Ringrazio gli organizzatori di questi incontri per l’invito che Marcello Malpensa ed io abbiamo accolto con sorpresa e gratitudine.
Con sorpresa perché figuriamo in un elenco di nomi ricco e prestigioso, con gratitudine per l’interesse mostrato per il nostro lavoro.
Ciò che conta è l’oggetto della nostra ricerca, l’importanza del personaggio; gli autori del libro non sono che due studiosi di storia, che cercano di fare il loro mestiere e che si sono lanciati in una impresa da cui hanno ricevuto più di quanto abbiano dato .
Abbiamo accolto l’invito convinti che fosse importante tenere desta l’attenzione sul pensiero politico di Giuseppe Lazzati e cercare di rivisitarne alcuni aspetti per intuirne la portata alla luce dei fatti di oggi.
La presentazione del libro vuole essere soprattutto una chiacchierata che permetta un approccio agevole e gradevole al contenuto e lasci un congruo spazio al dibattito e alle richieste di approfondimento.
Dall’uscita del libro sono ormai passati due anni; nel frattempo ci sono state altre pubblicazioni( ad es. gli atti di un convegno tenutosi alla Università Cattolica di Milano su “Fede e cultura in G.Lazzati”) che hanno apportato ulteriori contributi alla conoscenza del pensiero e dell’opera di G.L.
Ragioni di una biografia
Il libro vuole essere una biografia. E’ importante dire come nasce una biografia.
Perdonerete se il taglio che darò a questo mio intervento sarà quello dello storico, di chi si defila da domande o giochi che possono essere ingannevoli, come ad es. cosa è vivo e cosa è morto di questo personaggio, di questo o quel filone di pensiero, che cosa direbbe se fosse ancora in vita, ecc.
Il nostro mestiere di storici è ricostruire nel loro contesto storico, geografico, ecc. i fatti come sono accaduti.
Ciò non toglie che poi, ci si possa fare delle domande ed essere curiosamente interessati a ciò che avrebbe detto Lazzati rispetto all’attuale congiuntura storico- politica o storico-ecclesiale; ma si tratta di supposizioni , di un gioco cui lo storico fatica a partecipare.
Quando nasce l’esigenza di una biografia di Giuseppe Lazzati? Tra pochi giorni, il 18/5 cade l’anniversario della sua morte( 1986). In estate cadrà il ventesimo anniversario dell’iniziativa condotta dall’Istituto per le Scienze Religiose, diretto da Giuseppe Alberigo e sostenuto da altri amici di Milano che aveva lo scopo di preservare la figura di Lazzati.Perchè questa esigenza?
Che cosa era successo in quell’estate del 1986? Molti di voi lo ricorderanno: il settimanale di Comunione e Liberazione, “Il Sabato”, nel rivisitare con una serie di puntate, la storia del cattolicesimo degli ultimi anni, aveva definito G.Lazzati sostanzialmente un protestante.
Si trattava di un attacco forte che provocò una decisa reazione anche perché “Il Sabato” non si limitava a tale definizione, ma considerava Lazzati l’ispiratore del fronte dei “cattolici del no”rispetto alla questione del divorzio.
Allora l’associazione” Rosa Bianca”si costituì parte civile perché fosse ristabilita la verità di fronte a una lettura distorta e fuorviante della figura di G.Lazzati. Si erano scatenate infatti una campagna denigratoria e delle manovre sottobanco che fecero pensare a qualcuno che il vero obiettivo di tante trame e intrighi fosse il cardinale di Milano Carlo Maria Martini.
L’Istituto delle Scienze Religiose di Bologna decise allora di preservare la figura di Lazzati partendo dalla raccolta sistematica dei documenti prodotti dalla sua ricca e varia attività, coadiuvato in questa opera dall’Istituto Secolare Cristo Re che era ed è tuttora l’esecutore testamentario di Lazzati, oltre, evidentemente, alla sua famiglia.Si cercò così di costruire un archivio con tutte le carte personali di Lazzati; impresa non molto complicata ,giacchè a differenza di G.Dossetti, egli ha lasciato più di 17.000 documenti.
Sono state così archiviate e catalogate sapientemente unità documentarie che si trovano in via Strabella a Milano e che costituiscono una preziosa miniera di informazioni.
Come nasce la biografia
La biografia nasce dunque dall’esigenza di preservarne la figura, la testimonianza attraverso la conservazione di documenti avvalendosi delle più moderne tecnologie.
Marcello Malpensa ed io, arrivati alla fine di questo processo di ordinamento dell’archivio, alla fine degli anni ’90, abbiamo voluto cimentarci in questa impresa pur non appartenendo alla generazione dei testimoni oculari e non avendo condiviso storie e speranze di quella stagione
Ci siamo trasferiti a Milano quasi in pianta stabile dividendoci i compiti: Marcello impegnato ad affinare ulteriormente gli strumenti archivistici già a disposizione in via Strabella e all’archivio Lazzati, io ad andare a bussare ad altre porte per ampliare il panorama di conoscenze e informazioni, data anche la ricchezza delle attività e dei contatti di G.L.
Ho provato dunque a bussare all’Università Cattolica, favorito dalla presenza, come rettore, di Sergio Zaninelli, che era stato prorettore ai tempi di G.Lazzati e che mi ha aperto gli archivi permettendomi la consultazione e il riordino di materiale notevole.
Si è trattato di una sorta di scambio: mi impegnavo a riordinare la documentazione presente in archivio, dal ’68 all’83, avendo in cambio la possibilità di consultare quelle carte in una condizione di privilegio. Sono stato il primo ad avere avuto accesso ad esse.
La stessa situazione favorevole ho riscontrato riguardo all’archivio della diocesi di Milano: il cardinale Carlo Maria Martini mostrò disponibilità e benevolenza aprendoci l’archivio della Curia Diocesana dove ho potuto consultare con agio anche le carte dell’arcivescovo Giovanni Colombo, predecessore di C.M.Martini, arrivando così fino agli anni ‘80. Tutto ciò costituiva un fatto eccezionale giacchè per uno storico che si occupa di argomenti contemporanei vale la regola che devono passare 75 anni prima di poter utilizzare documenti di carattere ecclesiastico.
Ci sono tuttavia delle deroghe, per es. quando si tratta di raccogliere materiale utile per i processi di beatificazione. Certo si trattava di una apertura alla consultazione dei documenti limitata, concessa con oculatezza: per es. i documenti che riguardavano il cardinale G.Colombo venivano prima letti dall’addetto all’archivio, il quale dava poi il via libera per l’utilizzo.
Anche l’accesso all’archivio dell’Azione Cattolica che ha sede a Roma, non ha incontrato ostacoli, anche perché si trattava di un protagonista della sua storia, il cui pensiero e la cui attività sono oggi oggetto di interesse, di rivisitazione e valorizzazione.
Quindi la biografia nasce grazie alla disponibilità di tante persone e istituzioni.
Ci sono state però anche delle riserve e il Prof.Alberigo l’ha sottolineato nella prefazione al libro.
Riserve dovute alle tante interpretazioni, alle tante eredità lasciate dal personaggio e di cui ciascuna istituzione si ritiene custode o privilegiato interprete e valorizzatore.
Le eredità
C’è l’eredità dell’Università Cattolica, quella dell’Istituto Secolare, dell’Azione Cattolica; tante sfaccettature di una personalità ricca e complessa. A questo proposito mi paiono efficaci le parole del cardinale Martini il quale, a proposito di Lazzati affermò che la sua figura è fatta si di tanti aspetti, ma proprio per questo è come un diamante che solo nella sua completezza brilla.
Per questo la biografia ha cercato di raccogliere tutte queste eredità senza legarsi ad una di esse.
Non ultima per importanza è quella dell’Istituto delle Scienze Religiose di Bologna, nato negli anni ’50. E’ un’idea di Dossetti che si ritira dalla politica per dare un contributo alla riforma della chiesa sul piano culturale. Ricordo a questo proposito un episodio molto interessante riportato dal libro di Pino Trotta su Dossetti: quest’ultimo va dal padre per chiedere la sua approvazione circa la sua decisione di dimettersi da deputato e il genitore che ne capisce l’intenzione gli dice:” non sei riuscito a fare la rivoluzione nello stato e ora vuoi farla nella chiesa”.
Tornato a Bologna Dossetti crea questo Centro di Documentazione, questo è il suo nome nei primi anni e coinvolge anche Lazzati. Tra l’altro sono anche gli anni in cui Dossetti fa parte dell’Istituto Secolare di Lazzati.
I luoghi e le storie
Abbiamo cercato anche di fare una ricostruzione storica a partire dai luoghi.
Milano città è diocesi ed è centrale.
La biografia ha anche altre storie che si intrecciano all’interno della storia principale, cioè la vita e le opere di Lazzati. Una è quella della Milano agli inizi del ‘900: senza di essa non si capirebbe la formazione di Lazzati.
C’è poi la storia dell’Università Cattolica: Lazzati vi entra a 17 anni e vi rimane fino all’83, ma continuerà a sentire di farne parte sempre. Sarà come un filo rosso nella sua vita. Rimarrà nell’Istituto Toniolo. Quando l’”Espresso”, nell’84, pubblica un’inchiesta in cui si paventa l’ipotesi che l’Opus Dei possa salvare l’Università Cattolica dal crack finanziario, Lazzati interviene , scrive a vescovi e cardinali per esortare a rifiutare nettamente questa soluzione che , secondo lui, avrebbe significato la morte dell’università.
Marcello Malpensa ha curatola prima parte della vita di Lazzati , fino al 1941. Io ho preso il testimone dal ’41 al 1986. Egli perciò traccia un quadro chiaro del contesto generale in cui avviene la formazione di Lazzati: la Milano di quegli anni, i suoi luoghi, i suoi spazi.
Ci ricorda ad es. la singolare scuola di Religione indicata come Associazione Studentesca Santo Stanislao in cui si formò Lazzati. Una educazione cattolica rigorosa, tipica della Milano degli inizi del ‘900. Lazzati stesso amava ricordare che fin dall’età di 5 anni accompagnava ogni giorno la madre nella chiesa di San Gottardo al Corso.
Nel 1920 si iscriveva al ginnasio-liceo Cesare Beccaria e contemporaneamente all’Associazione per Studenti Santo Stanislao nella quale un peso determinante ebbe la figura del catechista.
Incontri, tappe che segnano e modellano il giovane Lazzati Tra questi quello con don Ettore Pozzoni che individuerà in lui un giovane dotato di carisma , elemento importante da introdurre nella neonata Gioventù Italiana di Azione Cattolica, la GIAC degli anni 30.
La decennale appartenenza all’Associazione Studentesca Santo Stanislao ( a metà tra Azione Cattolica e oratorio) è importante per la definizione della sua formazione: è qui che conosce la figura di Don Bosco , è qui che viene coltivata e promossa la sua intelligenza. E’qui che apprende l’importanza fondamentale della costituzione di èlites intellettuali capaci di guidare, di essere leaders. Questa filosofia sarà presente anche all’Università Cattolica, dove Gemelli pensa ai Missionari della Regalità, un gruppo scelto cui affidare la conduzione dell’ateneo.
Padre Gemelli sapeva che l’Università avrebbe accolto un numero sempre più grande di studenti ed era quindi necessario promuovere la formazione di élites che fossero capaci di indirizzarli e guidarli: erano i Missionari della Regalità, laici che seguivano il vangelo e custodivano nel segreto la loro missione.
C’è tutta una letteratura su questo tema: la “fioritura dei gigli” di cui parla monsignor Francesco Oliati, altro importante maestro di Lazzati e direttore spirituale di molti giovani dell’Università Cattolica. E’ l’idea per cui bisogna essere dei gigli che si fanno notare per il loro profumo e non per la loro bellezza, quindi per qualcosa di presente ma di impercettibile.
Lazzati è contaminato da tutte queste idee nel suo percorso di formazione e ritroverà nei “Missionari della Regalità”lo sviluppo e il compimento di quanto seminato dall’Associazione Studentesca Santo Stanislao. E’ qui che impara qualcosa che farà poi per tutta la vita: la pratica degli esercizi spirituali. Ricavare, almeno una volta all’anno uno spazio, un’oasi spirituale in cui riprendere in mano la propria vita, è un’abitudine che risale agli anni dell’adolescenza.
Il metodo con cui fa gli esercizi è tipicamente ignaziano: attenzione ai temi morali, rigorosa fedeltà alle pratiche religiose, centralità della purezza.
Tutto questo si concilia con il periodo in cui vive. Siamo agli inizi del ventennio, prevale una pedagogia di carattere nazionalista fortemente propugnata a livello centrale da uno stato- nazione
che comincia a controllare sempre di più anche la condotta privata dei cittadini e cerca in qualche modo, in una sorta di alleanza con la chiesa, di condurre delle vere e proprie battaglie di moralità
in difesa della famiglia , ecc.
L’Università Cattolica e gli incontri importanti..
Lazzati è affascinato dalla figura di Padre Gemelli, ma sono altri i personaggi che lo spingono ad iscriversi.
Nel 1926, a Milano, si celebra un evento ecclesiale importante: il Congresso Nazionale della Regalità di Cristo, organizzato dall’Università Cattolica. Un evento che senza impiegare grandi mezzi , vede la partecipazione spontanea di molta gente e permette a tanti giovani di ascoltare alcuni dei personaggi più in vista dell’epoca per ciò che riguarda il movimento cattolico: oltre a Gemelli, Giulio Salvatori e Vico Necchi.
Lazzati negli appunti che abbiamo ritrovato, dice di essere profondamente colpito da queste due ultime figure: due laici che mettono a disposizione il proprio sapere. G.Salvadori è un poeta, un letterato, V.Necchi è un medico. Essi mettono a disposizione la propria conoscenza per la battaglia a favore della cultura cattolica; sottolineo l’uso di questi termini perché essi fanno parte del lessico del tempo. Si trattava di promuovere una forte identità culturale cattolica poiché a un cattolico impegnato era richiesta una partecipazione personale alla “battaglia”.
Nel 1927, a seguito di tale Congresso, Lazzati decide di iscriversi all’Università Cattolica, Facoltà di Lettere e Filosofia. Questo periodo è segnato anche da tristi vicende familiari: nel ’27 muore il fratello Paolo di 20 anni , di lì a due anni muore il padre a soli 50 anni. Lazzati è colpito così profondamente che parlerà sempre con una certa ritrosia di quegli anni e di quelle esperienze dolorose che certo furono un ostacolo non facile da superare per il suo impegno all’esterno.
Egli comincia a frequentare quasi ogni sera circoli di cultura cattolica e quando entrerà nell’Azione Cattolica e i suoi impegni aumenteranno in modo considerevole esprimerà in tutta la sua attività ciò che il cardinale Martini, con parole efficaci, ha definito un atteggiamento di “cauto pessimismo”: la vita, cioè, ti porta a fare esperienze laceranti e dolorose e il conforto degli affetti familiari non può colmare le domande di senso che l’uomo in quanto tale, si pone.
Tutto questo è importante per capire la scelta di Lazzati nel 1931: la consacrazione laicale, la scelta netta e definitiva di non farsi una famiglia.
Prima di entrare nei Missionari della Regalità egli compie il percorso di studi universitari e frequenta le lezioni di G.Salvadori che scompare improvvisamente dopo due anni lasciando in L. un desiderio inappagato di approfondimento della letteratura religiosa di cui Salvadori era un notevole conoscitore( es. Jacopone da Todi, letteratura francescana, ecc. ). Venendo a mancare un maestro così importante, L. sceglie di approfondire altri studi e segue le lezioni del Prof. Paolo Ubaldi che è docente di Letteratura Cristiana Antica.
Può essere utile approfondire questa scelta di L che per tutta la vita ha cercato di conciliare, senza riuscirvi, il bisogno della ricerca scientifica con la mole di impegni e attività in cui era costantemente coinvolto. Egli aveva intuito insieme a Michele Pellegrino l’importanza dello studio della letteratura cristiana antica che in quegli anni, ’20 e 30, aveva una sua ragion d’essere nel panorama delle discipline dell’Università Cattolica.
L’Università Statale non aveva individuato le ragioni scientifiche di un tale studio, perché si dovesse affrontare la letteratura greca o latina da un punto di vista cristiano; la motivazione di una tale scelta appariva di tipo confessionale. Lazzati, invece, e soprattutto M.Pellegrino e don Paolo Balbi con rigoroso metodo scientifico riescono a dimostrare che l’avvento del Cristianesimo ha una tale portata culturale da influenzare e condizionare anche l’arte, la poesia, la letteratura. Non si trattava di contrapporre autori cristiani ad autori laici( es. Ambrogio a Quintiliano o Cicerone), ma di analizzare il dialogo tra queste due culture.
L’incontro con M.Pellegrino è importante e evidenzia quanto precoce sia stata l’esigenza in Lazzati di individuare il terreno di mediazione tra Cristianesimo e cultura.
Ritengo che, proprio questo incontro per altro marginale rispetto all’impegno che richiedeva la sua attività nell’Azione Cattolica, ponga in lui la necessità di studiare storicamente gli effetti e le modalità dell’influenza di un evento di importanza fondamentale come il Cristianesimo. Si trattava di uno studio che aveva anche intenti pratici, utilitaristici: riandare ai primi tre secoli della storia del cristianesimo e delle chiese, era un esercizio virtuoso di pluralismo perché i primi tre secoli di cristianesimo sono secoli pluralisti, dove esistono le chiese; l’accentramento romano è successivo.
Andare a vedere il contesto in cui il cristianesimo s’incarna in Africa( diverso da quello dell’Asia Minore), le sue specificità, è un esercizio che sviluppa un’attenzione e un’attitudine a capire che anche il mondo cristiano è animato da tante correnti.
Credo che questo sia il dato più significativo della sua frequentazione dell’Università Cattolica negli anni ’30. Dopo la laurea rimane in università. Fa il militare come d’obbligo, è tenente degli alpini e questa esperienza gli fornisce una strumentazione di carattere catechetico ( necessità dell’ascesa, significato dell’andare in montagna, ecc.). Della montagna parla ai giovani dell’Azione Cattolica, della disciplina che essa richiede e che trasferita sul piano dell’ascesa spirituale, fornisce non pochi esempi.
Rapporto con il fascismo
Per completare la ricostruzione della sua biografia non potevamo tralasciare l’aspetto relativo alla questione della contiguità tra Università Cattolica e fascismo. Come era stata vissuta da Lazzati? E’ una pagina delicata.
Occorreva verificare attraverso l’archivio dell’Università se L., adeguandosi al comportamento di gran parte del mondo accademico del tempo, avesse fatto il giuramento fascista.
In Italia furono solo 12 i docenti universitari che si rifiutarono di farlo. Va ricordato il bel libro di Giorgio Boatti “Preferirei di no” che traccia la storia delle loro vicende.
Dagli archivi dell’Università risulta che solo tre docenti si rifiutarono e non vi figura il nome di Lazzati. Padre Gemelli aveva chiesto a tutti di fare questo atto: qualcuno si mostrò solerte, per un’adesione convinta e lo fece già nel ’26-27, altri, tra cui Lazzati, lo fecero nel ’39. La cosa ha per noi una certa rilevanza.
Tale richiesta di giuramento giunge a L. nel ’39 quando consegue la libera docenza per l’insegnamento. Gemelli lo convoca e L. giura, in quel momento per lui insegnare è l’unica fonte di reddito; ci siamo chiesti se la sua sia stata un’adesione convinta o strumentale.
Il discorso va inserito in un contesto generale la cui ricostruzione, nonostante gli studi di Maria Bocci sul rapporto tra Università Cattolica e fascismo, è ancora incompleta. Schematizzando M.Bocci sostiene che Padre Gemelli sia stato un opportunista e non un fascista convinto: abbia cioè accettato di compiere una serie di atti formali graditi al regime pur di garantire spazio alla sua Università e di rafforzarla. Altri studiosi invece sostengono che l’adesione di Gemelli sia stata sostenuta da una convinzione fervorosa almeno fino al ’39.
D’altra parte un certo antisemitismo è fatto ormai evidente nella biografia di Gemelli. E in quegli anni L’Università Cattolica è Padre Gemelli; non c’è, all’interno dell’università autonomia rispetto a ciò che pensa il rettore, è lui che detta la linea e bisogna adeguarsi.
Quindi, un conto è Dossetti che ha rapporti sporadici con l’Università Cattolica( l’ha messo bene in evidenza Galavotti nel suolibro sulla formazione giovanile di Dossetti il quale è legato al contesto reggiano e rifiuta il giuramento), un conto è chi vive ed opera a Milano e ha un contatto quotidianoconl’Università e tutte le attività che la collegano all’esterno. Gemelli, infatti, cercava di controllare anche l’Azione Cattolica e tutto ciò che riguardava la diocesi diMilano.
Lazzati, quindi,non dispone di una completa autonomia di giudizio in questi anni, se la formerà durante la guerra e con l’esperienza dei lager. Egli legge tale esperienza come catastrofe e imprescindibile bisogno di ricostruzione fisica e morale grazie anche a incontri che si svolgono il venerdì sera in casa Padovani dal ’41 in poi.
Dal ’43, dopo l’8 settembre, è internato militare. Viene inviato ai campi di lavoro ed è qui che riflette sul ventennio. Quando torna dà alle stampe queste riflessioni che compaiono in un libretto: “Il fondamento di ogni ricostruzione” ed. Vita e Pensiero. Gemelli lo visiona senza eccessivo entusiasmo ritenendo di non grande interesse per l’Università il contenuto del libro.
In esso a un certo punto compare questa espressione di Lazzati.”Non si sarebbe giunti dove siamo se fossimo stati veri cristiani” E’ una critica implicita alla contiguità tra regime fascista e cattolicesimo. Lazzati non può denunciarlo in modo più aperto ed eclatante, ma è chiaro ciò che vuol dire: se fossimo stati veri cristiani non avremmo favorito certe esperienze.
Egli trasforma la dura prova della deportazione e della guerra in opportunità di fecondità spirituale, di conoscenza antropologica: è nel campo di lavoro insieme a tanti e diversi compagni di prigionia
che inizia tentativi di dialogo con culture ed esperienze differenti. Tra i compagni di prigionia c’è Alessandro Natta, futuro segretario del partito comunista. Insieme creano laboratori di formazione culturale e politica in cui già compaiono germi di quel dialogo che ritroveremo nell’esperienza costituente.
L’esperienza politica
Per queste considerazioni mi permetto di sostenere che in un certo senso l’impegno e l’esperienza politica di Lazzati nascono nei campi di prigionia. E’ qui che si rende conto della necessità, tornato in Italia, di ricostruire a partire da quel dialogo avviato con realtà tanto diverse. Certo un ruolo di fondamentale importanza ha in tutto questo la sua ricondotto a formulare, direi,storicamente il scelta di fede. L’esperienza antropologica da lui vissuta con spirito di solidarietà e collaborazione nella lotta per la sopravvivenza nei due anni di deportazione è ciò che gli fa prendere le distanze dal progetto gemelliano, quello della costruzione di una élite intellettuale cattolica che predetermini l’orientamento delle masse . Occorre invece partire dall’esperienza viva e .concreta degli uomini. Credo che la sua esperienza politica si fondi tutta su questa riflessione. Egli fu politico suo malgrado e forse più democristiano suo malgrado che politico suo malgrado e affermo questo sostenuto dal ritrovamento di una sua lettera a Dolcini( membro dell’Istituto Secolare) del 1954. Ne riporto un passo: “L’esperienza politica mi ha ricondotto a formulare il giudizio che in sede teoretica avevo formulato fin dal 1943: la non validità storica della Democrazia Cristiana in ordine ai compiti che i cattolici oggi dovrebbero assumersi in politica. Non è il caso che io riesamini i motivi per cui ho partecipato alla esperienza della D.C.che del resto non ritengo per me del tutto negativa. Ma tu sai che, anche senza far chiasso, io sono però uscito dalla D.C. in forza della convinzione di cui ti ho detto e poiché quella convinzione non si attenua ma cresce in me, non intendo affatto tornare indietro.”.
E’ un giudizio che la dice lunga sul suo rapporto con il partito cattolico. Ci sono frammenti di scritti e testimonianze soprattutto degli anni ’80 di cui riporto alcune frasi tratte da un’intervista: “ al ritorno dai lager, il 31 Agosto, Dossetti mi telefona, mi dice che devo entrare nella D.C., gli rispondo che era diversa l’idea che avevamo coltivato i venerdì sera a casa Padovani, idea che non era quella di una politica attiva, partitica. Perciò io sono stato un politico mio malgrado, ho fatto parte della D.C. e sono stato fedele a quella stagione, ma è evidente che c’è uno stacco tra quello che noi avevamo pensato di fare per la ricostruzione del paese e quello che l’urgenza del momento richiede”.Questa intervista viene rilasciata nel periodo in cui Fanfani, al Meeting di Comunione e Liberazione aveva affermato che il dossettismo si poteva quasi paragonare al Movimento Popolare di Formigoni. Tale affermazione scatenò un putiferio perché ritenuta da molti fuori luogo ed estemporanea.
Lazzati risponde in prima persona e chiede anche a Dossetti di attivarsi pubblicando i loro scritti degli anni 40, per rivendicare una diversità anche genetica del loro movimento rispetto ai “nipotini di Gedda” , con il rischio che questi ultimi possano finire per accreditarsi come gli eredi del dossettismo. Nell’intervista non dice esplicitamente che l’esperienza della D.C. cui rimane fedele anche negli anni successivi, per lui è superata e vista criticamente dopo l’esperienza parlamentare. Ma lo si intuisce perché già nel ’48 non vuole ricandidarsi. Viene eletto all’Assemblea Costituente
Nel ’46, fa l’esperienza con Dossetti, Fanfani, La Pira, con i cosiddetti professorini, la Comunità del Porcellino, ecc.; non è nelle commissione dei 75 che scrive la Costituzione, ma partecipa molto attivamente alla sua revisione ; è critico nei confronti dell’esperienza del governo De Gasperi come tanti suoi compagni e pare già essere consapevole di essere chiamato ad occuparsi di altro: è più interessato ai temi della formazione politica che a quelli della produzione legislativa. Ciò lo si può anche dedurre osservando il suo apporto concreto in termini di proposte legislative tra il ’48 e il’53.
In tal senso i suoi interventi sono molto limitati ,ma è invece coinvolto da questioni di carattere culturale: ricordiamo lo scontro con Gedda e il suo no ai Comitati Civici (sostiene siano stati un’opera di ingegneria elettorale e che ora non ha più senso confondere azione cattolica e azione politica). Negli anni ’46-47 si occupa delle missioni religioso-sociali istituite dalla gerarchia nel momento in cui avverte il pericolo comunista . Erano strumento di propaganda efficace soprattutto nelle periferie del paese, al sud in particolare. Quando Lazzati si rende conto che la loro esistenza è tutta in funzione della battaglia del 18 Aprile, si pronuncia per la loro chiusura, rifiuta di assumersi la responsabilità di promuovere e sostenere tale propaganda attraverso la formazione di quadri a livello centrale.
C’è sempre in lui l’esigenza di salvaguardare l’azione politica che va fatta da cristiani, in questo ispirandosi a Maritain. Con questo approccio vive tutta la stagione politica fino al ’53 e la lettera del ’54 è significativa perché esprime il bilancio di una esperienza che intende lasciarsi alle spalle.
Fine dell’esperienza politica e rientro a Milano 1954
Nel ’54 ritorna a Milano e per lui significa tornare all’Università Cattolica . Lo shock è quasi pari a quello avuto al ritorno dai lager, quando si trovò nel pieno della tempesta epurativa in atto all’università: si trattava allora di stabilire le responsabilità di Gemelli in quanto rettore circa l’adesione al fascismo. Era un processo che riguardava tutte le università, tutti i rettori erano stati sospesi, solo Gemelli era riuscito a non farsi sospendere ; prima che arrivasse il provvedimento di sospensione si era dato ammalato e si era rifugiato a Castelnuovo Fogliani, vicino Piacenza, da dove controllava ugualmente tutto lasciando come prorettore Franceschini, il quale aveva partecipato alla Resistenza e costituiva un po’ un’immagine riparatrice. Nasce anche, in questo periodo, una “letteratura resistenziale” intorno all’Università Cattolica e il processo epurativo, grazie all’amnistia di Togliatti finisce a “tarallucci e vino”. Anche Lazzati viene strumentalizzato, utilizzato: viene presentato come icona di una certa Resistenza, essendo l’unico professore ad essere stato deportato. Fanfani,infatti, aveva trovato rifugio in Svizzera.
Il suo rientro all’Università, quindi, nel ’46, presenta aspetti diversi da quello del ’54, dopo la sua esperienza politica.
Nel ’54 Lazzati rientra e ha bisogno di una cattedra, giacchè il rischio era quello di restare precario a lungo nell’università; ma incontra un forte ostruzionismo da parte di Padre Gemelli che non dimentica le sue posizioni assai critiche nei confronti dei Missionari della Regalità nel ’39.
Va detto che il cardinale Schuster aveva incoraggiato Lazzati a intraprendere altre strade riguardo a questo tema ed egli aveva allora fondato l’Istituto dei Milites Christi che prende il nome di “ Secolare Cristo Re” negli anni ’60 e che esiste ancora.
Gemelli aveva sempre sperato nella ricomposizione di tale frattura anche perché Lazzati era sostenuto dagli elementi migliori che lo seguono in 12 quando fonda “Cristo Re”. Altri lo seguiranno in numero maggiore nel ’39. Anche Dossetti abbandona l’Istituto dei Missionari della Regalità, ma non aderisce subito a quello di L.
L’arrivo di Montini a Milano è per Gemelli l’occasione giusta per spiegare al futuro papa che quella di L. era un’esperienza nata da un colpo di testa anche se avallata dal cardinale Schuster,
che non vi erano ragioni sostanziali per una divisione e che sperava in una ricomposizione. Infatti il primo incontro tra Montini e Lazzati ha come tema il suo “Istituto Secolare Cristo Re”( risulta dagli archivi dell’arcivescovado). Montini raccoglie le necessarie informazioni spinto anche dalla esigenza di capire e Lazzati ha l’opportunità di chiarire il suo pensiero, di parlare anche del sostegno dato alla sua esperienza dal cardinale Schuster. Esperienza che nasce nel ’39 ed è messa a dura prova nel momento in cui Lazzati è deportato: il gruppo rimane sostanzialmente senza guida nonostante egli anche dai campi di lavoro coatto cerchi di tenere una corrispondenza e di incoraggiare e sostenere l’esperienza.
Le differenze tra Gemelli e Lazzati erano nette e Gemelli non permetterà che Lazzati ottenga la cattedra presso l’Università Cattolica. Egli la otterrà all’università di Bari, grazie all’appoggio del cardinale Pellegrino solo nel ’59. Da Bari poi riuscirà a tornare a Milano, alla Cattolica dove occuperà la cattedra di Letteratura Cristiana Antica.
Montini intuisce fin dall’inizio che Lazzati ha capacità carismatiche, formative superiori alla media e lo impiega in diverse diaconie, in diversi servizi per la chiesa ambrosiana: lo fa subito presidente dei laureati cattolici milanesi, gli affida la rifondazione dell’Istituto Sociale Ambrosiano. Capisce anche la disponibilità profonda di Lazzati, il senso dell’obbedienza, comune anche ad altri personaggi di quell’ambiente come Dossetti.
Ma l’impegno più oneroso che Montini gli chiede è la direzione del quotidiano “L’Italia”.
Siamo nel 1961 e se ne chiedeva il cambio di direzione già da tempo poiché la sua linea era troppo schiacciata sulle posizioni degli ambienti più conservatori della diocesi ambrosiana( Ernesto Pisoni, il direttore, e l’amministratore monsignor Bicchierai si erano strettamente legati alle vicende anche personali di Luigi Gedda). Montini trova il coraggio di fare un po’ di pulizia e affida a Lazzati il gravoso incarico. Egli scrive a Fanfani:” ancora una volta ho chinatola testa “ Questa frase la dice lunga sull’entusiasmo con cui accetta l’incarico; egli non è un giornalista , fare il direttore significava inoltre seppellirsi in Piazza Duca D’Aosta dove era la sede del quotidiano; si trattava poi di cambiare una linea editoriale e avere quindi una capacità intuitiva, profetica, di individuare testimonianze efficaci in quell’ora della storia.
Siamo negli anni in cui Aldo Moro intuisce che è arrivata la stagione di battere strade nuove. Lazzati sposa pienamente la causa di Aldo Moro e del centro-sinistra, scontrandosi fortemente con resistenze anche interne e scommettendo su una generazione nuova di giornalisti. Introduce nel giornale un gruppo nuovo di collaboratori i cui nomi oggi possono anche sorprenderci: Franco Bassanini, Valerio Onida, Sergio Zaninelli, Gian giacomoMigone.
Lazzati investe sui giovani e a quell’epoca è cosa molto coraggiosa. Affida per es. a Ruggero Orfei tutta la parte dei commenti politici. Ne avrà in cambio forti dissensi all’interno e valanghe di disdette di abbonamenti poiché i lettori avvertono il cambio di linea del giornale. Confindustria abbandona completamente il giornale al suo destino e l’amministratore delelegato,monsignor Bicchierai che è rimasto, conduce una guerra intestina accanita. Questa esperienza che dura tre anni debilita anche fisicamente Lazzati che si ammala . E’ la madre a scrivere a Montini prima come arcivescovo poi come papa, per chiedergli di liberarlo dall’incarico. Lazzati non lo avrebbe mai fatto personalmente e direttamente.
Accenno soltanto ad alcuni fatti importanti di questi anni, molto brevemente, per lasciare spazio al dibattito.
Siamo poi nella stagione del Concilio che Lazzati segue come direttore del quotidiano “L’Italia”comprendendo che sta avvenendo qualcosa di radicalmente nuovo all’interno della chiesa. Insieme a Raniero La Valle che è il direttore dell’”Avvenire d’Italia” invia dei giornalisti a seguire i lavori conciliari; Carlo Zizzola è il corrispondente dal Concilio. “L’Italia” dà ampio spazio ai commenti del cardinale Montini, poi PaoloVI.
Gli anni ’60 sono caratterizzati da due impegni importanti: liberato dall’impegno come direttore del quotidiano, è nominato dal cardinale Colombo, successore di Montini, Presidente dell’Azione Cattolica: il compito è ora quello di rigenerare l’A.C.. E’ coadiuvato da Bachelet e Costa.
Nel frattempo è avviato anche un ripensamento delle funzioni dell’Università Cattolica con un ricambio ai suoi vertici. Si assiste a una progressiva rivalutazione del suo operato all’interno dell’ateneo e nel 1968, quando Franceschini lascia il rettorato anche per motivi di salute, è nominato rettore. E’ il momento della contestazione studentesca e Lazzati cerca di trovare delle mediazioni, un equilibrio tra fermezza nella difesa di alcuni principi e dialogo con gli studenti.
L’ente proprietario e fondatore dell’U.C., il Toniolo, è formato da 11 membri di cui 6 devono essere Missionari della Regalità. Essi hanno ancora un saldo controllo dell’Università, infatti Brasca, il direttore amministrativo, è considerato un po’ il rettore ombra, ma data la difficile situazione, sostiene Lazzati ritenuto il solo capace di far fronte alle questioni poste dalla contestazione studentesca.
Sorvolo sugli anni di rettorato di questi anni ’70 caratterizzati da un costante braccio di ferro con Comunione e Liberazione, tentativi di riforma, come quello di istituire una facoltà di teologia nell’U.C., la creazione della rivista “Vita e Pensiero”, lotte interne anche da parte. della gerarchia che comincia a far mancare l’appoggio a Lazzati; va ricordato a questo proposito monsignor Benelli che è Segretario di Stato per un certo periodo.
Verso il 1983 Lazzati viene a trovarsi in una situazione paradossale: è sostenuto da gran parte del Senato Accademico per la carica di Rettore ( anche se Lazzati non intende più ricandidarsi) , ma avversato da Roma. Il vento è cambiato e il cardinale Balestrero,presidente della C.E.I., chiede un ricambio al vertice dell’ Università. Così nel 1983 il testimone per la carica di rettore passa a Bausola appoggiato da Comunione e Liberazione.
Lazzati lascia parzialmente l’Università Cattolica e ritorna a un’antica aspirazione, quella di costruire un’idea alta della politica attraverso la creazione dell’”Associazione Città dell’Uomo” che è la sua ultima eredità.
Conclusione
Il pensiero di Lazzati trova la sua sintesi migliore nella frase che pronunciò morente e che Franco Monaco raccolse:”l’impegno fondamentale è quello di costruire l’uomo”.
Nel suo famoso editoriale per la nuova edizione di “Vita e Pensiero” aveva indicato le due stelle polari che dovevano guidare i cattolici negli anni ’80: la Costituzione e il Concilio. Su questi temi riteneva che i cattolici fossero in ritardo dal punto di vista culturale e politico.
L’urgenza principale era costruire l’uomo, lavorare molto per questo, abbandonando la tentazione di imporre una visione difensiva, apologetica della verità cattolica.
Nell’ultimo periodo della sua vita attraverso la collaborazione con”Il Giorno” anticipa profeticamente quanto accadrà di lì a non molto: il vaso di Pandora della corruzione politica sta per aprirsi. Anche ai familiari dirà di averne viste tante,ma certo loro sarebbero stati testimoni di fatti ben più gravi e numerosi. Aveva intuito che da questi occorreva ripartire pensando al lascito della Città dell’Uomo”, dell’esperienza di Civitas Humana fatta da Dossetti, cioè da quel patrimonio di ricerca spirituale e politica il cui scopo era la formazione politica, la necessità di preparare i cattolici a pensare politicamente.