossetti, può e doveva sottrarsi al rischio, ancorché alto, nei decenni fra le due guerre, "in cui sarebbe stato possibile e doveroso rendere la sua testimonianza". È questo il senso sintetico e profondo del paragrafo tredicesimo della introduzione a Le querce di Monte Sole, saggio densissimo di teologia della storia. L'acribia dossettiana indica la fase, quella che nel linguaggio odierno verrebbe definita una "finestra di opportunità". Essa è individuata nel "momento di trapasso da Pio XI al suo successore, nei mesi che vanno dal febbraio all'autunno 1939". La distinzione "diplomatica" della Chiesa di allora può alludere alle condiscendenza attuali che ancora una volta si trovano a differenziare tra "i massimi dirigenti e gli estremisti neopagani, all’uopo riciclatisi in "atei devoti": tra Bossi e Borghezio e tra Berlusconi e Bondi o la Gelmini. " Il 1° settembre 1939 - sentenzia Dossetti - il gioco era fatto". E infatti "lo stesso episcopato tedesco non avrebbe avuto di fatto più altra guida se non quella del suo presidente, in presenza di un Nunzio a Berlino assolutamente e manifestamente inadeguato al suo ruolo e le cui relazioni erano più fatte per disorientare che per valutare con realismo quello che stava accadendo." La conseguenza, ad un tempo tragica e macroscopica, fu che "la funzione di testimonianza, che è propria del concetto stesso del Magistero supremo, restò, su questo punto nodale, incompiuta".

Viene alla mente - e il rischio è di risultare leggermente salottieri nella citazione - un altro celebre o episodio interno alla vicenda del cattolicesimo di Germania. Georg Simmel viene considerato uno dei più grandi pensatori del Novecento tedesco, e non soltanto. Autore tra l’altro di due libri dai titoli precorritori ed evocativi: Filosofia del denaro e La metropoli e la vita dello spirito.  Massimo Cacciari vi ha dedicato un saggio notevole. Simmel era anche esponente di spicco dell’establishment intellettuale cattolico del suo Paese e intimo alla curia della diocesi di Berlino. Ebbe la ventura un giorno, anzi, una notte, di essere scoperto intimo della segretaria in un alberghetto di periferia. Il grande intellettuale ammise francamente la colpa, e poi dirottò dialetticamente l’argomentazione sul piano professionale. Disse: “Tocca al filosofo indicare la strada, non percorrerla.” Perfino simpatico. Scissione comunque non consentita non soltanto a chi  esercita le funzioni del Magistero supremo, ma neppure al singolo credente. E Dossetti può puntualmente chiosare che "resta indubbiamente un caso significativo di mancanza di vigilanza lucida e preveniente contro il "male sistematico": definizione quest'ultima - "male sistematico" - che, oltre a richiamare la dizione wojtyliana di "strutture di peccato", appare come l'altro simmetrico rispetto al concetto di bene comune. Per questo la conclusione non può che risultare perentoria: "Piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l'iniziativa".

Viene così chiamata inesorabilmente in campo la responsabilità verso la storia. Responsabilità alla quale la politica non può evidentemente sottrarsi, tantomeno la “grande politica”, che, secondo Mario Tronti, è destinata a muoversi contro la storia. Tanto più che non sono mancate, nel medesimo frangente, posizioni ben altrimenti determinate ed esplicite. Sto pensando a Dietrich Bonhoeffer, impiccato per aver preso parte alla attività cospirativa del "gruppo" dell'ammiraglio Canaris, implicato nell'attentato di von Stauffenberg ad Hitler, fallito il 20 luglio 1944.  Il pastore della Chiesa confessante in lotta contro l'accomodamento tra la Chiesa evangelica tedesca e il regime nazista, che, rientrato dagli Stati Uniti d'America dove stava occupandosi di ecumenismo, decise di misurarsi fino in fondo con i problemi della responsabilità politica del cristiano, compreso quello dell'uccisione del tiranno. Non a caso il teologo che aveva giudicato necessario fermare il pazzo che guida a velocità folle un’auto  per le vie della capitale Berlino mettendo sotto i passanti, era il medesimo che pensava: "Per ogni buona predicazione c'è bisogno di un certo carico di eresia". E cioè la predicazione deve abbandonare l'equilibrio dottrinale, divenire unilaterale, prendere parte, correre il rischio di superare i confini di ciò che viene permesso. E c’è nella sua morte quasi una figura della sua ricerca teologica: l’uomo adulto che muore insieme all’uomo di preghiera, la Bibbia e il volume di Goethe trovati sul tavolino della cella. Grande pensatore, grandissimo teologo, ma anche profeta e testimone. Per questo fu fatto oggetto tra i militanti cattolici degli anni sessanta e settanta in Italia di una lettura "di massa", che ebbe l'esito di sottrarli con l'esempio della coerenza alle tentazioni diffuse di una scelta violenta.

Davvero appare invece scadente teologia automobilistica quella sorta di esorcismo che attraversa talune assemblee di cristiani dove si ripete, quasi a cantare di notte per farsi coraggio, che "il credente ha una marcia in più". Bonhoeffer non fornisce ovviamente soluzioni, ma strumenti. Ripete, quasi a spaventare i benpensanti, che il suo intento è farsi uomo, non santo. Nessuna rincorsa dunque agli stereotipi di una impensabile canonizzazione, e del resto il Dio del quale si parla è un Dio che chiede semplicemente discernimento, coinvolgimento, responsabilità e decisione, senza tralasciare alcuna delle istanze trascendenti che accompagnano l'esistenza umana di quanti si professano non-credenti.

E infatti, se è vero, come scrive, che se il capo "permette al seguace che questi faccia di lui il suo idolo allora la figura del capo si trasforma in quella di corruttore... ", è altrettanto vero che vale per Bonhoeffer l'affermazione che troviamo nelle prime pagine di Fuga dalla libertà di Eric Fromm: troppo comodo sarebbe concentrare colpa e responsabilità soltanto su Hitler per la Germania e Mussolini per l'Italia, senza tenere conto che alla loro smodata voglia di potere corrispondeva una altrettanto smodata voglia di asservimento nei rispettivi popoli. I conti con la libertà del resto si confrontano con unico vincolo: obbedienza a Dio e compassione per il prossimo. Non come faccio ad essere a posto, ma come posso essere utile.

Chi sa resistere? Solo chi sa liberarsi dalle ideologie. Senza fuggire la colpa e l’idea di colpa. Bonhoeffer ha piena coscienza di aver partecipato alla congiura per l'assassinio del Führer, e questa è posizione compiutamente luterana che comporta il riconoscersi in colpa; tuttavia più colpevole sarebbe stato non fare nulla. Posizione che ritroveremo poi nella teologa Dorothee Solle.Non è rintracciabile in lui per così dire l'equilibrio con il quale San Tommaso pensa il tirannicidio,  osservando che chi si appresta ad uccidere il tiranno deve anche farsi carico di una attenta valutazione  circa le condizioni posteriori al tirannicidio, che il conto e le conseguenze non risultino cioè peggiori. L'imperativo è di cercare il bene nella città nella quale si vive. Per questo l'assunzione di responsabilità è il principio dell'azione. Il Vangelo di Matteo è del resto inequivocabile: "Non chiunque mi dice  Signore, Signore..."(Mt 7,21). Anzi,l'approccio bonhoefferiano è semplicemente disarmante: Dio sta con gli uomini, e se la religione si svuota di umanità, Dio sta con gli uomini e tralascia la religione. L'interpretazione non-religiosa significa perciò in Bonhoeffer che Dio vuole essere creduto in Gesù Cristo Crocifisso, senza alcuna utilità. La vera trascendenza sta qui. Si intende allora quale sia la via: "L'origine dell'azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo. Per noi il pensiero era molte volte il lusso dello spettatore, per voi sarà completamente al servizio del fare."

Ma veniamo alla presente situazione, dove pure nuove calamità, di diverso segno, non fanno difetto, sempre riproponendo l’incipit: Finché ci sia tempo... Non male sistematico, ma scandaloso quello che ha attraversato la Chiesa con i suoi sacerdoti accusati di pedofilia. Anche qui "resta indubbiamente un caso significativo di mancanza di vigilanza lucida". E anche in questa occasione "piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l'iniziativa". Iniziative del resto non sono mancate, quale ad esempio il grande raduno in piazza San Pietro intorno a papa Benedetto XVI la domenica di Pentecoste del 23 maggio, organizzato dalle associazioni cattoliche, quasi a replicare piazze oceaniche di geddiana restaurazione raccolte intorno al motto: "Bianco Padre che da Roma ci sei meta, luce e guida"... E’ la giusta risposta per una Chiesa cattolica che - scrive "il Regno Attualità" del 15 maggio 2010 - "si trova di fronte a una delle crisi più profonde della sua storia"?

I fatti anche in questo caso hanno la testa dura, come i non pochi nemici. Ci sono anche e soprattutto al di là della Manica e più ancora al di là dell'Atlantico una morale e un'etica che hanno radici profonde che non possono essere né ignorate né sottovalutate. Nessuno scriverebbe in Italia un romanzo come La lettera scarlatta. Osserva sempre "il Regno": "Il fatto che il muro di silenzio sia stato abbattuto dai media e, negli USA, dalla lobby degli avvocati - che hanno portato alla bancarotta alcune diocesi -, ha determinato una dinamica istituzionalizzata e contrappositiva del confronto pubblico e inizialmente un'errata reazione difensiva dell'istituzione ecclesiastica". Il fatto poi che i media si pensino e vengano percepiti come una istituzione della verità, ha ulteriormente sospinto i vertici ecclesiastici all’arrocco. Proprio per questo si è fatto evidente che se da un lato "la crisi ha anche reso più umile la Chiesa", dall'altro "lo scandalo grave non tocca solo il manifestarsi di un crimine così odioso all'interno della Chiesa, bensì riguarda anche il fatto che la Chiesa in diversi dei suoi pastori si è comportata al riguardo come una casta." La prima reazione cioè è stata quella di proteggere dallo scandalo l'istituzione ecclesiastica e non di preoccuparsi dello scandalo per le vittime. E il punto non è se sia necessario difendere l'onore e la credibilità della Chiesa in quanto istituzione: "Il punto è che le vittime sono Chiesa".

Non a caso la rivista pertinentemente insiste: "Di chi è Dio? Di chi è Dio che la Chiesa (non solo istituzione, ma popolo di Dio) annuncia? Dio è delle vittime. Dio è nelle vittime. Là egli si è fatto sentire". E non è davvero impensabile che una reazione di verità in questo senso fosse e sia possibile. Non sarebbero mancate nel popolo di Dio, al di qua e al di là dell'oceano, "madri-coraggio", madri delle vittime disponibili a testimoniare che una diversa via sarebbe stata ed è percorribile. Dio dunque è nelle vittime non soltanto nella tragedia dell'Olocausto, ma anche nella banalità odiosa del male quotidiano.

Finché ci sia tempo... Ma quale tempo? Crisi è sicuramente il tempo della politica, ma ancor più della profezia e del suo analogo laico, l'utopia. Ed è tale il bisogno diffuso che essa produce - un risucchio - che, se la profezia pare assente, la gente si butta dietro ai falsi profeti. Anzi, tale è il bisogno che ad essere preferiti sono generalmente i falsi profeti, perché più rassicuranti, più prossimi a un desiderio angosciante e psicologicamente impaziente. Quale differenza allora tra krònos e kairòs? Come consideriamo il nostro tempo sociale? È un tempo per fare, per accumulare, per riempire - in sostanza una cronologia che diventa tentazione -, oppure è, Dossetti alla mente, "un'occasione",  direi ancora di più un’occasione politica, un frattempo nel quale noi, con le nostre azioni e decisioni, ci avviciniamo a Dio? Viviamo i rapporti sociali per costruire, oppure per "utilizzare", "consumare", nel senso pieno del termine, cioè logorare, far invecchiare, far marcire? La stagione del mercatismo (Tremonti) è quella che cerca ossessivamente la via più breve tra il supermercato e il cassonetto della spazzatura... C'è dunque, provando a rifare il verso al Qoèlet, un tempo per consumare?  Anche dentro la crisi globale l'Apocalisse ripete: "Ecco,  sto alla porta e busso" (Ap 3,20). Anche se non sarebbe trovata da buontemponi piazzare nottetempo sopra l'edificio di un grande supermercato la parodia del motto che contrassegnava l'ingresso al Lager: Konsum Macht Frei.

Il pensare politica assume un’urgenza che non può demotivarne l’esigenza di un’architettura prima fondante e poi complessa. Zagrebelsky in Imparare democrazia lamenta la circostanza che la democrazia sia intesa come la religione dei buoni cittadini e si sia trasformata in un concetto idolatrico onnicomprensivo: "E’ il regime in cui il popolo ama essere adulato, piuttosto che educato."[1] Nessun tirocinio e nessuna pedagogia. Nessun curriculum. Parrebbe che nelle odierne democrazie si nasca "imparati", come si dice alla plebea. E invece una democrazia per non esaurirsi non deve dimenticare di non essere un guadagno fatto una volta per tutte. L'esempio e lo studio restano necessari. Non basta vivere all'interno di una democrazia per diventare democratici, altrimenti le assemblee di condominio si presenterebbero come il nuovo infallibile areopago.

Il tempo dell’apprendere, lo studio, è esattamente ciò di cui questa politica fa totalmente difetto, lasciata com’è nelle mani di rabdomanti mediatici  e “annusatori” di posizionamento e di consensi, il più delle volte “spensierati” per ragioni di tempo e di “necessità”.

Ha scritto con amara diagnosi Claudio Magris: “ Quanto più rilevante è il suo ruolo, tanto più il politico, in un sistema democratico, è costretto a rappresentare e a sottrarre ore e ore al lavoro per dedicarle alla rappresentazione; a inaugurare scuole, ricevere imprenditori, sindacalisti, orfani di guerra, obiettori di coscienza, associazioni di volontariato, pacifisti, reduci, incontri che, ancorché sinceramente sentiti, non affrontano e non risolvono nulla. L’enfasi mediatica e la spettacolarizzazione televisiva hanno esasperato all’ennesima potenza questa tendenza alla dispersione e alla irrealtà insita nella democrazia, costringendo sempre più i politici – specialmente quelli più importanti, da cui dipende la sorte del Paese e che dunque più dovrebbero agire concretamente – a parlare e parlare, assorbendo sempre più il loro tempo ( la loro vitalità, la loro energia, il loro essere ) in una logorrea che sommerge tutto come un fiume in piena, in un’alluvione di parole. Basti pensare al tempo febbrilmente sprecato o alle energie sterilmente dilapidate, soprattutto ma non solo durante le campagne elettorali, nelle trasmissioni televisive di confronto e scontro di opinioni, che in questi anni si sono moltiplicate e costituiscono spesso un gradevole intrattenimento per gli spettatori, come un serial poliziesco o una saga familiare senza fine, ma uno spreco per chi vi partecipa”.[2] 

Talk show e impegno appaiono così in antitesi, come i poli di una calamita che si respingono.  Nella politica dell’immagine la politica ha la fonte della sua esasperante superficialità. Divismo e leadership si sovrappongono, al punto che il divo può essere contrabbandato per leader, contrariamente ai canoni che Francesco Alberoni seppe escogitare qualche decennio fa in L’élite senza potere[3].

A patirne è anzitutto la politica, con il tendenziale azzeramento del pensiero politico. E infatti non esistono più i gramsciani  “intellettuali organici” perché non esistono intellettuali politici o politici intellettuali. Solo lamentazione?

Basti riflettere alla scarsa elasticità della variabile tempo, suggerisce Magris, tanto più rigida se confrontata con le questioni e le emergenze che la stagione politica sforna con continuità impressionate. Annota ancora Magris: “Il tempo, nonostante la sua elasticità e relatività psichica rivendicate soprattutto dalla letteratura ma attestate pure dalla scienza, ha alcune inesorabili misure e limiti uguali per tutti. […]  Il confronto, anche cinico e brutale, con le cose richiede energia e tempo, il quale tende invece a venire assorbito in altre faccende”.[4]

Si è già evocata, più sopra, accanto alla rigidità della variabile tempo, l’effetto della incontenibile diffusività dell’immagine. Essa se da un lato spettacolarizza la vita, dall’altro cancella la normalità, e quella politica e quella del quotidiano. Nell’ambiente metropolitano anche il Percennius quidam è sospinto a dar spettacolo di sé, uti singulus o in branco. Quanta della violenza delle bande giovanili è indotta dal trend della spettacolarizzazione?

Qual è ancora il rapporto tra tempo cronologico, politica e profezia? Dove s’annida il kairòs? Qui è necessario anzitutto sgomberare il campo. Distinguere cioè la profezia dalla profezia al tramonto, che si torce in apocalittica. Operazione che avviene all'interno del sentire del pensiero religioso, ma anche di quello laico. Interpreto così lo struggente rimpianto che cogliamo negli ultimi saggi di Mario Tronti, il vero ed estremo depositario del pensiero operaista, quando scrive: "Se usiamo il linguaggio della teologia politica - checché se ne dica, il più pregnante nel dire la verità sul secolo passato - possiamo affermare che l'operaismo, mentre si esprimeva, prima metà degli anni Sessanta,  aveva un segno escatologico: non si proponeva certo di concludere al meglio la storia della salvezza, ma, più modestamente, puntava a dare alle lotte operaie uno sbocco politico."[5]  Per Tronti "le moderne fabbriche dismesse, come gli antichi monasteri decaduti, sono luoghi di storia della cultura umana, cultura appunto come civiltà, depositata nelle città del passato, incompatibile dunque con la barbarie del presente."[6] Pare a Mario Tronti che gli operai abbiano agito "nella crisi dell'età moderna come i monaci nella crisi dell'età antica: conservatori della civiltà, contestatori del mondo. Hanno salvato i manoscritti di tutte le lotte passate delle classi subalterne e hanno affermato che erano "nella" società ma non "della" società."[7] Per questo "la sconfitta operaia è stata una tragedia per la civiltà umana."[8] La storia si stempera in una suggestiva metafora sottratta a Gogol: "La vita, in questo caso la storia, mi ha sempre mostrato il volto del mastro di posta, che scuote la testa e ti dice: non ci sono cavalli. Si poteva percorrere a piedi la via al socialismo, nell'età, adveniente,  del turbo-capitalismo?"[9]  Conclude Tronti: "Portare nella classe operaia dall'esterno la coscienza della politica moderna e così inventarsi le istituzioni operaie di una rivoluzione realizzata. Potevano riuscirci solo i comunisti del Novecento. Se non ci sono riusciti loro, l'impresa non poteva riuscire. E forse non riuscirà più."[10] Dissolto il soggetto storico che ne era legittimo portatore, la visione operaista si trova costretta ad assumere l'alto tono elegiaco dell'apocalittica, che, anche qui, significa esaurimento, e quindi altro dalla profezia che, quotidianamente in tensione, è in grado di confrontarsi con la politica e il suo volo alto.

Lo stesso struggimento troviamo nelle pagine “irregolari” di Sergio Quinzio. Ci imbattiamo per così dire nello stupore e nel risentimento per il venir meno dell’onnipotenza di Dio: “Per noi comunque, e certo non soltanto da oggi, il divino non può più essere l’orizzonte, ma tutt’al più il Problema”.[11] Il Signore della storia e della vita può compitare sulle orme di Cicerone il suo De senectute e malinconicamente cedere il passo alle generazioni successive…

Insiste Quinzio, con l’esacerbata delusione dell’apocalittica: “Le promesse procrastinate per millenni sono dunque, di per sé, delle promesse non mantenute, delle promesse fallite. Resterebbero tali anche se dovessero compiersi in questo istante, manterrebbero comunque al loro interno, anche se ne venisse cancellata la consapevolezza, un abisso di delusione, di stanchezza.  Il Messia, come ha detto Kafka, sarebbe arrivato “solo un giorno dopo il proprio arrivo”, quando l’attesa si è consumata. Dopo interminabili doglie, secondo il testo ebraico di Isaia, “abbiamo partorito vento” (26, 18). Questa è certamente una sconfitta dei credenti, una sconfitta della fede, ma è anzitutto una sconfitta di Dio, che lungo tutte le pagine della Bibbia si rivela come colui che dà la vita, come colui che salva. Il fallimento della salvezza è il fallimento stesso di Dio”.[12]

Non so quanto la debolezza di un Dio del quale l’onnipotenza era attributo costitutivo incida sul senso di questa politica e sul peso dei poteri che la governano. Non so quanto faccia da risucchio per il lungo elenco di virtù che Norberto Bobbio assegna alla sfera della normalità quotidiana: infatti “vi sono virtù, come l’umiltà, la modestia, la moderazione, la verecondia, la pudicizia, la castità, la continenza, la sobrietà, la temperanza, la decenza, l’innocenza, l’ingenuità, la semplicità, e fra queste la mansuetudine, la dolcezza e la mitezza, che sono proprie dell’uomo privato, dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, non detiene potere su nessuno, talora neppure su se stesso, di colui di cui nessuno si accorge, e non lascia alcuna traccia negli archivi in cui debbono essere conservate solo le memorie dei personaggi e dei fatti memorabili”.[13]

Chi meglio e più diffusamente corrisponde alla perdita dell’onnipotenza di Dio? Il politico mite o l’arrogante? Resta comunque attuale l’osservazione di Quinzio circa il difetto culturale delle sinistre, riformiste o radicali: “Anche se può fare la sua bella figura quando si confronta con il conservatorismo, manca oggi al progressismo una adeguata teologia”.[14] Lacuna da non sottovalutare dal momento che i buchi teorici in politica sono destinati a pesare più nella prassi che sulla pagina. E comunque mi metto tra quanti non pensano il credente come un apocalittico, bensì un perseverante.

Sempre nel tredicesimo paragrafo della introduzione a Le querce di Monte Sole, Dossetti afferma la  necessità che "piuttosto che tacere tutti, occorre che qualcuno si assuma l'iniziativa - non velleità di protagonismo, ma con cuore umile e mosso solo da parrhesia evangelica - di professare pubblicamente la legge evangelica dell'amore e del rispetto dovuto ad ogni uomo." Proprio perché la storia è insieme il campo di Dio e il campo di Satana, è necessario che la politica, quanto meno la grande politica, sappia muoversi contro la storia. La pretesa della grande politica è infatti quella di dare forma alla storia, così come lo Stato moderno ha inteso dare forma alla società. Ma la politica contro la storia è l'attitudine del profeta, che non si sottrae al proprio carisma. Per questo bisogna che qualcuno assuma l’iniziativa. Per questo don Giuseppe riflette sulla catastrofe nella storia e sulla   criticità concomitante della Chiesa. Si colloca dalla parte delle vittime, che l'abisso della  Shoà e la strage di Monte Sole aprono davanti non soltanto al pensiero, ma non si colloca all'interno della categoria dello sconfittismo: è spietatamente critico, non apocalittico. Sa bene che la Chiesa non sa prendere congedo dalla cristianità e dall’Occidente e che sempre la Chiesa ha fatto pace con la modernità quando essa è giunta al suo esito finale. Un conto però è rivendicare la presenza e il segno ineludibile della catastrofe, e un conto fare del catastrofismo. Lui stesso, nella sua breve ma contrastatissima  vicenda politica, risulta più volte uno sconfitto, come nelle elezioni amministrative che lo vedono nel 1956 opposto al comunista Giuseppe Dozza come candidato sindaco di Bologna. Ma non mancò di usare la circostanza di quella campagna elettorale per elaborare  - coadiuvato da un gruppo di giovani e finissimi intellettuali - un programma poi adottato dalla stessa maggioranza felsinea e in seguito dalle amministrazioni di molti Comuni italiani, e di celebrare per la prima volta nel nostro Paese elezioni primarie. Uno sconfitto che non fa professione di sconfittismo. Anzi, nel celebre discorso all'Archiginnasio[15] rivendicherà non a caso che più di una volta le sconfitte da lui riportate furono anche “mezze vittorie”... Non l'attivismo illusorio che comporta il rischio, più volte additato, del semipelagianesimo, ma l’attitudine di stare nella storia contro la storia. Anche quando i tempi si presentano come "il baccanale dell'esteriore"[16], come ebbe a dire in memoria di Giuseppe Lazzati a Milano nel maggio del 1994. In questa occasione anzi Dossetti non parla di catastrofe ma di notte e si volge alla sentinella biblica per porre la domanda su quanto resti della notte. E ben sappiamo che il compito della sentinella – per definizione - è di dare l'allarme, piuttosto che risposte. È mia convinzione che quindi Dossetti elabori la catastrofe come un teologumeno, ma non varchi il confine della profezia al tramonto che si concede all'apocalittica. La più alta testimonianza in questo senso mi pare di leggere nel suo ritorno, al modo del monaco San Saba, nell'arena della politica  per difendere la Carta Costituzionale del 1948 contro uno sgorbio di riforma. E, grazie soprattutto alla sua lucidità e al suo vigore, la vittoria referendaria del 2006 risulta il più consistente risultato degli italiani e dell'opposizione contro il berlusconismo dilagante. Come a dire che non soltanto la politica, ma anche la storia può sbagliare... La profezia non può essere ridotta a politica, ma senza profezia la politica riduce inevitabilmente se stessa e si condanna alla sconfitta. Sono temi evidentemente sui quali sarà necessario ritornare, costringendo le carte dossettiane ad uscire dal nascondimento e a cantare il loro inno che non è invariabilmente un epicedio.

Quale kairòs, infine, in questa fase della secolarizzazione che, lungi dal presentarci una sorta di Francia universale dei Lumi, ci appare come un pieno di idoli cui si accompagna un ritorno massiccio delle religioni, delle loro pratiche e delle etiche? Davvero l'analisi di un tempo kairologico impone di fare i conti con il rapporto possibile tra tempo della politica e tempo dalla profezia. Anzitutto senza dare per scontato che vi sia incomponibilità e separazione. I profeti, soprattutto i grandi profeti, ma anche i trentasei zaddiqim occulti che secondo la tradizione ebraica sostengono il mondo a loro insaputa (“Ogni essere che sostiene è occulto”, scrive Martin Buber[17]), non si collocano sul versante dell'ottimismo della volontà, ma piuttosto su quello che chiamerei l'ottimismo della ragione. Per questo il pensiero filosofico contemporaneo pare difficilmente applicabile alla Bibbia. Le parole dei profeti risultano sovente cupe, mai pessimiste. I profeti si giocano dentro il secolo, nel krònos  che si consuma. Perché il profeta accetta e interpreta la contingenza del secolo. Uomo politico per eccellenza dunque, perché lo stesso rapporto con Dio si gioca nella polis, nel senso che prima viene il popolo e poi vengono i profeti. Israele è semplice etnia all’inizio e diventa popolo con la base costituzionale dei Dieci Comandamenti e poi di tutto il Pentateuco. La profezia non vi preesiste. Il profeta nasce quando Israele si costituisce come popolo e cessa di essere soltanto etnia. Un'etnia che neppure riesce a difendere il proprio sangue in terra d'Egitto, condannata a sopprimere i figli maschi. Un'etnia che per costituirsi in popolo ha bisogno di una terra, perché la terra è di Dio, e non del faraone.

Il profeta è uno che custodisce l'alleanza. Il diritto e la giustizia stanno infatti in un patto di fedeltà: l'alleanza. In nome di essa Dio scende e si prende cura del popolo, di quegli ebrei che vivevano dispersi nelle suburre - dice Rosanna  Virgili - delle metropoli egiziane. In questo rapporto la sapienza umana rivela che da sola è poca cosa, ma anche la sapienza divina, da sola, è poca cosa. La vera sapienza (Gb 28) è al confine e all'incrocio tra le due sapienze. Qui profezia e politica sono coppia sponsale, e la politica può davvero incominciare illuminata da ciò che ad essa non si riduce. In tal senso la profezia è anche un'istanza critica. Il popolo invece non critica e non fa autocritica: queste sono riservate al profeta.  Si corre dietro alle mode e alle bustarelle. Ci si affida al giovanilismo... "Io metterò come loro capi  ragazzi,/monelli li domineranno"(Is 3,4). La stessa disincantata osservazione che troviamo nell’Aristotele del libro primo dell'Etica Nicomachea:  "Per questo il giovane non è adatto ad ascoltare l'insegnamento della politica,  dato che è inesperto delle azioni di cui si compone la nostra vita." Il politico infatti ha bisogno di saggezza, perché  ha bisogno della memoria. I rabbini dicono che il futuro viene da dietro, anche se per leggerlo non è necessario voltarsi indietro.

È così che siamo confrontati con la saggezza della Dei Verbum: " Le parole di Dio infatti,  espresse con lingue umane, si son fatte simili  al parlare dell'uomo"(DV 13,11).

Qual è dunque il problema centrale in questo frattempo? Il problema - pare a me - non è l'assenza di profeti. Il problema è che non li sappiamo riconoscere. Così come gli statunitensi, sull'orlo della crisi, continuavano ad affidarsi ai monetaristi della Scuola di Chicago piuttosto che prendere sul serio Krugman o magari Lindon LaRouche, che invece suonavano campane a martello per i rischi dell'età dell'oro delle Borse-Casinò, dei derivati, dei subprime, del vivere comunque a credito… La profezia non è infatti sulla bocca di chi si mette in positura di sciamano e ne alimenta la fama. Il problema è trovare un punto di vista che consenta il discernimento. La parola è strumento di comunicazione tra il profeta e il popolo. Perché la parola custodisce la verità prima e più del pane (Dt 8,1). Il problema cioè non è chiedersi se ci siano ancora profeti: essi sono disseminati agli angoli della storia. Il problema è acquisire la capacità del riconoscimento. Perché il popolo  - come si è già osservato - si fa prendere dal panico e gioca al ribasso e va dietro ai falsi profeti proprio perché, nella sua angoscia, avverte l'esigenza di profezia e si adatta ad ottenerla a basso prezzo. E i falsi profeti pullulano proprio perché c'è sete di profezia. I falsi profeti di corte, quelli che oggi s'annidano nell'universo mediatico.  Perché il problema è la mistificazione e la sua critica; dicono: "Bene, bene!" ma bene non va"(Ger 6,14).  Il profeta, il vero profeta è qualcuno che non dipende da nessuno, non sta sul libro paga, non sta su nessun libro paga, né a destra né a sinistra né al centro. Il profeta non attacca il culto puro, ma i riti di coloro che ci mangiano. Di quelli che si cibano interessatamente del corpo delle vittime. Il profeta è infatti un luogo di passaggio. Non ha l'esclusiva di Dio e neanche Dio  ha l'esclusiva del profeta. Non ci sono confini da rispettare. E il profeta è tale quando, come Mosè, è in grado di far cambiare idea al suo Dio (Es 32,11-14).  "Il signore se ne pentì: "Neanche questo avverrà", disse il Signore"(Am  7,6).

Tutti possono profetizzare, perché la profezia è una responsabilità, un compito che obbliga a scalfire la crosta, avvertendo i dolori dalla storia. Davvero troppo rinunciataria mi appare la nostra attitudine a inseguire e indagare segni, a trovare punti di riferimento, a scoprire il sale della profezia in luoghi non deputati. Come stiamo? Non troppo bene, ma non così male come generalmente pensiamo… Non è vero che manchino i punti di riferimento; mi ostino piuttosto a pensare che non li sappiamo riconoscere. Direbbe don Giuseppe Dossetti: immersi in Dio e immersi nella storia. Senza neppure il timore di confrontarci con il tema tutto interno, addirittura “classico” dentro la modernità, della paura, certamente non concentrabile soltanto nella pressione del fenomeno immigratorio.

Se ha ragione - come penso abbia ragione - Massimo Toschi, a dire che atei sono i cristiani, questa osservazione  disloca non  il problema della profezia, non il bisogno del rapporto tra profezia politica, ma il luogo dove ascoltare e da chi ascoltarla. Penso da tempo che senza la presenza dei cosiddetti "vati" sarebbe risultato impossibile il nostro Risorgimento Nazionale. Una sorta di umanizzazione della profezia e una sua laicizzazione. Mazzini (canzonato come Teopompo per la sua ridondante religiosità laica da Marx), Massimo d'Azeglio, Gioberti, Foscolo, Leopardi, l'Alfieri, Giuseppe Verdi... Detto altrimenti e ricondotta la questione all’oggi: per cogliere semi di profezia il luogo più acconcio è la “Cattedra dei non credenti” martiniana. Una iniziativa da valutare ben oltre la formula e il successo milanese. In Italia, dove il dossettiano "male sistematico" è certamente rintracciabile nell'abnorme storica diffusione dell'economia criminale, troviamo Roberto Saviano che dalle pagine di un grande quotidiano invita il capo dei capi della camorra in carcere, soprannominato Sandokan, al pentimento. Gomorra nella nostra storia nazionale non conta meno di Le mie prigioni di Silvio Pellico. Don Puglisi abbattuto dalla mafia. Don Gigi Ciotti e Libera. E poi la grande battaglia popolare apertasi sull'acqua in quanto bene pubblico, con le posizioni di riferimento di un Riccardo Petrella e di Alex Zanotelli, sempre sulla breccia, anche lui non sempre vincente, da Korogocho a Napoli...

Per questo la democrazia è chiamata ad acquisire, nell'epoca della sua crisi e dei troppi post, il tempo kairologico dell'ascolto. Per questo "gestire" la politica è un abuso. Si tratta di "ascoltare" quel che accade. Anche se nell'ascolto c'è sempre una sensazione di perdita. Eppure si tratta di ascoltare il tempo: lì incontrerai etica e kairòs, perché non c’è kairòs senza krònos. C'è piuttosto sempre discontinuità, quasi un’eccedenza, che obbliga a raccogliere la "stranezza", meglio, dossettianamente, l'occasione in quanto "fortuità" e "gratuità".[18]  Il "cigno nero" di Nassim Nicholas Taleb, che "in primo luogo, è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, poiché niente nel passato può indicare in modo plausibile la sua possibilità. In secondo luogo, ha un impatto enorme."[19]

A sua volta si pone come elemento dentro il crollo o la transizione, come pertugio e porta aperta al kairòs. E proprio quando tutto sembra adattarsi ad un minzolinismo onnivoro, è allora che più si avverte il bisogno di discontinuità. La società e la politica rivivono se c'è una fenditura, se si riapre una finestra di opportunità, concretamente e sorprendentemente. Per questo Max Weber individuava la vera vocazione politica là dove c'è l'ostinazione di tentare ogni volta l'impossibile come condizione per realizzare quel poco che già oggi è possibile… Più che gestire, si tratta, ancora una volta, di ascoltare.

Saprà questa democrazia recuperare il carisma, per molti versi inedito, dell'ascolto?


[1] Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia, Einaudi, Torino, 2007, p. 4.

[2] Claudio Magris, Politici: il tempo perduto,in “Corriere della Sera”, giovedì 20 aprile 2006, p.36.

[3] Francesco Alberoni, L’élite senza potere, Milano, Vita e Pensiero, 1963.

[4] Claudio Magris, cit., p. 1.

[5] In a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, L’operaismo degli anni Sessanta, Mario Tronti, saggio introduttivo, Noi operaisti, DeriveApprodi, Roma, 2008, p. 39.

[6] Ibidem, p. 54.

[7] Ibidem, p. 54.

[8] Ibidem, p. 52.

[9] Ibidem, p. 50.

[10] Ibidem, p. 49.

[11] Sergio Quinzio, La sconfitta di Dio, Adelphi, Milano, 1992, p.13.

[12] Ibidem, p.39.

[13] Norberto Bobbio, Elogio della mitezza, Linea d’ombra, Milano, 1993, p.14.

[14] Sergio Quinzio, La fede sepolta, Adelphi, Milano, 1978, p.93.

[15] Giuseppe Dossetti, Discorso dell’Archiginnasio (1986), in La parola e il silenzio. Discorsi e scritti 1986-1995, Paoline Editoriale Libri, Milano, 2005.

[16] Giuseppe Dossetti, “Sentinella, “Quanto Resta Della notte?”(Is 21,11) Riflessione cristiana sull’Italia di oggi, Relazione pronunciata alla Fondazione G. Lazzati di Milano il 18 maggio 1944, in occasione dell’ottavo anniversario della morte di Giuseppe Lazzati, su invito dell’associazione “Città dell’uomo”, in “Aggiornamenti Sociali”, Anno XLV, luglio-agosto (n. 7-8) 1994, p. 494.

[17] Martin Buber, Gog e Magog, Guanda, Parma, 2010, p. 27.

[18] Giuseppe Dossetti, Su spiritualità e politica, da un incontro con la redazione della rivista “Bailamme” (1992), in Giuseppe Trotta, Un passato a venire. Saggi su Sturzo e Dossetti, CENS, Milano, 1997, p. 112.

[19] Nassim Nicholas Taleb, Il Cigno nero, il Saggiatore, Milano, 2008, p. 11.


Finché ci sia tempo...

G. Dossetti e il par. 13 della Introduzione alle Querce di Montesole
Montesole (Marzabotto), 19-20 giugno 2010

 

Sabato 19/6 mattino: Introduzioni

h. 9,30: Accoglienza a Cerpiano e saluto augurale (don Athos Righi, monaco PFA)

h. 10-10,30: a cura della Piccola Famiglia dell’Annunziata

G. Dossetti e il par. 13 della Introduzione alle Q. di MS. Presentazione e lettura del testo

h. 10,30-11,10: Massimo Toschi (storico)

G. Dossetti e il dovere di rendere testimonianza nelle fasi cruciali della storia: individuazione delle possibilità, dei rischi e dell’efficacia.

h. 11,10-11,50: don Fabrizio Mandreoli (teologo, FTER)

I riferimenti teologici nel par. 13 della Introduzione alle Q. di MS. L'invito alla fondazione di una teologia del rapporto tra fede e storia.

h. 11,50-12,30: Discussione

h. 12,30: Preghiera comunitaria.     Pranzo

 

Sabato 19/6 pomeriggio: Contributi e discussione 

h. 14,30-15,45:

Giovanni Bianchi (presidente dei Circoli “Dossetti”)

Il politico e il tempo “kairologico”

don Sandro Barchi (monaco, PFA)

L'uso del termine “catastroficità” in G. Dossetti

Luigi Pedrazzi (politologo e giornalista, co-fondatore de Il Mulino)

Testimonianza: Origine e pubblicazione dell'Introduzione alle Querce

don Giovanni Nicolini (fondatore de Le Famiglie della Visitazione)

Testimonianza: Alcune riflessioni di d. Giuseppe nei giorni della stesura dell'Introduzione

h. 15,45-16,45: Discussione

h. 17,20: Vespro

h. 19,30: Cena e visione privata del film L'uomo che verrà, di Giorgio Diritti. Segue incontro con il regista e/o la sceneggiatrice e con la presenza di Anna Rosa Nannetti, superstite e impegnata nella raccolta delle testimonianze di bambini e adolescenti sopravvissuti.

 

Domenica 20/6 mattino:

h. 9,00: Celebrazione eucaristica

h. 11,00: Ripresa del confronto comune

Contributi sulle figure di E. Benvenuto e G. Trotta (Paolo Ridella)

Prime conclusioni (Fabio Milana)

h. 13,00: Chiusura e grigliata


Luogo:
L’incontro si svolgerà presso la casa-eremo di Cerpiano, uno dei posti più tragici della Strage di Montesole, nei pressi del Monastero della Piccola Famiglia dell’Annunziata.

Pernottamento:
Presso l’Albergo Il Poggiolo (tel. 051.67.87.100), a 3 km dal monastero.
Per giovani è possibile l'uso di tende a Cerpiano. L'area del Poggiolo è disposta anche per Camper.

Quote:
Iscrizione al convegno: 5 euro.
Costo per pasto: 15 euro.
Pernottamento in albergo: circa 25 euro a notte.

Adesioni:
Prendere contatto con fr. Paolo Barabino
paolo.montesole@gmail.it
indicando nome, numero di notti e numero di pasti.

Per raggiungere Cerpiano:

treno
-       da Bologna, prendere la linea per Porretta  e scendere a  Pian di Venola (prima stazione dopo Marzabotto);

auto
-       autostrada Bologna- Firenze, uscita Sasso Marconi;
-       alla rotonda seguire le indicazioni per Vado;
-       in centro al paese, in corrispondenza del supermercato COOP, girare a destra, seguendo le indicazioni Gardelletta;
-       passato il ponte e, dopo tre km, il piccolo paese di Gardelletta, girare ancora destra seguendo le indicazioni per Quercia- Casaglia;
-       dopo altri 3 km, giunti sul crinale, girare a destra per Casaglia; subito dopo il cimitero c’è il Monastero.

Oppure:
-       autostrada Bologna- Firenze, uscita Sasso Marconi;
-       alla rotonda seguire le indicazioni per Marzabotto;
-       dopo 2 km, passato Pian di Venola, girare a sinistra seguendo le indicazioni per Casaglia e Parco storico di Montesole;
-       dopo altri 5 km, giunti sul crinale, girare a sinistra per Casaglia; subito dopo il cimitero c’è il Monastero.

Organizzano:
Massimo Campedelli (massimo_campedelli@hotmail.com)
Fabio Milana (fa.mil@libero.it)
Nicola Apano (napano@usa.net)
Athos Righi e fratelli Montesole PFA (fratelli.montesole@gmail.com)

Partecipano inoltre:
Gianbattista Armelloni, Alessandro Baldini, Giovanni Benvenuto, Silvia Barbanti, Betta Campedelli, Guido Federzoni, Enrico Galavotti, Mariangela Maraviglia, Graziella Trotta

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