Dossetti su "Il Popolo": marzo-dicembre 1949, dal Patto Atlantico alla necessità delle riforme economiche.
A cura di Luigi Giorgi
Questo intervento aretino di Dossetti avvenne pochi giorni prima dell’inizio del dibattito parlamentare in merito al problema dell’adesione o meno dell’Italia al Patto Atlantico. Egli ribadì la sua linea "non neutralistica" rispetto al problema delle alleanze internazionali ed espresse una visione della politica estera ancorata ad una declinazione pacifica delle necessità dettate dallo schema politico del dopoguerra.
Il dibattito in seno ai gruppi parlamentari del partito avrebbe chiarito meglio la sua posizione, attenta a qualificare maggiormente, nel senso di una più decisa consapevolezza e di una più estesa autonomia, l’entrata del nostro paese nell’alleanza atlantica. In questo modo si sarebbe potuto costruire una parabola "estera" del nostro paese che avrebbe permesso all’Italia di reinserirsi nel consesso internazionale in una posizione di maggiore importanza.
Dichiarazioni di Dossetti, Il Popolo, 9 marzo 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pag. 281.
Nella Sala Maggiore del Seminario alla presenza del Vescovo di Arezzo, del Sindaco, del sen.Pazzagli, delle maggiori autorità e di una grande folla, l’on. Giuseppe Dossetti ha inaugurato ieri, con un’ applaudita conferenza, la settimana di sociologia cristiana (7 12 marzo) svolgendo il tema introduttivo: << Dalle promesse ai fatti>>.
L’oratore ha rilevato fra l’altro come il mondo vada incontro ad una vicendevole unificazione, sia pure esteriore, ed ha sottolineato come la data del 18 aprile 1948 non sia soltanto una data di quelle che si definiscono storiche ma debba essere considerata come una tappa della civiltà moderna che ha affidato alle forze cattoliche le sorti di un grande paese come l’Italia. Rispondendo infine a tre domande rivoltegli da un gruppo di post telegrafonici aretini, che chiedevano la sua opinione personale circa l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, il suo giudizio sulle critiche dell’opposizione al Patto stesso e quali speranze si possano avere per una schiarita nei rapporti internazionali, ha replicato in via presuntiva e con tute le riserve di non ritenere possibile la minacciata terza guerra mondiale che scatenerebbe addosso ai popoli più che la bomba atomica la distruzione di ogni valore umano; che le critiche delle sinistre sono contraddittorie e che la crisi che travaglia il Partito socialdemocratico è dovuta a riflessi stranieri del laburismo e di altri movimenti consimili e che nessuna anticipazione può essere fatta circa l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico prima che di ciò sia discusso in sede competente. Egli ha concluso affermando che ognuno deve sentire profondo il sentimento della difesa del proprio Paese e dei propri fratelli non per andare incontro ad una nuova guerra ma alla vera e duratura pace.
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Dossetti interveniva durante il CN dell’aprile ’49 considerando nel complesso soddisfacente l’operato dell’Esecutivo dopo il 18 aprile: riteneva tuttavia che servisse uno scatto in avanti, in grado di rivitalizzare l’opera del partito e conseguentemente del governo. Bisognava, per questo, approntare una riforma degli organi "decisionali" dando maggiore attenzione ad un cambiamento della struttura degli organi centrali di governo e al rapporto fra l’Esecutivo e il Parlamento; occorreva coordinare l’intervento economico e sociale secondo precise priorità. In questo disegno il partito doveva assumere un ruolo centrale di perno e di sprone nei confronti dell’azione governativa, in modo da veicolare le aspirazioni del popolo italiano. Tale disegno poteva attuarsi, però, soltanto se il partito si fosse posto, pur nella necessaria collaborazione, in maniera autonoma rispetto al governo.
De Gasperi esalta la forza unitaria del Partito al servizio dell’Italia, Il Popolo, 29 aprile 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pag. 282.
DOSSETTI riafferma che pur nella differenziazione di certi atteggiamenti, c’è in tutto il Partito della D.C. una sostanza di fondamentale adesione spirituale all’unità e alla disciplina. Concorda con Piccioni nel ritenere che, nel Paese, si sia determinato un senso di soddisfazione per le realizzazioni operate dopo la vittoria del 18 aprile. Il popolo italiano apprezza il cammino compiuto per il rinsaldamento dallo Stato all’interno e (sia pure in molti con semplificazioni unilaterali non da tutti condivise) per l’aumento del nostro prestigio di fronte all’estero. Ma questo apprezzamento non basta alle esigenze morali e politiche di un Partito come la Democrazia Cristiana, perché esso è come la gioia di un’ alba che implica però la responsabilità del meriggio. Di qui per molti di noi sorge l’esigenza di una critica costruttiva, che non è tanto rivolta al passato, ma tesa verso realizzazioni sociali e politiche dell’avvenire. E’ per questo che noi chiediamo di costruire con invenzioni nuove ricercate il più possibile in libertà e concordia di intenti. A questo fine però non basta il patrimonio ideale che abbiamo ereditato. Bisogna arricchire le tesi fondamentali che debbono segnare la nostra costruzione meridiana. E’ per questo che noi parliamo talvolta di insufficienza, ma non rispetto al passato, rispetto al futuro. La coscienza a cui fa appello De Gasperi è un presupposto necessario della nostra azione, ma essa per se non basta e deve rivelarsi nella luce delle realizzazioni concrete. Di qui la esigenza delle analisi dei nuovi problemi e delle nuove situazioni e del dialogo interno. Questo dialogo non deve far paura perché non è una specie di dialettica marxista, ma è fondato sul senso della concretezza realizzatrice. Addita come temi pratici in questa analisi: lo studio di una riforma di struttura degli organi centrali di Governo, in relazione al fatto che lo strumento governativo va adeguato ai nuovi compiti assunti dallo Stato; il contributo ad una più organica delineazione dei rapporti fra Governo e Parlamento; la impostazione di una coordinazione, organica e non empirica, da parte del Partito delle direttive per le riforme sociali sinora piuttosto accennate frammentariamente e senza una direttiva unitaria di politica economica e sociale. In particolare sottolinea la necessità per la D.C, di dare ai suoi aderenti, che agiscono nel campo del lavoro, una visione più adeguata e costruttiva dei loro compiti. Sollecita un dialogo più intenso di contatti e di scambi fra Partito e Governo. Conclude affermando che il Partito deve servire il Governo, facendogli pervenire con la propria voce autonoma e genuina, attraverso uno sforzo di collaborazione organica e continua, l’espressione di quelle che sono le aspirazioni del popolo italiano verso una società migliore.
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In questo Consiglio Nazionale (30 luglio 2 agosto 1949) Dossetti espresse la necessità di un migliore funzionamento della macchina statale, in modo da venire incontro alle impellenti esigenze del Paese. A questo fine egli ragionava sui provvedimenti da attuare per migliorare l’efficienza degli organi legislativi ed esecutivi. In questa prospettiva individuava il partito come un protagonista in grado di dettare l’agenda dei nuovi rapporti fra se stesso e il governo e fra l’ambito proprio della politica e quello proprio della burocrazia e della tecnica. Egli riteneva, inoltre, che si dovesse assumere un atteggiamento più intransigente contro i tentativi di condizionamento della politica delle riforme operati dai partiti di destra presenti nella maggioranza di governo. Il riferimento andava probabilmente alle resistenze, messe in atto dagli altri partiti centristi, in particolare i liberali, incontrate nella nascente proposta di riforma agraria posta in itinere dal governo, che si rendeva oltretutto sempre più urgente viste anche le continue manifestazioni di protesta attuate da parte dei braccianti.
Chiediamo che la libertà e la giustizia sociale costituiscano base sicura del comune lavoro, Il Popolo, 2 agosto 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pag. 284.
DOSSETTI dichiara che rinuncerà a trattare di molti problemi per i quali pure può nutrire vivo interesse (per esempio la politica estera del Partito) e concentrerà la sua attenzione unicamente su due problemi politici e con la preoccupazione non tanto di vederne gli aspetti generali di impostazione di pervenire a una soluzione concreta. Come primo aspetto concreto considera la necessità di pervenire a una qualche conclusione sui rapporti con gli altri partiti di Governo (socialisti democratici e liberali in specie). Rileva al riguardo che tanto Taviani come i molti amici intervenuti su questo argomento hanno espresso uno stato d’animo, ma non hanno concluso sull’atteggiamento concerto da assumere: perciò propone senz’altro quattro criteri immediati da adottare soprattutto nei rapporti con le destre, come esigenza minima immediata per evitare alcune delle manifestazioni più gravi della non collaborazione e della sorda ostilità mostrata al centro e alla periferia dai liberali e dalle forze economiche che li fiancheggiano e che si prevalgono della forza risultante dalla partecipazione al Governo. I quattro criteri proposti sono un minimo immediato da adottare che potrà svilupparsi in caso di necessità anche in un invito ai liberali a lasciare il Governo. Come secondo aspetto concreto affronta quella della efficienza dei supremi organi legislativi e esecutivi. Al riguardo dichiara che la sua posizione di partito, da tanti amici descritta come una posizione di sinistra o di avanzato progressismo, vuole essere soprattutto posizione fondata sull’esigenza primaria dell’efficienza statutale: cioè scontento non tanto di un preconcetto indirizzo di sinistra o di destra, ma anzitutto sulla preoccupazione che lo Stato, di cui la D.C. ha la maggiore responsabilità, soddisfi il più efficientemente e il più tempestivamente possibili compiti fondamentali (sopratutto economici e sociali) che sullo Stato oggi gravano. A questo fine preannunzia la presentazione immediata al Consiglio Nazionale o a una apposita sua commissione di un progetto contenente una serie di prime proposte o di primi suggerimenti per l’avvio a soluzione dei problemi interessanti l’efficienza del Parlamento, del Governo, dei Ministri e i rapporti tra le Camere ed Esecutivo. Di questo progetto annuncia i criteri generali interessanti in particolare la funzione di sintesi e di stimolo, al riguardo, del Partito e i rapporti, da una parte tra Partito e Governo, e dalla altra tra organi politici e burocrazia tecnica.
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Dossetti nel CN del partito (18 20 dicembre 1949) effettuava un pressante appello circa la necessità delle riforme economiche. Esse potevano essere attuate, a suo giudizio, tramite appositi organi in grado di condurre gli investimenti necessari con competenza ed efficacia. Quest’opera di cambiamento poteva essere maggiormente incisiva se appoggiata da vere forze politiche e non da "mezze formazioni" che rappresentavano solo pochi "notabili". Ciò non significava escludere la collaborazione con gli altri partiti, ma cercare appoggio da forze veramente rappresentative della realtà italiana. Egli proponeva, infine, alla DC , uno sforzo di direzione dei processi economici e sociali più deciso e convinto di quanto avesse posto in essere fino ad allora, così da rispondere al problema della lavoro e tentare di affrontare con più energia la disoccupazione. Da tutto ciò avrebbe trovato giovamento l’intera azione governativa, a suo giudizio ancora troppo lenta, contraddittoria e frenata. Occorre ricordare, inoltre, che il governo si trovava in quel periodo in difficoltà per le dimissioni dei ministri socialdemocratici, che si erano allontanati dal governo per non precludere una possibile riunificazione socialdemocratica, tra il Psli, la componente di Romita e Viglianesi uscita dal Psi e l’Unione Socialista di Silone.
Due intense giornate di dibattito al CN della DC, Il Popolo, p. 2, 20 dicembre 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica Giuseppe Dossetti, Scriptorium 2003, pp. 285 - 286.
Si alza quindi a parlare DOSSETTI. L’oratore affronta solo il problema centrale cioè, se nella situazione attuale, politica ed economica, vi siano o non vi siano motivi sostanziali di novità e se non si debba fare altro che continuare sulla linea di ora. Insiste sugli elementi di novità giudicando che la stessa Direzione del Partito non si sia resa abbastanza conto e non si sia fatta portavoce presso il Governo dell’opinione generale del Partito e dello stato generale di insoddisfazione oramai dominante. Pone in evidenza i mutati rapporti delle forze politiche. Rileva le ostilità nutrite da certi ambienti liberali rispetto a punti fondamentali e indifferibili del programma democristiano. Insiste sul fatto che gli attuali Ministri liberali non hanno una vera e propria solidarietà di base politica e parlamentare. Così pure, il PSLI non ha portato nell’opera di Governo una vera e propria qualificazione socialista. Di più il PSLI oggi dopo le ultime vicende non esprime più tutta la base socialista che gli ha dato i voti il 18 aprile. Non si può ignorare che una parte, forse prevalente dei socialisti indipendenti, dal comunismo, oggi sfugge al PSLI e non si sente rappresentata dagli uomini che hanno partecipato al Governo. Orbene tutto questo non vuol dire che la D.C debba, in linea di principio escludere la collaborazione di altri partiti. Anzi una vasta e sincera collaborazione democratica sarebbe sempre augurabile, ma deve trattarsi assolutamente di collaborazione di vere e proprie forze politiche, non di mezze forze o di singole persone che rappresentano solo se stesse. Chi partecipa al Governo vi deve partecipare avendo dietro di sé, nel Parlamento e nel Paese, una base effettiva e solidalmente impegnata in un determinato programma e in una determinata azione governativa. Altrimenti, l’azione di Governo diventa sempre più lenta e contraddittoria, incapace di quella efficienza pronta e realizzatrice che l’opinione pubblica sente ora come assolutamente necessaria soprattutto per risolvere il problema fondamentale dell’ora, cioè, il dare lavoro al maggior numero possibile di lavoratori. A questo riguardo l’oratore ha ripreso le osservazioni già fatte alla riunione economica dei giorni scorsi e ha mostrato vari aspetti della lentezza dello scardinamento e della contraddittorietà della politica economica, soprattutto in materia di investimenti e di potenziamento del Meridione e delle altre zone meno sviluppate. Perciò l’oratore dice di voler concludere con la enunciazione di tre condizioni assolute per garantire l’efficienza del futuro Governo: 1) che non vi è collaborazione efficiente se non vi è collaborazione di forze politiche (e non soltanto di persone più o meno qualificate come tecnici) impegnate ad una solidarietà di azione nel Governo e nel Parlamento; 2) che la politica economica d’ora in poi deve essere tutta centrata (e coordinata sotto responsabilità diretta della D.C) sull’obiettivo della massima occupazione; 3) che gli investimenti nelle zone non del tutto sviluppate debbono essere coordinate specificamente da un apposito organo stimolatore e realizzatore degli investimenti stessi.
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