Dossetti su "Il Popolo". Intervento al Consiglio Nazionale del partito fra il 20 e 22 dicembre 1948.
a cura di Luigi Giorgi
L’intervento qui riportato di Dossetti è relativo al Consiglio Nazionale del partito, che si tenne fra il 20 e il 22 dicembre del 1948. Dossetti interveniva nella discussione non per negare la richiesta di unità fatta dal segretario Piccioni ma più che altro per cercare di sostanziare con un contenuto adeguato questa aspirazione della dirigenza democristiana. "Unità intorno a che cosa?", chiese e si domandò il deputato reggiano: le vecchie ricette mutuate dal passato non erano più rispondenti alla nuova situazione politico-economica del paese. Non si doveva rifuggire per questo, a suo avviso, dal libero dibattito interno perché ciò significava anche mobilitare la base del partito intorno ad una discussione libera, aperta e plurale. Il suo discorso si sviluppava poi con geometrica lucidità intorno ai temi cardine della situazione interna ed internazionale che riguardavano la Penisola. La situazione economica risentiva di un’impostazione eccessivamente liberista, influenzata da gruppi e persone legati, a suo giudizio, a concezioni superate. Ciò era dovuto anche al comportamento del partito che non aveva saputo, o non aveva voluto, impegnarsi in prima ‘persona’ nella gestione della politica economica in modo da indirizzarla su di un cammino di libertà, giustizia e uguaglianza, attenta alle esigenze dei più bisognosi e dei lavoratori. Soltanto un diverso progetto economico più coordinato e coerente, e per questo maggiormente efficace, avrebbe permesso al governo di chiedere ai lavoratori quei sacrifici che servivano per la ricostruzione dell’Italia (era evidente il suo disappunto verso l’operato del Ministro Pella). Un diverso approccio verso la politica economica avrebbe determinato, a suo parere,anche una maggiore autonomia del nostro paese in politica estera (c’era già stato il dibattito sulla mozione Nenni, e Dossetti aveva confermato che l’Italia, per storia e cultura, apparteneva al mondo occidentale). L’Italia, a suo avviso, dando prova di una maggiore efficienza nel riordino e nel rilancio della propria economia avrebbe potuto acquistare una migliore libertà di movimento in ambito internazionale e valutare le varie ipotesi di alleanza non pressata da eventi e situazioni esterne, ma decidendo con serenità e con attenzione all’effettivo interesse nazionale.
Il Consiglio Nazionale della DC, Il Popolo, p. 4, 22 dicembre 1948, ora in Luigi Giorgi"Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 1956, Scriptorium, Milano 2003, pp. 276 277.
DOSSETTI […] un lungo intervento, prende lo spunto dal discorso di Piccioni e dichiara che considererà la parte di quel discorso relativo ai problemi interni del Partito, solo per quanto ha attinenza con premesse immediate delle sue valutazioni sull’attuale situazione politica. Accetta che il perno della nostra concezione di Partito sia posto nell’impegno dell’unità. Ma unità intorno a che cosa ? Le premesse della scuola sociale cristiana e la nostra tradizione di partito non bastano per risolvere i problemi generali dell’attuale situazione economica e politica: debbono essere sviluppate e incarnate in nuove concezioni, nuovi istituti e nuove impostazioni di politica e di politica economica aderenti al momento. Ed è a questo proposito che una varietà di opinioni, nello sforzo critico ed inventivo, non solo diventa legittima, ma necessaria e vitale. Ci si preoccupa tanto che i democristiani di base e simpatizzanti restino scandalizzati o turbati di fronte a varietà di opinioni dei maggiori responsabili.
Ma il pericolo vero per la salvezza e la efficacia della azione democristiana non sta nel fatto che la gente sappia che ci sono varietà di opinioni, ma nel fatto che essa non sappia esattamente quali siano, e di quali dimensioni, queste differenze. Cioè è necessario che gli organi del Partito diano autenticamente e con senso di responsabilità informazioni complete ed esatte sugli atteggiamenti dei diversi responsabili e che le notizie in proposito non siano lasciate soltanto alle versioni pettegole e scandalistiche della stampa avversaria. In altre parole se i dibattiti in seno agli organi responsabili del Partito avranno un carattere di sicura pubblicità, verrà meno la possibilità di esagerazioni artificiose e quindi di turbamento per i democratici cristiani di base i quali potranno esattamente valutare come le diversità di opinioni si mantengano nell’ambito di uno sforzo critico costruttivo e non violino l’impegno fondamentale di tutti per la comune solidarietà.
Passando quindi ad esaminare la situazione politica Dossetti considera soprattutto il problema delle efficienza del Governo e della sua capacità di corrispondere alla gravità ed alla complessità dei compiti dell’ora. Rileva la sproporzione tra la attuale struttura di Governo e le funzioni oramai addossate allo Stato e si richiama per questo alle osservazioni da lui e da Fanfani sviluppate in due articoli di <<Cronache Sociali >>. Considerando poi più da vicino questo Governo, avverte anzitutto che nella sua formula politica non ha nessuna obiezione a priori e anzi ricorda di aver con Ravaioli assunto una iniziativa conforme nel primo Consiglio Nazionale del Partito dopo il 18 aprile. Ma ricorda anche di aver subito sin dal momento della sua formazione manifestato il suo netto dissenso circa il modo concreto con cui la formula politica della collaborazione fra i partiti democratici è stata realizzata, soprattutto negli organi tecnici preposti alla guida della nostra politica economica.
Si è sottovalutato di proposito l’importanza degli organi della politica economica e perciò non si sono predisposte strutture e persone adeguatamente efficienti. Dossetti continua diffondendosi quindi in un esame critico della linea fondamentale della nostra politica economica e sociale, inquadrandola in un raffronto con quello che si è fatto in altri paesi, come il Belgio e l’Inghilterra, in cui ci si è molto prima proposti un deciso indirizzo coerente e unitario, affidandolo ad organi capaci di attuare un coordinamento di tutta l’azione statale in materia. Soprattutto rileva come questa linea sia stata nei tre anni trascorsi e continui a essere nel fondo di ispirazione liberista e continui a risentire, si voglia o non si voglia, l’influsso di gruppi interessati e legati a concezioni superate. Questo influsso è da tutti i gruppi esercitato con tutti i mezzi e persino con un camuffamento delle cifre fondamentali relative alla nostra situazione economica: si veda per tutto l’esempio dell’attuale controversia fra lo Istituto Centrale di Statistica e la Confindustria a proposito dell’indice della nostra produzione che la Confindustria descrive inferiore al reale con gravi conseguenze anche nei nostri rapporti con gli organi della Cooperazione Economica Internazionale. Il mutamento di un simile indirizzo di politica economica è anche la condizione tecnica e psicologica perché possano essere richiesti ai lavoratori quei sacrifici che indubbiamente un aumento del nostro sforzo ricostruttivo e produttivo può richiedere.
Ma soprattutto l’esigenza e la tesi fondamentale del Dossetti è quella che rileva la stretta connessione tra la nostra politica estera e l’efficienza della nostra politica economica. Si insiste da molti su alternative categoriche che sarebbero imposte all’Italia in materia di politica estera e si pretende che l’Italia abbia nelle attuali condizioni, nel contrasto fra colossi ben poco da fare. Ci si abbandona così ad un certo fatalismo. Mentre non ci si accorge che anche in tema di politica estera le nostre possibilità di scelta e di libertà o almeno di autonomia di movimenti e di difesa dei nostri interessi, sarebbero molto maggiori, se noi dessimo la prova di una maggiore efficienza nello sforzo di riordinamento della nostra economia. Meno è deciso ed efficace questo sforzo, altrettanto diminuisce la nostra libertà di movimenti in sede politica e internazionale e ci troviamo costretti a subire situazioni e decisioni esterne, che non sempre vengono a formarsi con una adeguata considerazione dei veri interessi essenziali del popolo italiano.
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L’intervento dei Comitati Civici nella competizione elettorale dell’aprile del ’48 aveva lasciato pesanti strascichi all’interno del mondo cattolico: se questi avevano contribuito in modo importante alla vittoria dello Scudocrociato, d’altra parte avevano aperto un problema nel rapporto tra idealità religiose e azione politica. Dossetti e il gruppo di amici a lui vicino avevano compreso fin da subito che un tale comportamento determinava un serio problema all’interno del partito, rischiando di condizionarne l’attività politica. L’ intervento del professore reggiano durante il Convegno Nazionale dei Laureati Cattolici, qui riportato da "Il Popolo", (c’è un ampio resoconto dello stesso anche sul bollettino del movimento, "Coscienza", del gennaio 1949), si muove nel solco aperto dal dibattito susseguente alle elezioni del 18 aprile sul ruolo dell’organizzazione elaborata da Gedda. Dossetti era molto fermo nel ribadire la sostanziale differenza tra i due settori, che pur operando nell’ambito di un’ispirazione comune godevano di una rispettiva autonomia. La Chiesa interveniva nella politica, disse, soltanto per difendere i beni spirituali che le erano stati affidati e per salvaguardare la propria esistenza. Egli affrontava poi il discorso dell’Azione Cattolica, grembo nel quale si era sviluppata tutta la macchina elettorale e propagandistica voluta da Gedda. L’Azione Cattolica doveva esplicare un servizio d’amore nei confronti delle anime, disse, un suo utilizzo diverso, seppur temporaneamente giustificato, che si fosse protratto per troppo tempo elevandosi a sistema avrebbe rappresentato, affermò con nettezza, un "errore capitale"
G.C.,Politica e ideali cristiani, Il Popolo, p. 3, 7 gennaio 1949, ora in Luigi Giorgi, "Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 1956, Scriptorium, Milano 2003, pp. 277 279.
L’interesse suscitato dall’ultima relazione di studio al Convegno Nazionale dei Laureati Cattolici era documentata ieri mattina plasticità (?) (parola incomprensibile nel testo originale) e dalla presenza tra questi di molti illustri parlamentari. Abbiamo notato infatti tra l’uditorio dell’ on. Dossetti ( e chiediamo scusa a quanti ci siano sfuggiti tra la moltitudine) gli on.li Gronchi, Fanfani, Cappi, Pella, Spataro, Mastino, Gotelli, Dominedò, La Pira, Moro, De Cocci, Bianchini, il senatore Baschi e molte illustri personalità del pensiero cattolico. La relazione dell’on. Dossetti sul tema: <<La politica in rapporto alla attuazione delle idealità cristiane>>, è stata assai ampia e approfondita, seguita sempre con appassionato interesse, particolarmente verso la conclusione, quando il relatore ha espresso il proprio punto di vista, del resto condiviso dalla maggior parte degli ascoltatori che hanno applaudito calorosamente, circa la posizione dell’Azione Cattolica in ordine a determinate contingenze eccezionali della vita sociale e politica.
La sua esposizione si è mantenuta sempre su un elevato tono dottrinale, dal quale tuttavia le concrete applicazioni scaturivano con perfetta logica e naturalezza. Egli ha cominciato con l’indicare i presupposti della sua trattazione, delineati già dalle lezioni precedenti, circa i rapporti tra natura e Grazia, la trascendenza del Cristianesimo, la distinzione tra piano spirituale e piano temporale con le due società che ne derivano, la Chiesa e la società politica, la esclusività del destino personale con la sua distinzione in eterno di ciascuna persona umana che trascende sistemi e storia.
Ha quindi chiarito la portata dei termini in discussione, definendo politica ogni azione della polis o in vista della polis, della comunità di parte o di categoria o di interessi economico sociali, ogni attività dei cittadini in vista della polis o delle comunità relative. Ha parlato di politica difensiva o costruttiva, quando cioè i cittadini sono impegnati nella difesa di un minimo di libertà o dei valori essenziali del Cristianesimo o viceversa quando, assicurati questi presupposti elementari, i cristiani operano per la ristrutturazione di una società che non tradisca l’intima essenza dell’uomo e della soprannatura.
Successivamente ha delineato la sostanza delle idealità cristiane compendiandole nel Regno di Dio, la vita in Dio anticipata dalla grazia nel fine ultimo della Chiesa, la protezione diretta del deposito della Rivelazione e dei mezzi della Grazia, nel fine prossimo, la conservazione di sé stessa nei rapporti con il temporale. Evidentemente afferma Dossetti solo nell’ultimo punto la politica entra in relazione con le idealità cristiane. Negli atti di relazione temporale la Chiesa usa delle varie realtà politiche, sociali, culturali per costruire il complesso necessario alla sua esistenza terrena: ma prende dalla storia e della realtà umana solo quel minimo che è necessario alla sua azione.
Per il resto non assimila, ma rispetta, lascia liberi, pur illuminando e spiritualizzando. In questo minimo si distinguono due zone, ridotte in estensione (l’eccessiva amplificazione sarebbe arbitraria), l’azione sociale cristiana, l’azione civica. L’azione sociale cristiana, più che costituire un programma normativo da ed è una orientazione. Oggi l’approfondimento della tecnica e delle scelte prudenziali è sempre più necessario per la soluzione dei problemi sociali. E’ chiaro che l’intervento della Chiesa nella politica è legittimato dalla difesa dei beni spirituali che le sono affidati dalla difesa della sua esistenza, necessaria ad esercitare questa tutela.
L’on. Dossetti ha proseguito con foga crescente man mano che avanzava nell’esposizione, parlando del valore della politica in rapporto alle idealità cristiane. Egli ha osservato che questa attività dell’uomo quale appartenente alla comunità naturale, è la suprema, quella che organizza architettonicamente tutti i dati desunti dalla realtà umana. Essa è necessaria in relazione alle idealità cristiane perché la Chiesa ha bisogno del mondo per esercitarvi la sua missione. L’uomo non è un isolato, esiste nel contesto dei rapporti sociali l’inserzione negli altri aumenta e completa l’essere. La solitudine è una finzione data dalla materia, la solidarietà è una realtà data dallo spirito. Onde è necessario che per ogni azione fecondatrice si tenga conto delle capacità di assimilazione della compagine sociale.
Ma la politica ha anche i suoi limiti rispetto alle idealità cristiane. Tra mondo naturale e mondo soprannaturale vi è un salto, un valico incolmabile, è la politica che appartiene al primo, sia pure al vertice della scala dei valori terreni, non è capace di superare lo iato. Ed ecco che la politica ha bisogno della fecondazione da parte delle idealità cristiane. Esse danno uno stimolo attivatore e ispiratore che non mira a soluzioni determinate, ma fornisce solo un anelito, un fermento vitale. L’on. Dossetti cita ad esempio il principio democratico, che vivendo del consenso di base ha più bisogno della conferma delle idealità cristiane. E’ per questa fecondazione che la politica può raggiungere il suo fine che è quello di eliminare ogni compressione dell’umano, sviluppare liberamente i talenti dati a ciascuno da Dio.
Nella politica, che parte dalle realtà inferiori, dai dati materiali attraverso la conoscenza tecnica, economica, sociale, culturale fino alla sintesi architettonica finale, vige il principio radicale dell’uguaglianza, dell’autocostruzione, della proporzionalità del valore all’efficienza. Per essa che pone di fronte al criterio di scelte tra bene o male ma più spesso tra beni diversi o tra mali minori, secondo l’on. Dossetti non vige il principio della unità necessaria e le differenziazioni tra cristiani possono essere non necessarie ma possibili. Parimenti la politica esige la legge della tolleranza civica. L’on. Dossetti è quindi entrato nell’ultima parte della sua esposizione, parlando dei soggetti del rapporto tra politica e idealità cristiane.
Egli si è in questo punto posto la domanda se in questo rapporto l’Azione Cattolica abbia una funzione propria da svolgere, ed ha dato una risposta negativa. Ha osservato in proposito che anche quando sono in gioco i diritti essenziali del Cristianesimo e la Chiesa interviene con un atto scaturente dal suo fine prossimo alla sua espressa volontà sono tenuti indistintamente tutti i fedeli senza una responsabilità particolare dell’Azione Cattolica. Né l’intervento dell’Azione Cattolica è legittimato da situazioni eccezionali (o per lo meno non va troppo facilmente estesa la valutazione di eccezionalità) giacchè in queste circostanze l’attuazione o la salvaguardia delle idealità cristiane va fatto con gli strumenti politici esistenti o in mancanza, con il crearli.
L’Azione Cattolica è destinata al servizio delle anime a un servizio di amore. Se una sua utilizzazione diversa può essere giustificata in funzione di una eccezionalità l’elevazione a sistema di un simile fenomeno costituirebbe errore capitale. Il discorso di Dossetti è durato dalle ore 10, 30 alle ore 12,15 e quando è terminato è stato accolto da un fervidissimo applauso. Anche questa volta, è seguita una proficua discussione. Il Congresso si è concluso ieri sera con la relazione organizzativa dell’onorevole Scaglia.
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L’intervento di Dossetti qui riportato dal quotidiano del partito è relativo all’Assemblea Organizzativa che si tenne dal 6 al 9 gennaio 1949. Il dibattito era aperto da Taviani, che riconosceva l’esigenza di una maggiore articolazione interna ma temeva che l’istituzione di correnti organizzate avrebbe potuto danneggiare l’unità del partito. Anche Dossetti non metteva in discussione l’articolo 87 dello statuto che impediva la formazione di tendenze organizzate in senso capillare e verticistico. Il professore reggiano riteneva però che l’articolo in questione si potesse integrare con disposizioni nuove, che permettessero di presentare delle mozioni firmate da uomini qualificati. Questo avrebbe permesso di eliminare ogni ambiguità interna e avrebbe rinnovato la stessa vita politica del partito, favorendo il libero dibattito delle idee e contribuendo alla formazione degli iscritti. Il tutto s’inseriva in una visione dell’azione politica dei cattolici molto precisa. Egli intendeva rivendicare ed affermare, in altre parole, attraverso una nuova struttura del partito e una diversa e più completa opera di formazione politica dei suoi militanti, il ruolo della Democrazia Cristiana come partito politico autonomo, distante e distinto dalle diverse organizzazioni del mondo cattolico, le quali per il solo fatto di appartenere a quell’ambito pensavano di poter svolgere un’azione di tipo politico migliore di quella della Dc stessa. Il partito, quindi, doveva distinguersi per altro: esso doveva fare politica analizzando in tutti i suoi aspetti e in conformità ad un programma concreto la realtà economica e sociale del paese.
La struttura i compiti e la funzione del Partito all’esame dell’Assemblea organizzativa, Il Popolo, p. 3, 8 gennaio 1949
ora in Luigi Giorgi, "Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 1956, Scriptorium, Milano 2003, pp. 279 280.
DOSSETTI La relazione di Taviani ha tracciato una completa architettura del partito e della sua funzione nello Stato in una situazione storica concreta come la presenta. La mia visione del partito è in più di un punto diversa: ma la sua esposizione organica e sistematica mi costringerebbe a fare ora una controrelazione. Non ne ho l’intenzione e spero che mi si presenti presto il destro per farla in altra sede. Mi limito a richiamare le impostazioni già fatte qui da Ardigò, Baget e da Ravaioli. Ma soprattutto mi richiamo a quanto io stesso ho detto nell’ultimo Consiglio Nazionale del Partito. Posi allora una domanda che rimase senza risposta ieri da Piccioni come oggi da Taviani e da tutti coloro che parlano di unità del partito. Unità sì, ma intorno a che cosa ? Non basta intorno ai principi cristiano sociali o ad una tradizione di partito che è rimasta ferma alla situazione di 20 anni fa, tanto diversa dalla presente. Occorre finalmente convincersi che da quei principi, che oggi hanno un valore solo di generica orientazione, bisogna scendere ad un programma concreto di azione, di partito e di Governo il cui contenuto sistematico è ben altra cosa dalle singole applicazioni particolari che, queste sì, debbono essere lasciate all’iniziativa quotidiana degli organi del partito e del Governo. Per la determinazione di questo contenuto occorre lasciare svolgere la dialettica disciplinata delle tendenze che sono l’unico strumento per l’affinamento politico dei nostri e perché dal complesso di tutto il partito siano tentate quelle analisi tecniche e prudenziali, presupposto indispensabile della sintesi sugli orientamenti d’azione, intorno ai quali deve operarsi e mantenersi l’unità, non solo sentimentale, ma di volontà e di responsabilità, di tutti i democratici cristiani.
Con questo non voglio che sia abolito l’articolo 87 dello Statuto circa il divieto delle tendenze organizzate. Ritengo che si debba mantenere il divieto della organizzazione in senso proprio capillare e verticale. Ma ritengo anche che l’articolo 87 debba essere integrato con precise disposizioni le quali consentano, non solo in teoria, ma di fatto e in concreto, alle diverse posizioni tendenziali, sistematiche e coerenti non occasionali e limitate a singoli problemi particolari, di farsi valere: cioè con Ravaioli ritengo che deve essere data una posizione ufficiale alla presentazioni di mozioni, qualificate con la firma di uomini responsabili, e che a queste mozioni debba restare legata la elezione di coloro che devono far parte degli organi del partito.
Ciò per un impegno di chiarezza e responsabilità. Ma ciò anche perché questo è l’unico modo di disciplinare quanto altrimenti avviene di fatto. Cioè l’azione di gruppi o di posizioni di frazioni spesso ad opera proprio di coloro che non parlano mai, come noi, del diritto delle tendenze ad affermarsi, ma senza parlarne di fatto organizzano tendenze che potrebbero rompere l’unità politica dei cattolici italiani. Anzi questo riconoscimento di un giuoco disciplinato delle tendenze e della funzione ch’esse sole possono adempiere per l’affinamento politico degli iscritti, per la formazione di una classe dirigente e per la determinazione concreta di un programma tecnico politico di azione è anche l’unico modo per precisare e specificare l’azione politica dei democristiani. Soprattutto per rendere questa azione aderente alle necessità del momento e per impedire che si continui a pensare da molti che si dicono cattolici organizzati e non, che basti essere cattolici e possedere il patrimonio dei principi generali della nostra dottrina sociale, per poter svolgere una azione politica e magari una azione politica migliore e più efficace di quanto non sappiano fare i democratici cristiani. Bisogna dimostrare che per avere il diritto e la capacità di fare della politica, ci vuole e si ha un programma politico concreto, conquistato attraverso un’analisi complessa, graduale e, se è necessario, internamente dialettica, della realtà economica, sociale e politica.
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