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La comunità del Porcellino di via della Chiesa Nuova 14
di Telemaco Tuzi (11 dicembre 2000)
Non è mio compito fare un'analisi storico-politica di un importante periodo della nostra storia recente quale "l'Assemblea costituente". Quello che vorrei fare in questa sede è raccontare l'esperienza di un allora ragazzo che, per un periodo della sua vita, senza alcun merito e forse senza quasi accorgersene, ha vissuto nella stessa casa con persone, anzi con personaggi straordinari quali ad esempio La Pira, Lazzati, Dossetti, Fanfani, Laura Bianchini, Angela Gotelli, (per due di loro, La Pira e Lazzati, già si è concluso il processo di beatificazione al livello diocesano, ci auguriamo che tale processo venga iniziato al più presto anche per Dossetti).
Prima di addentrarmi nel racconto, è indispensabile una breve premessa per spiegare il mio rapporto con la casa nella quale ho vissuto per gran parte della mia vita. Mio nonno materno, Luigi Portoghesi, "romano de Roma", nato nel 1854; era pittore decoratore (numerosi palazzi nobiliari romani sono stati da lui decorati e restaurati).
Nonno ebbe sette figli: Elena, Guido, Ida (mia madre), Virgilio, Pia, Ugo e Laura. Hanno sempre abitato nella zona del centro: da Piazza Navona si sono spostati a via del Governo Vecchio, poi a via del Corallo fino a quando, mentre i suoi tre figli maschi erano in guerra, mio nonno comprò l’appartamento al IV piano di via della Chiesa Nuova 14.
L'appartamento era suddiviso su due piani: nel primo si trovavano le stanze da letto ed il salotto, nell'altro la cucina, la stanza da pranzo, le terrazze e la soffitta. Io e mia sorella Marisa siamo nati a Montecelio, (a 25 km da Roma), paese dove mia madre aveva conosciuto mio padre durante una delle villeggiature che la famiglia Portoghesi, negli anni prima della guerra, era solita trascorrere lì e dove mio padre divenne successivamente medico condotto.
Poiché in paese non esistevano scuole superiori e date le difficoltà dei mezzi di trasporto dell'epoca, io e mia sorella per continuare gli studi ci trasferimmo a Roma in casa dei nonni. Sono entrato in casa dei nonni all'età di 10 anni e ne sono uscito quando ne avevo 34, ossia nel febbraio del 1959, quando mi sono sposato con Franca. Il mio matrimonio fu il primo che don Giuseppe Dossetti celebrò, pochi giorni dopo la sua Ordinazione, assistito dal nostro Padre Peppino.
La mia infanzia è trascorsa nella Chiesa Nuova tra il doposcuola di Padre Angilella, il coro del maestro Tosato, i chierichetti di Padre Gino Del Bono ed il circolo di Padre Goli. Ricordo ancora quando servii per la prima volta la Santa Messa, sotto lo sguardo vigile di Peppone (il sacrestano che i più anziani di voi ricorderanno); era la Messa domenicale di mezzogiorno, celebrata da Padre Caresana, come sempre affollatissima. Proprio a Padre Caresana si deve casualmente l'origine della "Comunità del Porcellino", come scherzosamente sarà chiamata negli anni della Costituente.
Le mie zie, Pia e Laura, che non si erano sposate, erano state assidue frequentatrici della Gioventù Femminile dell'Azione Cattolica della Parrocchia. Attraverso Padre Paolo Caresana, che veniva dalla Pace di Brescia, (che è stato la loro guida spirituale per tutto il periodo della sua permanenza romana) entrarono in contatto con alcune signorine che frequentavano la Pace di Brescia. Ricordo ancora i loro nomi: Ilse Codignola, Lucia Mainetti, Sofia Salvi, Laura Zambonardi. Tra loro si era creato un rapporto di reciproci scambi di ospitalità. Spesso le bresciane venivano a Roma o le zie andavano a Brescia e a Ponte di Legno.
Quando dopo la liberazione e prima dell'elezioni per la Costituente fu istituita la "Consulta Nazionale", la professoressa bresciana Laura Bianchini, (della rivista La Scuola di Brescia) che aveva partecipato alla resistenza sia a Brescia che a Milano, fu designata dal CNL (Comitato di Liberazione Nazionale Altitalia) come "consultrice".
Padre Caresana, vista la difficoltà di alloggi, chiese alle zie, che nel frattempo erano rimaste sole dopo la morte dei propri genitori (il padre morì nel 1941 e la madre nel 1943), di ospitarla.
Divenne automatico che l'ospitalità continuasse nei periodi successivi quando Laura Bianchini fu eletta all'Assemblea Costituente e alla prima legislatura della Repubblica. Il primo elemento che si aggiunse alla famiglia fu l'On. Angela Gotelli deputato di La Spezia, ex "Fucina" e ex "laureati cattolici", che per interessamento della Bianchini fu ospitata da noi.
L'allargamento della Comunità agli altri componenti fu occasionale. Il Dr Giuseppe Criconia, funzionario dell'IRI, venne in via della Chiesa Nuova per incontrare l'On. Bianchini con la quale aveva avuto contatti a Milano durante la Resistenza. Criconia raccontò alla Bianchini delle difficoltà che lui ed alcuni suoi amici avevano per trovare alloggio a Roma. Zia Laura, presente all'incontro, come ricorda Criconia, disse che proprio in quei giorni i proprietari del II piano del nostro palazzo si sarebbero trasferiti e che pertanto avrebbero potuto prenderlo in affitto.
Criconia prese rapidamente contatto con il proprietario. Dopo poco tempo insieme ai suoi amici, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti (detto Pippo), Giuseppe Lazzati e Pino Glisenti, venne ad abitare al II piano di via della Chiesa Nuova 14.
Criconia, che era in procinto di sposarsi, chiese ed ottenne che gli fosse lasciata la stanza più grande dove voleva stabilirsi con la moglie in attesa di una sistemazione definitiva. La stessa stanza, prima del matrimonio di Criconia, fu utilizzata da Fanfani, nel momento in cui fu nominato Ministro del Lavoro e si trasferì a Roma con la famiglia.
Zia Laura, che nel frattempo aveva provveduto a trovare una persona che si occupasse della pulizia dell'appartamento del secondo piano, presto si rese conto delle difficoltà che il gruppo aveva nell'organizzazione dei pasti così, anche su insistenza della Bianchini, decise di provvedere alla preparazione dei pasti. Da quel momento vennero tutti a mangiare a casa nostra.
L'impegno fu notevole, tenendo anche conto del fatto che sia zia Laura che la sorella Pia erano impiegate e che per la gestione della casa si avvalevano di una persona del tutto insufficiente.
Il problema trovò un'ottima soluzione grazie all'intervento della madre di Dossetti, la signora Ines, che mandò da Reggio Emilia un autentico "angelo". Iolanda o Iolandina, come la chiamavamo tutti, era una donna sulla cinquantina, con difficoltà nella deambulazione dovuta ad una lussazione congenita bilaterale delle anche, che lei annullava con il suo impegno, il suo spirito di sacrifìcio e la dedizione completa al compito che le era stato affidato. Era una cuoca eccezionale che aveva saputo aggiornare la sua tradizionale cucina emiliana con la cucina romana; tanto per fare un esempio era bravissima a preparare la zuppa di fagioli che faceva con il pane fatto in casa che, mio cugino Augusto, anche lui studente di medicina ed ospite in casa, portava ogni settimana da Montecelio. Io e mio cugino eravamo un po' i protetti di Iolanda che ci riservava attenzioni particolari e ci permetteva assaggi furtivi in cucina.
Non ricordo dopo quanto tempo Dossetti e Lazzati si trasferirono a casa nostra anche per dormire. Si sistemarono in quella che durante la mia infanzia era stata la stanza da pranzo e che si trovava al piano delle soffitte. La sala venne divisa in due con un tramezzo di legno.
In un libro curato da Armando Oberti, che raccoglie cronologicamente i testi delle commemorazioni di Lazzarti tenute in questi 13 anni dalla sua morte cosi Dossetti ricorda il periodo della convivenza alla Chiesa Nuova. Scrive Dossetti: nei pochi anni in cui Lazzati ed io abitammo a Roma, occupavamo due stanze attigue divise da un sottile tavolato. Inevitabilmente si avvertivano i reciproci ritmi di vita. Lazzati non ha mai lasciato le sue preghiere, più volte al giorno, anche nei giorni più travagliatiù della vita politica e parlamentare: sempre adempiendola non con scrupolo ma con signorile riservatezza e amorosa fedeltà. (Giuseppe. Lazzati limpido testimone e impareggiabile maestro. Armando Oberti (a cura di), editrice AVE, pag.17)
Più o meno nello stesso periodo l'On. Giorgio La Pira, che aveva abitato precedentemente con Dossetti in via Bonifacio VIII, nello stesso palazzo dove abitava De Gasperi e dove La Pira si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione fascista, si aggregò alla Comunità. Gli fu preparato un letto nel salotto rosso che per noi di famiglia era sempre stato il santuario delle ricorrenze importanti, spesso dedicato alla musica.
Con il liberarsi di posti letto, con il passaggio al piano superiore di Dossetti e Lazzati e con il trasferimento di Fanfani con la sua numerosa famiglia, subentrarono alcuni giovani. Anche loro, come gli inquilini precedenti consumavano i pasti da noi. Vennero Antonino Novacco, sindacalista siciliano, che Glisenti aveva chiamato a Roma per partecipare alla rivista "Cronache Sociali" e che a casa nostra trovò moglie.
Sposò, infatti, mia cugina Elena, figlioccia di zia Laura. Benedetto De Cesaris, Gianni Baget Bozzo, Enzo Sarti e il dott. Meucci del gruppo di San Procolo, che La Pira aveva portato a Roma nella sua segreteria, durante il periodo in cui fu sottosegretario al Ministero del Lavoro. II Prof. Parenti, docente di statistica a Firenze, anche lui chiamato da Fanfani a collaborare al Ministero del Lavoro; Bartolo Ciccardini, Piero Morselli chiamato da Dossetti quando era vicesegretario della DC, Achille Ardigò, e successivamente Franco Pecci, Giuliano Graziosi.
Ricordo che la prima volta che vidi Achille, ero su una scala mentre riparavo la molla di rimando della porta di casa; lui mi chiese di Dossetti e io risposi bruscamente: "che vuoi tu da Dossetti", cadendo nel solito equivoco che causava il suo aspetto fisico, d'altra parte anche lo stesso padre Caresana vi era caduto.
Il nome Comunità del Porcellino nacque dall'intercalare che Laura Bianchini (in casa chiamata Laurona per distinguerla da Laurina o Laura piccola che era zia Laura, molto più minuta) era solita utilizzare. Laurona, carattere forte da "vecchio alpino", come a lei piaceva definirsi, quando perdeva la pazienza etichettava i suoi interlocutori, e specialmente i nostri commensali, con l'epiteto "tu sei un PORCO".
L'11 giugno del 1947 alle ore 21, nel salotto rosso fu convocata la Comunità ed altri amici e nello spirito fucino che li distingueva, fu redatto su una pergamena firmata dai vari mèmbri e controfirmata in qualità di notaio da Padre Caresana, un atto ufficiale di costituzione (che purtroppo è andato smarrito)
Gli autori principali del testo e delle decorazioni furono Padre Martinelli dell'Oratorio (anch'egli bresciano) e la professoressa Bruna Carazzolo di Padova, che si trovava a Roma in quanto vicepresidente dei laureati cattolici anch'essa ospite fissa della nostra tavola. Aveva una particolare verve e humour che ancora conserva con i suoi 80 anni. Mi piace ricordare due sue composizioni satirico poetiche. Una che parafrasava il canto filippino "Vanità di vanità" ed una dedicata a zia Laura in occasione di un suo compleanno.
Il primo emblema della Comunità fu un porcellino di vetro che fu appeso con un nastro tricolore al lampadario della sala da pranzo, sembra portato da Vittorino Veronesi. Fu seguito da un tagliere di legno a forma di porco che Pantani suddivise in diverse parti assegnandone una a ciascuno: lardo di Beppe (Lazzati), spalla di Criconia, pancetta di Piccioni, prosciutto in miniatura di Laura (Bianchini), zampino di Fanfani, zampone di Pippo (Dossetti), gota di Angela (Gotelli), cuore di Giorgio (La Pira), grugno di Calosso, orecchie Portoghesi. Sull'altro lato a mo' di epigrafe scrisse:
Lazzati, Dossetti, Gotelli e Bianchini furono a Roma da porcellini, a eterna memoria di loro pose il Ministro del Lavoro 1947. Da allora la nostra casa si è riempita di porcellini di tutti i tipi e di tutti i materiali che gli ospiti portavano in regalo.
Era consuetudine, purtroppo non sempre rispettata, di riportare su un diario avvenimenti e citazioni. Una di queste erano gli auguri di Padre Caresana per la befana del 1949: Ai parrocchiani di via della Chiesa Nuova 14, ultimo piano! Conforto e attesa del Padre curato e .....della patria.
Un altro avvenimento riportato, in data 23 agosto 1951, 4° anno dell'era de porci, è riferito al 58° compleanno di Laura Bianchini: Uniti al comune trogolo rinnovato a porquet a onorare la Gran Porca nel suo 58° del lattonzolato i sottoscritti riconfermano il loro amore di Troia e dei suoi destini e auspicano le più gran porcherie a tutti gli idealisti.
Padre Caresana è rimasto sempre legato a tutti i mèmbri della Comunità. Quando Dossetti decise di farsi sacerdote, scese dal padre per comunicarglielo e per chiedere consiglio e lui lo portò ad inginocchiarsi davanti all'altare di San Filippo per affidarsi a Lui, come ricorda padre Peppino Ferrari che era presente. Anche con la famiglia Fanfani rimase m stretto contatto dopo che si erano trasferiti da via della Chiesa Nuova. Infatti, dall'epistolario tra padre Caresana e Giovanni Battista Montini edito dall'Istituto Paolo VI di Brescia, sono riportate alcune lettere di Montini, allora Arcivescovo di Milano, nella quali si rivolge a padre Caresana, (era il periodo nel quale in Italia si stava parlando di Governo di centro-sinistra) per sapere notizie più precise, dati i suoi rapporti con Fanfani, che il cardinale chiama "il suo amico Tosco-Romano."
La vita nella nostra casa scorreva con assoluta normalità, caratterizzata dall'impegno mattutino per la Messa per la maggior parte dei presenti, il lavoro a Montecitorio, il pranzo, il riposino pomeridiano (in particolare per Lazzati che dopo pranzo diceva sempre "Por Pepin en scì bon e in scì disgrazià, andem a fer un sugnet"), il ritorno pomeridiano alla Camera ed infine la cena.
Durante il periodo nel quale La Pira fu sottosegretario al Ministero del Lavoro, per lui e per i suoi fedelissimi collaboratori, Sarti e Meucci, l'ora dei pasti era divenuta problematica poiché doveva adeguarsi alla dinamicità instancabile del loro Ministro Fanfani. Nonostante questo, a qualsiasi ora ritornassero, trovavano Iolanda che aspettava per rifocillarli.
Nino Novacco nel ricordo della sua permanenza a via della Chiesa Nuova (ricordo che ho chiesto a tutti coloro che frequentarono la casa ma che purtroppo solo pochi mi hanno mandato) così racconta lo stare a tavola:
Pranzi e cene erano l'occasione maggiore di convivialità e convivenza (frequentemente allargata a ospiti autorevoli o no e ad amici di ciascuno di noi). Ed era attorno alla tavola che meglio emergevano i differenti caratteri delle persone - gli atteggiamenti didattici della Bianchini, la silenziosa mimica di La Pira (con cui io che come lui venivo dalla Sicilia mi intendevo a sguardi), la timida e contenuta autorevolezza di Lazzati (che seguirò poi fino alla morte nelle sue esperienze con "Città dell'Uomo"), la gestualità quasi geometrica che accompagnava l'eloquio di Dossetti caratterizzato da straordinaria lucidità, le frasi sempre un pò ' scandite di Fanfani, il conversare informato della Gotelli e così via- o loro specifiche abitudini e attitudini l’'acqua calda che La Pira beveva a i pasti, o caricature disegnate sovente da Fanfani e collegate fin al suo ruolo di Ministro ad esempio, o il gusto di taluno nel parlare di politica, come accadeva spesso a Gianni Baget e altri ospiti, che non potevano credere che non era lì che né nasceva né si nutriva una "corrente dossettiana" organizzala come si è invece detto allora e poi.
Difficilmente portavano a tavola i loro problemi parlamentari. Entrando in casa era come se entrassero in un porto sicuro ed il custode incorruttibile della loro tranquillità era zia Laura.
A questo proposito ricordo che durante la crisi di governo del 1951 De Gasperi mandò l’on. Elisabetta Conci, per convincere Dossetti ad entrare nel governo. La malcapitata rimase a lungo a bussare al portone (allora non c'erano i citofoni) con zia Laura che dalla finestra ripeteva che Dossetti non era in casa.
In riferimento a questo episodio recentemente ho assistito ad una tavola rotonda tenuta dall'Associazione culturale Giuseppe Dossetti" alla quale partecipava Giovanni Galloni. Nella sua relazione ha raccontato un episodio avvenuto sempre a via della Chiesa Nuova, a me sfuggito, anche perché noi di famiglia cercavamo di dare il minor disturbo possibile, e ci ritiravamo nelle nostre stanze, (in particolare la stanza dove dormivamo io e mio cugino Augusto era di passaggio e la rendevamo autonoma col porre quando ci coricavamo due grandi paraventi).
Egli ha raccontato che in occasione della stessa crisi ministeriale, Dossetti ed il suo gruppo erano riuniti nel nostro salotto rosso e all'unanimità avevano deciso che nessuno sarebbe entrato nel governo; arrivò una telefonata di De Gasperi che convocava Fanfani.
Galloni si trovava per caso nel nostro ingresso e vide Dossetti che andava ad aprire a Fanfani che tornava dopo l’incontro, egli chiese che cosa avesse voluto De Gasperi e Fanfani rispose che gli aveva chiesto di entrare nel governo, e Dossetti; tu naturalmente hai rifiutato? no, ho accettato e Dossetti: allora entra a spiegarlo agli amici.
Gianni Baget mi ha scritto che zia Laura era riuscita a fare della Comunità del Porcellino una famiglia Portoghesi allargata.
Tanto per rendere più evidente l'atmosfera che si viveva in casa voglio riportare un brano della lettera che Benedetto De Cesaris scrisse a zia Laura il 31-2-51 da Firenze, dove si era trasferito per lavorare con la Scuola di formazione della CISL istituita da Pastore.
Scrive De Cesaris: ... però ho nostalgia vera di voi, dagli urli della Bianchirli, alla tacita compostezza di Lazzati, dalla frivolità infantile e cara di Baget, dei suoi fruscii silenziosi, forse un pò frivoli anch 'essi. Ci si vive bene nella nostra baldoria, perché sarà santa ma nessuno potrà dire che non sia una baldoria.
La routine dei pranzi e delle cene sono state movimentate a volte da ospiti eccezionali. Ricordo De Gasperi, Scelba, Jacques Maritain, Padre Gemelli, che fu portato a braccia fino al 4° piano del nostro appartamento (del quale conservo un biglietto con il quale il giorno dopo il pranzo ringraziava zia Laura per l'ospitalità) monsignor Pignedoli. In occasione della cena con De Gasperi fu riesumata la vecchia guida rossa della nostra scala interna che veniva usata in famiglia soltanto per le grandi occasioni. Ricordo ancora l'emozione di zia Pia nel vedersi davanti De Gasperi. La povera zia Pia, che era molto emotiva, fu, infatti, tenuta all'oscuro della visita di De Gasperi sino all'ultimo minuto.
Una sera venne a cena l’on. Micheli, uomo imponente con i suoi grandi baffi bianchi alla Francesco Giuseppe, che, come ricorda la Gotelli in un suo scritto, pensando di trovare in casa un clima austero e un po' monastico, che l'avrebbe costretto almeno una volta ad essere astemio, si portò un fiasco di vino.
Vi era poi un secondo tipo di ospiti che venivano più frequentemente, ed erano politicamente ed idealmente legati a Cronache Sociali, tra i quali Marcella Ceccacci, che sarebbe divenuta la signora Glisenti, Moro, Zaccagnini, il Prof. Medici, Leopoldo Elia, Minoli, Raniero La Valle, Golzio, Guy, Padovani. Amorth, Forcella, Gennarini, Colosso, Alberigo e sua moglie Angelina, Vittorino Veronesi, Padre Turoldo, il dott. Pasquale Marconi, che aveva fatto la resistenza con Pippo Dossetti dove veniva chiamato il medico scalzo, ed altri che ora mi sfuggono.
Esisteva poi un terzo gruppo di ospiti: i parenti dei vari membri della Comunità che venivano a Roma. Il fratello Piero e la nipote Catia della Signorina Bianchini, la mamma ed il fratello del Prof. Lazzati, la nipote della Gotelli e in particolare la famiglia Dossetti che con le zie avevano stabilito più che un'amicizia un rapporto di parentela. Spesso venivano il papa Dott. Luigi e la mamma Signora Ines, il fratello Manno con la moglie Angiolina ed i loro figli Maria, Puccio, Teresa, Agnese, Luisa e Giovannino. Puccio seguì la vocazione dello zio, ed attualmente è parroco di una parrocchia di Reggio Emilia, mentre le sorelle Agnese e Teresa hanno seguito la nonna Ines e lo zio nella "Piccola famiglia dell’Annunziata".
Testimoniano tale rapporto particolare le numerose lettere della signora Ines a zia Laura alla quale aveva delegato la protezione e la cura del suo adorato figliolo nonché quelle della signora Angiolina.
Dopo il ritiro di Dossetti dalla politica il fratello Manno, che era stato eletto deputato nel collegio di Reggio Emilia, occupò la sua stanza. Molti sono i momenti della vita della Comunità che ritornano frequentemente alla mia memoria.
Ricordo la prima, o una delle prime riunioni della redazione di "Cronache Sociali" tenutasi intono al grande tavolo della sala da pranzo. Ricordo che un giorno mentre eravamo seduti sul divano aspettando il pranzo. Fanfani spiegò a me studente di medicina che il raffreddore si curava avvolgendo i piedi nel giornale.
Un giorno, non saprei precisare quando, arrivò un grosso panettone indirizzato a Fanfani. Dopo un breve conciliabolo Dossetti e Lazzati decisero di aprirlo senza aspettare il destinatario. Mentre Lazzati impugnato un grosso coltello si accingeva all'opera, improvvisamente arrivò Fanfani. Lazzati con il coltello in mano si nascose dietro l'angolo della credenza, ma naturalmente, come il solito tutto finì in una risata generale. Ricordo le capriole della signora Bianca Rosa Fanfani, la sua dinamicità, la sua allegria capace di riempire di gioia la casa.
Ho saputo da padre Peppino Ferrari, che la sera di Natale, quando ancora i Fanfani abitavano alla Chiesa Nuova, mentre Bianca Rosa assisteva alla Messa di mezzanotte, sentì come una spinta inferiore che la costringeva a tornare a casa, e lei malgrado ritenesse sconveniente allontanarsi dalla chiesa durante la Messa, tomo a casa e la trovò invasa dal gas, poiché aveva lasciato il rubinetto della cucina aperto. Per questo lei si riteneva miracolata.
Nel 1948 zia Pia partecipò ad un pellegrinaggio a Lourdes organizzato dalle suore della carità che stavano in via dei Bresciani, dove adesso è il Tribunale Minorile, e che seguivano le giovani di Azione Cattolica della nostra Parrocchia. Volendo portare con se la sorella di mio cognato Giorgio, Dina, telefonò alle suore per chiedere il permesso. Alla telefonata era presente Biancarosa Fanfani che, sentendo che le suore stavano chiedendo se Dina fosse figlia di Maria, gridò: ma le dica che è figlia di Maria e pure di Gesù.
Alla fine del pellegrinaggio zia Pia e Dina proseguirono per Parigi. Avendo finiti i soldi che si erano portati, si recarono all'Ambasciata d'Italia dove sapevano che avrebbero trovato il prof. Parenti
Parenti notò che zia Pia aveva comperato a Parigi un cappellino e commentò scherzosamente ripromettendosi in cuor suo, che la cosa avrebbe avuto un seguito alla tavola del Porcellino. E così avvenne. Al loro ritorno a Roma, Parenti le aveva precedute, ed aveva raccontato tutto alla Comunità tanto che, alla prima occasione intorno al tavolo da pranzo zia Pia fu sottoposta ad un vero processo ed accusata di aver portato Dina sulla cattiva strada.
Ricordo una sera d'estate, forse del 1947 o del 1948, quando Dossetti, Lazzati, Fanfani e La Pira mi invitarono, con mia grande emozione, ad uscire con loro dopo cena. Andammo a piedi fino ai cancelli di San Pietro per pregare e lì incontrammo per caso Carretto, anche lui raccolto in preghiera.
Quando iniziò la frequentazione della casa da parte dei nostri ospiti esisteva un solo bagno che era al piano delle soffitte e questo comportava qualche disagio tanto che le zie decisero di fare installare un secondo bagno al piano inferiore. L'inaugurazione fu solenne con tanto di taglio di un nastro tricolore da parte di Fanfani, allora Ministro del Lavoro.
Ricordo lo scambio di cappotto tra La Pira e Lazzati. Tutte le mattine, come ho già detto, scendevano in chiesa per la Messa e poi risalivano per fare colazione. Nel prendere il cappotto dall'attaccapanni dell'ingresso, per errore La Pira prese quello di Lazzati; non ci sarebbe stato nulla di eccezionale se La Pira, prima di risalire, non avesse scambiato il cappotto con un poveretto che aveva incontrato per strada (cappotto che, giacché pieno di "ospiti indesiderati", zia Laura e Iolanda furono costrette a bruciare in terrazza)
Ricordo il giorno del matrimonio di mia sorella Marisa. Dossetti e Fanfani le fecero da testimoni, ma al momento del pranzo, i testimoni e gli altri deputati furono costretti a lasciare la tavola perché chiamati urgentemente a Montecitorio per votare l'elezione del Presidente Einaudi.
Quel giorno prima della cerimonia le mie zie mi mandarono d'urgenza dalla sarta a ritirare i loro vestiti, Lazzati e Dossetti che erano presenti scherzosamente le rimproverarono perché mi avevano schiavizzato per la loro vanità. Quando la sera, dopo l'elezione del presidente tornarono a casa erano felici del successo ottenuto con l'elezione di Einaudi da loro sostenuta; appena entrati in casa, corsero subito in cucina per svuotarsi le tasche delle giacche che avevano riempite di baccelli di fave che avevano comperato ed avevano mangiato lungo il percorso a piedi da Montecitorio alla Chiesa Nuova
Ricordo un brutto scherzo fatto alla Bianchini alla quale m messo sulla seggiola un liquido refrigerante in uso tra i ragazzi nelle scuole. Laurona quando se ne accorse, per non darla vinta, non si alzò e resistette fino a che non ne poté più e fu costretta ad alzarsi. Andò a chiudersi in camera, e Dossetti si mise in ginocchio davanti alla porta per chiederle perdono. Tutto si risolse con una piccola ustione della Bianchini e l'immediato ritorno della serenità.
Un altro scherzo piuttosto pesante fu fatto a Gianni Baget; mentre pieno di entusiasmo stava parlando con Dossetti, qualcuno dei giovani, lo legò, senza che se ne accorgesse, alla sedia; quando andò per alzarsi non accettò con entusiasmo l'accaduto.
Ricordo un giorno che passando in corridoio, dove si trovava il telefono, ascoltai involontariamente La Pira che preoccupatissimo per la chiusura della Pignone e del conseguente licenziamento degli operai, chiedeva a Mattei di cercare una soluzione al problema, come effettivamente poi fece. L'attenzione per le sorti degli operai emergeva anche dall'allegria che La Pira dimostrava, cosa che non consolava zia Laura, quando ascoltava il rumore provocato dalla rottura di piatti e bicchieri, pensando che questo sarebbe stato una fonte di lavoro per altre persone.
.Ricordo quando nel 1951 Pippo Dossetti si ammalò per un risentimento pleurico. Io lo feci vedere al mio amico-maestro Prof. Natale, assistente di Semeiotica medica all'Università, che confermò la diagnosi e prescrisse le cure del caso. Subentrò poi autorevolmente Fanfani che affidò l'illustre paziente al prof. Monaldi, tisiologo di Napoli. Dossetti fece allora una lunga convalescenza a Reggio Emilia durante la quale la corrispondenza sua e della mamma con zia Laura si fece assidua.
Alcuni esempi;
Il 24-3-51 scrive: la sua lettera di auguri per San. Giuseppe e la sua telefonata-attesa- hanno portato anche a Reggio un po' dell'aria della Chiesa Nuova, l'elemento migliore di quell'aria, cioè l'affetto e l'amicizia, senza le complicazioni e l'impurità di piazza del Gesù, refluente sempre un pò ' da Piazza del Gesù anche nella nostra casa ospitale.
Il 3-6-51 scrive; in qualche momento della giornata, i più diversi, è venuto il pensiero e la certezza di essere seguito fedelmente sempre da Roma, presso la Chiesa Nuova di San Filippo.
Ricordo due momenti tristi: il primo la morte di Enzo Sarti per un melanoma che lo portò in pochi mesi alla fine. Conservo una lettera edificante che scrisse alla Comunità prima di morire. Così scriveva:
Sento che tanti mi sono così vicini che resto confuso e ancora una volta sono umiliato di fronte alle delicatezze della provvidenza: questa partecipazione degli altri alla mia..... avventura è così potente che io sono infinitamente sereno, mi pare quasi di essere incosciente. Certo il cuore umano è un gran guazzabuglio e non rimane che metterci in silenzio ai piedi del Signore e aspettare lasciando fare a Lui
L'altro momento è la morte di zia Pia per una neoplasia della tiroide. Per farle la scintigrafia dovemmo andare a Firenze dove nel frattempo La Pira era divenuto sindaco. Ci fece ospitare in una casa di suore. Ricordo con emozione quando prima di tornare a Roma io, zia Pia e zia Laura andammo a salutarlo a Palazzo Vecchio. Numerose furono le lettere mandate a zia Laura da tutti loro, specie Lazzati e Dossetti, che assicuravano preghiere e chiedevano notizie di zia Pia. In particolare voglio ricordare una lettera di La Pira che diceva:
Cara signorina Laura certo la strada verso il cielo diventa ogni giorno più vicina nella prospettiva della nostra vita. Non c’è che da guardare la cima e la cima porta una croce e la resurrezione.
Questa che vi ho raccontato è la storia del periodo d'oro della "Comunità del Porcellino" che potremmo concludere con l'annotazione sul diario fatta da zia Laura, senza data, ma riferibile al 1951: "il porcellino ferito a morte, Pippo si ammala e sparisce". Il primo a lasciare la casa fu Fanfani che si trasferì con la famiglia in un'altra casa, quindi fu la volta di La Pira eletto Sindaco di Firenze, successivamente Dossetti quando dopo le dimissioni da deputato si trasferì a Bologna dove aveva fondato
l'Istituto di Scienze Religiose e successivamente la Piccola Famiglia dell'Annunziata, ed infine Lazzati che non si ricandidò dopo la fine della Legislatura e riprese il suo lavoro alla "Cattolica ", dove divenne rettore e fu nominato direttore del giornale L'Italia dal cardinale Montini. Lazzati continuò in un certo senso la sua missione di preparazione dei giovani per un eventuale impegno politico attraverso il suo movimento la "Città dell'uomo".
La nostra casa rimase comunque punto di riferimento a Roma per i vari amici che l'avevano frequentata, in particolare per Don Giuseppe e la sua Comunità. Le sorelle e i fratelli della comunità che dovevano venire a Roma per studi e ricerche erano ospiti di zia Laura. Quelli che tornavano o andavano in Terra Santa facevano tappa a Roma. D'altra parte sono sicuro che anche se non formalmente zia Laura si è sempre considerata un membro della Piccola Famiglia dell'Annunziata, specie dopo che la signora Ines aveva preso i voti con il nome di Madre Agnese. Anche durante questo periodo, ricca è la corrispondenza tra Don Giuseppe, la sua Comunità e zia Laura, sia da Monteveglio che da Gerusalemme e da Gerico. In una lettera scritta da Gerusalemme, in data 17-10-1973, Don Giuseppe rassicura zia Laura per la situazione e chiede di raccomandarlo a San Filippo. Precedentemente aveva chiesto a zia di raccomandarlo a S. Filippo il 28-11-58, in occasione del ricevimento del suddiaconato.
E conclude la lettera dicendo:
Dica a tutti, TèImo, Augusto, Laura grande, Iolanda che non li dimentico e che il signore mi dia la gioia di vederli tutti alla mia ordinazione. Voglio riportare un'altra lettera inviata da Settignano, datata 31(dicembre '58 ?). paese dove stava facendo gli esercizi spirituali prima dell'Ordinazione. Chiede a zia quando raggiungerà la madre a Reggio Emilia e le acclude due lettere: una per Gronchi, allora Presidente della Repubblica, ed una per la signora De Gasperi, affinché, attraverso i grandi personaggi di casa, le faccia recapitare personalmente e non finiscano nel mucchio della posta comune.
Don Giuseppe era tornato come ospite fìsso durante il periodo del Concilio Vaticano II, al seguito del Cardinale Lercaro e continuò a venire fino a quando le sue condizioni fisiche gli permisero di fare i 100 gradini della nostra scala. Le ultime che hanno lasciato la casa sono state Laura Bianchini ed Angela Gotelli. Laura Bianchini è rimasta da noi anche quando, dopo la fine della carriera politica, riprese l'insegnamento di storia e filosofia al Liceo Virgilio. La casa spesso si riempiva dei suoi alunni che lei convocava per le interrogazioni.
Quando infine nel 1978 ci lasciò per trasferirsi nella sua casa di Montemario dove aveva fatto venire da Brescia il fratello Piero con la famiglia, il dispiacere di zia Laura fu enorme. Nonostante il carattere a volte un po' brusco, Laurona aveva letteralmente conquistato mia zia.
La Gotelli fu l'ultima a lasciare via della Chiesa Nuova, infatti rimase per tutto il periodo in cui fu presidente dell'Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Negli ultimi anni infine, la casa divenne per lei la tappa fissa durante il suo girovagare per l'Italia alla ricerca di vecchi fucini o laureati cattolici. Lei fu l'unica dei deputati della Comunità del Porcellino presente alla grande festa nel salotto rosso, per i 90 anni di zia Laura. Fanfani le aveva inviato un biglietto d'auguri ed una sua litografia.
Negli ultimi anni zia Laura è vissuta di ricordi, non rinunciando mai al piacere dell'ospitalità. Punto fisso durante l'ultimo periodo della vita di zia Laura è stato il rapporto con Padre Poppino, che si sottoponeva quasi tutti i giorni alla fatica delle scale per portarle la Santa Comunione. Non ho mai capito se fosse padre Peppino a confessare e consolare zia Laura o fosse il contrario.
Durante tutto il corso di laurea in Architettura mia figlia Stefania aveva stabilito lì lo studio per lei ed un gruppo di suoi amici, rifocillati a volte anche di notte con grande piacere di zia Laura che ha sempre avuto la capacità di sentirsi giovane tra i giovani.
Zia Laura aveva poi un appuntamento fisso con due amiche, Carla Triulzi e Maria Adami, che avevano frequentato con lei, la Bianchini e Memmo Possenti, alcune riunioni di neocatecumenali e che venivano a pranzo da lei ogni venerdì. Altro appuntamento quotidiano era il rosario che tutti i pomeriggi recitava insieme a due anziani parrocchiani: Cristina e Carlo.
Nel maggio del 1990, all'età di 90 anni, zia ha voluto adottarmi legalmente, d'altra parte fin dall'età di 10 anni, da quando ero arrivato a Roma, zia Laura è stata per me una seconda madre. L'adozione, oltre a soddisfare il suo desiderio inespresso di maternità, permetteva attraverso me che potesse continuare a vivere questa casa e con essa tutti i suoi ricordi.
La vigilia di Natale del 1992, quando mia zia era ancora perfettamente autonoma ed autosufficiente, mentre si preparava per venire a cena a casa di mia figlia Stefania, cadde banalmente e riportò la frattura del femore. Fu ricoverata ed operata, ma purtroppo, dopo un degenza di circa un mese, il 28 gennaio 1993, si spense tra le mie braccia.
Pochi giorni prima era venuto a trovarla, da Montesole, Don Giuseppe Dossetti. Ricordo che parlarono poco ma si guardarono a lungo negli occhi. L'intensità e la profondità di quello sguardo mi colpì. Credo riassumesse la grande amicizia e la stima reciproca di 50 anni e la certezza di rincontrarsi nella vita futura. Le esequie furono celebrate nella Chiesa Nuova. La Chiesa era stracolma. Era presente il Presidente Fanfani; Dossetti non venne essendo appena tornato a Montesole, ma venne il nipote Puccio, sacerdote, che concelebrò, le nipoti suore. Teresa e Agnese in rappresentanza della Piccola Famiglia dell'Annunziata, e naturalmente tutti quelli che avevano frequentato la casa del Porcellino.
Da più parti sono stato sollecitato a scrivere questi ricordi, zia Laura stessa aveva chiesto a mia figlia Grazia di scrivere la storia della casa. Aveva iniziato a dettargli il suo racconto. Al racconto aggiungeremo una raccolta di ricordi e testimonianze che dopo la morte di zia Laura, il 28 gennaio del 1993, ho chiesto a tutti gli amici. Confido che Grazia, abituata per il suo lavoro a raccogliere le tradizioni orali e le "storie di vita", porti a termine questo compito.
Affido comunque a Grazia e a Stefania la missione di difendere e tramandare i ricordi di via della Chiesa Nuova 14 e della Comunità del Porcellino.
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