Lettera di Dossetti agli amici dopo le sue dimissioni (1951)
e l'articolo di Umberto Segre

L'educazione alla libertà
nella relazione del prof. Dossetti (Ricerca 1947)

Il tema che egli deve affrontare è quanto mai vivo, attuale, importante. Un punto da chiarire inizialmente è questo: non dobbiamo riguardare a questo tema con sguardo unilaterale: troppo viva è la tentazione di guardare unicamente agli aspetti sociali di quest’educazione, che non sono che una parte e un aspetto di essa. Il nostro punto di vista deve essere più largo e più comprensivo. La libertà, dice l’oratore, noi possiamo intenderla in due sensi:

E’ di questo secondo aspetto della libertà che l’oratore si occuperà nel suo discorso in quanto ritiene il primo come un dato acquisito per il suo pubblico e ancora come un mezzo per realizzare quella libertà d’esultazione intesa appunto come ulteriore sviluppo e meta della personalità. Essa non comporta quindi il semplice aspetto negativo d’assenza d’ogni determinismo o d’ogni coazione esterna, ma è uno slancio attivo, una posizione di partenza per un’espansione senza limiti.. E’ in sostanza la realizzazione della nostra personalità. Personalità e libertà d’indipendenza sono in questo senso intimamente connesse.

L’onorevole Dossetti passa ad esaminare le cause limitatrici di questa libertà. Limiti primi sono le cose, e cioè la realtà esterna intesa sia nella sua esistenza fisica, la natura in quanto oggetto di un dominio tecnico e scientifico, sia questa realtà esterna intesa nel suo aspetto economico, e cioè nella limitatezza dei beni e del valore di utilità che gli uomini ad essi attribuiscono.

Raggiunta che sia la liberazione da questi limiti il concetto di libertà resterebbe pur sempre confinato e relativo, in quanto sarebbe un superamento dei limiti contingenti sia pure in una società che avesse realizzato il dominio tecnico della natura e una emancipazione sociale e pubblica.

La nostra aspirazione tuttavia va oltre questi concetti. La nostra aspirazione, imprescindibile, è per una libertà assoluta, per una espressione della nostra personalità non solo oltre i limiti posti dalle cose e dagli uomini, ma oltre ogni limite che può venire da una propria posizione di natura creata e contingente: aspirazione cioè alla libertà pura e semplice dell’Increato; alla libertà dell’Assoluto intesa come partecipazione all’Assoluto per rispondere all’invito dell’apostolo: "Dii estis".

Quali sono le strade percorse dall’umanità per giungere a questa meta ambita? Due se ne presentano alla nostra considerazione.

La prima – affermare la libertà dell’uomo come libertà originaria, e chiusa al tempo stesso e cioè limitata a sé stessa, sino all’affermazione dell’io che s’identifica nell’assoluto.

La seconda riconoscere la libertà non come originaria, bensì come derivata (è per questo che noi parliamo di una educazione alla libertà e soprattutto di una conquista della libertà) e conseguentemente aperta verso gli altri e verso Dio che viene incontro all’aspirazione dell’uomo, rendendo con la sua grazia efficace, ciò che non sarebbe altrimenti che una sterile tensione.

L’uomo moderno ha scelto la prima strada. Dalla Riforma ad oggi l’uomo ha dimostrato di volere affermare la libertà chiusa chiudendosi dapprima alla Chiesa (la Riforma), quindi chiudendosi di fronte a Dio nell’affermazione di una originarietà della libertà (giusnaturalismo, Grozio) e ancora una chiusura di fronte agli altri uomini nel trionfo dell’individualismo che riserva la libertà a una stretta cerchia di privilegiati.

Come conseguenza paradossale di questa via sbagliata l’uomo è giunto non a una liberazione ma ad una schiavitù.

Partiti da una elevazione del singolo sino ad affermare la sua coincidenza con Dio e giunto alla negazione dell’unica realtà sostanziale, la persona: per affermare ciò che non è, il collettivo.

L’educazione alla libertà si presenta pertanto oggi come necessità di riscatto del collettivo. Ma in questo senso sentiamo che altri ci sono accanto nel cammino di liberazione. Alcuni affermano di voler raggiungere la stessa meta, di essere quindi con noi, almeno in certe occasioni.

Ma nell’affermare questa comunanza di obiettivi, essi vorrebbero, fatte alcune riserve che non riguardano la sostanza del metodo, ripercorrere le vecchie strade della libertà originaria e chiusa. Pur sentendoci aperti a qualsiasi voce, e da qualunque parte essa venga che mostri di apprezzare e di concordare coi nostri punti di vista, dobbiamo essere vigili e attenti perché il nostro cammino non sia falsato e ricondotto nell’errore che noi stiamo scontando.

L’oratore legge alcune frasi dimostrative di un articolo di panfilo gentile apparso di recente su Risorgimento liberale di Roma, in occasione dello scambio di messaggi tra il Sommo Pontefice e il Presidente Truman.

L’acuto articolista liberale, egli dice, si mostra consenziente e concorde. In effetto però quest’atteggiamento dei liberali, che pure hanno in parte riveduto le posizioni estreme senza tuttavia rinunziare sostanzialmente al metodo, non sono che attestazioni parziali della verità. Una difesa che pur partendo da valori cristiani trasportati e deformati nella dottrina liberale, non consente se non un pericoloso ritorno su strade già tristemente battute (il prof. Dossetti cita in proposito le teorie di Ropke).

Noi non possiamo sostenere e riconoscere che queste vie che possono coincidere nelle mete parziali, siano le nostre.

Queste strade non rinnegano quelle che sono le idee profondamente errate, e cioè l’ottimismo naturalistico e un sostanziale pessimismo antisociale che consentono una indiazione di pochi e una oppressione di massa. Per non dire del rifiuto della Chiesa e della Grazia. Queste affermazioni di libertà sono altresì frammentarie. Si affermano la libertà economica, politica, morale, della Chiesa, ma non in un rapporto unitario, bensì come singole posizioni distinte. E si pongono altresì queste affermazioni di libertà su di un unico piano livellatore che non consente una valutazione gerarchica di essa. Per cui alla stessa stregua si considerano la libertà di impresa e la libertà religiosa.

La nostra via, invece, è un’altra. Essa riconosce la libertà non originaria ma come dono che ci viene dall’alto attraverso una conquista personale; riconosce la libertà aperta verso le cose, verso gli altri, verso Dio.

Di qui il fine della nostra educazione che è una suprema indipendenza che si guadagna attraverso l’affermazione della totale dipendenza da chi essendo la vita stessa ci vivifica, ed essendo la libertà stessa ci libera, facendoci partecipi di sé. Di qui la natura della nostra libertà che è unitaria in una gerarchia di valori. La libertà è unitaria come la personalità: non si può distinguere la libertà politica da quella morale nel senso di voler prescindere dall’una nell’attuazione dell’altra, e viceversa.

L’oratore prosegue illustrando il contenuto della libertà intesa cristianamente. Esso si sintetizza in quell’espressione di "libertà aperta" di cui ha già detto. L’apertura si realizza verso le cose, verso gli altri, verso Dio. Verso le cose come conquista della realtà fisica e della realtà economica; sforzo quindi dominio delle cose per la loro ordinata utilizzazione nella vita individuale e sociale.

Apertura verso gli altri intesa come emancipazione sociale e politica che noi accettiamo però solo in quanto essa sia generalizzata e non riservata ad una classe o a una parte eletta e in quanto si realizzi per iniziativa di autoeducazione e di sforzo personale (ex nobis ispi) E questo, rileva l’oratore, implica una particolare capacità di rinuncia a posizioni di privilegio anche qualora queste si presentino come dati di fatto, capacità di sacrificio per educarsi alla responsabilità, senza la quale è fallace l’uso degli strumenti della democrazia.

E finalmente apertura verso Dio come accettazione della Grazia e subordinazione alla mediazione del Cristo e della Chiesa, condizioni indispensabili per la nostra liberazione. A Dio attraverso il Cristo, e a Cristo attraverso la Chiesa.

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