Il no di Scalfaro: "Fermiamoli con il referendum"
Sergio Zavoli intervista Oscar Luigi Scalfaro


L'Unità 15 dicembre 2004

Che il suo nome sia legato, anche per chi non segua da vicino la politica, a una difesa inflessibile della Costituzione, credo sia per Oscar Luigi Scalfaro il riconoscimento di cui va più orgoglioso. In quell'impegno culmina la sua vita pubblica che iniziò, nel 1946, con la Costituente, e lo ha visto deputato della Dc senza interruzione; più volte Ministro, Presidente della Camera nel 1992, e poco dopo al Quirinale, nella più alta magistratura della Repubblica, fino al 1999. Poteva essere l'epilogo tranquillo del cursus honorum - il latino non stona per un umanista che ha formulato la par condicio - di oltre mezzo secolo speso nell'attività politica e istituzionale.

La tempesta di Tangentopoli, e il tracollo del sistema dei partiti della Prima Repubblica, ne fecero invece una prova tra le più ardue: l'evolversi della crisi impose a Scalfaro la responsabilità di scelte con cui nessuno dei suoi predecessori aveva dovuto misurarsi: decidere lo scioglimento delle Camere, rifiutarlo a un capo del governo rimasto senza maggioranza che chiedeva il ricorso anticipato alle urne, varare un governo del «Presidente». Dell'autorità di arbitro unico, che le vicende politiche di quegli anni gli avevano conferito, Scalfaro si è valso perché non venisse alterato il carattere parlamentare, non presidenziale, della Repubblica, sancito dalla Costituzione.


Presidente, lei ha avuto occasione di ricordare i tre «no» pronunciati nel suo studio del Quirinale tenendo la mano sul testo della Costituzione, come per richiamare il giuramento di osservarla. Oggi s'intende privare il Presidente della Repubblica del potere sul quale quei «no» si fondavano. Cosa la induce a dichiarare inaccettabile il cambiamento di almeno tre punti della «nostra Carta»?

La nostra Repubblica è democratica e parlamentare. Il Parlamento, cioè gli eletti dal popolo, è il vertice dello Stato democratico. La riforma attualmente in discussione mortifica pesantemente il Parlamento e concentra ogni potere sul Primo Ministro senza che vi siano seri contrappesi.

Ho provato a immaginarla quando, in una baita, si sono riuniti alcuni Costituenti, diciamo, di giornata, che tuttavia hanno stravolto una quantità di norme della Carta scritta dai «padri della patria». Un evento cui si potrà porre riparo?

Constatando la penosa realtà dell'attuale procedura parlamentare, con una maggioranza governativa chiusa e bloccata, non vedo speranze per migliorare il testo in discussione. Occorre prepararsi per il referendum tenendo conto che chi è già al potere ha maggiori possibilità, specie se si aggiunge la concentrazione dei mezzi mediatici e le indefinite possibilità finanziarie.

Una volta, dal suo posto di deputato, gridò: «Viva il Parlamento!». Da dove viene l'insofferenza della maggioranza per un dibattito adeguato all'importanza delle decisioni da prendere, e la fretta di arrivare alla conta dei voti? È possibile che la destra soffra di un deficit di cultura istituzionale e politica?

O che si adegui al fastidio del leader per «le perdite di tempo» della politica? Il Parlamento legittimamente eletto è garante della democrazia e rappresenta il termometro della salute, della vitalità, della forza della democrazia stessa. Il parlamentarismo è patologia del Parlamento, ma l'insofferenza per ogni discussione e l'attuale esasperato sistema del «contingentamento» degli interventi in Parlamento non sono il segno di una seria coscienza democratica.

Come vive la condizione di ex presidente e senatore a vita? Il suo non risparmiarsi nel partecipare a incontri pubblici come un giovane deputato riflette il sentimento di un servizio da dover rendere al Paese o un'interpretazione appassionata della militanza politica?

Grazie a Dio, la vivo bene! Ripeto a me stesso che da cittadino e da cristiano non si va in pensione. C'è sempre spazio, se si vuole, per servire verità e giustizia.

Un suo severo richiamo al ripudio della guerra dettato dall'articolo 11 della Carta Costituzionale - e al conseguente obbligo per l'Italia di tenersi estranea a ogni coinvolgimento in guerre preventive come quella contro l'Iraq - ha ricevuto questa critica: perché il presidente Scalfaro non ha fatto valere lo stesso principio nella guerra alla Serbia? So che si tratta di situazioni completamente diverse, e tuttavia cosa giustificò, e anzi rese necessario, l'intervento italiano nella vicenda del Kosovo?

Anzitutto è abissale la distinzione di responsabilità tra Capo dello Stato e «libero parlamentare». Allora, inoltre, era in atto una spaventosa «pulizia etnica» da parte della Serbia. Come lei giustamente osserva, si tratta di situazioni completamente diverse. Ritengo, comunque, di avere compiuto con assoluta coerenza il mio dovere; ma se allora avessi sbagliato, dovrei per forza proseguire nell'errore? C'è la coerenza nel male?

L'ingerenza umanitaria è la grande novità che si fa strada nel diritto internazionale, guadagnando terreno sul principio opposto, quello della non ingerenza nella politica interna degli Stati. La invocò il Papa per fermare le stragi della Bosnia. E, se posta in atto prontamente, avrebbe impedito i massacri del Ruanda. Ma chi dovrebbe avere l'autorità per deciderla, e la forza per imporla? L'Onu non ha dato buona prova. Basta ricordare, con il Ruanda, Srebenica, Sarajevo e ora il Sudan. L'azione della Nato, invece, si è dimostrata, pur con i suoi errori, ben più efficace.

L'Onu non è mai stata messa in grado di svolgere con piena autorità il suo compito. La più forte limitazione la ricevette sempre dall'atteggiamento assai poco favorevole degli Stati Uniti. È indispensabile che tutti gli Stati aderenti all'Onu la vogliano forte, autorevole, capace di decidere. La Nato è molto più in mano agli Stati Uniti. Ognuno tiri le somme.

Dopo Jalta l'ordine mondiale era assicurato dai due grandi gendarmi, Usa e Urss. Il prezzo che si pagava era l'asservimento alla Russia sovietica dei Paesi dell'Europa orientale e, sull'altro fronte, la sovranità limitata di Paesi come il nostro. Alla rottura di quell'equilibrio è seguita un'esplosione di violenza inaudita: il terrorismo non rispetta nessuna delle regole giuridiche e civili elaborate nei secoli. Contro una minaccia che non rispetta chiese, scuole, organizzazioni umanitarie - oscura, e insidiosa - sarebbe necessaria un'intesa vincolante promossa dall'Onu. E se questa non ne fosse capace, dagli Stati democratici. È un'utopia? Ma non sembrò tale anche la proibizione della tratta degli schiavi? È pur vero che senza la flotta inglese, dominatrice dei mari, che fece rispettare il divieto, sarebbe rimasta una nobile aspirazione...Continui lei!

Non sono d'accordo sulla sovranità limitata dell'Italia per l'alleanza con l'America. De Gasperi, con il suo comportamento, ha chiaramente indicato cosa voglia dire essere alleati e quindi obbligati a un'intesa comune, e assolvere il proprio compito con libertà e dignità. Il «no» al terrorismo è obbligatorio per ogni Paese civile, ma non si fa la lotta al terrorismo con la guerra contro uno Stato e un popolo. Il popolo in quanto tale è innocente e vittima. Quanti militari iracheni uccisi in questa guerra erano terroristi? Quanto alla tratta degli schiavi, la flotta inglese sarà certamente servita, ma solo il mutamento del modo di pensare e di operare può dare risultati seri e definitivi. Infine: la schiavitù oggi è davvero finita? E i lavoratori sfruttati oltre ogni limite? E i bambini soldati o comunque sfruttati?

Il «Centro Simon Wiesenthal» ha promosso un appello alle Nazioni Unite perché il terrorismo suicida venga dichiarato crimine contro l'umanità. Se ci fosse una pronuncia dell'Onu sarebbe possibile il ricorso alla Corte penale internazionale anche contro chi ispira, alimenta e finanzia la cultura della morte?

Penso che sia necessario ridefinire i concetti di guerra, terrorismo, violenza. Per esempio: i bombardamenti sulle popolazioni civili, fatti per fiaccare il nemico, quanto si differenziano dal terrorismo? Dobbiamo convincerci che la guerra è il male assoluto, sempre, contro la persona umana. D'altra parte, il diritto internazionale riconosce soltanto la guerra per legittima difesa.

I giudici della Corte suprema di Israele hanno dichiarato illegittima la costruzione del muro di Gerusalemme secondo il tracciato delle autorità militari per il danno inflitto, con la confisca dei terreni, alla popolazione di 35 villaggi. Che esista per le democrazie un confine insuperabile nell'equilibrio tra libertà e sicurezza lo ha affermato anche la sentenza della Corte suprema americana sui diritti dei prigionieri di Guantanamo. Dobbiamo vedere in queste due sentenze un monito ai giudici dei Paesi democratici, compresa l'Italia?

Ho parlato ad Assisi, nell'agosto scorso, con un cittadino italiano che ha sposato una palestinese. Rientrava, come gli era capitato di frequente, da un viaggio insieme con una sua bambina di dieci anni e ha raccontato di essere rimasto quattro ore nella dogana per il controllo da parte degli israeliani, che vollero vedere una per una anche le fiale per le iniezioni della bambina, sofferente di diabete dalla nascita. «Ormai - mi ha detto - si fa fatica a distinguere le vittime dai persecutori. Sono infatti centinaia e centinaia i palestinesi che lavorano al famoso muro da più parti dichiarato illegittimo», e ha aggiunto che il cemento è fornito anche da qualche cementiere palestinese. A quale punto si arriva quando il massacro di una guerra non riesce in alcun modo a finire! Ancora una riflessione: è indispensabile convincersi che libertà e sicurezza presuppongono l'esistenza della Pace e quindi la tutela e la difesa ad oltranza della Pace. Oggi si è inventata la teoria della guerra preventiva: tesi in contrasto col diritto internazionale e con ogni principio di etica umana. Eppure questa sporca teoria affascina il mondo occidentale!

Perché, nonostante la sua lunga militanza democristiana, non di rado testimoniata nella parte moderata del partito, lei è considerato un uomo culturalmente di sinistra?

Sono sempre stato e seguito a essere convinto del centro degasperiano. Ma sono uomo culturalmente di sinistra, se sinistra vuol dire essere impegnati per l'applicazione fedele dei principi della sociologia cristiana. È ciò che ho sempre cercato di fare. Mantengo gli stessi pensieri, gli stessi ideali, lo stesso impegno che ho assunto entrando all'Assemblea Costituente. Certo, non ho mai pensato di essere infallibile. Non c'è nessuno come i voltagabbana che veda facilmente se stesso proiettato sugli altri! Al Senato ho votato contro la guerra all'Iraq e contro l'invio dei soldati. Sono contro la guerra perché credo nel diritto internazionale che, come ho già detto, prevede solo la legittima difesa. Nessuna guerra ha mai prodotto qualcosa che non fosse morte, distruzione e tragedia.

Da tempo, vincendo ritrosie, avvedutezze, e forse pudori - che l'hanno sempre tenuta al di fuori da manifestazioni, diciamo, non istituzionali - sta affrontando platee popolari insieme con intellettuali impegnati, ricevendone entusiastiche accoglienze. Qualcuno l'ha accusata di «populismo girotondino»...

Vengo chiamato a parlare in moltissimi posti, soprattutto da giovani e, in particolare, da studenti universitari. Esprimo ciò che ho fatto e faccio con il mio «no» alla guerra e con la difesa a oltranza della Carta Costituzionale nei suoi valori fondamentali. Trovo, così, tanto pubblico che condivide e batte le mani. Non ho mai cercato l'applauso per accondiscendere a qualsiasi sentimento della platea. Non mi interessano i commenti, sempre liberi anche se non sempre intelligenti e civili. Né ho mai avuto vocazione a fare la vittima! Per taluni critici basterebbe che tacessi, ma non ritengo che questo sia il mio dovere.

Lei ha sempre portato all'occhiello il distintivo dell'Azione Cattolica. Il suo credo religioso è mai entrato in conflitto con gli impegni e i doveri istituzionali? Perché, anche in occasione di una assise recente, sono sorte polemiche e divisioni all'interno stesso del mondo ecclesiale?

In conflitto con gli impegni e i doveri istituzionali, per fortuna, mai! Ho cercato, con l'aiuto di Dio, di compiere il mio dovere, senza trovare ostacoli nei rapporti personali con chi ha un pensiero diverso e anche opposto rispetto al mio. Ho sempre guardato alle doti umane e, specie nella vita parlamentare, ho avuto modo di trovarne splendide testimonianze che mi sono state di esempio e conforto. Lei mi parla di divisioni nel modo ecclesiale; non è cosa nuova, perché quel mondo non è mai stato univoco e perentorio su temi in sé discutibili. Proprio quel mondo, nell'Azione Cattolica, mi ha insegnato che ogni persona ha cervello per pensare liberamente, volontà per liberamente operare, e soprattutto responsabilità per rispondere del proprio pensare e del proprio agire.

Anni fa, al Quirinale - nel corso di un'intervista durata oltre un'ora, di cui conservo un bel ricordo non solo professionale - le rivolsi anche questa domanda: quali sono i punti forti della nostra democrazia, e quali i deboli? In un quadro così mutato, come risponderebbe oggi?

Il punto più forte della nostra democrazia è l'essere nata da tanta sofferenza, da tanto sangue, cioè da un «no» alla dittatura pagato a caro prezzo. La debolezza maggiore è dimenticarsi di questo patrimonio umano ricchissimo, e disinteressarsi dei doveri verso la comunità. Sciacquarsi le mani è sempre il peggio.

Lei ha, in materia, un'esperienza particolare: di recente la Cdl ha minacciato la crisi di governo, e l'opposizione ha detto, con franchezza, che ne vedeva tutti i presupposti! Ritiene possibile, giunti a questo scorcio di legislatura, un'evenienza del genere?

Il suo richiamo alla minaccia di una crisi di governo - solo apparentemente credibile fino a ieri - deve fare i conti, oggi, con una realtà in cui, per l'ennesima volta, proprio i critici più vivaci all'interno della stessa maggioranza sono rientrati - taluni a piedi, altri a cavallo - inserendosi, allineati e coperti, agli ordini di chi sa comandare. Quali speranze può avere un cittadino se non nel prepararsi a votare bene alla prossima chiamata politica?

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