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Corso di formazione alla politica anno 2003
Le contraddizioni della speranza
Luigi Giorgi
U
na vicenda politica
Giuseppe Dossetti 1945-1956

12 aprile 2003

Luigi Giorgi: una vicenda politica, Giuseppe Dossetti 1945-1956
testi

introduzione di Roberto Diodato

intervento di Luigi Giorgi non disponibile

introduzione di Roberto Diodato

Un'opera indispensabile

Quando Pino Trotta mi ha chiesto di presentare questo volume che non avevo ancora visto ma del quale mi ha spiegato l’idea, ero un po’ preoccupato per due motivi: il primo che non sono uno storico, non mi sono mai occupato di Dossetti, in modo specifico di questo periodo storico, quindi sono meno competente di Trotta e di tanti altri che sono qui; il secondo motivo è che non avrei potuto che parlare bene di Dossetti in una sede come questa.. La lettura del libro ha fugato queste mie preoccupazioni: mi sono trovato di fronte un’opera veramente straordinaria almeno da due punti di vista. Il primo è l’assoluto rigore storico dell’operazione: io temevo di trovarmi di fronte a uno scritto apologetico, edificante. Invece no! Questa è un’operazione storica molto seria, ricostruisce la vicenda politica di Dossetti sulla base di una quantità veramente impressionante di documenti.

Devo dire che di questa operazione c’era bisogno perché, come scrive giustamente Trotta nell’introduzione, in questi anni che ci separano dalla morte di Dossetti, ci sono stati volumi importanti sulla sua riflessione ecclesiale, non su quella politica. Questo libro sarà certamente, a mio avviso, un punto fondamentale per la riflessione sul Dossetti politico.

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L’uso di un materiale inedito

Trotta mette in luce l’altro aspetto rilevante del testo. E’ l’uso del materiale che l’Autore ha elaborato: la lettura dei giornali dell’epoca, degli archivi di polizia, degli archivi si stato; quindi non solo lettura dei testi di Dossetti, del materiale prodotto da Dossetti, ma la lettura di fonti che possono permetterci una vera pluralità e molteplicità di punti di vista sull’opera di Dossetti.

Come veniva vissuta l’operazione politica di Dossetti? Come veniva interpretata? Come veniva letta, per esempio, dagli esponenti rilevanti del Partito Comunista, del Partito Socialista, dalle loro riviste istituzionali? Ma anche quale tipo di recensione ne dava "Il Popolo"? Quale tipo di impressione dava alla stessa polizia? Queste sono cose veramente importanti. Io credo che una ricerca di storia contemporanea non possa assolutamente prescindere da questi elementi. A me non risulta che sia stato fatto un lavoro del genere su Dossetti. E per questo vi prego non solo di acquistare il testo, ma anche di diffonderlo nelle vostre sedi. Direi che è proprio fondamentale poter articolare un giudizio oggi entrando all’interno del giudizio di allora, cioè all’interno degli scontri, delle incomprensioni (talvolta) e delle comprensioni critiche.

Non violenza e Resistenza

Il testo si sviluppa proprio a partire dalla lotta di liberazione, dalla Resistenza: Il primo capitolo è dedicato ai cattolici nella Resistenza, all’impegno di Dossetti nella Resistenza. Su questo punto specifico mi voglio fermare un pochino, non perché sia estremamente rilevante nel complesso, ma perché ci sono all’interno almeno un paio di problemi secondo me oggi interessanti.

La Resistenza ha posto ai cattolici un dilemma che è relativo alla violenza, cioè al fatto che in una determinata situazione storica anche il cristiano debba prendere posizione di fronte alla possibilità di una lotta armata, dello spargimento del sangue, di uccidere il nemico.

Il secondo punto rilevante è l’atteggiamento dei cattolici di fronte alle gerarchie vaticane e questo sarà il motivo conduttore della riflessione che dovremo compiere, anche attuale per molti aspetti. Tutti e due i punti sono attuali, mi pare.

Le gerarchie vaticane erano molto prudenti verso il fenomeno partigiano; un atteggiamento diffidente verso la resistenza: Tale atteggiamento, come Autore sottolinea, dipendeva dalle troppe colpe,dalle troppe connivenze, dai troppi appoggi dati dal Vaticano al regime fascista. E, d’altra parte, un atteggiamento diffidente emergeva dalla paura di una vittoria dei comunisti, i quali spesso venivano equiparati ai partigiani e alla resistenza. Quindi la situazione non era facile. L’Autore mette bene in luce come il mondo ecclesiastico, anche al suo interno, fosse spaccato, cioè non fosse compatto e che il fatto che ci fossero voci diverse anche all’interno dello stesso mondo ecclesiastico rendesse molto importanti le scelte individuali, come si muovevano i singoli rispetto al problema dell’obbedienza e della disobbedienza.

Come si muove Dossetti rispetto a questi dilemmi? Dossetti ha una linea sostanzialmente non violenta, sostiene il dovere per i cattolici di tenersi lontano dalla lotta fratricida violenta, non per stare alla finestra ma (questa è una citazione riportata da Corrieri e si riferisce a Dossetti) ma per dedicarsi anima e corpo, con i rischi che comportava all’assistenza dei perseguitati, alle opere di carità e di amore fraterno verso chi avrebbe sofferto in conseguenza della lotta. Questa è una dimensione tipica che si ripropone sempre. Vorrei che si aprisse un minimo di dibattito su questo punto. Convinzioni religiose e necessità politiche: la vicenda di Dossetti sembra stretta e continuamente oscillante tra queste dimensioni, in un tentativo, direi quasi disperato di conciliarle. Si fa tanto più disperato quanto le convinzioni religiose diventano in qualche modo istituzionali, cioè quanto si confrontano con la gerarchia. D’altro canto la necessità di non tirarsi indietro, di mettersi in gioco, di stare da una parte, di assumersi le proprie responsabilità personali, di dare un contributo non può essere elusa. Quindi, da questo punto di vista ci si può interrogare anche sul problema del rapporto fra pacifismo e resistenza armata. Viene riportata una testimonianza molto importante che all’Autore è stata rilasciata personalmente da Ermanno Dossetti, il fratello: "Giuseppe è il pacifista che ha fatto la resistenza; come si concilia la Resistenza, che inevitabilmente si manifestava anche in azioni armate, con il pacifismo di Don Giuseppe? La domanda come mai si sia impegnato nella Resistenza, non è una domanda da poco, è una domanda fondata; infatti ci sono stati degli amici dell’Azione Cattolica che si sono rifiutati, per quanto sollecitati, di impegnarsi nella Resistenza. Gli argomenti che sono stati usati sono stati quelli del rifiuto dell’azione armata, del tutto legittimo per un cristiano. Tale scelta ha comportato anche per noi dei drammi. Infatti lui, durante la resistenza, non ha mai avuto un’arma, anche se questo non lo esime dal giudizio di essere stato uno che si è impegnato indirettamente anche in azioni armate". Non aver avuto un’arma, non partecipare direttamente ad azioni armate non solleva da una responsabilità morale di un intervento in una resistenza che comunque era armata. Una presa di posizione che comincia ad incidere nel rapporto politica-spiritualità si può già vedere partendo da questo argomento ed è ciò che si deve fare. In uno degli scritti politici così scrive Dossetti: " Non chiediamo ai sacerdoti di parteggiare per noi e di diventare in qualche modo i nostri strumenti organizzativi e i nostri propagandisti, soltanto desideriamo che fra le due attività, quella politica, esclusiva del partito, e quella spirituale, propria della gerarchia e delle organizzazioni operanti nel mondo ecclesiastico e nelle organizzazioni operanti alle sue dirette dipendenze, si stabilisca tuttavia una certa coordinazione e una certa concordanza di scopi in vista dello scopo che alla fine è comune, ossia la ricostruzione morale, prima ancora che economica e politica della nazione".

Qui si intravedono alcuni temi di grande momento, il rapporto tra politica e spiritualità che è il vero tema, fondamentale, dell’impegno di Dossetti e il problema, connesso a questo, della moralità della politica.

La moralità della politica

Abbiamo detto, il primo compito è la rifondazione morale, poi quella economica. A tal proposito Dossetti scrive: "Se una delle grandi e perenni novità del cristianesimo è l’affermazione di una moralità nella politica (questa è una delle perenni novità del cristianesimo, cioè di una dipendenza della politica dalle leggi morali), se questo è vero, il cristiano non può presumere di aver adempiuto a tutti i suoi doveri dove si arresti all’osservanza dei suoi compiti professionali e familiari e neghi di avere il dovere ed il compito di dare un’attività specifica e diretta alla moralizzazione della vita collettiva". Il punto di partenza è questo: il dovere politico è innanzi tutto un dovere morale. Dossetti coglie nel cristianesimo l’affermazione di una moralità nella politica e quindi un dovere assoluto, la moralizzazione della vita collettiva.

Già in questo momento iniziale dell’attività politica Dossetti pone a tema il problema del rapporto con i comunisti, problema che costituisce un altro dei temi fondamentali della riflessione politica. "Sul terreno ideologico, cioè di fronte alla solo dottrina marxista, del materialismo economico, della lotta di classe, della dialettica rivoluzionaria, e così via, noi possiamo manifestare il nostro dissenso e le nostre critiche. Ma le critiche devono essere oggettive, diremo scientifiche e perciò fondate sulla conoscenza esatta e possibilmente diretta della dottrina criticata. Sul terreno pratico poi, cioè non di fronte all’ideologia marxista ma al Partito Comunista, la nostra prudenza e riservatezza deve essere, per forza, maggiore: non solo dobbiamo assolutamente, ripetiamo assolutamente, evitare ogni attacco alle persone, ogni denigrazione alle organizzazioni, ma dobbiamo anche evitare di affermare come probanti e sicuri programmi e metodi nostri e loro programmi e metodi che sono al più presumibili".

La concezione del partito

A questo punto, un altro accenno ai temi iniziali della politica di Dossetti entrando un po’ più in merito al suo rapporto con la D.C. Siamo nel 1945: uno scritto di Dossetti si intitola "Diritti del partito". Dossetti espone molto sinteticamente la sua idea di partito. "La D.C. è partito politico, e soltanto partito politico, perciò non impone a nessuno, nemmeno ai suoi aderenti, una determinata pratica religiosa; sul terreno politico rivendica la più netta distinzione, che si noti, è cosa diversa dalla separazione, fra naturale e soprannaturale, tra politica e religione, fra Stato e Chiesa".

Dossetti riprenderà continuamente la distinzione tra naturale e sovrannaturale, tra politica e religione, tra Stato e Chiesa: non separazione, ma distinzione. E’ facile dire che c’è differenza tra distinzione e separazione, più difficile nella concretezza mostrare questa differenza. Questo è un punto molto delicato. Scrive Dossetti: "…sopra tutto rivendica per sé, come partito, attenzione, la piena libertà di scelte di azione su tutto quanto non investe la morale, ma è aperto al mero calcolo della prudenza politica, come virtù umana, al di fuori di ogni direzione o influsso delle gerarchie ecclesiastiche" . Giovanni Bianchi diceva prima, torniamo, trattandosi di formazione politica, a riflettere sui fondamenti. Questo è ancor oggi, per noi un problema fondamentale.

Cosa vuol dire che un laico rivendica la libertà di scelta e di azione in tutto quanto non investe la morale, ma è aperto al mero calcolo della prudenza politica come virtù umana? Detto così come è detto, senza specificare ulteriormente, è fortemente problematico. Non capisco che differenza ci sia tra ciò che investe la morale e ciò che è aperto al calcolo della prudenza politica come virtù umana. Su questo vorrei aprire una discussione. Ciò che riguarda la prudenza politica come virtù umana è al di fuori di ogni influsso della gerarchia ecclesiastica. Il partito, l’azione del partito per quanto concerne la prudenza politica come virtù umana, deve rimanere fuori dalla direzione e dall’influsso della gerarchia ecclesiastica e non invece per quanto investe la morale. Io vorrei capire quali sono i temi in cui si può compiere questa separazione, vorrei averne un elenco. Se ce l’avessi la mia vita sarebbe molto più semplice.

Sempre in questi anni iniziali della sua riflessione politica emerge un’altra cosa. Dossetti scrive: "Si profilano le possibilità delle cariche dei giochi di interesse che potrebbero attirare le coscienze meno rette; il partito non può, come logico, rinchiudersi nella primitiva consistenza della fase clandestina e deve aprirsi necessariamente, come gli altri partiti, a nuove reclute. Non per questo esso deve rinunciare a quel grande vaglio che è il sacrificio. Chi firma la domanda di iscrizione sappia bene non intendiamo fare il gioco di nessuno e che quell’ansia di libertà e di giustizia che ci ha indotti a rischiare la vita per tanti mesi ogni giorno e ogni ora, ci farebbe ora con il flagello in mano contro chiunque tentasse di fare della D.C. uno strumento dei suoi interessi personali".

Questa è una prima cosa, sempre da recuperare e da restituire alla politica. Se non c’è questo recupero e restituzione del disinteresse politico non si va da nessuna parte. E un’operazione assolutamente disperata, come sappiamo, è un’operazione che non si compirà e non si riuscirà mai a compiere. Però ecco che le ultime due righe sono importanti e disegnano tutta l’intenzione politica di Dossetti, la sua fondamentale intenzione, secondo me: questa connessione tra la distruzione dei privilegi e l’edificazione della giustizia. Innanzi tutto distruggere i privilegi. Secondo me questa rimane una fortissima costante e sancirà il fallimento della politica di Dossetti. Concepire l’edificazione della giustizia innanzi tutto come distruzione dei privilegi. Si può poi ragionare sul fatto del perché questa impresa sia disperata, se lo sia davvero o no. Questo è un punto che mi pare interessante per la riflessione. Intanto rimane da tenere insieme l’edificazione della giustizia e la distruzione del privilegio, o no? Bisogna vedere: è utopia? Per tutti ha questo legame?

Un’altra cosa importante è la posizione della D.C. sulla scelta tra monarchia e repubblica. C’è il machiavellismo di De Gasperi, la sua incredibile abilità. La situazione è nota a tutti: l’elettorato della DC in gran parte è monarchico, era una base fondamentalmente conservatrice. Di qui le posizioni di equilibrismo dei discorsi di De Gasperi: deve dare un colpo alla botte e un altro al cerchio, deve cercare di barcamenarsi.

Emerge poi un’altra differenza fondamentale tra Dossetti e De Gasperi, quella sul partito. Per De Gasperi si sta costruendo una forma di partito che ha un certo ruolo: un partito che di per sé raccoglieva il consenso della base ma non faceva la politica della base, bensì delegava l’azione politica al governo. Dossetti al contrario vedeva un partito che riusciva a mobilitare le masse. Il problema per Dossetti era: facciamo breccia nelle masse per cercare di educarle al pensiero della politica, per cercare di avvicinarle attraverso la partecipazione alla politica, all’esercizio reale del potere. Questa è una grande idea e l’altra idea è: facciamo in modo che il partito gestisca le masse nella loro dimensione ideale, ne attragga il consenso attraverso il voto e deleghi al governo la politica. Adesso io sto estremizzando, non verrei mostrare De Gasperi cattivo e Dossetti buono, cioè fare una contrapposizione banale, anche se nelle cose, leggendo i documenti, questa contrapposizione all’inizio c’è. Voglio solo mettere in rilievo dei nodi del pensiero politico e della strategia politica su cui riflettere perché mi sembrano estremamente rilevanti anche oggi.

Le correnti

Altro problema che viene fuori è quello delle correnti. che ha tanto angustiato Dossetti. Viene citato un articolo bellissimo dal "Tempo", quotidiano di Roma de 1946, un articolo di Aldo Airoldi che si intitola "Passi felpati a Piazza del Gesù". Questo articolo coglie l’inizio delle correnti al momento aurorale: sotto l’unità formale esistono tendenze anche nella D.C. e esse sono destinate a farsi sempre più vive con l’accentrarsi dei problemi del paese ed il democratizzarsi delle strutture del partito. Le formule dottrinali sono qualche volta troppo elastiche e si prestano ad interpretazioni diverse; così, per esempio, quella che ammette il capitale ma lo subordina al fattore lavoro, oppure quella che vuole la proprietà ma sotto il vincolo della pubblica utilità. Mica stupido questo giornalista, già mette in luce punti specifici importantissimi: il rapporto tra capitale e lavoro, il rapporto tra proprietà e utile pubblico, tutti i temi sui quali poi si svolgerà il dibattito tra le correnti. Non è cosa da poco coglierlo subito così.

Le riforme economiche e sociali 

Un’ultima cosa che voglio mettere in rilievo a livello di base è che Dossetti punta la sua riflessione sulle riforme economico-sociali. Già all’inizio riteneva possibile attuare una forte riforma economico-sociale attraverso, "la trasformazione della struttura industriale, nazionalizzando le grandi industrie monopolistiche, attraverso l’abolizione del latifondo e della grande proprietà terriera, la trasformazione della grande azienda agraria in forme di conduzione cooperative, la riforma dei contratti agrari, ecc., e infine attraverso una riforma finanziaria che democratizzi e sottoponga al controllo di organi liberamente eletti i grandi complessi finanziari e miri alla pubblica utilità e all’equa distribuzione delle ricchezze con energici provvedimenti fiscali". Io dico questo programma è incredibile… Personalmente io accoglierei completamente questo programma. Se oggi avessi la possibilità di fare un programma o un manifesto politico prenderei questa frasi e le metterei lì, cambiando ben poco. Oggi ci troviamo nella fase precisamente a rovescio.

Dossetti è stato un ispiratore estremamente fecondo proprio perché alcune delle sue proposte hanno avuto successo. La riforma agraria, per certi aspetti, la nazionalizzazione di alcune grandi strutture, per certi altri, parzialmente, non fino in fondo. E’ mancata probabilmente quella precondizione di cui abbiamo letto prima: la mancanza degli interessi privati sui pubblici, cioè quella precondizione dell’accesso al partito che ha coinquinato anche le riforme.

L’altra cosa che vorrei sottolineare è il problema politico del salario. E’ interessante la posizione di Dossetti. Egli ha ben presente il tema. Scrive: "C’è il problema poitico-salariale: di questo siamo tutti tremendamente convinti. Indubbiamente le paghe dei lavoratori son oggi del tutto inadeguate alle esigenze della vita (chissà perché questo problema continua ad essere costante): sono meno della metà di quelle che erano nel 1939, in proporzione al costo della vita, ma questo si capisce: le retribuzioni e gli stipendi sono inadeguati e quindi è necessario fare qualcosa per aiutare questa gente che non solo non ha da comperarsi un vestito, ma anche da sfamarsi". Dossetti fa vedere come la politica non possa essere demagogia. La risposta a questo problema non è alziamo i salari, è molto più complessa. L’innalzamento del salario era anche un desiderio industriale ed era voluto dagli industriali che, secondo Dossetti, avevano precisamente un’intenzione egoistica, cioè intenzione di incrementare i loro profitti a costo di frenare la ripresa dell’Italia. L‘incremento dei salari poteva essere un’iniziativa molto pericolosa perché poteva comportare un vantaggio economico concreto proprio al grande capitalismo della grande industria. Aumento dei salari per gli industriali che avevano fatto una politica di magazzino voleva dire poter incrementare i prezzi, cioè voleva dire creare mercato e quindi far salire il prezzo di vendita e quindi elevare il guadagno ma di fatto, in fin dei conti, aumentare il costo della vita e, alla lunga, peggiorare le condizioni dei lavoratori. E qui si vede un’altra cosa interessante, cioè come la politica sia riflessione, come la politica non debba essere innanzi tutto della demagogia, al di là anche delle richieste immediate della base.

Le fasi cruciali di una storia

Il libro si sviluppa tracciando tutta la storia di Dossetti. Ci sono delle fasi essenziali: per esempio, la fine del governo tripartito e quindi l’opposizione di De Gasperi e di Dossetti relativamente all’esperienza del tripartito e quindi all’estromissione delle sinistre dal governo. L’altra fase essenziale è il 1948, l’anno della vittoria democristiana; l’altro momento essenziale è la breve, brevissima, stagione del riformismo dossettiano che si conclude con l’abbandono della politica da parte di Dossetti.

L’ultimo punto che viene esaminato con grande ricchezza documentaria è l’esperienza bolognese.

I documenti

Adesso, rapidamente in merito ai documenti. Uno dei pregi di questo libro è l’appendice: sono molte pagine, un centinaio circa. Ci sono articoli tratti da giornali, da riviste, dal Popolo, dall’Unità, dall’Avanti e da altre pubblicazioni. Sono testimonianze dagli uffici di Polizia, sono testimonianze tratte dall’Archivio di Stato. Si entra così nella storia, si entra nel vivo del dibattito, delle posizioni. Questo consente la visibilità da punti di vista differenti, ma senza sovrapporre ad essi un’interpretazione. L’Autore non da delle conclusioni sue, non tira delle fila interpretative sovrapponendosi ai testi. L’autore lascia che in qualche modo sia il lettore, attraverso questa molteplicità ricostruita minuziosamente, a farsi un’idea della politica dossettiana. La selezione è sempre un’interpretazione e di conseguenza basta selezionare per fare interpretazione storica. Quindi l’intervento dell’Autore non è affatto anonimo, è ovvio, ma quanto più la selezione è ampia, tanto meno l’interpretazione è parziale. E qui c’è una selezione davvero amplissima.

Ho selezionato alcuni documenti tratti dal Popolo e due documenti di Rinascita, cioè di Ingrao e Rodano, che sono critiche pesanti, perciò molto interessanti tra l’altro da parte di due personaggi di grande statura, gente che è capace di ragionare.

I documenti del Popolo. Abbiamo il primo documento dove il Popolo si riferisce al dibattito interno, in questo caso al Consiglio Nazionale della D.C. del dicembre 1948. Da questo intervento di Dossetti si vede il programma, si entra dentro le sue idee, il programma politico di un partito egemone che può cambiare davvero il volto dell’Italia. Dossetti pone diversi problemi. Il primo problema è quello dell’unità del partito. Dossetti chiede unità intorno a che cosa? "Le premesse della scuola sociale cristiana e la nostra tradizione di partito non bastano per risolvere i problemi generali dell’attuale situazione economica e politica, devono esse sviluppate e incarnate in nuove concezioni, in nuovi istituti, nuove impostazioni di politica e di politica economica aderenti al momento". La politica serve al futuro ed è sempre al presente. E’ vero, guardandoci alle spalle cerchiamo di recuperare la tradizione, ma la tradizione se non è articolata sul presente e puntata sul futuro non serve a niente. E articolata sul presente e puntata sul futuro vuol dire novità, dice Dossetti, nuove concezioni, nuovi istituti, nuove impostazioni. Riflettere il passato vuol dire costruire il nuovo, se no non serve.

L’altra cosa che pone in rilievo Dossetti riguarda l’efficacia dell’azione. "E’ necessario che gli organi del partito diano autenticamente e con senso di responsabilità informazioni complete ed esatte sugli atteggiamenti dei diversi responsabili, che i dibattiti in seno agli organi responsabili del partito abbiano un carattere di sicura pubblicità". Anche questo è molto rilevante, non è una cosa da poco. Facciamo un dibattito interno, facciamolo emergere, cioè non facciamo vedere l’unità di facciata. Il dibattito interno in questo modo viene ricostruito dagli avversari, ma anzi facciamo emergere il dibattito.

Dossetti passa ad esaminare nella pagina successiva la situazione politica e considera il problema dell’efficienza del governo e della sua capacità di corrispondere alla complessità e alla gravità dei compiti dell’ora. Inizia ad esaminare la politica economica che è un argomento assolutamente fondamentale. C’è una cosa che io ho trovato straordinaria: inquadra il problema della politica economica italiana all’interno del quadro europeo. Anche questo è estremamente interessante come indicazione già di principio fin dall’inizio. Dossetti si diffonde in un esame critico della linea fondamentale della nostra politica economica e sociale inquadrandola in un raffronto con quello che si è fatto in altri paesi come Belgio e Inghilterra. Non una politica chiusa ma una politica che si confronta con gli altri paesi. Quindi politica economica interna e politica estera, integrazione.

Dossetti rileva come questa linea sia stata nei tre anni trascorsi, e continui ad essere nel fondo, di ispirazione liberista. La politica economica della D.C. è fondamentalmente una politica economica liberista, non è una politica economica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa.

L’altro documento, sempre dal Popolo, riguarda gli ideali cristiani. La relazione di Dossetti (pag, 278) è "la politica in rapporto all’attuazione degli ideali cristiani". E’ una cosa da leggere con calma. Dossetti indica in questo resoconto quelli che riteneva fossero i rapporti tra natura e Grazia, la distinzione fra piano spirituale e piano temporale, le due società che ne derivano, il rapporto tra Chiesa e società politica. Dossetti definisce politica ogni azione in vista della polis, ogni attività dei cittadini in vista della polis e delle comunità relative. Delinea la questione del regno di Dio e cerca di cogliere la relazione tra idealità cristiane e realtà politiche. La Chiesa usa delle varie realtà politiche, sociali e culturali per costruire il complesso necessario per la sua esistenza terrena, ma prende dalla storia e dalla realtà umana solo quel minimo che è necessario alla sua azione. Dossetti distingue due zone: L’azione sociale cristiana e l’azione civica. Oggi l’approfondimento della tecnica delle scelte prudenziali è sempre più necessaria per la soluzione dei problemi sociali. E’ chiaro che l’intervento della Chiesa nella politica è legittimato della difesa dei beni spirituali che gli sono affidati.

Eventualmente in sede di discussione possiamo tornare su questo documento che è estremamente interessante perché Dossetti cerca di cogliere i limiti dei territori, il confine tra politica e idealità cristiana; sostiene che le idealità cristiane danno uno stimolo attivatore e ispiratore che non mira a soluzioni determinate e sostiene che la legge fondamentale della politica è quella della tolleranza civica. Da qui una riflessione sulla politica dell’Azione Cattolica.

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