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corso 2009: PUNTI DI VISTA SULLA FASE, emergenze della società, proposte della politica
Milana, Beccalli, Meriggi: l'operaismo degli anni sessanta
Loredana Sciolla: la cittadinanza a scuola
Gianni Vaggi: la crisi finanziaria + Il dramma di Gaza

Miguel Gotor: Aldo Moro, lettere dalla prigionia
Sergio Bologna: ceti medi senza futuro?
Salvatore Natoli: la verità in gioco. Scritti su Foucault
Luciano Gallino: il lavoro non è una merce
Giovanni Bianchi: solo la sinistra va in Paradiso
Piero Coda: Dio che dice amore. Lezioni di teologia
locandina Sergio Bologna
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Corso di formazione alla politica anno 2009
PUNTI DI VISTA SULLA FASE,
emergenze della società, proposte della politica

Sergio Bologna.

Ceti medi senza futuro?
Scritti, appunti sul lavoro e altro.

7 marzo 2009

Sergio Bologna. Ceti medi senza futuro? Scritti, appunti sul lavoro e altro.
file audio mp3

premessa di Giovanni Bianchi (7'20")

introduzione di Giancarlo Sartini (18'07")

relazione di Sergio Bologna (1h5'21")

prima serie di domande (14'07")

risposte di Sergio Bologna (8'44")

seconda serie di domande (13'08")

risposte di Sergio Bologna (12'35")

terza serie di domande (27'36")

risposte di Sergio Bologna (16'44")

testi

introduzione di Giancarlo Sartini

intervento di Sergio Bologna


contenuto extra
relazione introduttiva di Sergio
Bologna al Convegno "I rapporti
tra Pubblica Amministrazione e
professionisti autonomi del nov.2008
scarica il documento Word (188KB)

Introduzione di Giancarlo Sartini al testo di Sergio Bologna CETI MEDI SENZA FUTURO?

Sergio proviene da una lunga storia di impegno e ricerca sui temi del lavoro (dalla militanza nel filone “operaista” del pensiero politico-sociale, a 1° Maggio, alle pubblicazioni sulle “partite IVA”, al lavoro autonomo di seconda generazione). Il suo approccio è sempre stato centrato sui modi di produzione del sistema economico e sui mutamenti che   ciò induce sulla prestazione del lavoro e sulla coscienza  di chi li esperisce. In questo lavoro (ceti medi senza futuro?) molti aspetti rilevanti sono importanti, come quelli, ad esempio, riguardanti i tentativi di presa di coscienza e di colleganza circa un’identità collettiva di ceto (gli “sfoghi” su internet), ma ciò che ci può dare di più, secondo me, rispetto alla rilevazione del punto in cui siamo e, forse, di dove stiamo andando è la proposizione dell’undicesima tesi.

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corso 2009: PUNTI DI VISTA SULLA FASE, emergenze della società, proposte della politica
Anno 2008 - CHIUDERE LA TRANSIZIONE? Valori, programmi, partiti, gruppi dirigenti.
Anno 2007 - QUESTIONI APERTE: lacerazioni sociali e soluzioni politiche
Anno 2006 - Leggere il presente e pensare il futuro
Anno 2005 - Realismo e speranza: nuovi scenari della politica
Anno 2004 - La globalizzazione: problemi e opportunità
Anno 2003 - Le contraddizioni della speranza
Anno 2002 - Dopo il muro. Quale nuovo ordine nel mondo?
Anno 2001 - corso di formazione
Anno 2000 - corso di formazione

Si può partire dal secondo “segmento”: il lavoratore autonomo è un’impresa?

Nelle statistiche ufficiali, il lavoro autonomo è denominato come “ditta o impresa individuale” che Sergio accusa di essere denominazione ambigua e volutamente mistificatoria. Nella visione schumpeteriana l’impresa è concepita come una composizione di tre ruoli: il detentore di capitali (o investitore), il manager, gestore d’impresa, il lavoratore salariato o, esecutore. Esiste poi l’impresa familiare, in cui i ruoli di investitore e manager si fondono, e che negli anni settanta, con la fortunata esperienza dei distretti industriali è tornata in auge, ma che si fondava comunque nella distinzione di ruoli. Il lavoro autonomo, invece, si fonda sulla fusione di questi ruoli: strumenti di lavoro, o capitale, gestione dell’attività e lavoro. Ed è proprio questa fusione che caratterizza la “figura” del lavoratore autonomo di seconda generazione, con relativo potenziale di sviluppo e rischio “d’impresa”, con relative specificità di incentivo e di servizi alla formazione d’impresa.

L’identificazione del lavoro autonomo con l’impresa riduce le possibilità, ad esempio, di servizi di orientamento sul mercato o di accesso al credito. Praticamente è, allo stesso tempo, negare una figura professionale e la questione sociale che sottintende (almeno 9 milioni di persone).

Quarto segmento: dove può portare una società senza conflitto.

Il post-fordismo (delocalizzazione, esternalizzazione, impresa a “rete”) ha sconvolto la società industriale e frammentato il lavoro. Ma ormai, sulle radici di quello sta profilandosi un nuovo modello. La forte spinta ai profitti delle imprese dopo l’accordo sindacale del 1993,  più che produrre industrializzazione e investimento ha prodotto rendite e finanziarizzazione.

Le nuove élite finanziarie prosperano su un nuovo modello che non è più quello della manifattura o dei distretti industriali e che è piuttosto fatta di riscossione di pedaggi autostradali, diritti televisivi, tariffe telefoniche ecc.

Il post-fordismo ha già esaurito il suo ciclo? Si incrementerà ulteriormente la rendita o la delocalizzazione sarà ancora più forte, così la miniaturizzazione delle imprese, la flessibilità più spinta, il lavoro più frammentato?

Il mondo delle banche diventa sempre più centrale e l’interesse alla finanza delle piccole-medie imprese sempre più accentuato. Il tessuto industriale andrà sempre più assottigliandosi e una nuova generazione di imprenditori uscirà di scena (ad esempio i figli dei piccoli imprenditori del nord-est).

Si profila un paese profondamente diverso anche da quello post-fordista basato sul ceto imprenditoriale della fabbrica diffusa, a carattere famigliare, una middle class e i professionisti del lavoro autonomo di prima generazione più coperti e privilegiati, sulla lower middle class del lavoro autonomo di seconda generazione e dell’impiego pubblico, sulla moltitudine di “nuovi lavori”, formalmente autonomi e di fatto subordinati.

Di fatto, una depauperazione di molti ceti medi e dei lavori subordinati.

Sesto segmento: chi tiene assieme la “rete”?

Molti osservatori hanno individuato nella logistica (gestione delle scorte, flussi delle merci e delle informazioni, servizi finanziari, etc.) il settore strategico che permette di unificare aziende e gestione del mercato. Inghilterra e Germania, ad esempio, sono molto avanzate su questo terreno.

Ovviamente ciò comporta uno sviluppo eccezionale delle tecniche di ricerca operativa, dell’ottimizzazione dei flussi e di qualunque altro strumento di formalizzazione del sistema di decisioni, l’emissione degli ordini, il prelievo delle scorte di magazzino, le consegne al cliente (intermedio o finale), la traduzione in linguaggio informatico.

Il trasporto delle merci è il vero fattore critico di costo, ma la gestione di tutto il sistema è la sfida che i modi di produzione si sono posti di fronte.

La logistica è il fattore più importante, di fatto, di unificazione della nuova “rete” produttiva.

La classe operaia impiegata nel ciclo produttivo di trasporto è l’unico segmento ancora dotato di potere contrattuale. Ma per il resto il mercato del lavoro usa i parametri di riferimento più bassi tra quelli esistenti sul mercato, tanto per il lavoro manuale che per il lavoro ad alto contenuto professionale e di conoscenza tecnico-scientifica.

Troviamo assieme, nel nuovo modello, fordismo (classe operaia con potere di interdizione) e post-fordismo (articolazione “a rete” e lavoro flessibile). E, assieme, la tendenza al loro superamento (finanziarizzazione).

Nono segmento: l’impresa come unico sistema in cui prospera l’economia della conoscenza?

Sergio, dopo aver criticato le attuali teorie sul capitalismo “cognitivo” (i lavoratori della conoscenza tra mito e realtà), si interroga su dove e come si produca conoscenza.

Per i pensatori ufficiali, l’azienda di grosse dimensioni è il vero luogo dove si produce innovazione e conoscenza, il problema è semmai che essa venga riconosciuta e non svalorizzata. E, da questo punto di vista, pare che non ci siano dubbi: la corporation è la struttura vincente, molto di più, di piccole e medie imprese. Ma in realtà, sostiene Sergio, gli organismi più sono complessi, più sono dotati di una forte resistenza al cambiamento: l’innovazione è vista come un rischio.

Si adoperano procedure formalizzate, codici ben definiti, la “forza invenzione” corre per canali molto stretti. Solo in questa “gabbia” è apprezzata. Il lavoratore non si sente incentivato a “innovare”, semmai a dare consigli demandando ad autorità superiori la decisione, ma anche il free lance, al di là del mito, è molto condizionato dalla sua condizione subordinata.

Anche l’educazione formale fornita dalla scuola è sempre meno valorizzata: sono molto pochi coloro che trovano un lavoro coerente con la loro formazione, e l’universo delle corporation e delle medie imprese offre troppo poche occasioni di assorbimento della domanda.

Comunque lo si guardi, la radice del problema sta nella struttura della scuola, nei sistemi di pensiero e di deontologia che trasferisce.

Decimo segmento. Tirando le somme….

Molti segnali ci dicono che la middle class europea è in decomposizione. Le professioni della conoscenza (professioni liberali protette e non protette, medio-alta burocrazia, operatori universitari e della sanità, manifestazioni artistiche ecc.) è fortemente dipendente dalle politiche pubbliche sia nelle fasce  protette che non protette in attesa di cooptazione.

Una parte del lavoro autonomo di seconda generazione fa parte di questa middle class. In posizione di nicchia le professioni relazionali che, più che ricorrere a competenze, fanno uso di capacità personali.

Nei prossimi anni si apriranno delle crepe negli stili di vita (strumento di identificazione della middle class), ma mentre le imprese a rete probabilmente reggeranno, la finanza è il settore fragile del sistema.

La deindustrializzazione andrà avanti e rimane piuttosto una residuale “borghesia produttiva” nelle provincie, ma anche i distretti sono in crisi e tende a prevalere lo sviluppo “a minor prezzo”, che abusa del territorio.

Nella nuova situazione che si è creata, il lavoro autonomo di seconda generazione deve fissare l’attenzione sulle sue condizioni materiali per potersi difendere, ma andando al di là dello spirito rivendicativo, quale quello del lavoro salariato, che non muta i rapporti tra gruppi sociali. Occorre, per questo, anche una profonda innovazione nella stessa “estetica” della protesta, come testimoniato dall’iniziativa di molte aree del “lavoro precario”, ma, e forse soprattutto, occorre andare nella direzione della costruzione e incentivazione delle possibilita emancipative offerte dal lavoro autonomo, anche se la rivendicazione di certe tutele, come quella previdenziale ad esempio, sono necessarie.

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Intervento di Sergio Bologna.
Post-fordismo e classi medie

Da quasi 20 anni, dopo averne fatto altrettanti come docente universitario in Italia e all’estero, faccio il mestiere del consulente, sono un libero professionista delle professioni non regolamentate, ho una partita IVA quindi parlo dei problemi del lavoro sulla base di un’esperienza personale. I miei scritti in genere non sono gli scritti di un ricercatore classico, sono più o meno quasi sempre testimonianze di vita vissuta, sono tentativi di riflettere sul vissuto, per vedere se, dialogando con altri che fanno il mio stesso mestiere, riesco a trovare degli obiettivi condivisi per operare insieme ad altri, sul terreno della professione e sul terreno sociale, per esempio sul terreno dell’autotutela.

Il tema del mio ultimo libro è: post-fordismo e classi medie. Prima domanda: che diavolo è questo post-fordismo? Per definirlo, per capire più o meno cosa intendo dire con questo termine, mi servirò di qualche esempio concreto. Se guardiamo le immagini di una fabbrica cinese di oggi, come quelle scattate dal fotografo americano Burtynsky, ricordiamo una catena di montaggio portata all’estremo, quasi una caricatura di quella che in tutto il mondo industrializzato aveva portato la produzione di massa, quella delle grandi fabbriche che tutti noi abbiamo conosciuto e nelle quali si è costruita anche la storia del sindacato, la storia del movimento operaio. La cosiddetta cultura dell’operaismo si è formata lì dentro. Quindi, quando si dice postfordismo si vuole indicare un’epoca storica che è venuta dopo. Questo “dopo” si è verificato soprattutto nei paesi occidentali, mentre il vecchio fordismo sta impiantandosi pesantemente proprio nei paesi a basso costo del lavoro.

Proviamo a pensare ai componenti di un’automobile. Saranno circa 400. Quanti di questi pezzi vengono fabbricati dall’industria che poi mette il proprio nome sull’automobile? Mentre una volta erano fabbricati per quasi l’80% dai produttori di auto, oggi si valuta che solo un 30% di una Mercedes è prodotto dalla Daimler Benz; tutti gli altri sono prodotti da industrie satelliti fornitrici di questa industria principale. Il sistema dell’industria a rete fa sì che il titolare del marchio si concentra sul suo core business e poi decentra il resto.

Quindi, si è creato un sistema per cui, sostanzialmente, a un luogo di comando centrale corrispondono una serie di luoghi di produzione o una serie di luoghi di comando periferici; si è creata quella che viene chiamata l’impresa a rete, una rete che una volta era localizzata all’interno di una certa area geografica (i distretti industriali), ma oggi è localizzata a livello mondiale, nel senso che un componente di un’automobile tedesca non deve necessariamente essere prodotto in Germania, e non deve necessariamente essere prodotto in Europa, anche se i montaggi finali sono in Germania, ma il componente può essere benissimo prodotto in Cina o, viceversa, in Cina può essere montata definitivamente l’automobile i cui componenti sono fatti in Europa e così via.

Questa rete è una rete globale. Fin qui lo sappiamo tutti.

Una cosa però che si dimentica troppo spesso, anzi diciamo della quale non si parla, è che per tenere insieme questa rete globale ci vuole qualcuno. Non possiamo spedire via e-mail un componente. Tu fabbrichi l’automobile in Cina e io via e-mail ti mando la valvola. No, la valvola è un oggetto fisico e tu devi mandarlo con un processo fisico di trasporto. Ed evidentemente chi lavora all’interno di questa funzione di collegamento tra nodi della rete è una forza lavoro specifica che noi, molto spesso, non mettiamo in conto in quella che è una forza lavoro reale. Quindi, quando pensiamo a una fabbrica a rete non dobbiamo pensare soltanto ai lavoratori della fabbrica stessa ed a quelli dei suoi fornitori, ma anche alla forza lavoro che è impiegata nel collegare questi vari punti tra loro. È come se noi parlassimo di un sistema dimenticandone la parte più importante, cioè il collante che lo tiene insieme. Un’impresa a rete finisce per essere un’impresa nella quale l’azienda titolare del marchio  rappresenta soltanto una minima parte del capitale utilizzato. E’ una trovata geniale, perché l’impresa sfrutta il capitale altrui, utilizza forza lavoro che non è sua e della quale non risponde, quindi si riduce fortemente l’incidenza del costo del lavoro sul prodotto finale perché il lavoro lo si acquista all’esterno, dai sub-fornitori, i quali a loro volta hanno dei sub-fornitori, quindi si crea questa specie di catena infinita dove l’utilizzatore finale non deve rispondere del processo lavorativo né dei rischi ad esso connessi.

Qui ci sono due modelli. Uno è il modello globale di cui parlavo prima, dell’industria automobilistica che cerca i suoi componenti a livello mondiale. E poi c’è il modello distrettuale dove questa rete è invece limitata territorialmente, pensate ai distretti industriali emiliani, del nord-est e così via, un modello in cui si è partiti da una produzione più o meno centralizzata e ad un certo punto si è cominciato a decentrare. Il padrone dava lui stesso la macchina all’operaio e gli diceva “tu non lavori più da me, te la do io la macchina utensile, la metti nella cantina di casa tua e mi fai lo stesso lavoro di prima, io con te faccio un contratto di acquisto di un certo numero di pezzi al mese o all’anno e tu non sei più un dipendente, sei un lavoratore autonomo, anzi sei un microimprenditore”. In un’industria dell’abbigliamento, tipo per esempio Benetton, è molto più facile farlo che non a livello dell’industria dell’auto.

Poi però questa rete si è talmente frammentata che si è costituita la così detta fabbrica diffusa. E in questa fabbrica diffusa, vengono esternalizzate non soltanto singole fasi della produzione per fare singoli prodotti (Benetton, per esempio, aveva o ha tuttora, non lo so, un contratto con delle aziende che gli producono solo i bottoni dei jeans, delle magliette, delle camicie e così via). In tal modo si sono decentrate anche alcune competenze importanti, competenze che prima erano all’interno e ora sono esternalizzate.

Ecco, quando io parlo di lavoro autonomo di seconda generazione, cosa intendo, sostanzialmente? Intendo per intanto un fenomeno di decentramento delle competenze. Azienda di abbigliamento, di moda oppure di mobili: prima aveva all’interno il designer, un dipendente, lo aveva educato nella sua azienda, un designer che disegnava i modelli dei capi di abbigliamento o i mobili dell’arredamento. “Ma perché mi devo tenere un designer in casa? Mi costa meno probabilmente ricorrere a uno studio di designer esterno che lavora per me così come lavora per altri. Perché mi devo tenere un avvocato dentro? Perché mi devo tenere un programmatore dentro? Perché mi devo tenere queste competenze qualificate che mi costano. Io me le vado a comperare all’esterno. Quelli che prima lavoravano da me se ne vanno, io gli faccio un contratto di fornitura perché mi costa di meno comprare a corpo il prodotto della loro competenza che pagarli a ore come dipendenti e pagare i contributi”. Quando io parlo di lavoro autonomo di seconda generazione sto parlando di competenze professionali che sono state esternalizzate dalle aziende e che si trovano sul mercato come competenze di lavoratori indipendenti, di liberi professionisti.

Però questo è solo uno dei motivi per i quali si è sviluppato il lavoro autonomo di seconda generazione. L’altra spinta è venuta dal fatto che le persone stesse, hanno scelto questa strada. C’è stata una generazione, soprattutto dopo il ’77,  che pensava “è meglio lavorare in proprio, senza obblighi di orario: invece di andare sotto padrone, invece di farsi assumere da un’azienda, da una banca, da una casa editrice ecc., è meglio mettersi sul mercato, essere un professionista indipendente, lavorare per diverse aziende, si guadagna di più e so è più liberi, ci si organizza come si vuole”.

Illusioni che poi pian piano cadono, nel senso che alla fine si lavora molto di più.

Abbiamo del post-fordismo individuato soltanto l’aspetto della produzione, non stiamo parlando di finanza, di servizi ecc: Dal punto di vista della produzione è il passaggio da un’organizzazione verticale, integrata, dell’impresa a una organizzazione a rete che diventa globale e quindi necessita di un fortissimo coordinamento e di una fortissima incidenza del trasporto, della logistica.

Per collegare i nodi della rete non bastano i camion, le navi, gli aerei, ci vogliono depositi, il magazzini e sistemi informatici complessi. Si è sviluppato con la logistica un settore che, pensate, in Germania è - dal punto di vista occupazionale - il terzo settore. Noi ne abbiamo coscienza, pensate che il sindacato non ha un contratto della logistica, non esiste contrattazione sindacale unica di un settore che sta diventando uno dei settori a espansione più rapida. Infatti, alcuni lo chiamano physical internet. Internet è appunto un collegamento virtuale tra soggetti, la logistica invece è il collegamento concreto, fisico.

E’ un’organizzazione complessa, come quella della Daimler Benz. Il cervello sta a Sindelfingen in Germania. Questa centrale ha il compito di programmare tutta la produzione dei componenti che andranno a comporre la macchina finita che si costruisce in Inghilterra, la Mercedes MacLaren, macchina di lusso ad alte prestazioni, concorrente della Ferrari. La centrale emette gli ordini (e le fatture) a sei stabilimenti diversi: uno sta a Stoccarda, uno a Düsseldorf, uno ad Amburgo, uno a Sindelfingen, un altro in un altro posto che non ricordo e un sesto ancora a Stoccarda. Ciascuna di queste fabbriche, ciascuno di questi impianti produttivi, ha il compito di produrre un componente di quella macchina. Da queste unità produttive partono sulla base degli ordini emessi, i prodotti finiti che vengono portati da camion e tutti convergono in un magazzino centrale, il quale non appartiene né alla MacLaren né alla Mercedes Benz: è di uno specialista che fa questo mestiere, uno che ha messo a disposizione un magazzino, lo ha dotato di scaffalature speciali, ha speso un sacco di soldi di gestione automatica e di sistemi informatici e così via. Che compito ha? Di prendere questi componenti, di farne dei kit, di caricare questi kit su dei camion che si dirigini a un altro magazzino che sta oltre Manica, un magazzino di pre-assemblaggio il quale ordina appunto questi kit in base ai ritmi della linea di produzione. Quello che è interessante è che dal momento dell’emissione dell’ordine al momento in cui questi signori devono spedire il camion dal magazzino non può passare più di mezza giornata, cioè 12 ore. Tutti i materiali non possono restare in questo magazzino più di 12 ore e per essere spediti questi kit al destinatario non può passare più di un giorno. Praticamente, tutto questo enorme processo che coinvolge sei fabbriche, due magazzini, una fabbrica di montaggio e decine di viaggi ogni giorno, compreso l’attraversamento del Canale, deve avvenire entro 48 ore.

Questa è sostanzialmente la fabbrica a rete. È una fabbrica dietro la quale esiste una larga organizzazione che deve essere perfettamente collaudata, nella quale c’è un’incidenza di investimenti in sistemi informatici elevatissima. Un’impresa a rete funziona in quanto esiste un sistema logistico, un sistema di approvvigionamenti, di forniture, di controlli di qualità eccetera, che non è direttamente legato al sistema produttivo, che è tutto esternalizzato e che appartiene a una serie di cosiddetti logistic provider, di fornitori terzi di servizi.

Noi in genere, quando parliamo di fabbrica, ci dimentichiamo di tutto questo. Pensiamo che la fabbrica sia quella roba con la catena di montaggio, ma di quello che sta dietro, di quello che collega i vari nodi della rete non ne abbiamo minimamente sensazione e quindi non riusciamo veramente a capire che cos’è questo benedetto post-fordismo. Post-fordismo è la produzione basata su un sistema a rete che consente di concentrare all’interno della fabbrica titolare del marchio soltanto, nel caso dell’industria automobilistica, il 30% dei componenti che fanno il prodotto finito.

Può capitare che i componenti vengano da fornitori che stanno in un raggio di 800 km e debbono essere consegnati ogni giorno o due volte al giorno.

Sembra pura follia, ed in un certo senso lo è. Non è possibile che si spenda in trasporti tutti quei soldi, con quel che costa il gasolio. Eppure, evidentemente, a loro costa di meno, è un sistema più flessibile, è un sistema però che produce la spaventosa densità di trasporti che voi vedete sulle autostrade. Uno si chiede: ma come mai ci sono tanti camion sull’autostrada? Sono gli anelli di una catena produttiva distribuita nello spazio. E questo è, signori, il post-fordismo.

Attorno a Milano si concentrano circa il 40% dei centri logistici italiani.

Nella cultura media si ha la percezione di questa cosa? No. Si gira, si vedono dei capannoni ma non ci si chiede che cosa sono. Non esiste un contratto sindacale, perché dentro a questi capannoni lavorano operai che hanno cinque/sei contratti diversi. Purtroppo, nella cultura media, del sistema produttivo moderno non si percepisce la complessità perché si pensa ancora alla vecchia fabbrica anni 70.

L’impiego dell’informatica in questi sistemi a rete è massiccio. Ho lavorato all’Olivetti agli inizi degli anni Sessanta nella divisione pubblicità e stampa. Ho avuto la fortuna di lavorare nel settore elettronico e quindi di essere uno dei primi in Italia, dal punto di vista della pubblicità, a seguire questo settore e naturalmente dovevo prima di tutto visitare le fabbriche Olivetti dove si stavano costruendo i primi calcolatori. Adriano Olivetti a un certo punto aveva il problema di costruire le schede, le schede elettroniche, quelle che oggi sono i chips; allora la scheda era grande come una cartolina postale e venivano prodotte nello stabilimento di Caluso, che era uno stabilimento esclusivamente a manodopera femminile. Cosa dovevano fare queste donne? Ciascuna aveva un banco di lavoro e doveva fare una serie elevata di microsaldature su questa scheda, quindi doveva fare un percorso di tanti puntini, avevano un microsaldatore in mano, avevano un aspiratore che portava via i fumi e per definire il percorso ottimale di questa rete si utilizzava un sistema di ricerca operativa, che era stato tradotto in impulsi sonori dati tramite un nastro la cui velocità le operaie potevano comandare con un pedale: avevano la cuffia e seguivano i comandi che ricevevano dal sistema operativo. Perché era stata messa  a Caluso questa fabbrica? Perché quella zona era una zona di tradizione del merletto: si era convinti che c’era nel codice genetico di queste donne la capacità di lavorare su degli spazi molto limitati con grandissima precisione.

I sistemi di ricerca operativa si sono migliorati e uno dei sistemi più efficienti è quello che segue i comportamenti delle formiche perché pare che le formiche, quando escono dal nido e vanno a cercare del cibo, inizialmente seguono vari percorsi, poi finalmente trovano il percorso ottimale e quando lo trovano secernono una sostanza, il feromone, che forma una specie di traccia, di filo di Arianna che poi tutto il nido segue, e si formano le colonne che tutti abbiamo visto. I matematici hanno cercato di tradurre questa cosa in un sistema operativo dal quale hanno costruito un software con cui si confezionano dei prodotti informatici che servono a controllare i flussi dei mezzi di trasporto, a ottimizzare i carichi ed a risparmiare viaggi a vuoto.

Uno dei centri di ricerca più avanzati del mondo in questo settore è a Lugano. Sono entrato in contatto con questi matematici, che sono una ventina, molti dei quali italiani, e avendo entrature all’interno di aziende italiane, ho collaborato per vendere alle aziende italiane questo prodotto che è un prodotto veramente straordinario e può ridurre l’impatto del traffico di veicoli pesanti.

In questo modo ho sperimentato come sia difficile far passare l’innovazione nelle aziende italiane. Costava poco questo sistema, ma siccome ogni volta che introduci un sistema innovativo si ribalta la gerarchia dell’azienda, ci sono molte resistenze e alla fine ho rinunciato. Ma quello che volevo dimostrare è il grado di intelligenza e di tecnologia intrinseco ai processi di ottimizzazione della rete. Dietro una cosa molto banale come il trasporto via camion, quando questo trasporto è inserito in una catena logistica ci possono essere dei sistemi molto sofisticati a organizzarlo.

Questo era un esempio per dire quanto l’informatica conti dentro l’organizzazione delle reti, la globalizzazione può essere praticata dalle aziende a condizione che utilizzino sistemi informatici estremamente efficienti. Uno degli ultimi ritrovati in questo senso sono i tag, gli RFID (radio frequency identification device) che sono semplicemente delle micro-ricetrasmittenti prive di batterie perché si ricaricano con l’impulso che ricevono e si pensa addirittura di introdurli nella singola confezione dei prodotti. Dei farmaci, per esempio, per impedirne la contraffazione, per adesso vengono introdotti nei pacchi, in una grande unità. Vengono usati molto dall’industria dell’abbigliamento per scoprire i falsi; il capo di Armani imitato in Cina difficilmente si porta dietro un tag perché adesso costano ancora questi aggeggi.

Poi c’è l’aspetto hardware della globalizzazione, le infrastrutture di trasporto, si pensi alla line ferroviaria che i cinesi hanno costruito a 5 mila metri di altezza, poi ci sono i grandi porti, gli aeroporti. Noi non ci rendiamo conto dello spaventoso uso del territorio che richiedono queste infrastrutture per sostenere la globalizzazione dal punto di vista fisico.

 

Lavoro e post-fordismo: siamo arrivati un po’ al nucleo centrale del discorso. Ci sono moltissimi aspetti del lavoro in questo sistema a rete, volendo analizzarli separatamente. Basta pensare a tutto l’aspetto legato alla forza lavoro impegnata nei processi di globalizzazione. Sto leggendo un libro per farne una recensione su il Manifesto, riguarda la condizione dei lavoratori marittimi. Siccome il commercio mondiale per via marittima è enormemente aumentato in questi anni (perché le fabbriche si sono spostate nel Far East, ma poi bisogna riportare il prodotto finito nei paesi avanzati), c’è stata un’esplosione dei traffici con navi sempre più grandi. Sono circa un milione e mezzo i marittimi a livello mondiale, ma poi pensate a quelli che lavorano negli aerei,  nei porti, che lavorano nella logistica e sono milioni e milioni di persone che sono la forza lavoro della globalizzazione dei trasporti. Di tutto questo sistema ho preso in considerazione un piccolissimo segmento che è quello delle competenze professionali, il lavoro autonomo di seconda generazione, cioè quei professionisti che offrono dall’esterno alle aziende pubbliche o private o agli enti pubblici le loro competenze, i loro saperi specialistici. E perché li ho chiamati lavoratori autonomi di seconda generazione? Per distinguerli da quelli di prima generazione. E quali erano quelli di prima generazione? Erano contadini e commercianti: il lavoro autonomo in Italia si è sviluppato enormemente, ha raggiunto una cifra di più di 6 milioni di persone; c’erano i coltivatori diretti, un contadino veniva considerato lavoratore autonomo, e così chi ha il piccolo negozietto di dettagliante,

Dopo c’erano le professioni liberali, sempre esistite, come avvocati, architetti, medici ecc., cioè tutte professioni governate da Ordini. Le professioni cosiddette del lavoro autonomo non regolamentato si sono sviluppate enormemente negli ultimi decenni, è il segmento all’interno del lavoro autonomo che si è sviluppato di più, anche se in termini assoluti, è ancora abbastanza ridotto. Ho cercato di analizzare la condizione e le forme lavorative di questo particolare segmento che è quello del mio lavoro e ho cercato di capire come funziona.

Innanzitutto, di questo potremmo dire una cosa: è un patrimonio sociale importante, perché queste professioni conservano la memoria dell’innovazione. Questo è uno dei punti più importanti perché, a partire dagli anni ’70, con le forti ristrutturazioni all’interno delle aziende, con il fenomeno del decentramento, col fatto che le industrie esternalizzavano, si mettevano fuori le competenze, che in alcuni casi sono state distrutte. Pensate agli uffici tecnici, delle industrie chimiche e siderurgiche.

Cosa significa questo? Prendiamo uno stabilimento chimico di Marghera o uno stabilimento siderurgico dell’Italsider, si scioglie l’ufficio tecnico perché è costoso. Cosa significa? L’ufficio tecnico è quello che mantiene la memoria dell’impianto, sa esattamente com’era l’impianto 30 anni fa, quali sono state le modifiche pian piano apportate all’interno, e quindi quando interviene un guasto, sa esattamente che cosa deve riparare. Se questa memoria non c’è, quando succede un guasto si va da un’azienda esterna e si chiede “che cosa devo fare?” Può capitare che quello risponda di rifare l’impianto mentre basterebbe solo cambiare o modificarne una parte.

Nelle industrie chimiche si sono ridotte le manutenzioni perché è l’ufficio tecnico che sorveglia la corretta ed esatta tempistica delle manutenzioni; per risparmiare, alla fine degli anni ’70, si sono ridotte le manutenzioni quindi è aumentata l’insicurezza, sono aumentati gli incidenti, e così via.

Ecco, queste professioni esterne, che offrono la loro competenza dall’esterno, avendo lavorato per anni per varie industrie, conservano la memoria dell’innovazione. Quindi, si può dire che le competenze acquisite al servizio delle imprese costituiscono un patrimonio di memoria dell’innovazione organizzativa e tecnologica che altrimenti andrebbe disperso. Questa non è una cosa da poco.

Uno dei problemi principali quando uno lavora come professionista indipendente è quello ovviamente di saper costruire delle reti: quanto più uno è solo e individualizzato e isolato tanto più ha bisogno di entrare in relazioni. Quindi, quello che noi chiamiamo il lavoro relazionale in certi casi comporta un’incidenza del 40/50% delle ore spese durante la giornata. Quindi, le competenze e i saperi acquisiti sul campo sono frutto di attività relazionali. La qualità e i costi dei servizi di comunicazione e di trasporto incidono in maniera fondamentale sulla giornata lavorativa, sul reddito, sull’efficienza e la competitività dei professionisti al servizio delle imprese. A me capita certe volte, all’interno di una settimana, di essere in cinque città diverse. Mi è capitato anche due settimane fa: sono andato a Parigi giovedì e venerdì per una riunione, sono tornato sabato a Milano, lunedì mattina sono andato a Roma, sono stato lunedì e martedì a Roma, mercoledì sono tornato a Milano e poi giovedì sono andato a Trieste dove sono rimasto due giorni. Sono mestieri dove la mobilità territoriale è una cosa abituale, è un’attività molto logorante e dispendiosa. Molto spesso i costi dei viaggi vengono messi dentro un forfait di pagamento, spesso, soprattutto con la crisi attuale, sono a carico interamente del professionista.

Il lavoro autonomo di seconda generazione è difficile da quantificare; basta pensare che l’Osservatorio Provinciale del mercato del lavoro di Milano, che è forse il più efficiente d’Italia, non censisce questa forma di lavoro, ma soltanto il lavoro dipendente in quanto trae i suoi dati dai Centri per l’impiego.

Quindi, si fanno delle stime. Finora questo tipo di mansioni, o di funzioni, o di lavori non venivano considerati propri di un lavoratore ma di un’impresa. Mi dicono: “non sei un lavoratore, sei un’impresa individuale”. Ora, io non credo che esista un concetto più stupido e insensato di impresa individuale, anche chi ha solo aperto un libro di economia, sa che un’impresa è fatta da capitali, da un management e dalla forza lavoro; sono tre funzioni distinte; se non ci sono queste cose non esiste impresa, che è per sua natura un organismo complesso, un’organizzazione, non può esistere in un’unica persona. Io sarei il capitalista, l’operaio e anche il manager?

Un’altra delle caratteristiche dei lavoratori autonomi di seconda generazione è una cosa che li distingue radicalmente, per esempio, dai professori universitari. I professori universitari hanno una loro autorevolezza che è certificata una volta per tutte, cioè quando vanno in cattedra. Se poi dal momento in cui vanno in cattedra fino a quando vanno in pensione non leggono più un libro, e diventano sostanzialmente degli analfabeti di ritorno, rimangono comunque delle persone estremamente autorevoli.  Quando sei un professionista le tue competenze devono essere ogni giorno sottoposte al vaglio del mercato: questo sono le nuove divisioni di classe dell’economia della conoscenza. Nell’economia della conoscenza non avremo divisioni di classe caratterizzate dal reddito, ma avremo divisioni di classe caratterizzate da queste dinamiche.

Problemi di coalizione, di mettersi insieme per difendere i propri diritti, problemi sindacali insomma. Siamo arrivati più o meno alla parte più interessante. Questa forza lavoro estremamente frammentata, suddivisa, individualizzata non ha rappresentanze, né un sindacato… Ma pian piano, un po’ alla volta, si cominciano a verificare, come dire, dei fenomeni associativi di estremo interesse. E dove hanno cominciato a manifestarsi in maniera più evidente? Negli Stati Uniti chiaramente, perché lì la condizione dei lavoratori indipendenti è una condizione quasi peggiore della nostra, in quanto i sistemi di welfare americani sono sistemi che non tutelano chi non ha un lavoro dipendente, non c’è un servizio sanitario pubblico, Obama adesso ci prova, e quindi pian piano ha cominciato a svilupparsi un fenomeno di estremo interesse, un movimento di sindacalizzazione di questa parte di ceto medio, perché tutti appartengono al ceto medio.

Ne è stata promotrice un’avvocatessa del lavoro di New York, che vive a Brooklyn, figlia e nipote di sindacalisti - suo nonno era un sindacalista degli anni ’30. Ha intuito, anche per il lavoro che svolge, che stava crescendo questa popolazione di lavoratori indipendenti privi di tutele. Ha costruito nel 1995 un sito internet chiamandolo Working Today, e ha fondato poi la Freelances Union, Sindacato dei freelance. Oggi questo sindacato conta solo nella città di New York qualcosa come 60 mila iscritti e sta diventando una delle lobby più importanti. Il tasso di sindacalizzazione negli Stati Uniti è al 7%, trovare una categoria che invece ha un tasso di sindacalizzazione piuttosto elevato e quindi dialoga con le istituzioni da una posizione di forza, è un fenomeno di cui naturalmente il ceto politico deve tener conto.

Qual è il loro interlocutore principale? Le banche e le assicurazioni. Siccome per tutelarti devi fare un’assicurazione sanitaria privata e pagare un’assicurazione privata per la pensione, la Unione ha contrattato collettivamente i premi con le società di assicurazione ottenendo anche sconti fino al 40/50%, finché qualche mese fa hanno detto “basta, ci facciamo la nostra assicurazione ed hanno fondato una società di insurance. Vale la pena visitare la loro home page, www.freelancersunion.org, mettono in prima pagina interviste video con dei soci, usano sistemi di comunicazione molto dinamici. Fanno tanti meeting, seminari e così via, hanno le loro “pagine gialle”, ottengono dei forti sconti da medici (dentisti soprattutto) e ristoranti, riescono a dare servizi reali ai soci e in questo modo crescono.

Un’altra organizzazione interessante è stata quella messa in piedi da Barbara Ehrenreich, una scrittrice di grande successo, una femminista, militante pacifista, columnist del “New York Times”, che ha messo in piedi l’organizzazione “United Professionals” nel 2006. La crisi era già arrivata all’interno della middle class americana, poi è esplosa sul piano dei mutui suprime, ma il disagio della middle class era già presente. Prima è stato istituito un sito internet che non si rivolge soltanto ai lavoratori autonomi, ma anche ai lavoratori dipendenti che esercitano mestieri dell’economia della conoscenza.

Come dicono nel loro manifesto l’United Professionals è un’organizzazione non profit, non partisan che vuole tutelare i colletti bianchi, indipendentemente dalla loro professione e dal loro stato professionale. E quindi si rivolge ai lavoratori, ai disoccupati, ai sottooccupati e a quegli anxious employed, cioè a quelli che lavorano e che hanno una paura folle di perdere il lavoro. Alla gente che ha creduto nel sogno americano e che vede la propria esistenza minacciata o distrutta dai processi di crisi dice: noi professionisti uniti vogliamo salvare la classe media americana (loro parlano sempre chiaro senza giri di parole).

Questa organizzazione crea solidarietà, crea tessuto sociale, sono piccoli sintomi di qualche cosa che si sta svegliando all’interno di una middle class che tradizionalmente è sempre stata egoista, è sempre stata conservatrice, è sempre stata di destra e così via. Una citazione da Robert Wright dice sostanzialmente che la middle class americana non è mai stata peggio dai tempi della depressione, e diciamo che la prima prova del nove l’abbiamo avuta durante l’ultima campagna elettorale perché loro sono stati quelli all’avanguardia dei sostenitori di Obama, che si è definito “il candidato della classe creativa”, il candidato dei lavoratori che usano internet, che sono innovativi.

Oggi molti di loro sono delusi dalla sua politica, la mia opinione è che in questa storia di Obama quello che è interessante non è lui, lui come personaggio, ma la dinamica sociale che lo ha portato all’elezione. E quindi sono interessanti queste prese di coscienza, queste dinamiche sociali, di strati sociali che sono sempre stati passivi e che, in generale, hanno seguito la destra. Questo mi sembra una cosa importante. Quando ho scritto il libro sulla crisi dei ceti medi, ho tenuto presente questi fenomeni, ho riflettuto sul significato e le conseguenze della crisi del ceto medio, in particolare negli Stati Uniti, ma in Europa siamo sulla stesa strada, una crisi che coinvolge anche le professioni regolamentate tradizionali naturalmente, né i giovani avvocati né i giovani medici, né i giovani architetti se la passano bene.

Ci troviamo in una situazione in cu i nostri figli li facciamo studiare, ma non ci chiediamo spesso qual è il destino che li aspetta quando arrivano sul mercato del lavoro con superlauree, master e così via.

Il salario di ingresso in Italia, come ricordava Draghi due anni fa a un convegno di economisti, sono i più bassi d’Europa. Noi siamo arrivati a pagare i nostri giovani peggio di qualunque altro paese d’Europa.

Se guardo i curricula di questi giovani e li paragono con il mio curriculum, quando ho cominciato a lavorare, trovo che non c’è paragone. Forse a loro manca una preparazione generale, una allgemeine Bildung, ma sul piano dei titoli ne hanno molti di più di quanti ne avessi io alla loro età. Poi si presentano al datore di lavoro che gli dice: “sei overeducated, sei troppo studiato, non possiamo pagarti tanto quanto ti meriteresti…ma se accetti di fare fotocopie a 800 euro lordi al mese, ti posso assumere…a tempo determinato”. E si trovano doppiamente fregati.

Anche da noi qualcosa sta nascendo. Io sono uno dei membri di questa associazione milanese ACTA, Associazione Consulenti del Terziario Avanzato, che, coi tempi che corrono, partita tre anni fa, senza un soldo, riesce a dare voce a questi lavoratori che sono privi di tutele, siamo diventati quasi mille in poco tempo e cerchiamo soprattutto di far conoscere le problematiche dei lavoratori autonomi di seconda generazione, delle Partite Iva. Abbiamo costruito una rete di associazioni, abbiamo messo insieme circa 14 associazioni professionali, che si sono formate dagli anni ’80 in poi ma spesso non hanno combinato niente perché hanno perseguito l’obbiettivo di creare Albi o Ordini professionali. Noi facciamo un discorso completamente diverso e diciamo ai nostri colleghi: “guarda che ormai, indipendentemente dalla tua professione, ci sono alcune condizioni di base del nostro lavoro che sono gravemente squilibrate rispetto al lavoro dipendente: sul piano fiscale, sul piano assistenziale, sul piano previdenziale, non abbiamo la pensione, col sistema contributivo dopo 30 anni di contributi avrai 500 euro al mese di pensione. I problemi dei termini di pagamento: l’ultima fattura che ho emesso me l’hanno pagata dopo 9 mesi. Questi sono i problemi attorno ai quali si possono mobilitare molte persone. Quindi le abbiamo messe assieme, abbiamo creato una Rete, abbiamo trovato nella Provincia di Milano governata da Penati un interlocutore, abbiamo fatto anche un convegno con lui, abbiamo filmato tutto il convegno e l’abbiamo messo su YouTube. Quindi, pian piano si è innescato un circolo virtuoso dove la gente parla, si sfoga ma anche ritrova la solidarietà ed esce dall’isolamento. Sul nostro sito www.actainrete.org si trovano molte informazioni di carattere tecnico e giuridico, sulla fiscalità soprattutto. I problemi, i disagi che ci sono all’interno della middle class si vedono di meno perché naturalmente uno li nasconde e piuttosto di tirarli fuori… Mi ricordo i miei anni d’insegnamento in Germania, inizio anni ’80, Brema era stata una grande città industriale arrivata al punto finale della de-industrializzazione. Smantellati i cantieri, smantellata l’industria siderurgica, smantellate le industrie automobilistiche ecc. Il tasso di disoccupazione nell’hinterland era del 25%. Io che pensavo di andare in un paese ricco mi sono trovato in un paese dove la povertà era impressionante. Ho cominciato a lavorare con un gruppo di volontari che davano una mano ai disoccupati; una delle cose più difficili era convincere questi disoccupati a parlare della propria condizione. C’erano alcuni, per esempio, che per non farsi vedere dai vicini che non lavoravano, uscivano regolarmente di casa alle 8 del mattino, andavano nei giardini di un parco e stavano lì seduti e tornavano a casa alle 5 e un quarto esatti. Per non fare capire ai vicini che erano disoccupati. D’inverno questa cosa non la potevano fare e allora prendevano un tram e andavano lontanissimo dove la gente non poteva conoscerli, trovavano dei locali dove stavano seduti, una birra via l’altra tutto il giorno. Ragazzi giovani, quindi diventavano alcolizzati, droga, era una cosa spaventosa. Però voglio dire che tutto era aggravato e reso ingestibile dal fatto che non avevano il coraggio di dire che erano poveri. Lo status, mantenere un’apparenza di status era per loro la cosa più importante.

Non dobbiamo dimenticare tutte le lotte dei precari, ma una cosa sono i professionisti, un’altra cosa sono i precari giovani, che arrivano anche a 40 anni, che fanno una serie di mestieri che strutturalmente sono mestieri intermittenti, occasionali, saltuari. In Francia c’è stata una grande lotta degli intermittenti dello spettacolo, durata tre anni e che ha dato la spinta al movimento dei giovani stagisti.

Bisogna abituarsi all’uso di Internet, coglierne le enormi potenzialità. Anch’io ho un sito www.lumhi.net dove metto i miei scritti, gli scritti di alcuni amici, mi rendo conto che la carta stampata non funziona più. Ho scritto questo testo, Toxic asset, toxic learning, per le lotte studentesche ultime, è stato messo sui siti e lo avranno letto migliaia di persone nelle prime due settimane. Dopo due anni il mio libro ha venduto 700 copie, non c’è paragone.

Una delle ultime cose che abbiamo fatto è un film che un giorno, se sarete interessati, vi farò vedere, abbiamo lavorato due anni andando a vedere l’evoluzione dall’epoca dell’industria al quella post-industriale prendendo ad esempio un quartiere di Milano, il quartiere Tortona, che una volta era un grande quartiere operaio: c’erano la CGE, la Riva Calzoni, una decina di medie fabbriche. Siamo andati a scovare negli archivi i filmati dove si vedevano le vecchie fabbriche, abbiamo ricoperto uno straordinario documentario girato da Ermanno Olmi negli anni ’60 su una fabbrica di quella zona, un’opera d’arte.

Abbiamo intervistato i vecchi operai e poi siamo andati a vedere come si vive e si lavora oggi: se una volta c’era il tornitore, oggi c’è il designer. Quindi, la condizione operaia di una volta, il modo in cui l’operaio racconta la propria esistenza e il modo in cui lo fa il designer, l’architetto, il grafico, il programmatore, il consulente ecc., che popolano oggi quel quartiere. Ormai lo abbiamo fatto vedere in diverse università e l’abbiamo intitolato Oltre il ponte – Storie di lavoro. La Riva Calzoni per esempio occupava 150 mila metri quadri, era una fabbrica di avanguardia, produceva turbine e pompe idrauliche, ogni turbina era un pezzo a sé, erano lavori di alta specializzazione. La fabbrica è chiusa da 10 anni ma il “Gruppo anziani della Riva” si trova ancora due volte l’anno, sono circa 200/250 persone, quando abbiamo proiettato il film molti piangevano… Sui terreni dove c’era questa fabbrica oggi ci sono la Fondazione Pomodoro, Ermenegildo Zegna, Diesel Abbigliamento, il Gruppo Fay, roba di moda soprattutto, in parte negli stessi edifici ristrutturati. La vecchia mensa di fabbrica è uno show room. E’ il passaggio dalla società operaia alla società “creativa”?

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