La politica oggi
di Giuseppe Dossetti a cura di Vincenzo Saba

Non staremo a soffermarci sugli aspetti cronachistici, quanto sulle istanze di fondo circa la concezione e il mondo della politica, prendendo le mosse da alcuni sentimenti fondamentali che oggi sembrano accompagnare anche il cristiano consapevole contemporaneo.

I sentimenti nostri di fronte al fatto politico

1) C’è innanzi tutto nel cristiano, come consapevole, un certo senso preliminare di venerazione e di rispetto nei riguardi della autorità dello Stato. Bisogna vigilare perché non sia una facile e univoca trasposizione del rispetto verso l’autorità religiosa della Chiesa.

2) Simultaneamente vige un sentimento di diffidenza, di disagio, di resistenza: anche a causa delle varie esperienze storiche totalitarie, dai vecchi Imperi agli stati moderni.

3) E’ pure presente un certo sentimento di indifferenza, connesso con la tesi dell’indifferenza dinnanzi alle varie forme di regime e di stato, divulgata solitamente tra i cattolici come disimpegno dalle preferenze e dalle specificazioni, salvaguardati certi fondamentali diritti: Oggi, come ieri, questo è un grave problema.

4) Presso i più illuminati emerge e si fa viva l’istanza democratica, ma piuttosto vaga, indeterminata, la quale in concreto si identifica col sistema del garantismo, della democrazia giuridico formale.

5) In altri il sentimento democratico non può limitarsi alla democrazia giuridico-formale; deve altresì realizzare una proporzionalità di giustizia e di progresso sociale: senza per altro specificarne le vie e i mezzi.

E’ tale l’animo dei più e se in taluno qualcos’altro eccelle, non è tale da saper emergere e vincere le resistenze, e tracolla dinanzi alle tentazioni. Posizioni sentimentali – come si vede – senza adeguata chiarezza concettuale, senza rigore sul piano esistenziale.

Analisi di dettaglio e profilo della nuova democrazia

1) Il sentimento di venerazione per l’autorità.

Bisogna nettamente distinguere i piani: bisogna sgombrare il terreno da una venerazione dello Stato che non sia da ragioni intrinseche ai fini e alla natura dello Stato; senza trasposizioni illegittime della natura e struttura della Chiesa. Tra le due società non vi è univocità né di natura né di fine, né di struttura. Nella Chiesa il fine e la natura sono trascendenti, e la struttura stessa è stata definitivamente determinata dal Fondatore , da Dio. Nello Stato la struttura e i poteri sono istituzionali, ed i vari elementi costitutivi dello Stato sono omogenei i univoci, mentre nella Chiesa, per istituzione divina, vige una struttura ben determinata: la gerarchia (Papato, episcopato, sacerdozio, laicato) Hanno netta distinzione di fine, di origine, struttura. Non rinnegheremo il rispetto per lo Stato, e neppure oblieremo il motto della scrittura quanto all’origine dell’autorità (omnis potestas a Deo): ne determineremo però specificamente la natura, i metodi e la mediazione, senza pericolosi univocismi e generalismi.

2) l’atteggiamento della diffidenza

Esso risulta dalla storia lontana e dalla storia vicina e anche contemporanea. Lo Stato entra ormai da tutte le porte e le finestre della realtà sociale umana e penetra tutti i pori della nostra esistenza. Questa esaltazione dello Stato è legittima? È necessaria? È lecita? La nostra risposta è chiara:

a) lo Stato entra legittimamente per la ragione di principio che lo Stato non può limitarsi ai soli rapporti estrinseci, formali, giuridici, retorici. Esso entrando in vigore l’economia soprannaturale, non ha perduto la sua distinzione e il suo valore, per cui si costituisce come la comunità in cui l’uomo trova nel piano naturale pienezza e massima perfezione;

b) anche per ragione storica: poiché i bisogni e rapporti umano moderni esigono molto maggiore intervento dello Stato.

Nel passato maggiori libertà e autarchia personale e familiare, borghigiana, comunale, professionale.. modernamente le carenze e l’indigenza delle integrazioni sono infinitamente di più: quantitativamente e qualitativamente. Bisogna pertanto smobilitare questa diffidenza e questo risentimento; sia per ragione di principio – lo Stato come pienezza naturale temporale -, sia per ragione di fatto – come la necessità di vivere. E non solo va eliminata la diffidenza, ma ancora usata comprensione e volontà di inserirsi e anzi di prendere in mano lo Stato, e non con l’intenzione di comprimerlo, ma per prendere atto della funzione statuale ed orientarla positivamente ed efficacemente: senza nostalgie di un passato, senza carte annonarie e rigorosi controlli. Il che non disminuisce, ma arricchisce la nostra libertà ; diminuisce, si, la nostra libertà fisica (la potestatività di scelta), ma non la libertà dalla disumanità.

3) l’indifferenza nei riguardi delle forme statuali

E’ vero che anche nei documenti pontifici di parla di indifferenza (Immortale Dei, Diuturnum Libertas ..) Ricordiamo di passaggio che per dottrina sociale della Chiesa non possiamo intendere un sistema completo di principi e di tecniche, essa dà invece limiti negativi e alcune prospettive positive di orientamenti generici. Aggiungiamo che di fatto questa "indifferenza" non vi era, per esempio, ai tempi del Bossuet; è nota la preferenza filomonarchica. Leone XIII nel parlare di "indifferenza di fronte alle varie forme di regime" poneva piuttosto un elemento significativo e sbloccatore contro la filomonarchia dei cattolici francesi per un "ralliement" al nuovo regime repubblicano.

Dall’indifferenza negativa e polivalente di ieri, siamo arrivati ai nuovi documenti pontifici di S.S. Pio XII (Messaggio natalizio 1942, Messaggio Natalizio del 1944) in cui si afferma come lo Stato per essere giusto non solo deve creare una giustizia sociale ma ancora dare una certa parte di responsabilità ai cittadini, e nella situazione storica è quasi postulato naturale la democrazia.

Rimane affermata l’indifferenza polivalente, ma si profilano nuove istanze: il principio della corresponsabilità e dell’intervento attraverso adeguati, graduali congegni che concedano alla persona umana una certa partecipazione alla attività statuale, specialmente legislativa. Ciò lo porta e la persona umana e lo sviluppo storico, non siamo più ai tempi di Bossuet, quando i re hanno per diritto divino assoluta autorità sui cittadini, responsabili solo dinanzi a Dio; al grado attuale di maturità vanno studiati e istaurati adeguati congegni per una organica ed efficiente democrazia. Quindi va prescritto ogni autoritarismo totalitario (per questo campo non vi è più indifferenza né dottrinale, né pratica); rimane l’"indifferenza" quanto alle forme specificatrici: monarchia, repubblica presidenziale, repubblica parlamentare, ecc.

4) La concezione della democrazia giuridico formale

Taluni configurano la democrazia nello schema parlamento – libertà di stampa – libertà di associazione ecc. Tali cose non sono la democrazia; anzi spesso non sono affatto democrazia. Le forme del "garantismo costituzionale" non sono a sufficienza la democrazia, spesso sono antidemocratiche. Lo abbiamo sperimentato nel fascismo, e oggi altrove. La coscienza del cristiano deve puntare sulla sostanza della democrazia. Per che cosa essa si caratterizza? Perché la Russia non è una democrazia? La democrazia si caratterizza per un complesso di condizioni di cui rileviamo le principali.

a) il pluralismo ideologico che consenta il dialogo delle concezione politiche. In Russia non c’è democrazia perché quand’anche vi fossero ogni giorno mille votazioni, non è consentito il dialogo ideologico;

b) il pluralismo istituzionale, il dialogo di enti nella struttura, nella costituzione e nella dialettica statuale. Non solo l'’individuo e lo Stato (liberalismo), ma pluralità di enti aventi giustificazione e giusta autonomia e riconoscimento. fAmiglia, spazi territoriali, confessioni religiose, partiti, professioni, sindacati ecc.

c) discriminazione fra il piano statuale politico e l’azione di enti plurimi nelle loro specifiche ed autonome funzioni. Certo la democrazia comporta dei rischi, ma costi quel che costi, bisogna rispettare e fare rispettare il dialogo per una dignità e liberazione dall’interno, e non da una oppressione dall’esterno. Dialogo, è chiaro, con intelligenza, consapevolezza, virilità, vigore. Stato vigoroso certamente, ma non oppressione ed eliminazione di chi non lede le leggi democratiche. E’ difficile, certo, mantenere insieme dialogo e stabilità, è più facile eliminare un dialogante (ed. il comunismo), ma questa è la via di coloro che sbagliano. La prudenza politica dei democratici virili e vigorosi è la cosa più difficile, essa non va confusa con la democrazia imbelle o coi cittadini;

d) pluralismo che abbraccia non solo gli enti territoriali, confessionali, culturali, ma anche quello sociali, non solo la famiglia, ma anche i complessi produttivi aziendali, i sindacati, le comunità aziendali che rappresentano anch’essi uno degli elementi essenziali del dialogo.

Alcuni nostri giusti sentimenti contro certa patologia sindacale non ci facciano perdere la giusta valutazione e valorizzazione di questi enti coessenziali alla fisiologia comunitaria. Quindi smobilitazione in ragione di principio (inserimento e quindi azione efficace) dei pregiudizi per il superamento di una concezione puramente professionale per le rivendicazioni economico salariali.

La funzione tipicamente rivendicazionista ha ormai esaurito in molti casi la sua meta ha ormai esaurito in molti casi la sua meta, surrogata da una adeguata legislazione sociale, il compito oggi è più vasto:

- rivendicazioni salariali

- assicurazione del lavoro (sicurezza sociale)

Questa è una esigenza ancor più primordiale di quella dell’aumento dei salari, e la quale importa un’ingerenza – almeno indiretta - e a titolo non giuridico politico, ma sociale, sulla politica economica. Influire per una correzione della politica economica dello Stato. Né va obliato il superamento dei congegni capitalistici per una sana riforma strutturale. Sbagliamo i comunisti tutto politicizzando, sbaglia chi chiude il sindacato nelle rivendicazioni solo salariali.

La democrazia come proporzionalità di giustizia sociale

C’è anche chi pensa la democrazia come superamento della cristallizzazione economico-giuridico-sociale per una maggiore e migliore giustizia redistributiva e sociale. Neppure ciò caratterizza sostanzialmente la democrazia. Poiché una tale proporzionalità può aversi per vie diverse. Il paternalismo: il quale può esistere con un regime autoritario – concessione dall’alto come nel regime fascista a staliniano – non è democrazia, è antiumano, è antistorico. Non stabilizza e non risolve nulla, anzi appena l’apparato oppressivo tracolla, il rigurgito rivoluzionario si dilata numeroso e spaventoso: i pochi comunisti del ’21 e i milioni di fascisti del ventennio sono divenuti i milioni di comunisti oggi. Pertanto non la giustizia materiale, quanto la conquista e l’elevazione dal basso che si espandi e si articoli in un ordine giurico-sociale, elevando le pluralità organico statuali ad un metodo di presenza, di impegno e di corresponsabilità, caratterizza la vera democrazia. Pertanto non si pensi alla Democrazia come ai soliti tradizionali istituti del suffragio, del Parlamento, del giornale. La dignità umana, la maturità storica esigono l’elaborazioni di nuovi istituti nella democrazia sociale, nella democrazia politica, superando gli inadeguati strumenti del passato, con arditezza, coraggio, fiducia civile negli uomini.

Situazioni e problemi. Discussione

1)Quale il rapporto tra la democrazia integrale e la democrazia attuale?

Non vi è corrispondenza adeguata, ma solo una certa tensione, buona intenzione, propulsione, definizione di tendenza. Quanto impiegheremo a fare? Non lo sappiamo, l’importante è aver chiaro l’ideale, maneggiare intelligentemente il reale, marciare verso l’ideale. La diagnosi specifica di ragguaglio la faremo un’altra volta.

2) Si vigili a distinguere bene fra il pluralismo e la pluralità. Pluralità e molteplicità spesso è carenza di pluralismo giuridico. L’Europa è densa di pluralismo di fatto, di pluralismo, ma non giuridico e sostanziale. L’Europa del 1800 ha troppo schematizzato, accentrato, negato le differenziazioni e le autonomie. Da alcuni anni emerge l’istanza del decentramento, il quale si presenta sotto due aspetti: decentramento amministrativo (o di servizi) e dell’autonomia: non dislocazione dal centro, ma sollevazione dal basso. Tale autonomia può essere di vario grado: lo Statuto siciliano va oltre l’autonomia locale, avvicinandosi quasi allo Stato federale (diritto sui titoli, tributi, ecc.) Non va confuso il concetto di decentramento con quello di autosufficienza regionale. Mentre crolla l’esperienza dell’autarchia nazionale, crolla a maggior ragione l’autarchia regionale. E’ chiaro come il decentramento possa e debba favorire la selezione e la formazione di una nuova classe dirigente.

3) Il popolo italiano non è in contraddizione con lo spirito democratico: non è inferiore ad altri popoli, anche se per troppo tempo è stato un popolo soggetto allo straniero; né lo perfezioneremo tenendolo come minorenne. Va sorgendo e maturando una nuova classe dirigente di amministratori, comunali, cooperativistici, lavoratori, tecnici, politici, meno retorici e meno generici e individualistici.

4) Va pure ben meditato il diritto dell’esistenza e la funzione dei partiti oggi. Nella situazione attuale di suffragio universale si ha il rischio che la massa sia quantitativa e bruta. Il partito ha una funzione fisiologica di concentrazioni orientate ad una educazione superiore e differenziante. Va superata la vecchia concezioni dei partiti come sette di interessi e urti: i partiti invece organizzano fermentano orientano educano per una democrazia organica. Neppure quindi partitocrazia né sul piano nazionale né nella vita interna dei partiti stesi. La democrazia interna è oggi deficiente nei partiti italiani, diminuendo la fecondità del dialogo e della dialettica delle varie posizioni.

5)Si pone molto spesso un altro problema: la democrazia è un pluralismo univoco? Può comportare e tanto più rispettare un partito a tendenza totalitaria e a servizio dello straniero? Perché si proscrivono i fascisti e si tollerano i comunisti?

6) Va simultaneamente lamentata la nostra solo indiretta e solo di 5 o 6 mano del marxismo e del comunismo. Vanno invece meditati testi meglio informati e saggiamente critici, quali quelli del Ducatillon ( I cristiani e il comunismo, Morcelliana) e la "Philosophie du comunisme dei PP Gesuiti francesi (Archives de philosophie)

7) Qualcuno a proposito del pluralismo sociale chiede se la famiglia e la sua struttura non possa venire assunta come programma della società nel suo complesso, ed anche nella prospettiva di nuove riforme:

8) Altri chiedono ancora una parola sui sindacati e i partiti. Diciamola. Distinguiamo nettamente la funzione dei partiti e dei sindacati. I sindacati oggi debbono evitare il doppio estremo dell’integrale politicizzazione da un lato, del pure rivendicazionismo dall’altro. Ai partiti tocca la funzione di sintesi e specificazione politica. I sindacati oggi giocano una funzione dialettica di fronte allo Stato e ai partiti.

L’unità dei lavoratori è un problema importantissimo. La mediazione fra in partito – sintesi politica - il sindacato di interessi e lo Stato sono oggi gravi problemi per cui inadeguati si sono dimostrati i tentativi russi, americani, inglesi. C’è di mezzo una questione tecnica e una questione anche politica. Il parlamentarismo non assolve la democrazia integrale: va studiato un metodo di inserimento politico del sindacato. La pericolosità attuale del sindacato oggi sta non già nella sua esistenza, quanto nella sua mancanza di democrazia interna. Ne consegue che il problema della mediazione e inserzione del sindacato nello Stato deve essere perseguito anche attraverso una democratizzazione interna, il che implica una trattazione di educazione e di democrazia.

9) Il pluralismo ideologico va anche ammesso e tutelato nell’educazione e nella scuola?

E’ delicato problema, ma rispondiamo nettamente: si, anche nella scuola, entro certi limiti. Il pluralismo suppone alcuni principi comuni che rendono possibile la coesistenza. Entro questi limiti, molte sfumature che ci permettono anche alcune particolari istanze anche come cattolici. Mentre però dobbiamo esigere il rispetto dei nostri diritti, rispettiamo anche quelli degli altri. Il che – è chiaro – non sancisce il diritto all’errore, quanto il diritto ad una pedagogia di cultura e di convinzione. Se pertanto dal punto di vista di una democrazia va tutelato anche il pluralismo religioso di fatto, ciò va fatto non in nome della verità o dell’oggettivo, quanto della proporzionalità della libertà.

10) Ci si può ancora chiedere se tali principi siano stati rispecchiati e tradotti nella nuova Carta Costituzionale italiana. Tale carta troppo è stata svalutata dalla stampa, quel che di buono c’è non corrisponde a quel che di buono noi avevamo in testa. Non tanto la compromissione e l’altrui resistenza, quanto la nostra carenza deve essere chiamata in colpa. Colpa? No, i grandi principi (dignità della persona umana, libertà di domicilio, , solidarismo, ecc.) non ci bastavano Chi ci ha insegnato oltre che principi e prospettive, tecniche e disegni concreti giuridico-politici? Anzi qualcuno ci ha persino imbrogliato. Non potevamo costruire per via di deduzione dai puri principi, ma solo per induzione lunga e meditata quanto ci occorreva. Mancavamo di una scienza concreta, di una elaborazione scientifica. Però perdemmo ancora due anni (1943-1945) e non pensammo abbastanza e bene. altrimenti avremmo avuto un Senato migliore. I comunisti? I liberali? No, nemmeno noi intendevamo bene ed unicamente una rappresentanza organica. Donde una costruzione scialba, monocroma, dannosa, con eguale potere fanatico del vecchio dottrinarismo del super controllo. Non si può presumere di risolvere problemi estremamente tecnici che esigono un’induzione, non una pura deduzione dai grandi principi. Ci vogliono cattolici anche pensanti!

11) L’ultima questione riguarda i rapporti fra Chiesa, azione cattolica e azione sociale. Chiesa e Stato, temporale e spirituale, naturale e soprannaturale, sono enti, piani, valori che né si identificano, né si ignorano, né si oppongono. Vi è una gerarchia di valori e di fini ma non già una pura strumentalità; finalità ambivalente, ma fine con validità specifica. L’uomo, la società temporale, lo Stato hanno dinanzi a Dio, a Cristo, alla Chiesa il loro fine intrinseco, di causa seconda non di pari strumento. E’ un piano normale della Provvidenza che l’uomo si avvii anche ai culmini soprannaturali attraverso una collaborante presenza emergente dal temporale, dal naturale. Cosa riceviamo dall’Alto? L’economia soprannaturale (rivelazione, grazia, gerarchia, ecc) 1) segna i limiti; 2) dona i fermenti; 3) le specificazioni le costruiamo noi. C’è un mondo della tecnica che dobbiamo pensare e costruire noi con la nostra peculiare responsabilità. L’azione gerarchica e l’azione cattolica debbono tendere a creare la coscienza e la persona soprannaturale le quali influenzano il temporale. Vanno bene vigilate oggi affermazioni e negazioni totalitarie circa i rapporti tra azione della Chiesa in quanto tale e il mondo della tecnica. Il pericolo maggiore per noi oggi è che l’Azione Cattolica non solo faccia quello che non deve fare, ma che non faccia quello che deve fare: la levitazione soprannaturale.

L’angoscia si è nel vedere che tante realtà non si realizzano poiché si eludono possibilità e doverosità sovrannaturali. Quello di cui oggi soffriamo di più non è la carenza di laici, che si consacrino all’attivismo temporale; è piuttosto la carenza sacerdotale tipicamente attrezzata per chi deve assumere specifiche responsabilità nel temporale, le quali implicano eccezionali rinvigorimenti soprannaturali. E’ chiaro che non si intenda qui circoscrivere e restringere quanto rientra nell’ambito della gerarchia e dell’azione sacerdotale, si fa invece istanza onde garantire ciò che è più sostanziale e vitale. Il laicato di oggi forse non ha sciolto i gravi problemi che la Provvidenza ha loro posto in mano; abbiamo capito quali ne siano i presupposti e le garanzie sostanziali e vitali: il primato della vita soprannaturale in noi e nella comunità, onde anche i valori naturali si risanino, vigoreggino, si sublimino.

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