| Cosa avrebbe dovuto essere la Cassa del Mezzogiorno
La migliore introduzione a questo documento è quella fatta da Paolo Pombeni, I dossettiani e la fondazione della Cassa Per il Mezzogiorno, in Quaderni Fondazione Giacomo Feltrinelli, n.21/1982. Così egli scrive a pag. 103: "E’ interessante ora soffermarsi su un documento di bilancio della attività delle segreteria politica che Dossetti stende ai primi di agosto e fa inviare a tutti i consiglieri nazionali fra il giorno 11 e il giorno 15. E’ un testo piuttosto diffuso (quasi tre cartelle) ed impegnativo perché destinato, come appare dalle istruzioni ai suoi segretari, a persone che non gli sono tutte favorevoli.
Dossetti iscriveva [l’iniziativa per la Cassa del Mezzogiorno] nell’ambito di un più vasto e ambizioso disegno di riforma del partito, ma avvertiva altresì che la svolta coreana restringeva drasticamente i margini di manovra delle forze politiche italiane." Pombeni ricostruisce le vicende della formazione del Consiglio della Cassa in cui naufraga ogni prospettiva di impegno riformatore e di ricostruzione sul campo del Partito. Così prosegue: " Un anno dopo a Rossena…dovrà riconoscere che quel partito come forza della società non esisteva, ma anzi si camminava verso quello che Dossetti avrebbe definito il ‘polipartito’. L’illusione dossettiana era stata anche questa: ‘c’era da arrestare e da ripercorrere il cammino della disgregazione sociale, del deperimento economico, della decomposizione amministrativa, ormai spinti, dopo il fascismo, a un limite di decadenza nazionale… Per tutto questo non poteva provvedere una pluralità qualsiasi di forze eterogenee, ma occorreva una forza; una forza omogenea, dotata di un suo nerbo spirituale, di un suo programma definito, di una sua salda ossatura organizzativa’. Credo che la vicenda della Cassa del Mezzogiorno … sia stata, accanto ad importanti altri avvenimenti del ‘biennio dossettiano’ 1949-1950, un momento centrale per maturare quella scelta di ritiro dalla attività politica non tanto di un uomo, ma della cultura politica di una generazione". Il testo qui riportato si trova nelle carte Morselli ed è stato pubblicato nel n.27 della rivista BAILAMME
Mi rendo conto di una globale grossa inadeguatezza dell’azione svolta rispetto alle esigenze e forse anche rispetto alle aspettative. E facilmente convengo che non possono valere a pieno giustificazioni né condizioni obiettive preesistenti, in cui noi tutti della nuova Direzione abbiamo trovato il partito, né gli eventi eccezionali imprevisti, sopravvenuto quasi subito a complicare di tanto la situazione internazionale e la nostra così grave problematica interna.
Certo la nuova Direzione, in particolare la nuova Segreteria politica, ha iniziato la sua attività in un momento di emergenza tale che non è stato consentito di tentare subito la realizzazione neppure parziale del suo programma originale, ma ha dovuto accontentarsi di rincorrere e tamponare una serie di problemi già aperti, anzi da tempo in vana attesa di soluzione e che negli ultimi mesi erano stati quasi completamente abbandonati a se stessi. Così ha dovuto fare una rapida scelta tra le varie urgenze e concentrare i propri sforzi su quanto appariva più immediatamente perseguibile con una certa probabilità di successo: nel caso, soprattutto la rapida conclusione di una serie di leggi sociali (Cassa del Mezzogiorno, Legge per il Centro Nord, legge sulle pensioni di Guerra, Legge sulla Finanza Locale, Legge sull’incremento edilizio, Riforma fondiaria, Riforma Tributaria ecc.), la cui approvazione sollecita appariva a metà maggio quasi irrimediabilmente compromessa. Non è forse una grande cosa: ma l’avere preso posizione e fatto sentire il pensiero del partito su ciascuno dei molti problemi che ognuna di queste leggi involgeva, e l’avere stimolato il Governo e il parlamento all’approvazione formale di quasi tutte queste leggi e portato le altre quantomeno a conclusione sostanziale, e tutto questo in meno di due mesi, è un risultato che io stesso a maggio non speravo di ottenere. E’ una azione tipica di partito-guida , che forse potrebbe apparire a tutti abbastanza soddisfacente, se non fossero intervenute purtroppo le vicende coreane e le loro inevitabili conseguenze, interne, politiche ed economiche a modificare la scala dei valori e delle esigenze.
Così un complesso di risultati legislativi, che poteva essere una ottima piattaforma per una efficace impostazione della nostra politica economica e della nostra politica sociale, e della nostra stessa azione di partito nei prossimi mesi, tende fatalmente a passare in seconda linea di fronte ai più gravi problemi internazionali e alle grandi alternative della pace e della guerra, di fronte alle supreme esigenze della salvezza del nostro ordine democratico e alle correlative prevalenti preoccupazioni di tanta parte dei nostri iscritti e dei nostri elettori, ansiosi e disorientato per i molti pericoli incombenti.
Sicuramente la gravità di questa ondata emozionale nell’opinione pubblica, nel nostro elettorato e nei nostri stessi iscritti, e la difficoltà per il partito di controllarla o in parte almeno di arginarla, sono la più forte testimonianza contro di noi, per quanto ancora non abbiamo saputo fare per dare slancio e vigore al Partito, alla sua anima e ai suoi motivi ideali, come alla sua organizzazione e ai suoi mezzi di stampa e di propaganda, si da ricrearlo veramente, come strumento capillare di formazione guida e consolidamento dell’opinione pubblica. Ed è qui la ragione principale delle critiche che ricolgo a me stesso. Anche se preso dal compito di emergenza che come ho detto sopra mi ero prefissato e che non era privo di significato politico e di utilità, tuttavia avrei dovuto cercare di fare di più per accelerare il processo di rinnovamento del partito; oggi ci troveremmo con uno strumento meno inadeguato di fronte ai compiti eccezionali della nuova e più grave emergenza.
A mio parziale discarico posso addurre soltanto due cose: l’azione svolta per dare contenuto e concretezza e imprimere nuove direttive di metodo all’attività del Partito in corrispondenza degli obiettivi specifici imposti via via dalle nuove leggi approvate; e un certo ritegno che mi ha trattenuto dall’impostare subito più vasti tentativi di rinnova,mento interno, per il timore che questo potesse non placare ma inasprire certe diffidenze precedenti e pregiudicare l’unità del Partito.
Nello stato di grave deterioramento ideologico, morale e organizzativo in cui noi abbiamo trovato il partito, e che si è rivelato all’indagine interna e alla prova dei fatti ben superiore a quello che potevo immaginare dall’esterno fuori dalla Direzione, forse non si sarebbe potuto assoggettare subito il partito ad una cura troppo rapida e radicale. Occorreva un certo periodo di preparazione. Occorreva cominciare gradualmente soprattutto da spunti particolari e concreti più che da programmi generali ed astratti. E questo ho cercato di fare, con un nuovo metodo di azione di partito, più concentrato sul fatto che sulla parola , più sul rinnovamento delle strutture e dell’ambiente che sulla propaganda, cogliendo le occasioni offerte da due leggi rinnovatrici, la legge per la Sila e la legge per la Cassa del Mezzogiorno, le prime che aprino l’adito a grandi esperimenti sociali e che perciò esigano un partito capace non solo di propagandare, ma di fare, cioè di compiere una serie di interventi nelle strutture economiche e sociali, preparatori o integrativi dell’attività propria dello Stato e degli altri enti pubblici.
Il risultato di questa impostazione limitata e concreta e della conseguente azione d orientamento e di fermentazione che con molta insistenza con ripetuti interventi personali e con l’invenzione di vari organi nuovi ho cercato di svolgere in parecchie regioni meridionali, sono soltanto agli inizi e per ora limitati nell’ambito territoriale ma abbastanza promettenti.
D’altra parte fare di più, intervenire direttamente con grandi impostazioni di principio e con la pretesa di più radicali mutamenti nelle articolazioni organizzative o negli strumenti di stampa e di propaganda, avrebbe probabilmente aggravato i malanni e le divisioni di un corpo disarticolato, invaso dalle tossine di tante diffidenze, animosità, resistenze e divisioni.
Per contro la linea seguita, ispirata a prudenza, gradualità e concretezza, se ha deluso chi si aspettava di più o qualche cosa di diverso (che forse alla fine mi sarebbe stato più facile), ha invece disarmato molte ostilità, placato con la prova dei fatti molti sospetti, disintossicato l’organismo e posto le premesse di una rinnovata unità, la quale naturalmente non dovrà essere scopo a se stessa, ma appunto mezzo per quell’azione decisa che da tanto tempo si impone e che purtroppo oggi le nuove circostanze ci costringono ad affrontare senza dilazione e nelle condizioni meno favorevoli.
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