Attualità di Dossetti
intervista di Giuseppe Trotta a Salvatore Natoli*, 1998.
*Docente di filosofia teoretica all'Università Statale Milano Bicocca

In che senso possiamo parlare oggi, alla fine di una fase della nostra storia repubblicana, della riapertura della "questione politica" di Dossetti?

R. Probabilmente Dossetti non sarebbe venuto così alla ribalta se non ci fosse stato questo passaggio critico che alcuni indicano come fine della prima repubblica e inizio della seconda. Egli rientra nello scenario politico e lascia il suo spazio monacale per continuare a parlare di Costituzione. La Costituzione va oggi certamente cambiata, ma bisogna essere avveduti nel salvaguardare lo spirito della prima Costituzione, difenderla da operazioni che possano restringere gli spazi di libertà. La crisi politica ha messo in luce i deficit costituzionali. Vado ripetendo da tempo che non bisogna rovesciare le cause con gli effetti: non sono stati i limiti costituzionali che hanno portato alla crisi politica ma è stata la crisi politica, come crisi di rappresentanza, che ha mostrato i limiti della Costituzione. Si tratta certamente di cambiare la Costituzione, ma in uno spirito che deve essere quello delle garanzie della libertà e della democrazia.

L'ntervento di Dossetti non lo si deve pensare in termini restaurativi ma in termini ripropositivi dello spirito della vecchia Costituzione.

La crisi che stiamo vivendo non è stata una crisi Costituzionale, ma politica: si è incrinato un modello di organizzazione politica che risale nel tempo agli anni del Dossetti politico. Abbiamo visto andare in crisi un ceto politico e una organizzazione sociale le cui premesse sono in quegli anni. C'è allora una attualità di Dossetti in modo del tutto paradossale: non possiamo certo tornare a quegli anni, ma la sconfitta di Dossetti è indicativa di cose alternative, che si sarebbero potute fare e che probabilmente non avrebbero condotto a questo esito. Ciò che è stato sconfitto nella storia ( e certamente l'uscita dalla scena politica di Dossetti è stata una sconfitta) non vuol dire che sia sbagliato, può essere sbagliata la storia che ha avuto corso. Non ci deve essere insomma un eccesso di realismo politico rispetto alle cose che non hanno avuto corso; spesso esse indicano un'occasione mancata.

Il rapporto De Gasperi Dossetti deve essere problematizzato in questi termini. E' verosimile che nel contesto di politica internazionale e di rapporto di forze interne non si potesse fare molto di più di quello che De Gasperi ha fatto, tuttavia si poteva immettere nella politica italiana qualche elemento maggiore di innovazione, almeno alcuni elementi della proposta politica di Dossetti potevano essere veicolati.

Quali sono gli elementi che hanno consentito questa rimozione di Dossetti dal dibattito politico e storiografico?

Guardare Dossetti oggi riportandolo a quegli anni vuol dire fare una riflessione più approfondita di quanto normalmente non si faccia sul cattolicesimo politico italiano, e quindi liquidare dei luoghi comuni. Uno dei classici luoghi comuni dell'interpretazione dossettiana è quella del suo integrismo. Una interpretazione caratterizzata da particolare superficialità e cecità. Nella Chiesa c'era allora una linea chiaramente integrista, quella stessa contro cui si sono dovuti misurare De Gasperi e Dossetti: era la grande tradizione dei Comitati Civici, di Gedda, di padre Lombardi, quella di Cristo Re. Era un'idea imperialista della Chiesa: una verità che diventa Stato, un progetto teocratico. Contro questa immagine di Chiesa reagì anche Sturzo.

De Gasperi risponde a questo progetto teocratico cercando di salvaguardare la neutralità delle istituzioni: lo Stato doveva avere il suo spazio di autonomia. Egli risponde da personaggio di antica e classica tradizione liberale: lo Stato è lo spazio della rappresentanza dei cittadini e quindi possono entrare nella vita politica attraverso i partiti opinioni espressioni ispirazioni, ma nessuna di questa deve monopolizzare lo stato, neanche quella cattolica. De Gasperi proponeva una distinzione molto chiara dei poteri e quindi in quanto uomo di stato aveva la forza di disobbedire anche al papato.

Dossetti recepisce invece in modo molto forte l'ispirazione cattolica. Non si trattava di rendere cattolica la società ma di mettere dentro la società quegli elementi propri del cristianesimo come la socialità, la tensione alla giustizia, il senso comunitario ecc. L'ispirazione cattolica doveva essere funzionale a che un'idea di società entrasse nella politica, senza però ridurre la politica al cristianesimo.

In questa posizione c'era una dinamica antagonista rispetto alle forze avverse, antagonista sui principi. Nei partiti, nelle grandi organizzazioni, queste diversità di ispirazione sono feconde. Lo Stato come potere neutrale deve permettere una dialettica di ipotesi diverse di società che si confrontano e si accordano, attraverso un conflitto di motivi, valori intenzioni. Senza questo la politica perde energia. Lo Stato non può identificarsi con nessuna forza in campo, ma ogni ispirazione deve potere avere un suo spazio di dialogo. L'intenzione di Dossetti non è quella di rendere cattolico lo Stato; ma i cattolici devono avere un loro messaggio da portare alla società e su questo confrontarsi con gli altri. Confrontarsi e decidere su questa base ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

In questo contesto possiamo capire la posizione di Dossetti nei confronti del comunismo.

Forse non c'è posizione più chiaramente anticomunista di quella di Dossetti. Si potrebbe forse fare un confronto con Mounier che viene da una diversa formazione culturale. E' un forte anticomunismo nella sostanza perché centrato sulla democrazia e sul personalismo che era un caposaldo della tradizione cattolica. Il concetto di persona è determinante: la persona è più dello Stato, però la persona è definita anche dalla sua relazione alla comunità. Ecco allora il punto discriminante che contrapponeva Dossetti in modo radicale al comunismo e al liberalismo: la persona si definisce in relazione alla comunità. L'immagine liberale dell'individuo astratto ed egoista era tanto sbagliata quanto l'altra di un assorbimento del soggetto nella unità statale con la perdita della libertà.

La posizione di Dossetti, personalista e antitotalitaria, è affine a quella di De Gasperi. Però per Dossetti lo Stato non è soltanto un organismo neutro, è un sistema di garanzia delle persone che sono radicate nell'ambiente, nella comunità. Per questo la Costituzione doveva rimuovere tutti i limiti materiali alo sviluppo della persona. L'elemento della socialità presente nella Costituzione sviluppa questa dinamica personalista in una relazione comunitaria che non è totalitaria.

Dossetti è quindi fortemente anticomunista, ma in quanto anticomunista recepisce del comunismo le istanze di comunità. Per Dossetti bisognava disarmare i comunisti rispetto alla loro concezione di Stato e recepire le loro istanze di socialità. Ci poteva essere allora una alleanza sul piano dei contenuti.

Prima che la democrazia Cristiana prendesse la maggioranza assoluta nelle elezioni del 1948 la posizione di Dossetti è quella di sviluppare non tanto la mediazione politica ma la proposta programmatica: la DC doveva essere un partito programma. Quando la DC vince le elezioni l'istanza è non tanto quella di sviluppare alleanze ma quanto quella di sviluppare specificità : la Dc, dice Dossetti, deve diventare responsabile della sua vittoria. C'era al fondo di questa impostazione una logica maggioritaria che in genere si sottovaluta: l'alleanza con i liberali avrebbe svilito il programma; la maggioranza assoluta doveva mettere capo alla realizzazione di una autonoma proposta. Si poteva fare benissimo una forte politica anticomunista sul piano delle istituzioni ma una forte politica sociale sul piano del programma.

La maggioranza assoluta , la centralità del programma, l'istanza partito diventavano una istanza maggioritaria. E' chiaro che questa istanza maggioritaria era in termini di partito e non in termini di persone; si era in una fase diversa, si usciva dal fascismo e un ragionamento in termini di persone era percepito come pericoloso. Bisognava sviluppare organizzazione e programmi. Da questo punto di vista la logica di Dossetti non poteva essere maggioritaria nel senso nostro, era tuttavia chiaro che secondo lui chi vinceva doveva prendersi la responsabilità dell'attuazione del suo programma.

Il discorso di De Gasperi da questo punto di vista era più strategico: egli sapeva che la maggioranza assoluta raccolta intorno alla DC per il timore dei comunisti poteva sgretolarsi e che era opportuno coinvolgere parti politiche anche se non c'era una coesione di ispirazione. La linea degasperiana aveva una plausibilità. Tuttavia questa logica delle alleanze a scapito del programma ha indebolito l'iniziativa del partito e il suo potere di innovazione con un esito paradossale. Anche senza questa forza del programma e della sua applicazione, anche senza questa intransigenza positiva maggioritaria, il partito organizzazione di fatto prende piede. In quel momento nelle società moderne di massa, dopo il fascismo e dopo i totalitarismi non fare il partito organizzazione voleva dire perdere. Il partito massa era inevitabile, ma partito massa come partito programma, come partito responsabilità. Dalla scelta degasperiana nacque una situazione in cui il partito organizzazione si sviluppa, ma la sua forza la guadagna impossessandosi dello Stato, cioè privando le istituzioni della neutralità. L'accordo con gli altri partiti fu in questa deprivazione della neutralità dello Stato. Il deficit di assunzione di programma di fatto volle dire non un partito che si prende le responsabilità ma un partito che si infeuda nello Stato. De Gasperi certamente non pensava questo, questo è stato tuttavia l'esito.

Forse nel quadro della politica internazionale dell'epoca una radicalizzazione programmatica era anche condizione di una diversa autonomia, cosa questa che non poteva essere gradita, le dinamiche di schieramento e di obbedienza tendevano a frenare l'iniziativa. Qui si colloca il complesso problema dell'atteggiamento di Dossetti verso la politica estera: si all'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma non una adesione passiva, ma partecipazione innovativa. Tanto più si era innovativi nella politica estera quanto più si era in grado di assumere responsabilità politica interna. La passività in politica estera corrispondeva anche a questa piatta alleanza sulla parte meno nemica. Era un principio che avrebbe prodotto guasti vistosi nel futuro. Era la logica del compromesso contro la logica della responsabilità.

La proposta dossettina era forse troppo accelerata per la società del momento, però almeno in arte poteva essere recepita. Invece la sua sconfitta fu totale, come radicale fu la scomparsa del tema della responsabilità nella politica italiana.

Diminuì la responsabilità ma diminuì anche la cattolicità del partito. Un partito di ispirazione cattolica che fa programma tende a confrontarsi e ad essere differente. Noi abbiamo visto che la DC in quanto partito della moderazione, sotto l'alone dell'anticomunismo, prende tutto dissolvendo progressivamente la sua identità, anche l'identità cattolica. Essa soddisfece certamente interessi cattolici ma nel senso materiale e volgare del termine. Si sviluppò così una corruzione politica del cattolicesimo, un dò ut des , che invece una posizione cattolica di programma non avrebbe potuto consentire.

Confondere Dossetti con Fanfani è stato un grande errore perché il fanfanismo è la ripresa di un partito organizzazione sul fallimento dell'idea del partito programma diDossetti.

Abbiamo già accennato al rapporto tra Dossetti e la Costituzione. E' un tema che forse dovremo approfondire alla luce di quanto detto fin qui.

Una riflessione su Dossetti a partire da questa prospettiva si può farla in due modi. Uno è quello più ovvio ma anche più storico: qual'era la posizione di Dossetti nel contesto storico in cui si elaborava il progetto costituzionale; l'altro modo è relativo all'attualità del suo progetto costituzionale oggi.

Nella cultura del primo novecento non si sarebbe mai potuta produrre inclusione sociale senza lo Stato. Questo è davvero il nodo essenziale senza cui non si riuscirebbe a capire la storia del nostro secolo. C'era un antagonismo sociale indiscutibile, c'era una centralità operaia, esisteva una dimensione produttiva forte della grande impresa che faceva schieramento. C'era anche una dinamica di esclusione-iclusione: il produttore di ricchezza che diventa anche titolare di diritti. Prendiamo il modello del New Deal, che è stato il grande passo in avanti la grande differenza rispetto a modelli totalitari ed eversivi, qui il produttore diventa consumatore. Consumatore vuol dire titolare di libertà, di diritti sociali: e quindi qui si imposta tutto il problema del welfare state.

In una società e in una cultura ancora permeata dal liberalismo classico come quella italiana c'era un problema di inclusione sociale. Da questo punto di vista l'idea cristiana del bene comune è centrale in Dossetti: lo Stato ha fini, non nel senso intregrista che l'intenzione cattolica è il fine dello Stato, ma il fine dello Stato è quello di promuovere la libertà, cioè di realizzare l'inclusione, cioè il bene comune. Si dovevano allora fare delle politiche che liberassero spazi alle libertà: c'è qui tutto l'aspetto sociale che entra nella Costituzione, una Costituzione che non è più soltanto di tipo formale, di definizione di equilibrio tra i poteri.

L'originalità della Costituzione italiana è che all'interno di questa dimensione formale dell'equilibrio dei poteri si colloca una intenzione politica all'uguaglianza. Lo Stato allora non solo ha fini, ma è il promotore di questo sviluppo. Se è vera l'idea cattolica che la società non è riducibile allo Stato, come era invece nelle concezioni totalitarie, bisogna però anche sostenere che la società può essere promossa nella sua dinamica sociale attraverso lo Stato. Quando Dossetti dice che lo Stato fa la società, non dice che lo Stato la fonda, ma che la deve promuovere.

In un contesto di grande esclusione sociale questa atteggiamento è meno ingenuo di quanto non si possa pensare: è detto in termini di ispirazione cattolica quello che in tradizione laica apparteneva alle grandi politiche di welfare.

In quella fase il discorso di Dossetti, motivato dall'ispirazione cattolica, faceva parte di una logica di welfare in cui lo Stato aveva una funzione centrale.

Oggi la situazione è cambiata. Sono avvenuti processi di differenziazione ( processi di mondializzazione, di differenziazione delle prestazioni, la scomposizione della classe operaia, della produzione). Nella nostra società lo Stato non può più avere fini ed è questo il punto per cui il messaggio dossettiano a mio parere non può più avere seguito nel nostro mondo.

Vorrei tornare ad alcuni problemi di politica internazionale e a quel legame che lega passività programmatica e subalternità internazionale.

C'erano all'indomani della seconda guerra mondiale modi diversi di costruire l'Europa. L'Italia scontava allora due passività. Gli era rimasto innanzitutto il complesso di inferiorità degli sconfitti. Uno degli sforzi maggiori di De Gasperi fu quello di rompere l'identità Italia=fascismo, che poi di fatto era molto più forte di quanto non si volesse far credere. L'Italia era stata fascista.

Fermiamoci un attimo su questo punto: sull'interpretazione del fascismo. Dossetti in un suo intervento famoso, Problematica sociale del mondo d'oggi, riporta come esemplare la definizione di Gobetti; De Gasperi mi pare forse più vicino alla definizione di Croce.

Io non appiattirei la definizione di De Gasperi su quella di Croce. In De Gasperi c'è un uomo delle istituzioni ma anche un grande pragmatismo politico. Egli era ben consapevole di che pasta fossero fatti gli italiani. La sua risposta fu quella di dare una pedagogia democratica agli italiani rafforzando le istituzioni: le istituzioni come vis pedagogica; attraverso il senso delle istituzioni dare agli italiani il senso della appartenenza ad una comunità nazionale. De Gasperi era consapevole che la società italiana non aveva questa sensibilità per le istituzioni. Sta qui la differenza con Croce. Il fascismo non era una parentesi, c'era nella società italiana la latente possibilità di dinamiche fasciste, ma la risposta di De Gasperi è ancora quella dello statista pedagogo.

In Dossetti ( ritorna un'altra volta la dimensione del programma) non basta riproporre le istituzioni, ma bisogna che attraverso il programma la società sviluppi una autocritica su se stessa. C'è quindi un elemento forte di discontinuità rispetto al fascismo: non basta una crescita democratica attraverso le istituzioni, ci deve essere un'autocritica nazionale che nella Resistenza era stato un fenomeno minoritario. Lo sforzo dossettiano era di fare di questa esperienza un fenomeno sociale generale, altrimenti il fascismo sarebbe stato rimosso ma non problematizzato. L'antifascismo si presentava allora con una natura moralistica e filoistituzionale e non di autocritica della nazione.

Ma torniamo alla situazione internazionale. Questo complesso di colpa rimaneva, sopratutto dinanzi alle cosiddette società liberali: da una lato c'era una passività nel senso che non ci sentiva autorizzati ad avere diritto di parola, dall'altro c'era una discorso di potenza economica. L'Italia era una nazione aiutata, non aveva mai avuto un grande capitalismo, nè una grande politica industriale. Si entrava in Europa , ci si appiattiva dentro l'Europa nella logica difensiva del patto Atlantico e quindi con una passività che era corrispondente alla dimensione di mediazione interna, di riduzione di identità. Assumere l'Europa in questa logica difensiva voleva dire però non farla nascere. Non a caso l'Europa è stata fondamentalmente ad egemonia americana. L'unico che ha cercato di trovare una identità, discutibile ma a suo modo originale, è stato De Gaulle che voleva dare alla Francia una sua identità e una sua autonomia. Perché non avrebbe potuto seguire una strada analoga anche l'Italia? C'era stata una passività notevole per ragioni analoghe anche nella Germania, un appiattimento fortissimo sull'America. Il problema era di costruire un'Europa dove l'identità europea emergesse in positivo con le differenze delle nazioni , con una dimensione pattizia e non giocata sullo stato di necessità, sulla passività con cui di fatto l'Europa stava al carro della politica americana. Quando questa Europa avesse poca politica i fatti più recenti lo dimostrano.

L'Europa si poteva insomma fare diversamente. L'Europa che conosciamo è nata da un lato come spazio commerciale, dall'altro come sazio di difesa. Non è nata un'europa della politica. Anche in questo caso il discorso di Dossetti non deve essere interpretato in termini di equidistanza ma in termini di dimensione attiva dentro la costruzione dell'Europa. Forse questa enunciazione che stiamo dando noi non era così chiara in Dossetti e molte volte in una formulazione la non sufficiente chiarezza è motivo anche dell'occasione mancata, perché passa la formulazione più definita, più chiara , più praticabile. Certo che se la posizione dossettiana fosse stata recepita anche il modo di pensare l'Europa da parte dell'Italia sarebbe stato diverso.

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