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introduzione di Giovanni Bianchi (testo distribuito alla platea, diverso da quanto detto poi a voce)
Chiudere la transizione
Il partito come destino
C’è un punto dove il destino e la mission del Partito Democratico si incontrano ed è nell’esigenza di chiudere la transizione infinita. Insopportabile oramai per la società italiana prima ancora che per la classe politica.
Veltroni che si incorona mediaticamente al Lingotto, cogliendo il tempo e l’onda da altri agitata, lega opportunamente il passato di un Nord perduto con la nuova prospettiva del PD. Di simboli la politica continua a vivere e il grande Affabulatore non sbaglia né il passo né il luogo.
Perché il Nord, e perché perduto?
Torino stessa non è più quella alla quale i candidati alla tuta blu salivano dal profondo Sud in treno cantando: “Torino Torino, la bella città, si mangia si beve, e bene si sta”. Il crollo degli Agnelli ha cambiato la capitale sabauda e il modo di pensarsi della città: che fu anche il modo, non solo a sinistra, di pensare il Paese. Vi si trovano una condizione operaia da tempo disgregata e introdotta nella società dove tutto è servizi, dal momento che al cittadino si è sostituito il consumatore. Invece della grande Fiat, anche lì, un lavoro disseminato nelle partite IVA. Il Lingotto odierno dice questo, e sia il sindaco Chiamparino come il candidato segretario Veltroni lo sanno.
Anche il sindacato non è più quello di un tempo: non è più quello di Luciano Lama e non è più sindacato-società, ma sindacato corporazione (e non è necessariamente una bestemmia). E il lavoro italiano è siffatto che la Bossi-Fini rappresenta un grande mezzo di organizzazione del lavoro interinale. Un lavoro tecnologicamente disseminato con resistenti residui di arcaismo. Li ritrovi nell’edilizia insieme a una generale riemersione di zone e attività servili.
Come li organizzi? Non vorrete disperdere la memoria antica dell’organizzazione? Ha ragione l’amico filosofo (filosofo, non professore di filosofia) che predica in ristretto circolo che qui ci vuole l’arte di Michelangelo che trascina al moderno l’antichità tutta, e non il funereo sublime di Canova…
La catena di montaggio era moderna. Tra il ’53 e il ’60 il problema era entrare nell’organizzazione del lavoro. Grazie Fiat. Le lotte si determinavano sulle condizioni di lavoro: no alla monetizzazione della salute. E ora? Il marxismo de-ideologizzato sta lì inerte come analisi sociale. La politica perennemente in ritardo o totalmente assente: per questo fa rabbia, a destra come a sinistra. E le forme della vita e della produzione si organizzano fuori dalla politica. Si mettono dietro le bandiere di uno straccio di populismo. E’ quel che è accaduto al Nord. L’ossessione della detassazione e perfino l’evasione ostinata possono essere lette come un modo di organizzarsi fuori da questa politica che non c’è. Del resto al Sud ci si è da tempo rivolti alla camorra e alla mafia, consolidando le reti dell’impresa criminale.
Perché il grande Affabulatore si rivolge a un Paese malinconico promettendo uno scampolo di felicità?
Perché siamo infelici dal momento che ciascuno avverte il persistere di una incolmabile distanza tra le proprie capacità e le opportunità offerte o consentite. Su questo terreno i riformismi superstiti vengono sfidati. Non importa se di matrice variamente cattolica o variamente laica: importa se sono in grado di risposte, se sono in grado di funzionare. Uscire dalla retorica è la sfida che li attende.
Sono all’ordine del giorno in tal senso non le ripulse vecchia maniera del mercato, ma critiche puntuali e creative, dal momento che esso, il mercato, non garantisce le capacità di tutti e non tutte. Le potenzialità certamente non difettano, soltanto che si ponga mente alla circostanza che l’informatica del mondo di oggi è per l’80% retta da un paese considerato “povero”, l’India. E neppure deve sfuggire la circostanza che una certa misura del successo e della diffusione del fenomeno del volontariato conseguono dal fatto che chi sceglie quell’impegno e quella professionalità sceglie nel contempo una modalità peculiare e personale di espressione.
Necessità e occasione
Non tenere conto di bisogni e desideri siffatti spalanca le porte all’anti-politica, al punto che l’anti-politica medesima ha pensato di farsi politica.
Tutto questo parla di una società italiana depressa e spaccata in due. Con due modalità di evoluzione che hanno fatto sì che alla storica questione meridionale si accompagni un’affatto diversa questione settentrionale. Intorno alla meridionale si sono versati i soliti fiumi di inchiostro e si sono cimentati cervelli del calibro di un Saraceno. Quel che oggi pare incalzare più da vicino le prospettive delle forme politiche è invece una inedita questione settentrionale. Perché il nord? Perchè ancora una volta le forme del vivere e del produrre non possono aspettare i ritardi della politica. La politica e i suoi miti, le grandi narrazioni che promettevano salvezza e hanno procurato solo martirio vengono rifiutati perchè inutili.
Avventura obbligata dunque e non per questo meno straordinaria quella che attende il PD. E infatti non c’è precedente e analogo in giro per il mondo. Val la pena ripetere ancora una volta che il termine a quo è rappresentato dalla caduta del muro di Berlino. Circostanza che per noi rimanda ad un’Italia nell’imminenza di tangentopoli, e cioè tenuta insieme non più dal mito, ma dalla corruzione. Una corruzione, anzi, sostitutiva del mito. E in quel collasso italiano non emerge un De Gaulle, ma i due leader della grande occasione mancata: Mariotto Segni e Achille Occhetto. Chi tentava disperatamente di raggiungere e restaurare una socialdemocrazia già in crisi irrecuperabile, e chi pensava di produrre la svolta pigiando soltanto il pedale delle regole. Una coppia di dioscuri destinata per questo a lasciare il passo e lo spazio a un’altra coppia che non mancò l’occasione: Berlusconi e Romano Prodi, anzi, Berlusconi e Massimo D’Alema.
Una svolta alla quale si accompagna la delusione della grande organizzazione venuta meno, il rimpianto per il moderno principe, secondo una mitologia leninista dura a scomparire. Quel modello Prometeo che aveva generato il titanismo politico e le sue tragedie. Che ha ai suoi inizi il Goethe che proclama: “Con Napoleone la politica diventa un destino” .
E adesso, poveri uomini! E adesso cari nani figli di antichi giganti? Adesso la necessità e l’occasione del PD per chiudere finalmente la transizione infinita.
Necessità non è termine politicamente lieve. E’ preso dal vocabolario di Nicolò Machiavelli che ne discute nel capito ottavo del Il Principe, capitolo nel quale si ragiona intorno al delitto politico come mezzo di acquisizione del principato. Non a caso vi si parla di Agatocle Siciliano che, “non solo di privata ma di infima e abietta fortuna, divenne re di Siracusa”. Con una conclusione altrettanto hard: “E debbe, sopra tutto, uno principe vivere con li suoi sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbi a far variare; perché, venendo, per li tempi avversi, le necessità tu non se’ a tempo al male, e il bene che tu fai non ti giova, perché è iudicato forzato, e non te n’è saputo grado alcuno”.
Ma anche occasione da non perdere. Occasione è termine invece del lessico dossettiano, ed emerge a tutto tondo da un incontro tra la redazione della rivista “Bailamme” nel 1992 sull’Appenino reggiano e il monaco ottantenne. Commentò così l’avvenimento quello che mi pare restare il suo più acuto biografo, Pino Trotta: “Fu un’impressione fortissima: un’attenzione acuta agli eventi della storia si coniugava in lui ad una ricerca spirituale originalissima, capace come poche di porre anche al nostro presente domande essenziali”.
Così si esprimeva Dossetti: “Io non dico che ci sia una incompatibilità assoluta tra la fede cristiana vissuta con impegno e lealtà e l’impegno politico. Non c’è una contraddizione a priori. Sono convinto di questo. Ma sono anche convinto che ci sono mille e una ragione di cautela e di condizioni difficilissime”. E precisava con l’abituale nettezza: “Una prima condizione sarebbe proprio questa: che non ci sia un proposito di impegno politico e questo non sia in conseguenza di un progetto o nella convinzione di una missione a fare. Nego la missione a fare. Nella politica non c’è. Mentre abitualmente e soprattutto nella esperienza concreta, la politica è stata pensata come una missione a fare. Secondo me questo avvelena tutto. La seconda condizione è la gratuità, la non professionalità dell’impegno. Dove comincia una professionalità dell’impegno cessa anche la parvenza di una missione e la possibilità stessa di avere realmente qualcosa da fare. Sono allora possibili tutte le degenerazioni”.
L’impegno politico è dunque occasione, qualcosa che accade: si è presi dall’occasione politica come Paolo sulla strada di Damasco. Un “dono fortuito in un certo senso di Dio (Dio fa sempre dei doni che sono a modo suo fortuiti), particolarmente in politica”. Questa l’occasione che accade, dalla quale si è presi e che del resto non va sprecata. Il corollario dossettiano è che si deve restare in politica (per lui il periodo fu di sette anni) soltanto fin quando si ha qualcosa da dire.
Tra necessità e occasione dunque il destino e la chance del PD.
Torniamo al lingotto di Torino, all’accelerazione e alla svolta rappresentata dall’evento: gestione del mito necessario. Un certo ecumenismo del pensiero e una sorta di kennedismo holliwoodiano (che è una tautologia). Musica. Olè Coltrane !...
Gomorra
Sono tormentato dal dubbio legittimo che il diario politico del Belpaese sia rappresentato in questa fase non tanto da La Casta di Rizzo e Stella, quanto piuttosto da Gomorra di Roberto Saviano. L’inchiesta di Stella guarda al Nord, a questa parte del Paese normale, normale perché sta già in Europa. Stanco e arrabbiato di una politica inutile e quindi costosa. Quella di Saviano guarda a un inestirpabile profondo Sud dove l’impresa più estesa è quella criminale…
E un nuovo dubbio legittimo mi assale: che il buonismo del quale ha bisogno il Belpaese non sia quello del Lingotto che, come Savino Pezzotta, guarda all’Africa, ma quello di don Ciotti che guarda alla mafia e alla camorra.
Il respiro non può essere ridotto, e l’orizzonte neppure. Il confronto è ancora una volta con le grandi narrazioni che ci stanno alle spalle. Il compianto Giuseppe Alberigo, una delle menti più fine della storiografia italiana, intervenendo nell’aprile del 1992 al primo convegno dell’associazione europea di teologia cattolica tenutosi a Stoccarda, così si esprimeva: “Il tentativo titanico di prolungare l’egemonia planetaria mediante la diffusione delle ideologie contemporanee dal liberalismo ai fascismi sino al marxismo e all’atlantismo ha occupato gran parte del XX secolo, ma è tramontato sotto i nostri occhi. Ci si deve chiedere se così l’eurocentrismo non abbia consumato la sua ultima e forse meno gloriosa mutazione. Se questa ipotesi è fondata, essa produce una domanda cruciale: come può essere superato l’eurocentrismo senza prefigurare necessariamente una stagione di subalternità esterna e di interna frammentazione, del continente europeo”?
Non piccoli i miti caduti. Non piccola la caduta. Una grande occasione ma anche una grande responsabilità per i riformismi che si radunano intorno al progetto del PD. Saranno all’altezza?
Il rischio è altrimenti quello paventato da Michele Salvati: non un partito di massa e popolare, ma una sorta di riproduzione del Partito di Azione, composto di quadri liberali con un qualche vezzo elitario.
Due i caratteri delle grandi narrazioni del novecento: la potenza e l’universalità. Due cose, sia detto come per inciso, di cui mancano assolutamente le vulgate politiche attuali, dal momento che i rinascenti populismi dicono la fine e il rimpianto del primato della politica.
Le grandi narrazioni del passato erano potenti perché si presentavano come interpretazioni del mondo volendolo cambiare. E’ come se alla base di tutte ci fosse l’Undicesima Tesi su Feuerbach: quella che diceva che bisognava smettere di descrivere il mondo e metter mano piuttosto a cambiarlo. Oggi, invece, tutti si limitano a descrivere…Vigeva, allora, il primato della politica. C’erano antropologie forti. E senza voler sembrare il Levi-Strauss della Bovisa, mi pare soffriamo oggi di una assoluta mancanza di attenzione antropologica.
Il militante e il volontario
Costituiva allora la quotidianità dei partiti la presenza del militante politico con un identikit assolutamente identico sotto le diverse e contrapposte bandiere. Su quelle gambe e su quelle spalle ha camminato la democrazia italiana del dopoguerra. Sulle spalle e sulle gambe di chi sapeva differire bisogni reali e presenti per lavorare alla costruzione di una società migliore, se non per i figli almeno per i nipoti.
Al militante è succeduto il volontario, alla militanza il volontariato. Il volontario critica e contraddice il militante, si oppone a un eccesso di tasso ideologico, e per altre vie ne continua l’impegno. La potenza delle grandi narrazioni e dell’organizzazione dei partiti di massa poggiava su questa umili ma ambiziosa antropologia. Niente di tutto questo oggi dalle parti del PD. E questo vuoto mi lascia allibito. Neppure ci si interroga sul mix di gratuità e professionalità che ne andranno a costituire l’impegno di cittadinanza. Anche il termine suona alieno o almeno oriundo: si dice democrat, alla maniera americana.
Non meno potente l’orizzonte universale delle ideologie. Suscitarono movimenti di liberazione. Arrivarono nell’Africa di Niehrere, Senghor e Seku Turé. L’enciclica Pacem in terris non tralascia la loro presenza, annoverandoli tra i principali segni dei tempi.
Bisogna dire che il compito maggiore per il PD è dunque quello di pensarsi, e di pensarsi sul territorio, e non negli uffici studi. Ripeterò per l’ennesima volta, quasi una giaculatoria disperata, che per Aldo Moro il pensare politica era già per il 90% fare politica…
Qui si pone il problema del deposito della tradizione cattolico-democratica, del suo destino, del suo senso.
Dirò subito che si tratta di una cultura della moderazione, che reclama una politica temperata, non una politica per i ceti medi. C’è qui un abbaglio di miopia sociologica impressionante: la politica moderata non è quella prodotta da un partito di ceti moderati , ma si pone come uno sguardo interno alla politica medesima, chiamata a prendere le distanze dai fondamentalismi di destra come da quelli di sinistra. E’ la grande lezione di Luigi Sturzo e da ultimo del cardinali Martini.
Si tratta di fare i conti con la drammatica vicenda del neo popolarismo. Mino Martinazzofli, l’ultimo segretario della Democrazia Cristiana e il primo segretario del nuovo Partito Popolare, scomodò Shakespeare per indicare un pericolo e un esito: che il morto tenesse il vivo…Il morto, secondo l’espressione di Gerardo Bianco, è la “democristianeria”: una improvvida continuità ed inerzia che spinse a procedere per quote di appartenenza e a correntizzare tutto il rimasto. Battista Bonfanti ne fa una ricostruzione puntuale e condivisibile nei primi due saggi del suo libello Di Nuovo Popolari.
Ecco allora il problema: come l’invenzione di Forza Italia ha aperto la transizione infinita (che è già durata più della Rivoluzione Francese), il PD sarà in grado di chiuderla? Qui stanno insieme la necessità e l’occasione. Il cimento è quello di “mischiare le diverse culture dei diversi riformismi”. Di coniugare il concetto di libertà, da sottrarre al monopolio della destra, con il concetto di solidarietà, da sottrarre alle ultime e esclusive interpretazioni di certa sinistra.
Il progetto passa evidentemente per una via stretta, quella per la quale dovrebbe passare la gente che ha ancora fame di politica, ma che non digerisce più il modo di fare politica di questi partiti. Qui anche il discorso sui costi della politica. Sappiamo tutti che il popolo degli eletti si compone in Italia di 179.485 persone e che il Quirinale costa 4 volte la Corona Britannica…
Un problema di democrazia
Il problema è essenzialmente un problema di democrazia. Come ha scritto Brunelli su“Il Regno”, per un cattolico democratico l’inciampo maggiore sarebbe quello “di partecipare alla costruzione di un PD che nega nel metodo il suo principale significato”, dal momento che solo il pieno dispiegamento del metodo democratico “può consentire al nostro sistema di non naufragare”.
In secondo luogo ci si chiede se una grande tradizione come quella cattolico-democratica “debba essere consegnata al silenzio o al settarismo di una riduzione correntizia”. Si tratta cioè di non ripetere il peccato d’origine della Margherita: se si entra in una formazione partitica per quote correntizie, di quote correntizie si vive, anzi si muore.
Nel necessario incontro tra culture val meglio misurare prima le distanze (che ci sono) e poi le vicinanze (che ci sono). Tra le vicinanze collocherei il comune ceppo eurocentrico. Benedetto Croce, allievo di Labriola, sosteneva che liberalismo e socialismo sono del medesimo ceppo. E anche Sturzo ha qualcosa a che fare con l’orizzonte liberale, come da subito aveva inteso Gobetti. Paradossalmente nell’elenco delle vicinanze anche l’esaurimento delle rispettive identità culturali. E giudico che proprio dal loro esaurirsi sia determinata una spinta ad approdare al nuovo progetto di partito. Ognuno dovrebbe aver chiara la propria identità, e proprio per questo sentirsi disponibile a giocarla. In politica è il futuro che dà senso al passato.
Restano i dilemmi e la ricerca del credente. A partire dall’esaurirsi di una fase della cristianità. E’ ancora Brunelli a notare su “Il Regno” che siamo “alla costituzione di correnti o quote di rappresentanza cattoliche che si propongono come tali. In questo modo, il PD non dà alcun contributo positivo alla soluzione della “questione cattolica”, semplicemente la settarizza e la rende ulteriormente insignificante”.
Fine o crepuscolo del cattolicesimo politico? Ruini, inteso come cardinale, mette a tema l’argomento nel 1994. La fine del cattolicesimo politico avviene nel tramonto, anche in Italia, della cristianità, a dispetto dei dati delle sociologie. Lamentava un mese fa il priore di Bose Enzo Bianchi la favola che il cattolicesimo italiano sia fiorente e popolare. Un popolo che si dichiara cattolico al 90%. Con una frequenza alla messa domenicale del 25%. Che solo per il 45% crede alla risurrezione del Gesù di Nazaret. Poi scopri che di fatto solo il 19% va effettivamente a messa di quelli che dichiarano d’andarci… Ovviamente non si tratta di mettere la fede ai voti, ma di riaprire una ricerca capace di non fare sconti a se stessa. Si tratta di riscoprire pensieri “periferici”: quelli che alimentarono or è più di un decennio la teologia minore dell’impegno. Di riscoprire l’ammonimento di Zaccagnini che amava ripetere d’essere entrato in politica non per la fede, ma a causa della fede. Non la politica cristiana, ma cristiani in politica. Non il “regno dei valori”, sostituito al “regno di Dio”, ma la sapienza (dossettiana) della prassi.
Due opportunità si danno in tal senso, rammentando che sempre un’ambizione strategica passa attraverso il collo di bottiglia di una circostanza tattica. Sto pensando alla questione del Nord e (siccome ho deciso di complicarmi la vita) all’invasività dei temi cosiddetti eticamente sensibili.
Il Nord come questione
Indubbiamente il Nord mostra caratteri strutturali e culturali che lo presentano non tanto come una anomalia, ma come la normalità di una parte del Paese che sta in Europa. Luogo di incubazione delle 6 mila medie imprese italiane e di 6 milioni di piccole. Un duro processo di selezione nel capitalismo nostrano, passato attraverso conflitti tra flussi e luoghi . Un Togliatti redivivo ripeterebbe probabilmente che si tratta di “afferrare Proteo”. Nella stessa rivolta fiscale c’è molto di più del fisco. C’è ad esempio l’antico retaggio di un Lombardo-Veneto che vide predicare dai confessionali la mere penalità delle leggi. Con il problema per noi di una cultura solidale chiamata a confrontarsi con un Paese ricco, che già Ezio Vanoni si era incaricato di additare a tutti gli italiani.
Il Nord esiste come questione soprattutto per il centro sinistra, dal momento che vi si è costituito un blocco sociale che lo esclude. Bossi e poi Berlusconi si sono sentiti in sintonia da subito e per primi con questa temperie culturale, ma sono risultati incapaci nel darle un progetto. Bossi perché ha eretto la permanenza della Lega a fine della Lega stessa, sicuramente prima del federalismo e della secessione. Berlusconi perché si è limitato a suggerire o predicare: siete così, continuate così. Io sono l’apice di questo lassez faire. Un vantaggio per il progetto del PD, un ritardo eccessivo per il Paese.
Ciò dice ancora due cose. Che prima si stabiliscono le priorità del programma e poi si organizzano le alleanze. Lontani dall’idea di chi pensa che il partito si faccia dal governo o che si faccia contro il governo. In secondo luogo si tratta di prendere atto che quel che resta in termini di nomenclature della vecchia rete dei partiti di massa è pensato sulle forme del vecchio blocco sociale. L’esigenza di un nuovo progetto e di una nuova formazione rivela anche da questo punto di osservazione i caratteri già citati della necessità e dell’occasione.
Il dibattito che si è aperto intorno al rapporto tra etica e laicità dice invece, al di là delle vecchie propagande che puzzano di Porta Pia, del nuovo dislocarsi della laicità medesima, non più soltanto giocabile tra Chiesa e Stato, ma tra laicità ed etica.
Si tratta di prendere atto che si è chiusa una stagione storica, quella dei movimenti, che vide anche l’evento del Concilio Ecumenico Vaticano II, e siamo in presenza di mobilitazioni: così come dicono le due piazze del 12 maggio a Roma. Siamo anche per questo versante chiamati dunque a fare i conti con gli effetti della secolarizzazione nella globalizzazione. Una scolarizzazione che non ha prodotto una grande Francia planetaria e agnostica, ma che risulta tuttora un pieno di idoli e di resistenze. Le stesse identità giocano un ruolo resistenziale. Si aggiunga una sorta di invasione di campo e dilatazione del perimetro dei temi cosiddetti eticamente sensibili. Invasione prodotta dallo sviluppo scientifico tecnologico dentro la produzione legislativa e dentro anche la mancata produzione legislativa.
Credo in proposito che occasione e compito del PD sia contribuire alla creazione di un’opinione pubblica con metodo democratico. E mi piace far notare che il tema di un’opinione pubblica dentro la Chiesa fu proposto da papa Pio XII già nei primi anni quaranta. Battaglia non per la democratizzazione della Chiesa ma per un incontro delle diverse culture nello spazio pubblico della democrazia. E’ il tono del dialogo avvenuto a Monaco nel 2005 tra il cardinale Ratzinger e il filosofo Habermas. E non importa osservare che il centrodestra in Italia alteri continuamente il “mercato”, dando ogni volta precipitosamente ragione alla gerarchia. Le politiche dei furbi hanno il fiato corto.
Vanno dunque messi in campo lavori e strumenti di una nuova laicità. Essi sono chiamati a rispondere al bisogno diffuso di cenacoli, di luoghi d’incontro e di confronto. In quell’occasione Habermas proponeva “luoghi di virtù”. Il cardinale Ratzinger “piccole comunità creative”. Due etichette sopra la medesima cosa. Cartello indicatore di questo percorso mi pare quello costituito dal dialogo tra il cardinal Martini e il professor Marino, ricercatore e senatore diessino. Tra tanti che hanno l’aria di essersi messi in trincea, i due forniscono l’esempio di chi si è messo in cammino per dialogare.
Visto in quest’ottica il PD è una risorsa per la laicità e per l’etica, non la laicità un nuovo disturbo per il PD. Centrale e preliminare in questo percorso il problema della ricerca di un consenso etico tra le culture, l’unico modo per consentire alla politica di dispiegare la propria azione su un terreno non evanescente e per evitare che le nostre città si costituiscano, come già in parte sono, in agglomerati di ghetti accostati.
Mi vien voglia di chiudere con un’esortazione che può anche essere il titolo di un nuovo capitolo da scrivere collettivamente: prima di tutto pensare il PD.
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