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Corso di formazione alla politica anno 2008
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Siamo italiani

2 febbraio 2008


testi
introduzione di Andrea Rinaldo
intervento di David Bidussa (non ancora disponibile)

file audio mp3
Andrea Rinaldo
breve intervento di Giovanni Bianchi
David Bidussa

introduzione di Andrea Rinaldo

SIAMO… ITALIANI?
L’ “agiografia” di un popolo attraverso una breve selezione antologica
 

Uno. Abbiamo già avuto modo di conoscere qualche pensiero di David Bidussa qui al circolo Dossetti di Milano, sui temi dell’ “italianità” intesa sia in senso antropologico,  che in quello più sociale e politico.    Infatti l’anno passato egli ha introdotto per noi il testo di Berselli[1],  il quale, seguendo le sue parole di allora componeva “…un vero e proprio <album di famiglia della società italiana>…”[2]Oppure andando poco più in là con la memoria, nel 2005, quando ci illustrò il lavoro di Ilvo Diamanti[3],  che tracciava un’Italia dei “cromatismi politici”, e cioè, utilizzando sempre le parole di Bidussa, che è definita a  partire da “… un concetto di territorio non come puro dato geografico, ma come ambiente antropologico, vedendo cioè, in qual modo le persone, storicamente, in uno spazio geograficamente definito si comportano, si associano, si relazionano…”[4].   Il libro che esaminiamo oggi, “Siamo italiani”[5],  si inserisce a pieno titolo nel solco di quella modalità di analisi disincantata della nostra società, che appare sempre in perenne oscillazione tra arcaicità e modernità, tra mito (o mitologia) di se stessa e cruda realtà, tra stereotipo e originalità;  oscillazione che stratificandosi va  però a comporre  l’identità del singolo e quella collettiva di un popolo. Sì perché come osserva Bidussa “…l’italiano è una figura costruita nel tempo…”[6], così come è peraltro sottolineato nel primo scritto di Giulio Bollati[7];  e quando si narra dell’ identità italiana, se ne parla  “…come costruzione di una retorica, noi parliamo di un doppio registro fatto di difesa delle cose proprie e di antipolitica, intesa come indisponibilità a riflettere in nome di un interesse generale…”[8]. Il ritratto impietoso che ne esce è appunto quello di una retorica italiana, fatta cioè da una esasperata insistenza formale e superficiale sui gesti, sulle forme di vita, sull’esaltazione a vuoto di valori;  da una lamentosità a volte piagnucolosa a volte indispettita, costruita spesso su luoghi comuni assunti però come verità profonde ed immutabili.   Retorica che in definitiva non può che descriversi attraverso altrettanti clichè che suonano pressappoco:   “italiani brava gente”, “italiani poveri ma belli”, ecc.,  e in questa direzione va detto che la demolizione di Bidussa del mito favolistico, auto-assolutorio e rassicurante del “bravo italiano” [9] è, non da oggi, alquanto serrata.

Due. Innanzitutto in “Siamo Italiani” è delineato un “canone italiano”, attraverso l’accostamento degli scritti di tre diversissimi autori, Prezzolini[10], Leopardi[11], Accetto[12], i quali muovendo da contesti storici differenti, ci offrono però un lessico insostituibile:  alcune singole tessere  che contribuiscono a comporre  il contraddittorio mosaico dell’identità italica. Mosaico contraddittorio ed ambivalente proprio come lo possono essere i significati di una stessa parola del nostro vocabolario: cosicché “canone” si può intendere sia come una norma fondamentale, sia per estensione come significato mutuato dall’ambito musicale, a ciò che attiene ad un “rincorrere a più voci il motivo principale”, e cioè con riferimento a quanto stiamo analizzando, ad un mero criterio imitativo.  Certo il comportamento dell’italiano conformato al principio del  “così si fa (ma non si dice)”, principio basilare dell’ “ars vivendi italica”, che si apprende appunto per imitazione, peraltro dopo un lungo noviziato perché esso non è contemplato in nessun testo di riferimento, è probabilmente il motivo che ha generato lo sforzo “normativo” di Prezzolini sfociato nel suo codice dei comportamenti.   Ma certamente questo fatto è ormai  diventato parte integrante della biografia degli italiani, prezioso patrimonio genetico del nostro d.n.a. Così come la necessità pratica nella vita reale della dissimulazione dei propri sentimenti, dei pensieri, persino delle virtù, evocata dall’Accetto, non però come bieco strumento d’inganno (quasi sempre invece essa viene proprio utilizzata per questo scopo!), ma come “azione preventiva protettiva” nei confronti dei potenti, degli invidiosi, degli inetti.  Od ancora la constatazione del Leopardi dell’assenza del concetto di società in Italia, della conseguente insignificanza dell’onore pubblico, dell’appiattimento sul presente come causa della poca speranza riposta verso il futuro. Una cosa lascia stupefatto il lettore di questi scritti e cioè la sostanziale invarianza storica di molti dei nostri difetti qui enumerati, nonostante il mutare dei tempi e delle circostanze.   Ed è forse anche per questi motivi che Bidussa afferma che su queste premesse non si poteva che impostare una “…società delle buone maniere come società delle <maniere false>, ovvero come costruzione ed elogio del conformismo…”[13]. Pertanto in Italia l’identità del singolo non si costruisce nel rapporto dialettico e rischioso con la molteplicità delle diverse identità, ma più frequentemente nell’opportunistica dissoluzione in quella predominante. Non è questa solo una dimostrazione della debolezza delle convinzioni individuali, ma nella gran parte dei casi anche la (male digerita) necessità di un certo “quieto vivere”, perché i rapporti di forza sono sovente a sfavore di chi sarebbe indotto a resistere, e le conseguenze invece molto spiacevoli: è il “non scegliere” come strategia difensiva, e se è proprio necessario schierarsi meglio confluire nell’opzione maggioritaria. 

Tre. Altre facce del poliedrico tipo italico di più recente fattura,  o meglio “dell’Italiano qualsiasi”,  così com’è definita da Bidussa questa sezione del suo libro, emergono dallo scritto di Curzio Malaparte[14], e sono relative alla sua radice anti-moderna e quindi anti-europea.   Oppure l’aura mediocritas dell’uomo Qualsiasi di Flaiano[15], il quale  si caratterizza per un’ampia propensione individualistica, da una vena di inguaribile scontentezza e cinismo,  ed ha potenzialmente in sé tutti gli ingredienti per fare il “salto di qualità” dall’anonimato dell‘ uomo qualunque, al qualunquismo vero e proprio assunto come stile di vita e programma politico.   Va detto però che su quest’ultimo aspetto “L’arcimatto”[16] di Gianni Brera ci invita invece ad una maggiore prudenza.   Non è immune da una buona dose di ambiguità anche la sfera privata dei comportamenti:    lo scritto di Montanelli[17] da questo punto di vista è emblematico di una certa visione dei valori della famiglia e di quelli connessi alla sfera sessuale, riassumibili nel motto “pubbliche virtù (e vizi privati)”, purché questi ultimi siano molto, ma molto discreti, e in definitiva quasi da elogiare più che da biasimare.  Così secondo la visione del noto giornalista sono certamente da guardare con maggiore indulgenza le scappatelle di qualche buon padre di famiglia, se rapportate invece con i ben più gravi vizi di certi ministri, deputati, commendatori, ecc., definiti per l'appunto anch’essi “squillo”.

Quattro. Ed e’ in questo contesto che “… i temi dell’<Italiano qualsiasi> si legano a quelli propri dell’Italiano delle <parole della politica>…”[18]. I dati critici enumerati dal Rossi[19], sulla necessità di una stampa più libera, di un capitalismo veramente impostato sulla competizione; della necessità di un rapporto più trasparente tra affari e politica, tendono comunque a plasmare un italiano diverso. Così come il discorso di Sciascia[20] e di Berlinguer[21]. Lo scrittore siciliano infatti evidenziò con forza la pericolosità in sé e le (allora) impensabili contiguità del fenomeno mafioso. Mentre il noto segretario del PCI pose a tema la centralità della cosiddetta questione morale, non solo come contrapposizione al sistema impersonificato in quel periodo dalla DC, ma come un vero e proprio cambiamento della mentalità comune. Da questo punto di vista  i pensieri riportati di Aldo Moro[22] e di Bettino Craxi[23] appaiono, il primo, come un’appassionata difesa della funzione complessivamente benefica svolta storicamente dalla Democrazia Cristiana; il secondo sul carattere di estensione generalizzata del finanziamento illecito dei partiti, e sulle relative colpe in questo senso di tutta la classe politica. Su quest’ultimi discorsi la critica di Bidussa è particolarmente dura, nel senso che addebita a queste modalità di rappresentazione della realtà la responsabilità di “…regalare l’identità nazionale all’antipolitica, perché incapace di suscitare simpatia se non in quegli stessi che vogliono difendere…”[24], a “…quell’antipolitica che dice di voler combattere e che probabilmente, invece, ha coltivato per garantire i margini di discrezionalità e manovra. Una condizione che contemporaneamente segna il contrappasso e la sconfitta della politica in un paese che ancora oggi stenta a trovarla…”[25].   A questo proposito sarebbe interessante conoscere la sua opinione sull’ormai costituito Partito Democratico, che diversi anni dopo i fatti sopramenzionati,  ha comunque ereditato copiosamente dalle due culture per lungo tempo antagoniste,  in un quadro però di mutata condizione nazionale ed internazionale, ed anche dopo che sono definitivamente caduti i veli dell’ideologie e fors’anche di tante comuni ipocrisie. Oppure è necessario invece rassegnarsi alla retorica degli italiani come tanti “Bertoldo”, vessati, spremuti, ingannati, da una classe politica che non sono più disposti a sopportare,  e che però in definitiva ripongono fiducia, prevalentemente nelle multiformi espressioni politiche populiste?

Cinque. Qualche risposta in questo senso la possiamo trovare nella sezione più ottimistica del libro intitolata  “Vie d’uscita”, che inizia con lo scritto di Einaudi[26],  sulla sostanziale inutilità/vanità del valore legale dei titoli di studio. “Gli Italiani son fatti così”[27], di Gaetano Salvemini  ha il pregio di fare un po’ di chiarezza sul fatto che laddove gli individui appunto “son fatti così”, non è vero che “…dove tutti sono responsabili, nessuno è responsabile…”[28], ma semmai “…ciascuno è responsabile per la parte che gli spetta, in proporzione della sua capacità a fare il bene o a fare il male, e in proporzione del male che ha realmente fatto e che non ha cercato di impedire…”[29]. Il “Conformismo italiano”[30] di Jemolo invece accentua l’assenza di attaccamento nei confronti delle nostre istituzioni, diversamente da quanto si può riscontrare in altre nazioni europee. Fatto quest’ultimo che determina la propensione dell’italiano verso il conformismo, inteso però come estraneità dalle istituzioni, data la poca speranza in esse riposta. Aldo Capitini nel suo “Chiesa e religione in Italia”[31], introduce la distinzione tra Chiesa e religione, le quali invece, sono state spesso un unicum.     La tesi dell’ideatore della marcia per la pace Perugia-Assisi è quella, utilizzando sempre le parole di Bidussa, di “…poter vivere l’esperienza della religione oltre e fuori dalla Chiesa…[32],  e quindi “…rappresenta una sfida soprattutto per definire e delineare un nuovo italiano…”[33].   Infine Ruggero Romano[34] proietta il nostro Paese direttamente nel XXI secolo:   dove i robot la fanno da padrone, la formazione professionale diventa un elemento esiziale perchè la società è appunto di tipo post-industriale.    Dove soprattutto sono evidenti i ritardi e le incapacità di comprendere questi nuovi fenomeni da parte delle visioni politiche tradizionali, sia di destra che di sinistra.

Sei. In alcuni degli scritti citati si anela alla determinazione di un “nuovo italiano”, in grado di rapportarsi in modo diverso sia con i mali storici della nostra società, ed anche con le sfide imposte dalla modernità, che perciò non si rassegna alla commedia della riproposizione all’infinito dello stesso modello sociale. Quanto questo diverso atteggiamento sia passato nell’immaginario collettivo e nei comportamenti quotidiani è un’impresa ardua da definire, e pertanto può aprire il campo ad ampi spazi di scetticismo, che è il substrato dal quale scaturisce l’atteggiamento antipolitico. Sì perché il registro dell’ antipolitica, che è il tema di fondo sempre presente nel testo Siamo Italiani,  ha avviluppato pervasivamente il sentire comune di una buona parte degli italiani (di destra, ma anche di sinistra).  Antipolitica che nasce, come ci spiega lo stesso Bidussa,  “…dall’idea di un potere velenoso, avvolgente…” [35] immutabile, che considera le minoranze come delle “…figure di disturbo, qualcuno – più spesso indicato come qualcosa – di cui sarebbe bene liberarsi…”[36], ed anche da un concetto di società civile come depositaria di virtù. Stiamo infatti argomentando intorno all’attualissima contrapposizione (opportunisticamente manichea) tra una presunta società civile adamantina, indiscutibilmente di specchiate virtù,  e un mondo dei potenti, con speciale riferimento a quello dei politici, inguaribilmente avvolto dall’empietà e dal malaffare.   Tra l’altro se le cose stessero veramente così mancherebbe il “bacino d’utenza” dal quale attingere per creare la classe dei politici, a meno che non si creda che le virtù dei cittadini vengano immediatamente perse per il solo fatto di entrare a far parte del mondo “altro” della politica. I rigurgiti che recentemente hanno incontrato un vasto consenso popolare trasversale, bollati come antipolitica,  che sono comunque una forma del far politica, muovono anche a partire da questa dicotomia.   Va da sé affermare che quest’ultima costruzione appare alquanto artificiosa, che l’azione moralizzatrice rimane solo in superficie rispetto ai problemi di fondo, che sono invece da ricercare nella visione complessiva, nella qualità della proposta, per quale tipo di società, con che tipo di soluzioni, all’interno di quale schema di apparati, ecc.; e soprattutto muovendo da una dinamica che parte dall’interesse generale e non dalla difesa del proprio particolare.    Però tutti questi fatti confermano che, per usare una parola di moda, la “casta” dei politici non è un prodotto attuale, già in passato veniva stigmatizzata ed anche con parole roventi, perché è sempre stato conveniente individuare nelle pecche dei “Palazzi” un facile capro espiatorio.   Non c’è scampo a questo circolo vizioso? David Bidussa non è di questo avviso, a suo giudizio, i pensieri sia di Einaudi, che di Rossi e di Romano, alludono “…non ad un modello astratto, ma di un sistema concreto di relazioni, di un comportamento che è definito da rapporti di forza, da situazioni che hanno un prima e un dopo, che sono raccontabili non in virtù del fato, ma in base e in relazione a una storia, che ha continuità, conflitti, lacerazioni e scelte…”[37]. In questo senso i citati elementi ricorsivi dell’ italianità  non rappresentano un valido paradigma interpretativo, perché muovono dall’idea del potere come elemento statico, ed essi infatti sono spesso degli escamotages per sottrarvisi  in modo individualistico. Le riflessioni di Einaudi, Rossi, Romano, ma anche per certi versi quelle di Salvemini, Jemolo, Capitini,  rimandano invece ad una interpretazione più complessa della realtà, soprattutto più sensibile agli elementi di dinamicità e di mutazione che pure esistono, e che nel lungo periodo trasformano la società stessa, anche in opposizione alle spinte più conformiste.   Ancor più utile a questo scopo è lo scritto conclusivo di Carlo Levi[38].     Quest’ultimo è assunto con il compito di “antipredica”, perché essa è esposta da uno sconfitto, non da un “Luigino” metafora  dello sfruttatore, ma da un “Contadino”, cioè da uno sfruttato. Che però non si crogiola in questa condizione e non scarica le proprie responsabilità.    E inoltre, sono ancora le parole di Bidussa,  “…ha un’idea della società e della storia che si trova a rappresentare e/o governare, e dall’altra afferma che con la politica si può essere sconfitti, ma anche provarci. La risposta è che in ogni caso si è protagonisti...”[39]. Una dichiarazione di fiducia   e di dignità della politica, e della sua funzione di progresso anche quando la storia ne determina i perdenti; dignità che sussiste evidentemente con la condizione di un approccio caratterizzato da una marcata onestà intellettuale.   Ed è questa anche una possibile via da percorrere per non soccombere alle derive dell’ “antipolitica”:    infatti su questo versante non giova una sterile critica moralista, ma è semmai di maggiore utilità “un di più di politica”, depurata però dalle scorie dell’ “Italianologia”, cioè dalla ripetizione all’infinito del canone idealtipico, che si fonda pertanto sulla responsabilità individuale, su scelte precise, e su comportamenti coerenti con tali scelte. Occorre pertanto attivare tutte quelle occasioni di partecipazione che rimettano al centro il cittadino; che lo spingano ad esercitare un controllo pro-attivo sulle scelte politiche ed amministrative, contrastando così da un lato, la tendenza  populista a “far saltare il banco”, e dall’altro la propensione all’auto-referenzialità degli organismi politico-rappresentativi.

Sette. L’argomentare criticamente sui caratteri dell’ italianità, partendo da una selezione seppur limitata degli scritti di alcuni autori molto eterogenei tra loro, per andare però oltre “l’Italianologia”,  è un’angolatura certamente suggestiva. Questo taglio specifico ha anche il pregio di aiutare il lettore nell’operazione non semplice di ricomporre un possibile puzzle dell’identità italiana attraverso i numerosi “links” trasversali che si possono immaginare a partire dal contenuto dei diversi scritti. Operazione quest’ultima estremamente necessaria per non ripetere in eterno i medesimi errori.   E’ confortante rilevare che in questo contesto, si muove oggi anche quella parte di italiani anonimi che, solo per fare qualche esempio, credono comunque nella ricerca scientifica (nonostante siano mal pagati); che spendono molto tempo della loro vita nelle attività di volontariato; che intendono la politica come servizio alla collettività;  ed in questo modo offrono la testimonianza concreta di un “nuovo italiano”, pur essendo oggetto raramente di letteratura premiale. C’è poi la sorprendente moltitudine di cittadini che partecipano copiosamente alle occasioni offerte  loro di democrazia diretta. Questi “altri” italiani, che solitamente non si cullano nella loro condizione minoritaria e che a nessuno verrebbe in mente di bollare come “anti-italiani”, evidenziano anch’essi la volontà di uscire dalla riproposizione perpetua della  “retorica all’italiana”, ed anche concreti segnali di mutazione che nel tempo sono in grado di modificare la situazione esistente. Retorica che si completa con la condizione, per usare le categorie del Levi, della contemporanea presenza nell’italiano archetipo del “Luigino” e del “Contadino”, con la prevalenza dell’uno sull’altro a seconda delle convenienze specifiche, ed anche con l’opportunistica rappresentazione del potere politico come origine di tutti i mali:  pilastri questi ultimi su cui si regge il sentire antipolitico. Resta da capire quanto spazio sia concesso all’iniziativa individuale, se questo fatto sia possibile come atteggiamento culturale singolare, oppure sia da incoraggiare all’interno di percorsi politici collettivi, o, magari più efficacemente, entrambe le cose insieme. In conclusione, nel leggere il testo a cura di Bidussa,  parafrasando una nota della sua ironica biografia ivi contenuta, i motivi di interesse sono certamente maggiori di quelli per cui ci si annoia; perché sono maggiori le ragioni per interrogarsi non in astratto sul carattere ambivalente dell’italianità (che spesso degrada nell’ “Italianologia”), di quelle invece per le quali si assume quest’ultima come un male necessario, come un vestito ormai logoro dal quale però è difficile disfarsi. 


[1] Edmondo BERSELLI, Post italiani – cronache di un paese provvisorio -, Oscar Mondadori, Milano, 2004
[2] David BIDUSSA, Scheda al testo di E. Berselli, vedi nota 1, c.f.p. Circoli Dossetti onlus, Milano, 17/02/07
[3] Ilvo DIAMANTI, Bianco, rosso, verde… e azzurro. Mappe a colori dell’Italia Politica, Il Mulino, Bologna, 2003
[4] David BIDUSSA, Scheda al testo di I. Diamanti, vedi nota 3, c.f.p. Circoli Dossetti onlus, Milano, 12/03/05
[5] David BIDUSSA, Siamo italiani, Chiarelettere, Milano, 2007
[6] Id., p. 7.
[7] Giulio BOLLATI, L’italiano, in Id. v. nota 5, p. 25.
[8] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 6Chiarelettere, Milano, 2007
[9] David BIDUSSA, Il mito del bravo italiano,  Il Saggiatore, Milano, 1994
[10] Giuseppe PREZZOLINI, Codice della vita italiana, in Id. v. nota 5, p. 31.
[11] Giacomo LEOPARDI, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, in Id. v. nota 5, p. 42.
[12] Torquato ACCETTO, Della Dissimulazione onesta, in Id. v. nota 5, p. 51.
[13] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 9Chiarelettere, Milano, 2007
[14] Curzio MALAPARTE, Elogio del buon italiano, in Id. v. nota 5, p. 59.
[15] Ennio FLAIANO, L’amico qualsiasi, in Id. v. nota 5, p. 67.
[16] Gianni BRERA, L’arcimatto, in Id. v. nota 5, p. 78.
[17] Indro MONTANELLI, Ragazze e ministri squillo, in Id. v. nota 5, p. 72.
[18] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 11Chiarelettere, Milano, 2007
[19] Ernesto ROSSI, Settimo: non rubare, in Id. v. nota 5, p. 85.
[20] Leonardo SCIASCIA, Discorso alla Camera dei deputati sul fenomeno mafioso, in Id. v. nota 5, p. 103.
[21] Enrico BERLINGUER, I partiti sono diventati macchine di potere, in Id. v. nota 5, p. 106.
[22] Aldo MORO, Discorso parlamentare sullo scandalo Lockheed, in Id. v. nota 5, p. 92.
[23] Bettino CRAXI, Discorso alla Camera dei deputati su Tangentopoli, in Id. v. nota 5, p. 97.
[24] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 12Chiarelettere, Milano, 2007
[25] Id., p. 13.
[26] Luigi EINAUDI, Vanità dei titoli di studio, in Id. v. nota 5, p. 117.
[27] Gaetano SALVEMINI, Gli italiani son fatti così, in Id. v. nota 5, p. 125.
[28] Id., p. 125.
[29] Id., p. 126.
[30] Arturo Carlo JEMOLO, Conformismo italiano, in Id. v. nota 5, p. 133.
[31] Aldo CAPITINI, Chiesa e religione in Italia, in Id. v. nota 5, p. 137.
[32] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 137,  Chiarelettere, Milano, 2007.
[33] Id., p. 137.
[34] Ruggero ROMANO, In termini di XXI secolo, in Id. v. nota 5, p. 144.
[35] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 18, Chiarelettere, Milano, 2007.
[36] Id., p. 18.
[37] Id., p. 15.
[38] Carlo LEVI, L’orologio, in Id. v. nota 5, p. 153.
[39] David BIDUSSA, Siamo italiani, p. 19, Chiarelettere, Milano, 2007.

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