Scheda libro:
A colloquio con Dossetti e Lazzati
Intervista di Leopoldo Elia e Pietro Scoppola (
Il Mulino, pagine 159, euro 11,50)

"Pubblichiamo qui il testo integrale di una lunga intervista a Giuseppe Dossetti e a Giuseppe Lazzati che ebbe luogo a Milano il 19 novembre 1994. Erano presenti anche Gaetano Lazzati, nella cui casa l’incontro si svolse, e Giuseppe e Marcella Glisenti". (pag.7)

Era questo un testo nascosto, noto solo a un piccolo gruppo, prima di venire consegnato all’Istituto per le scienze religiose di Bologna o che qualche storico, come Melloni o Alessandro Parola, lo utilizzassero in qualche modo.

L’intervista non aggiunge quasi nulla di nuovo alla conoscenza di Dossetti, tantomeno a quella di Lazzati, se si esclude la sua riflessione su Comunione e Liberazione. Anzi, diciamo subito che l’intervista è fondamentalmente una intervista a Dossetti. Delle cento e passa pagine del libro solo una o due è di Lazzati. Ad intervenire è quasi sempre Dossetti. Ci si potrebbe chiedere: come mai? E’ l’irruenza di uno e la timidezza dell’altro o si assiste ad uno strano gioco psicologico.

I brevissimi saggi che commentano l’intervista, di Elia e dello stesso Scoppola, segnano la lontananza problematica e, a mio avviso, l’incomprensione storica della vicenda politica di Dossetti, da parte dei suoi intervistatori. E’ un dato di fatto questo che va tenuto presente per capire la strana atmosfera in cui si svolge l’intervista. Dossetti sapeva benissimo cosa pensassero i suoi interlocutori. Scoppola è lo storico di De Gasperi, in qualche modo il suo apologeta nel campo degli studi. Di qui la visione necessariamente riduttiva e fuorviante dell’"eresia" dossettiana. Don Giuseppe questo lo sapeva certamente quando rispondeva alle domande. Da questo punti di vista, il suo continuo intervenire, correggere, approfondire è una sorta di interlocuzione sommessamente polemica con questa visione degasperiana dell’esperienza dei cattolici in politica. E’ come se gli intervistatori tendessero a convincerlo che in fine il realismo dei De Gasperi aveva vinto sull’utopia di Dossetti e di Lazzati. Dirò di più: l’incessante interloquire di Dossetti mi pare quasi un tentativo di difendere Lazzati dalle domande di Scoppola ed Elia. Nell’intervista c’è questa mancanza di sintonia interiore, di colloquio spirituale vero. C’è come una sorta di sospensione in cui si articolano i discorsi, su una ambiguità irrisolta.

A volte sconcertano anche le domande. Per esempio quelle sulla cultura storica che poteva avere un ventenne negli anni trenta circa le vicende del cattolicesimo politico; l’illusione che si possa essere stato una sorta di filo conduttore dal "popolarismo" alla Democrazia Cristiana. Questo filo conduttore si poteva trovare nei vecchi militanti, come De Gasperi, non certo nella giovane generazione che, anche per meriti ecclesiastici, era stata strappata da quella memoria.

La cosa che per altro può sorprendere è che gli autori non colgano, pur nel suo lato polemico, i rapporti profondi che Dossetti e il suo gruppo hanno avuto con il "popolarismo", più che con la visione degasperiana del partito come grande comitato elettorale. Aspetto, questo, invece colto da Baget Bozzo. Basterebbe indagare nella loro complessità i rapporti tra Dossetti e Piccioni. I limiti di questa ricostruzione sono dovuti all’artificiosa continuità che venne a stabilirsi tra esperienza "popolare" e Democrazia cristiana. Sturzo, che non era poi un entusiasta di De Gasperi, non aveva costituito un partito dei cattolici o dell’unità dei cattolici. Aveva costituito un partito di cattolici, con l’intento preciso di scompaginare quella esperienza che si era avuta finora che vedeva predominante il clericomoderatismo. Il suo partito divideva i cattolici proprio per sboccarne l’iniziativa politica immersa in un liberalismo retrogado. Il liberalismo di Sturzo è quello conflittuale di Gobetti, che non a caso edita un libro di Sturzo, in tempi certo difficili per una editoria libera. Non solo un liberalismo conflittuale, consapevole di un suo radicamento territoriale, organizzativo, e non solo notabiliare, ma un liberalismo capace di progetto politico, di formazione politica. Basti pensare a tutta la sua opera nell’associazione dei comuni italiani. Era su questi aspetti che si concentrava la simpatia di Dossetti, pur in una stagione diversa e una cultura politica profondamente mutata, dopo la crisi del ’29, il New Deal americano e la politica di piano sovietica.

Il realismo di De Gasperi salva certamente la democrazia. Di questo Dossetti aveva una consapevolezza lucidissima: basti pensare ai discorsi di Dossena, alle memorie di Rumor. Ma non è questo il punto. De Gasperi salva la democrazia in una sorta di "rivoluzione passiva", in una sorta di contenimento a destra e di apertura a sinistra; in una sorta di stagnazione produttiva di iniziativa politica, ma non di formazione politica. Gli esiti della Democrazia Cristiana, dopo Moro, dimostrano la cesura drammatica che allora si ebbe: le masse cattoliche passeranno in partiti come la Lega, Forza Italia, Alleanza Nazionale. Il cattolicesimo politico divenne una parentesi nella storia della nazione. Era un destino? Solo una storiografia dei vincitori può assumersi queste certezze. Ma non dimentichiamo, tra l’altro, che quando De Gasperi muore, nel ’54, è un uomo sconfitto, inviso al suo stesso partito. Vorrei chiedere a Scoppola chi furono gli "eredi" di De Gasperi. Nessuno. Non lo fu Fanfani, non lo fu Rumor, non lo fu neppure Moro, che avvertiva le lacerazioni drammatiche della politica italiana. Basti pensare alle sue riflessioni del ’68 e degli inizi degli anni settanta, quando era stato marginalizzato dal partito. E cosa fu l’esperienza di Moro allora se non una riflessioni acutissima su un antico scritto di Dossetti: Fine del tripartito?

Insomma questa intervista delude non solo, a volte, per l’ingenuità delle domande, ma per quella "freddezza cordiale" che la anima e che è la parte, tuttavia, più intrigante del testo. La sua ambivalenza è la sua ricchezza. La mia cattiveria mi porta al sospetto che la sua tardiva pubblicazione sia dovuta alla consapevolezza stessa degli autorevoli intervistatori della sua povertà e della sua fragilità. Insomma tra le interviste di Dossetti non è certamente questa la migliore.

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