Bologna 1956: la campagna elettorale, il voto, i commenti.
A cura di Luigi Giorgi

Durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative di Bologna, Dossetti dovette difendersi dalle accuse di essere un rappresentante della “Triplice”, organizzazione che riuniva i rappresentanti dei cosiddetti “padroni”. Pur di fronte a secche prese di posizione, da parte sua, contro di questa e contro ogni condizionamento che ne sarebbe potuto derivare sulla sua politica, il quotidiano del Pci non perdeva occasione per attaccarlo e dipingerlo come uomo che rappresentava la parte agiata e conservatrice della popolazione felsinea.

Ammissioni di Dossetti sulla Triplice. Un peccatore che non si pente, “l’Unità”, 24 aprile 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, pp. 329 – 330. Per la vicenda bolognese di Dossetti si veda anche L. Giorgi, «Presunti orientamenti esageratamente sociali». L’esperienza amministrativa di Giuseppe Dossetti, in I Quaderni di “Bailamme”, Marietti, Genova – Milano 2005, pp. 245 – 270.

Interrogato da un elettore circa la «triplice intesa» padronale, nel corso di una pubblica assemblea, l’on. Dossetti ha rotto il silenzio a lungo osservato in proposito ed ha dichiarato: «Per quanto mi riguarda la “Confintesa” non ha nessun peso sul programma come non ne ha avuto nella scelta della lista che sarà presentata domani sera». «Nessuno – ha aggiunto Dossetti – può contestare la legittimità delle associazioni di categoria, anche se talvolta esse difendono interessi gretti, perché la loro azione rivolta a problemi definiti è controllabile e si svolge con scopi individuali. Ma quando tre associazioni si pongono insieme per scopi non individuabili e tuttavia per svolgere una funzione in qualche modo sicuramente politica, attraverso pressioni e ricatti sulle istituzioni politiche qualificate, allora noi consideriamo tale alleanza come un elemento oscuro della vita nazionale. Mi schiero contro di essa per le stesse ragioni per le quali mi schiero contro il marxismo: l’una e l’altro dipendono da una stessa visione classista della vita che io ripudio. Considero la Confintesa un errore grave: errore politico e in fondo grave errore morale». La dichiarazione è tanto recisa quanto reciso è stato invece il silenzio mantenuto finora sulla «triplice» dalla D.C. su scala nazionale, e da Fanfani, e dal governo in specie. La dichiarazione conferma in modo abbastanza clamoroso le «pressioni e i ricatti» che la «triplice» esercita sulle «istituzioni politiche qualificate»: a cominciare dalla D.C. e dal governo, è da supporre che Dossetti parli per esperienza diretta. La dichiarazione, infine, è recisa tanto quanto lo è l’apertura delle liste democristiane, dovunque ed anche a Bologna, ai fiduciari della «triplice», ai quali Dossetti è stato indicato, dal capo della «triplice» bolognese avv. Barbieri, come l’uomo meritevole di ogni sostegno e fiducia. La coerenza vorrebbe, a questo punto, che Dossetti non si fosse mai presentato in una lista che è lo strumento dichiarato della «triplice» contro l’amministrazione democratica di Bologna. O, quanto meno, vorrebbe che non solo con le parole, ma con atti politici, Dossetti respingesse l’ipoteca della «triplice», escludendone i candidati dalla lista d.c. Finchè Dossetti rimarrà di fatto il capolista del blocco clerico – padronale le sue dichiarazioni confermano egregiamente non solo la complicità nazionale tra la D.C. e la «triplice» ma anche la sua personale incoerenza politica e morale. Il fatto che il prof. Valletta abbia preso posto al tavolo della presidenza al comizio torinese del ministro Tambroni, nella sua qualità di presidente del monopolio Fiat, ha dato una luce particolare a quella parte del discorso che Tambroni ha volenterosamente dedicato agli operai torinesi, per predicare la collaborazione di classe e la conciliazione con lo sfruttamento monopolistico. Si è visto il ministro degli interni far da battistrada alla politica padronale di fabbrica, così come, nazionalmente, si vede oggi la D.C. ergersi a strumento dichiarato della «triplice padronale» e della sua offensiva reazionaria. Se si vanno a spulciare i discorsi che i «leaders» democristiani hanno pronunciato in questi giorni un po’ dappertutto, l’argomento meno di ogni altro trattato o affrontato nel modo nel modo più involuto e contraddittorio è – accanto a quello della «triplice» - quello delle autonomie locali. L’ on. Segni, quando ne ha parlato, lo ha fatto per polemizzare con il Capo dello Stato, e per indicare nelle autonomie locali un pericolo da esorcizzare. Scelba vede nei prefetti i veri amministratori locali, e lo dichiara. Fanfani, minacciando di sciogliere le amministrazioni a lui sgradite, non fa solo scempio delle autonomie locali, ma ne rinnega l’essenza stessa contestando il diritto del popolo al voto libero e all’autogoverno. Il ministro Tambroni, che è il responsabile diretto in questa materia, ha bensì contestato ai comunisti «il diritto di rivendicare la priorità della concezione regionalistica», ma ha aggiunto: «non sta a me dire quando le regioni opereranno, dico però che opereranno». In realtà starebbe proprio a lui dire «quando», tanto più che secondo la Costituzione, è dal 1949 che l’assetto regionalistico avrebbe dovuto essere compiuto! Ma poiché lui non lo dice, dovranno pur dirlo gli elettori negando il voto al partito dei prefetti.

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D’Arcais coglieva, con questo suo articolo, il senso profondo della battaglia elettorale portata avanti da Dossetti a Bologna. Il suo programma si spingeva oltre la semplice amministrazione cercando di rivitalizzare l’animo e il clima della città, anestetizzato da troppi anni di amministrazione “monocorde”. La sua proposta politica cercava di eliminare barriere inutili fra i cittadini, scansando vecchie differenziazioni oramai desuete, mirando ad un coinvolgimento diretto del cittadino nelle decisioni amministrative: la campagna elettorale che egli condusse ne fu un esempio significativo, basti pensare ai famosi “incontri con gli elettori”, momento di democrazia sostanziale e diretta.

F. D’Arcais, Dossetti impegna i bolognesi a scoprire il vero volto della città, “Il Popolo”, p. 3, 4 maggio 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 330 – 333.

Ogni città, probabilmente, riesce ad accogliere e a sviluppare la campagna elettorale amministrativa in modo proprio, un po’ come le circostanze impongono, l’opinione pubblica reagisce, ed i gruppi in lizza si sforzano di fare. Chi, venendo di fuori, si mettesse a fare un lungo giro in Bologna, nella parte vecchia centrale, come alla periferia, non si accorgerebbe quasi che siamo nel ben mezzo di un possente scontro di ispirazioni e di programmi: pochissimi, e si potrebbe dire poco visibili o appariscenti i manifesti (mi hanno detto che ogni partito ne mette in circolazione solo un centinaio in tutto il territorio comunale), eppure delle prossime lezioni tutti parlano, tutti discutono, tutti si preparano a fare la loro scelta: e si parla, si discute e si sceglierà esclusivamente su un programma e su una impostazione amministrativa senza troppe concessioni alla politica. Ma la politica, si sa, è un po’ la piattaforma naturale di ogni forma di governo, anche quella che promana da Palazzo D’Accursio, sede municipale; ma è una politica comunitaria, delimitata rigorosamente ai grossi problemi cittadini. Giuseppe Dossetti, capolista della Democrazia Cristiana, ha indubbiamente ottenutoli suo primo grande successo, costringendo i bolognesi, ed anzi tutto l’elettorato della maggioranza socialcomunsita, ad occuparsi a fondo ed in spirito di verità, dei molti problemi che interessano la vasta comunità cittadina. La amministrazione rossa di Bologna è diventata nella propaganda delle sinistre, ed in modo particolare del PCI che ha in Dozza la sua bandiera, una specie di pietra di paragone, l’amministrazione classica per eccellenza, monda di faziosità, pronta agli interessi popolari, sollecita al pareggio di bilancio e alla tenuta tributaria. Dossetti ha ottenuto la sua seconda vittoria smantellando questo mito e dimostrando che in una città come Bologna, ne troppo grande né troppo piccola, con una gran maggioranza tranquilla che gli ha permesso di governare indisturbato per undici anni. Dozza non ha fatto progredire in alcun modo il Comune che anzi per molti aspetti è rimasto sotto la media nazionale dello sviluppo verificatosi nelle altre grandi città italiane. Dossetti ha ancora dimostrato che il prossimo quinquennio sarà decisivo per Bologna, per il suo sviluppo organico, che potrà aversi in maniera inerte e anonima sotto l’esclusivo aspetto materiale, oppure attuarsi ampliando le sue caratteristiche più profonde, vivificando la propria anima, scoprendo appieno il suo volto singolare. Così il capolista DC ha impostato il suo programma ma ispirandosi a questa originale concezione comunitaria di consentire a tutti i bolognesi di scoprire veramente e sino in fondo il vero volto della loro città. Un volto che l’amministrazione sostanzialmente conservatrice (conservatrice del potere mediante l’immobilismo) dalla bonomia ingannatrice e profondamente faziosa ha tenuto nascosto ai cittadini condannati a viverre senza slanci vitali nella malinconica paura del peggio o  nella rassegnata coscienza che questo era ormai un destino segnato. Quello di Dossetti e della DC è un programma <<totale>> non una fredda elencazione di problemi da risolvere in base ai quadri di bilancio, ma uno sforzo di comprendere <<globalmente >> la realtà cittadina, le sue enormi possibilità di sviluppo, la sua espansione  materiale e spirituale, economica e culturale, come probabilmente in nessuna altra città è stato fatto, perché nessuna altra città presentava come Bologna i problemi fondamentali allo stato più acuto. Torneremo anche noi sul mito della <<sana>> amministrazione Dozza che ha ridotto la città senz’anima, e documenteremo nel prossimo articolo, la profonda faziosità della carenza amministrativa socialcomunista. I bolognesi hanno già capito di trovarsi ad una impostazione del tutto nuova, di fronte alla quale nessuna ondata di manifesti avrebbe potuto dir nulla di nuovo e si apprestano ad assistere, o meglio a partecipare, al grande duello fra la Democrazia Cristiana e il comunismo, fra Dossetti e Dozzza. Gli altri partiti sembrano schiacciati da questo duello, e stanno a guardare, incapaci di esprimere qualcosa di nuovo: i socialisti in modo particolare – che pure a Bologna hanno spesso avuto più suffragi del PCI – sono tagliati fuori e si mostrano rassegnati a fare da violino di spalla alla polemica propagandistica dei compagni, quasi impauriti del modo con cui l’amministrazione cui essi pure sono corresponsabili viene sottoposta alla più spietata e scientifica delle critiche. Neppure i comunisti hanno avuto il coraggio di prendere l’iniziativa e si è assistito ad una specie di corsa velocistica su pista dove i contendenti cercavano di lasciar partire prima gli avversari per superarli nella curva finale: Dossetti aveva annunciato giorni fa in un comizio da l titolo <<la verità su Bologna>> e Dozza per il giorno successivo aveva predisposto un controcomizio dal titolo <<Dossetti ingannato o ingannatore? >>. Rinviato per il maltempo il comizio della DC anche Dozza ha preferito tacere ed attendere che il competitore parlasse per primo: ora Bologna conosce appieno per bocca del suo capolista il programma della Democrazia Cristiana, ma continua ad ignorare quello comunista, e non è affatto lieta dell’idea che il programma sia quello dei precedenti quadrienni. Del resto anche prima dell’ultima grande riunione alla Sala Farnese, collegati con altoparlanti alla piazza principale piena di ascoltatori, i comunisti avevano rinunciato ai controcomizi. Eppure la materia c’era, eccome. Dossetti aveva cominciato, dopo ilo discorso di accettazione del 19 a marzo, con dieci originali <<incontri con gli elettori>>, otto alla periferia di Bologna e due al centro, nei quali la parola era anzi tutto agli intervenuti che potevano liberamente porre senza problemi, esprimere dubbi e giudizi, chiedere chiarimenti e spiegazioni. A tutti Dossetti rispondeva rivelando a poco a poco le maglie del ricco e denso tessuto programmatico della battaglia elettorale democristiana. A questa iniziativa i comunisti non hanno reagito, preferendo mobilitare le sezioni anzi che scendere in piazza a discutere con gli elettori. Si potrebbe dire in gergo pugilistico che per il momento essi sono alle corde sotto la violenza dei colpi dossettiano: ma non è detto con questo che la lotta sia già decisa: i social comunisti dispongono a Bologna di una maggioranza tale da consentire loro un certo margine di tranquillità, e del resto qualcuno mi ha espresso una tesi singolare ma interessante: converrebbe ai socialcomunisti, dicono, di passare in minoranza, posizione che consentirebbe loro di rafforzarsi per le successive elezioni, mentre la permanenza a Palazzo d’Accursio a petto di una minoranza combattiva e impegnata a non lasciare atto o decisione senza una serrata critica, potrebbe indebolire talmente l’amministrazione rossa di fronte all’opinione pubblica da rendere il logorio del potere quanto mai drammatico. Tesi singolare, dicevamo, ma che probabilmente ha un fondamento di verità dato il modo con cui viene condotta la campagna elettorale e la somma dei problemi che comunque dovranno essere affrontati dalla nuova amministrazione. Dicevamo che Dossetti si è impegnato con gli elettori ed ha impegnato i bolognesi a scoprire il vero volto della loro città per conoscere a fondo le prospettive di sviluppo comunale, sul piano materiale come su quello spirituale a culturale. Dossetti ha già fatto una prima indagine preliminare sulla situazione cittadina, ma non ha avuto difficoltà ad ammettere che la minoranza non è in grado di avere a disposizione tutti gli elementi di giudizio; ma neppure la maggioranza conosce compiutamente gli elementi fondamentali di giudizio avendo governato <<solo per durare>>, senza alcuna ispirazione, senza prospettive, senza slancio. Conoscere per deliberare, ha detto Dossetti, e per conoscere avere a disposizione tutti gli elementi di giudizio e di orientamento. Perciò sarà cura della Democrazia Cristiana, qualora divenga maggioranza, di realizzare un grande indagine sociologica cittadina, con tutti mezzi più moderni a disposizione, una indagine che consentirà di rivedere il programma generale e adeguarlo alle più urgenti necessità e all’orientamento generale della comunità bolognese, una indagine infine che prolungata nel tempo favorirà una definizione annuale del programma allo scopo di mantenere sempre vitale l’attività dell’amministrazione. In tal modo Bologna comincerà a conoscere se stessa dopo undici anni di opacità e di vita vegetativa: saprà come può e deve spendersi, come conservare la sua tradizione e si suoi gusti pur diventando una città  moderna e aperta alle iniziative più audaci, in base a queste prospettive Dossetti ha potuto annunciare due capisaldi della sua azione programmatica per quanto riguarda la rinascita spirituale di Bologna che deve necessariamente precedere la rinascita materiale: fare di Bologna un centro di mediazione sociale, dove il concorde sforzo di tutta la comunità saprà superare le lotte sociali in una sintesi nuova: fare di Bologna un centro di superamento della antitesi fra laicismo e clericalismo, per consentire uno sviluppo culturale sempre più pieno e più popolare: è questo un problema poco avvertito nelle altre città ma che a Bologna ha una sua profonda ragion d’essere, in questo modo Dossetti ha fra l’altro messo a  tacere la propaganda avversari che aveva tentato dapprima di dipingerlo come uomo della Curia e poi come uomo della <<triplice>>, accuse tanto assurde sul piano obiettivo e su quello personale che gli stessi comunisti hanno finito per rinunciarvi. Questa impostazione di rinascita spirituale condiziona tutto il programma della DC e fa risolvere entro un quadro ben delineato i problemi concreti che scendono dal bilancio, Dossetti ha dichiaratamente evitato di fare un’elencazione di opere da realizzare: non vogliamo fare delle promesse elettorali, ha detto, vogliamo precisare il metodo e l’ispirazione, le grandi linee direttrici della nostra azione ed i nostri impegni fondamentali: il programma dettagliato, analitico verrà dopo se sarà accetta questa impostazione generale, e verrà sulla base dell’indagine sociologica e quindi con il concorso permanente della cittadinanza. A questo punto ci fermiamo, anche se il programma concerto va molto più in là e specifica molte cose, e pone la risoluzione di molti problemi concreti. Non questi interessano per far conoscere il modo con cui si sta combattendo la battaglia elettorale a Bologna, ma il modo con cui la Democrazia Cristiana ed il suo capolista hanno saputo avvicinare l’anima polare, suscitare nuove speranze e nuove attese, rendere consapevole una città quasi addormentata delle grandi prospettive che si avvicinano, aver tracciato un quadro <<totale>>di rinnovamento comunitario. Bologna sta ritrovando se stessa, in questa vigilia elettorale; e questo è quel che più conta, non il risultato finale. Qualunque esso sia una volta che i bolognesi hanno aperto gli occhi, hanno conosciuto le loro possibilità, hanno compreso di poter riportare alla luce l’autentico e dimenticato volto della tradizione, della storia, della cultura e della spiritualità bolognese, non c’è possibilità di fermare questa grande attesa e questa enorme speranza. Maggioranza o minoranza la Democrazia Cristiana saprà essere compiutamente vicina all’anima polare, alla vita della comunità, e se non sarà il 27 maggio sarà nella  competizione successiva, ma questa ansia di verità e di libertà che anima la compagine più vasta dei cattolici bolognesi si esprimerà fatalmente anche con il suffragio popolare. Aver compreso quest’anima aver distrutto il mito dell’amministrazione uscente, aver posto i problemi comunali nella loro globalità, aver saputo indicare una strada che è pure densa di fascino anche se di difficoltà e di impegni, aver saputo cerare il clima rivoluzionario in una situazione che stagnava da undici anni, è già una vittoria, una grande vittoria.

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L’articolo di Onofri riferiva della conferenza tenuta da Dossetti a commento del risultato elettorale. Il quotidiano socialista assumeva un tono ironico, volto a mettere quasi in ridicolo l’analisi della sconfitta effettuata dal capolista della DC. Sembrava però, più che altro, voler esorcizzare la paura che il professore reggiano aveva destato nella sinistra con la sua partecipazione alla tornata amministrativa bolognese.

S. Onofri, Funambolismi verbali per giustificare la sconfitta. I voti buoni del Prof. Dossetti, “Avanti !”, p. 2, 21 giugno 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 333 – 335.

I guai, si sa, sono come le ciliegie: uno tira l’altro. Ne sa qualcosa il prof. Dossetti che dopo il disastro elettorale del 27 maggio è caduto sempre più in basso, rimanendo sempre più solo e isolato. Gli sono rimasti accanto solo i fedelissimi della <<vecchia guardia >> dossettiana. I <<notabili>> della D.C. lo hanno isolato e se non fosse stato per l’autorità del Cardinale lo avrebbero gettato a mare anche gli altri esponenti clericali bolognesi. Lo accusano di essere il responsabile della più clamorosa sconfitta cha abbia mai subito a Bologna la D.C. Lo hanno abbandonato anche i giornali che lo avevano sostenuto nel corso della campagna elettorale. Non più di un mese fa, quando si apprestava a pronunciare un discorso, Dossetti sapeva che nella sala e nella piazza, mescolati al pubblico lo ascoltavano gli inviati di almeno una ventina di <<quotidiani d’informazione>>, per non dire di quelli dei giornali stranieri e dei <<rotocalchi>>.Dossetti era un uomo interessante in quei giorni e tutte le migliori firme del giornalismo italiano sono venute appositamente a Bologna per esaminarlo e studiarlo da vicino. I fotografi facevano la coda alla sua porta di casa e così pure gli intervistatori che fissavano gli appuntamenti con una settimana di anticipo.

Poi vennero le elezioni. Nella notte tra il 28 e 29 maggio nell’ufficio stampa del Municipio si radunò il fior fiore del giornalismo italiano; tutti erano in attesa della grande notizia pronti a scrivere il miglior <<servizio>> della loro carriera. Molti lo avevano già abbozzato, se non addirittura già scritto (mancavano solo le cifre), per essere pronti a trasmettere non appena fosse stata annunciata la vittoria di Dossetti su Dozza. L’esito delle votazioni è noto. Il giorno dopo i <<quotidiani d’informazione>> non pubblicarono né brevi né lunghi servizi dei loro inviati a Bologna. Si limitarono ad inserire una breve notiziola nelle pagine interne, dicendo che a Bologna non era mutato nulla. Il nome di Dossetti non figurava affatto. Molto probabilmente se lo erano già dimenticato. Alcune sere orsono, forse per rimuovere le acque stagnati che gli si sono chiuse attorno, Dossetti ha tenuto un pubblico comizio. La sala Farnese era gremita di cittadini (circa un migliaio), ma mancavano gli inviati speciali. C’erano solo dei modestissimi cronisti dei quotidiani locali. Del tutto assenti erano le più belle firme del giornalismo italiano che non più di un mese prima nella stessa sala, avevano fatto ressa attorno al <<professorino>> per farsi illustrare le parti principali del suo programma elettorale. Il giorno dopo il resoconto del suo discorso apparve nelle pagine di cronaca cittadina. Solo l’organo della Curia lo pubblicò in quinta pagina, sia pure per l’edizione di Bologna. Dossetti aveva perduto le prime pagine che un tempo erano suo appannaggio.Parlò per più di un’ora con quella sua oratoria piacevole e ricercata, fatta di pause prolungate e calcolate e di veloci scatti, simile a quelle di un buon predicatore. Per questo i bolognesi siano oramai abituati ai paradossi di Dossetti, oltre che abituati ad interpretare i suoi difficili ed astrusi concetti, quella sera rimasero tutti un po’ stupiti ed attoniti. Quasi increduli.Iniziò facendo un’analisi del voto del 27 maggio. Questo fu, in sintesi, il suo concetto: << La cittadinanza, è inspiegabile, ha votato contro di noi e contro il nostro programma. Ha votato cioè contro il naturale sviluppo della città. I bolognesi hanno dato un voto politico più che amministrativo ed il suo significato è questo: una cosciente scelta conservatrice. Il PCI e le classi “conservatrici” si sono alleati per impedire che la città avesse il suo normale e naturale sviluppo. Si sono preoccupati del poco che hanno senza pensare al molto che noi avremmo potuto dare >>..Non disse però cosa avrebbe dato, che Dozza non abbia già dato. E continuò: << Sul nome di Dozza che oggi è il simbolo di un indirizzo politico “immobilista e conservatore” si sono riversati voti provenienti da tutti gli schieramenti elettorali: da quello missino a quello di sinistra. Anche alcune migliaia di democratici cristiani hanno votato per il PCI>>.A questo annuncio un fremito percorse tutta la sala. Molti presenti, forse sentendosi scoperti dall’occhio infallibile del <<professorino>> che era riuscito a leggere nelle loro anime, restarono attoniti. Ma Dossetti non diede loro tregua né il tempo di pensarci su. Aggiunse: << Noi siamo soddisfatti anche se degli elettori d.c. hanno votato per Dozza. Sono voti di cittadini conservatori che non amano lo sviluppo della città e quindi è giusto che vadano al PCI. Ma se è vero che abbiamo perduto dei voti “cattivi” è anche vero che abbiamo ottenuto in cambio dei voti “buoni”. Sappiamo per certo che dei comunisti hanno votato per noi >>. (Dossetti quando parla di “comunisti” intende sia i comunisti che i socialisti). La sala fu scossa da un altro fremito più forte del primo. Ma anche questa volta non ci fu troppo tempo per pensarci su,perché il <<professorino>> abbreviando le sue pause, incalzò: << Sappiamo di taluni elettori che avevano sempre votato comunista e che questa volta hanno votato per il nostro programma. C’è stato quindi uno scambio di voti. Per noi non è la questione della quantità che vale, ma quella della qualità. E quelli che abbiamo avuto sono migliori di quelli che abbiamo perduto >>. Non spiegò, il <<professorino>> come abbia fatto ad identificare i voti che sono andati al PCI e quelli che dal PCI gli sono venuti. Disse, comunque, che di questo fatto era certissimo. E specificò: <<E’ chiaro che c’è un inizio di adesione alla nostra azione. Confesso che alla vigilia della campagna elettorale non supponevo che avremmo potuto ottenere un risultato così lusinghiero ! >>. In sala si ebbe un nuovo fremito: questa volta però era di sbandamento, poiché nessuno dei numerosi democratici cristiani presenti aveva compreso che la debacle del 27 maggio doveva essere considerata una vittoria, sia pure della fede. Di questo risultato, Dossetti ha reso grazie al Signore << che ci ha illuminato>>. A proposito di illuminazione aggiunse che i voti venuti dal PCI sono i più graditi perché sono tante << lucciole >> che illuminano la notte fonda che avvolge Bologna. Spetta ora alla DC il compito di far sì che queste lucciole diventino dei falò per illuminare la città. La luce, per Dossetti, è quella della fede che oggi manca del tutto o quasi ai bolognesi. Non poteva ovviamente mancare la citazione biblica: << I voti comunisti venuti a noi sono un atto di speranza. L’intuizione degli spiriti semplici verso la verità. Vuol dire che siamo riusciti a far comprendere loro che vogliamo fare sul serio. Così come hanno compreso le nostre intenzioni quei cittadini conservatori che, per timore di perdere i privilegi che loro accorda l’amministrazione comunista, ci hanno fatto l’onore di votarci contro >>. Così Dossetti, bontà sua, ha interpretato l’esito delle votazioni del 27 maggio. Quanti siano i democratici cristiani che la pensano ancora come lui è difficile dire. Abbiamo il sospetto che l’ultimo discorso del <<professorino>> anziché illuminarli abbia contribuito a rendere ancor più confuse le loro idee. E le idee dovevano già averle molto confuse prima.

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