La sinistra e Dossetti: "Avanti!" (1946-1951)
A cura di Luigi Giorgi

Il dicembre del 1946 registrò la mozione di sfiducia “Dossetti – Lazzati” presentata durante il Consiglio nazionale del partito (9 –15 dicembre 1946). L’articolo qui riportato apparve sull’ “Avanti!” il 15 dicembre dello stesso anno. In questo scritto si commentava positivamente la “sortita” della sinistra democristiana. Ciò rappresentava, secondo il quotidiano socialista, un momento importante, foriero di ulteriori sviluppi nel campo delle alleanze politiche e in grado di dare vita ad un’azione riformatrice più vasta e socialmente più qualificata. Occorreva però anche uno sforzo dello stesso fronte delle sinistre “marxiste”, in modo da costruire un proficuo rapporto con la “nuova sinistra” della DC, basato su reciproche garanzie, su un nuovo atteggiamento e su una diversa elaborazione e percezione del socialismo stesso.

p. em., Una sinistra democristiana, “Avanti!”, 15 dicembre 1946. Documento pubblicato su “Bailamme”, n. 28, gennaio - dicembre 2002, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul naviglio 2003, p. 303 – 304.

Il travaglio attuale dei partiti riflette il travaglio del Paese lo sforzo cioè di superare la crisi attuale o riconducendo la situazione alla misura borghese del 25 luglio 1943, secondo i piani delle destre oppure facendo un nuovo passo innanzi, secondo è nella nostra volontà (sic). Il 2 giugno ha chiuso un periodo e ne ha aperto uno nuovo.Quelli che sono in gestazione sono i fronti su cui si combatterà la nuova battaglia di contenuto, stavolta, più sociale che politico. Sotto questo aspetto il fatto politico più importante, dopo il nostro prossimo Congresso di Roma, resterà, io credo, l’improvvisa affermazione politica della sinistra democristiana. Che ci fosse ognuno lo sapeva, dove fosse non appariva chiaro. Il suo promotore, avv. Ravaioli, era un poco ai margini della Democrazia cristiana, nè si poteva individuare la sinistra nell’on. Gronchi, che è piuttosto il centro sinistro del suo partito come De Gasperi, per temperamento ed abitudine mentale, ne è il centro – destro. Ora proprio in questi giorni nel corso delle riunioni romane del Consiglio Nazionale della Democrazia cristiana, per la prima volta la sinistra ha parlato. Forse il motivo che l’ha spinta alla ribalta è stata la iniziativa politica del conte Jacini, forse più dello stesso al tripartito è valso l’attacco all’unità sindacale provocare la sua affermazione. Fatto sta che con la mozione Dossetti-Fanfani il Consiglio Nazionale della Democrazia cristiana ha visto spuntare la sinistra. E' un fatto importante, è un fatto suscettibile di larghi sviluppi e che noi dobbiamo considerare come un elemento positivo della presente maturazione di un vasto schieramento popolare. Ci si intenda bene. Noi non abbiamo motivo alcuno di augurarci una scissione della Democrazia cristiana, ma abbiamo mille ed una ragione per augurarci che nel seno del partito cattolico l’ala sinistra si affermi e vinca, in rappresentanza di forze sociali obiettivamente di sinistra – operai ed operaie, contadini, impiegati – le quali sono rimaste finora, per motivi e terrori confessionali schiavi delle destre. Naturalmente in politica non ci si può accontentare di desiderare qualcosa, ma occorre lavorare in modo da facilitare l’avvento della cose che si desiderano.Noi desideriamo una sinistra cattolica con la quale divenga concretamente possibile affrontare i problemi sociali della nostra epoca e politici del potere ai lavoratori. A sua volta la sinistra cattolica ha il diritto di desiderare una sinistra laica, che non turbi la pace religiosa. Questa infatti non è l’ora di fare le pulci ai preti nel campo teologico o ideologico in genere, ma è quella cui la sorte della democrazia si decide con la riforma agraria e la riforma sociale. Una sinistra di lavoratori cattolici decisa a battersi per la terra ai contadini e per la nazionalizzazione e la socializzazione dell'industria monopolistica, deve sapere che essa non rischia di trovarsi domani minacciata o insultata nella sua fede e nell'esercizio della sua fede. Una sinistra cattolica decisa a colpire al tronco le radici del fascismo le radici della conservazione sociale (che sono tutt’uno) deve sapere che lavorando in questa direzione coi socialisti e coi comunisti non rischia di trovarsi imprigionata domani in uno Stato totalitario, suscitatore di una religione di Stato da contrapporre alla religione dei nostri padri. Su questo punto non devono esistere equivoci. Il nostro materialismo marxista comporta un certo giudizio sulle religioni, al quale non rinunciamo, ma non comporta la persecuzione religiosa e neppure l’intolleranza religiosa. Il nostro laicismo è al contrario tolleranza, rispetto della libertà della coscienza rispetto alla libertà del pensiero, per i cattolici e naturalmente anche per noi. Il nostro laicismo è affermazione concreta della separazione delle funzioni dello Stato e della Chiesa non turpiloquio contro la Chiesa. E’ solo quando la religione si muta in braccio spirituale della tirannia, dell’oppressione e dello sfruttamento che noi abbiamo qualcosa d adire. Ma è proprio il momento quello in cui hanno qualcosa da dire tutti gli autentici cristiani. Un’altra garanzia che noi dobbiamo dare alla sinistra cattolica, perché essa possa sinceramente e ardentemente lavorare con noi sul piano sindacale, è che non ci incamminiamo verso un sindacalismo di Stato o un totalitarismo politico di Stato, ma che la nozione di conquista del potere si accompagna alla vigile tutela di tutte le forme di vita autonoma degli individui e delle categorie, di iniziativa dal basso, di autogoverno. Si può dire che il socialismo sta nell’affermazione dell’inno turatiano << Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà >> altrimenti detto che l’emancipazione ha da essere l’opera dei lavoratori stessi. E’ con questa prospettiva che conviene salutare la prima affermazione di una sinistra democristiana.

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Il quotidiano socialista, a pochi giorni dall’inizio del congresso democristiano di Napoli, dimostrava ancora un vivo interesse nei confronti della corrente “dossettiana”. Essa era percepita  come la parte della DC che con più decisione si contrapponeva, nell’elaborazione e nell’azione, alla maggioranza “degasperiana” del partito e che operava, inoltre, per condurre la Democrazie Cristiana lontano da chi lo spingeva verso lidi di lotta “antipopolare”.

A. Corona, La sinistra democristiana, “Avanti !”, 4 ottobre 1947. Documento pubblicato su “Bailamme”, n. 28, gennaio - dicembre 2002, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 304 – 305.

I democristiani non ammettono volentieri che nel loro partito si ripresenti la divisione tradizionale dl tutti gli organismi politici, e specialmente di quelli a carattere composito, o interclassista come essi amano dire. E  in realtà sarebbe difficile negare che il partito cattolico non si sia mostrato finora so-stanzialmente compatto di fronte alle sue decisioni. Il cemento esterno, rappresentato dal vincolo con-fessionale, ha sempre finito col prevalere sulle istanze di natura più schiettamente politica. Ma è un fatto tuttavia che questa divisione esiste, e che la Democrazia cristiana non sfugge alla logica della sua composizione. Esiste una deriva dichiarata, conservatrice e spesso nettamente reazionaria, che non fa mistero delle sue intenzioni e non ha pudore nell’esporre i suoi programmi. Finora anzi l'unica che abbia preso apertamente posizione, ed anche la unica che sia riuscita ad imporre al partito le sue soluzioni Anche quando non le riuscì di strappare l’adesione ufficiale alle proprie tesi, il predominio intrinseco e gli appoggi le permisero di rifarsi largamente sul comportamento pratico del partito. Quanto successe in merito al problema istituzionale ha il valore di un esempio tipico: la sinistra repub- blicana  ottenne  la vittoria al Congresso di Roma dello scorso anno ma sarebbe certamente difficile dire dire che  l’azione pratica della Democrazia cristiana nel suo complesso e nei suoi addentellati si sia  poi svolta nella campagna  per il <<referendum>> ~ in conformità di quel deliberato. Quanto agli sviluppi successivi, c’è solo da osservare che il conte Jacini, <<leader della destra >>, predicava a tutti i venti nel ‘46 e prima del ‘46 ciò che l’on. De Gasperi ha fatto solo nel ‘47. Che ci sia un centro, è altrettanto incontrovertibile. Esiste come raggruppamento politico, ed esiste nei suoi inconfondibili tratti fisionomici, come tendenza al compromesso e al trasformismo. La figura del <<leader>> del partito ne è l’incarnazione tipica. Distinto da lui come posizione personale, ma sostanzialmente identico come azione politica finisce per essere l’on. Gronchi. E come tutti i centri, con Gronchi o con De Gasperi anche quello democratico cristiano ha sempre finito col fare il gioco della destra. Esiste infine una sinistra. Parlarne oggi, da parte nostra, mentre è in corso un dibattito parlamentare sulle sorti del Governo democristiano, può apparire ovviamente interessato. Ma ciò che di questa sinistra ci interessa di più, non è farci illusioni sui suoi voti, ma prendere atto delle sue idee. Finora, la sinistra democristiana ha sempre mostrato nei confronti delle altre correnti una spiccata timidezza. Timidezza particolarmente spiccata in quella parte della sinistra, che si rifà ai motivi popolareschi del vecchio partito popolare, ed ha i suoi esponenti in quella generazione. La debolezza di atteggiamento è qui chiaramente conseguenza della inattualità e della scarsa validità intrinseca di quei motivi. Un più vivo fermento ideale si ritrova invece nella sinistra della nuova generazione, quella comunemente detta <<dei professori>>. Essa non ha nascosto le sue perplessità di fronte alla svolta politica della Democrazia Cristiana, come non nasconde le sue critiche all’indirizzo generale del partito. Già al tempo della formazione del quarto Governo De Gasperi si lessero su <<Cronache Sociali>>, che è l’organo della tendenza, delle esplicite riserve sulle possibilità del ministero democristiano di uscire dalla stretta delle forze conservatrici di cui aveva cercato lo abbraccio per ottenere la maggioranza parlamentare. <<Politica d’oggi >, espressione della vecchia sinistra, giustificava la crisi con la speranza e l’illusione, di padroneggiare queste forze, più potenti nel Paese di quanto lo siano a Montecitorio. Attualmente, essa fa blocco con la direzione, anche se quella s’è dimostrata nei fatti illusoria. Il bilancio di <<Cronache Sociali>> è assai più significativo, ed ha un valore di ammonimento per tutto il partito. Esse constatano apertamente il fallimento di una esperienza che pretendeva di riuscire a mantenersi neutrale fra le forze in gioco, e contano come estrema speranza su una iniziativa che sganci la Democrazia cristiana da quanti, fuori e dentro si essa, la spingono sul terreno della lotta antipopolare. E’ un saggio avviso, che la giovane sinistra democristiana dà all’on. De Gasperi e a tutto il suo partito. In quale misura essi ne terranno conto, si vedrà dai prossimi sviluppi e dal prossimo Congresso.

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L’ “Avanti !” commentava la lotta sullo Statuto che si era consumata durante il Congresso nazionale della DC di Napoli, mostrando un occhio di riguardo per la battaglia combattuta da Dossetti. Era “contestato” però, anche se con discrezione e moderazione, il fatto che lo stesso esponente della “sinistra” DC non aveva approfittato di quel confronto semplicemente procedurale per trasformarlo in uno scontro “politico”, in grado di portare un cambiamento nella strategia e nella direzione del partito.

E. Rossi, Disperati tentativi della sinistra di sfuggire al soffocamento, “Avanti !”, 19 novembre 1947, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 305 – 307.

Mentre non era ancora spenta l’eco del discorso di De Gasperi, la regia del Congresso organizzava un piccolo colpo di stato, che avrebbe potuto avere, senza la reazione dell’assemblea, conseguenze drastiche per quel minimo di democrazia interna che nel partito cattolico ancora sopravvive. Improvvisamente, in piena catalessi congressuale per i <<problemi del lavoro>> delibati dallo spirito della Rerum novarum  e del codice di Malines dall' on Taviani, nei fumi dell'ebbrezza <<meridionalista>> provocata dalla vesuviana retorica dei paglietta clericali l’on. Tambroni, valletto della direzione, proponeva che il Congresso deliberasse l’allargamento dell’ eligendo consiglio nazionale da trentadue a cinquanta membri. Quale l’origine della proposta? Nella notte le salette del San Carlo erano rimaste illuminate. Nutrite e spesso violente discussioni si erano svolte fra elementi della direzione uscente e l’on. Dossetti, esponente della sinistra. Si trattava di concordare una linea per l’elezione del consiglio nazionale, garantendo alla sinistra un certo numero di posti. Ma avendo la direzione dovuto riconoscere che i rispettivi schieramenti nelle assemblee consentivano ai seguaci di Dossetti una rappresentanza abbastanza forte nel consiglio nazionale, l’accordo non si poteva raggiungere. La presentazione pura e semplice di liste separate, mentre non salvava la direzione dai pericoli che essa temeva, avrebbe certamente dato luogo ad una discussione del Congresso, a tutto favore della sinistra. Allora l’on. Piccioni faceva presentare la proposta di allargamento del consiglio che modificava sostanzialmente lo statuto all'articolo 69. Questo numero, dunque, stava per mettere, s potrebbe dire in posizione orizzontale la corrente di sinistra. Infatti con la presentazione di liste separate la direzione aveva messo in moto tutti i propri fedeli dall’on. Dominedò agli <<ascari>> della periferia ed ai sacerdoti presenti fra i delegati. Cosi si sarebbe votato in definitiva su una serie di liste somiglianti, contro una unica lista di sinistra. Evidentemente avrebbe avuto la maggioranza la lista della direzione, la quale, con l’allargamento del consiglio si assicurava l’ingresso di nuovi elementi di destra necessari per neutralizzare completamente i pochi <<sinistri>> che fossero riusciti  essere eletti. L’azione, in sostanza, coincideva col piano generale di strozzamento del Congresso. Lo stesso ordine del giorno, per cui la discussione politica è stata separata dalla discussione tecnica sui problemi sociali e del Mezzogiorno, è la direttiva generale di questo piano. D’altra parte, l’elusiva relazione Piccioni aveva un solo punto preciso: la richiesta al congresso di dare al partito una struttura più centralizzata, a cui appunto mirava il tentativo di eliminazione della sinistra. La manovra era però fatta abilmente cadere da Dossetti, il quale ha ancora una volta dovuto rilevare come il <<leone >> Ravaioli si sia fatto ammaestrare anche in questa occasione dalla tendenza Piccioni. Infine quest’ultimo, intervenendo nella discussione che ha occupato tutto il pomeriggio, cercava di influenzare il congresso con la sua autorità. La sua figura, poco simpatica ai più, esasperava l’ostilità dei delegati che a grandissima maggioranza respingevano la proposta della direzione. Le liste dei candidati al consiglio nazionale verranno presentate fino a domani mattina alle nove e nella giornata si voterà. E’ quindi da immaginarsi il formicolare di candidature e di candidati attorno agli esponenti più influenti. L’on. Dominedò, che è il capolista del partito dei pretendenti, subì un collasso quando un congressista propose che nessun membro del consiglio nazionale avrebbe potuto, alle prossime elezioni, essere presentato come deputato. Certo la sinistra poteva, obiettivamente, profittare della questione apparentemente di procedura per sferrare un attacco che, data l’atmosfera, avrebbe avuto notevoli risultati. Ma non ha voluto fare il tentativo (senza che per ora si debba attribuire il fatto a quel che ieri chiamavamo la <<destrificazione delle sinistre democristiane >>), anche perchè la sua manovra interna sembra volersi basare sul rafforzamento del Partito. Se la sinistra fosse certa delle posizioni che acquisterà si potrebbe dire che non ha torto.  L'interesse della direzione alla proposta Tambroni era, d’altra parte da collegarsi ai contatti che si stavano svolgendo nei corridoi del congresso tra Dossetti i sindacalisti e Gronchi per la formazione di una lista comune e la presentazione della mozione finale. Sembra, tuttavia che difficoltà per la mozione siano sorte quando Gronchi insisteva pérche fosse munita di una premessa contenente un'apertura del governo e del Partito verso le sinistre. Ciò, ad opinione della maggioranza di coloro che partecipavano a queste trattative, metterebbe, dopo il discorso De Gasperi, in difficoltà il governo. I lavori sono continuati anche in seduta notturna. essi riprendevano infatti alle ore 22 per l’esaurimento della discussione tecnica sulla relazione Taviani. I lavori hanno occupato buona parte della notte, e si è continuato a discutere sui problemi del lavoro e del mezzogiorno d’Italia. Al solito, molta demagogia e poco costrutto.

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Il riferimento di questo articolo è il CN della Democrazia Cristiana tenutosi a Grottaferrata dal 29 giugno al 3 luglio del 1951. In quella riunione lo scontro fra le correnti si accese subito: sul banco degli imputati furono messi i dossettiani accusati di essere voluti entrare nella Direzione senza però fornire poi a questa un leale e convinto appoggio. Dossetti giocò, in quella occasione, la sua ultima partita nel tentativo di ottenere una nuova compagine governativa in grado di seguire e portare avanti la politica riformistica di cui il Paese aveva bisogno, e che in parte aveva già avuto inizio (nel maggio del ’50 si erano presi i primi provvedimenti per la Calabria e nel luglio dello stesso anno si era approvata la “Legge stralcio”). Ma la linea Pella rappresentava per De Gasperi un valico insormontabile, la guerra di Corea consigliava inoltre, al grosso del partito, di gestire le riforme più che ampliarle in direzione di una loro migliore incidenza sulla realtà sociale ed economica della Penisola.

F. Gerardi, La sostituzione dei ministri Sforza e Pella chiesta da Dossetti al Consiglio Nazionale DC, “Avanti !”, 3 luglio 1951, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp.  307 – 308.

Tre giorni non sono stati sufficienti al Consiglio Nazionale della Democrazia cristiana per concludere i suoi lavori; questi sono pertanto proseguiti per tutta la giornata di oggi e la conclusione è stata rimandata a domani. Sempre domani si avrà l’intervento fiale di De Gasperi. La <<cortina di ferro>> che per quattro giorni ha isolato i consiglieri democristiani nel convento francescano di Grottaferrata, non ha impedito il diffondersi di una ricca messe di notizie che pongono in una luce del tutto diversa il troppo ottimismo dei rari comunicati ufficiali. Così, mentre questi ultimi informavano brevemente sulla concordia di tutti i consiglieri e sulla comune volontà di aderire al piano programmatico dell’on. De Gasperi, si è appreso che proprio nella mattinata di oggi la lotta è entrata nel più vivo con l’intervento dell’on. Dossetti, capo della corrente di sinistra del partito, il quale ha chiesto in termini espliciti la sostituzione dei ministri Sforza e Pella. L’intervento dell’on. Dossetti va ricollegato ad un interessante particolare, solo ora  diffusosi, sulla seduta di sabato scorso. In questa seduta il deputato dossettiano Lazzati aveva affermato che il regresso elettorale della Democrazia cristiana era da imputarsi esclusivamente alla politica dell’on. De Gasperi. Questo aveva allora replicato vivacemente che l’insuccesso era invece da attribuirsi all’ostruzionismo operato dai dossettiani all’interno del partito e che, al contrario, se tale insuccesso non aveva raggiunto proporzioni ben più gravi, il merito era proprio suo, cioè dello stesso on. De Gasperi al quale il popolo aveva dato un vero e proprio <<mandato di fiducia>>. Ricollegandosi a questo episodio l’on. Dossetti ha questa mattina affermato che una simile interpretazione dei fatti verrebbe a togliere ogni possibilità di collaborazione fra la sinistra e le altre correnti. Oltre a tutto, secondo l’on. Dossetti, le parole dell’on. De Gasperi dimostrano che non è la sinistra a rifiutare la collaborazione ma è lo stesso Presidente del Consiglio a renderla impossibile poiché, con una simile impostazione, egli mostra di desiderare non certo dei collaboratori, ma di togliere di mezzo i critici. L’on. Dossetti ha concluso affermando che la sua collaborazione si poteva avere solo su una base politica, mutando la politica estera e la politica economica e gli attuali titolari dei relativi dicasteri. Dossetti ha chiesto una politica estera di maggiore fermezza e dignità nei confronti dell'America e una politica economica che promuova forti investimenti sociali. Da notare che Dossetti ha precisato i nomi dei due ministri, anche per evitare di coinvolgere De Gasperi nel suo attacco, e rendere così possibile un accordo. L’on. Dossetti ha anche annunciato che avrebbe precisato le sue richieste in un ordine del giorno. A Dossetti ha per primo replicato l’on. De Gasperi, il quale ha cercato di sminuire l’importanza della sua boriosa risposta all’on. Lazzati e quindi, per la parte economica, l’on. Pella. Questi ha prima ricordato i propri meriti nel combattere la minacciata inflazione dopo la svalutazione della sterlina dopo lo scoppio della guerra in Corea, e si è poi lamentato della generale mancanza di responsabilità sia da parte dei suoi << troppi accusatori >> che da parte dei propri difensori. Pella, come al solito, si è quindi mostrato ottimista sul futuro e ha preannunziato per l’ottobre forti ribassi sui prezzi all’ingrosso. In merito alla data sulla crisi di Governo, nulla di nuovo è venuto dal Consiglio della Democrazia cristiana. E’ pertanto probabile che qualora il Consiglio raggiunga un accordo sulla formazione della data e sulla futura azione di Governo, anche i riottosi dei gruppi parlamentari democristiani si assoggetteranno da attendere lo autunno. Se invece il Consiglio non raggiungerà un accordo fra le varie correnti si può prevedere che la lotta si rinnoverà in seno ai gruppi parlamentari. Intanto l’on. Latanza del gruppo dei <<vespisti >>, ha comunicato ai giornali di dimettersi dal partito per <<dissensi politici >>. Per quanto riguarda la politica, così violentemente criticata dall’on. Dossetti nella persona del ministro repubblicano Sforza, l’organo ufficiale del Partito repubblicano italiano avanzava già oggi una risposta alle critiche dossettiano, affermando che tali critiche nascono da una concezione <<pomposa e teatrale>> della politica estera. Sul medesimo tema la Voce repubblicana pubblica un lungo quanto inutile articolo di risposta all’editoriale del segretario del Partito socialista italiano, pubblicato domenica dall’ Avanti ! al segretario del nostro Partito che aveva posto l’esigenza di rovesciare l’attuale <<tendenza>> interpretativa del Patto atlantico, dando cioè al Patto un seno di limitazione invece che di estensione, la Voce repubblicana replica confermando a parole la natura difensiva del Patto stesso, ma smentendola poi con i fatti, poiché afferma che gli episodi di Augusta, Livorno e Napoli, dove sono stati impiantati comandi e basi militari americane, inutilmente chiamati con termini meno evidenti, rientrano nella <<logica della forza contro l’aggressore >>. In tale <<logica>> potrebbe evidentemente rientrare tutto, anche una guerra <<preventiva>>. Nel quadro dell’intera giornata occorre segnalare la riunione degli esponenti liberali dissidenti con il segretario del Partito liberale italiano, avvocato Villabruna. Sembra che domani i vari gruppi elaboreranno un manifesto programmatico sulla base del quale si dovrebbe raggiungere la riunificazione. La stampa governativa ha cercato ad ogni modo di manovrare l’episodio delle dimissioni dal Partito liberale dell’on. Corbino al fine di mettere il bastone fra le ruote della riunificazione liberale che dovrebbe accentuare il carattere antigovernativo del partito. Negli ambienti del Partito liberale italiano il fatto ha suscitato vivaci proteste. Si ricorda fra l’altro che proprio l’on. Corbino, nemmeno dieci giorni fa si mostrava un acceso antigovernativo e che il suo radicale mutamento di opinione ha coinciso proprio con l’indebolimento della posizione del ministro del Tesono, on. Pella. Si ricorda anche che nel ’46 lo stesso Corbino rischiò la espulsione dal partito per aver accettato un incarico ministeriale senza prima aver ricevuto la autorizzazione dal partito. Negli stessi ambienti si smentisce anche che il Consiglio nazionale che si riunirà il 14 prossimo possa decidere la convocazione del congresso del partito liberale (come dovrebbe anche fare la socialdemocrazia) per esaminare l’opportunità di un ritorno al Governo.

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In questo articolo il giornale del Partito socialista  commentava le dimissioni di Dossetti dalla DC. Il giudizio in merito collimava in buona parte con quello dell’altro grande quotidiano della sinistra, “l’Unità”. Interessante è però notare alcune valutazioni, come il peso dato, nella decisione del parlamentare emiliano, alla politica estera ed alle presunte, velleità “autoritarie” di De Gasperi, che intendevano “riassumere” il partito nel governo. Da notare che il quotidiano del Psi non si lasciava andare a commenti di sorta sulla presunta sconfitta, o omogeneizzazione subita dai dossettiani.

F. Gerardi, Dossetti accusa la direzione d. c. di essere uno strumento della reazione, “Avanti !”, 10 ottobre 1951, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica,cit. pp. 308 – 309.

La notizia delle dimissioni dell’on. Dossetti è stata oggi per tutta la giornata centro dei commenti degli ambienti politici. Il gesto del capo della più qualificata corrente di opposizione interna della D.C. viene concordemente giudicato un punto di arrivo nel processo di involuzione antidemocratico del partito dl maggioranza, dove evidentemente non estate più la possibilità di esercitare una libera critica. Significativo a questo proposito il fatto che alle dimissioni dell'on. Dossetti si accompagna anche la soppressione della rivista cattolica Cronache Sociali che, sebbene considerata come la pubblicazione ufficiale della corrente dossettiana, aveva per altro raccolto ripetute volte scritti di deputati e di autori cattolici estranei alla corrente stessa. Ridicoli appaiono così i commenti della stampa governativa che cercando di minimizzare al massimo il <<caso Dossetti>> pretendono di interpretare le dimissioni del deputato reggiano come il simbolo di una riconquistata unità del partito. Del resto lo stesso on. Dossetti ha specificato, nella lettera al Presidente del Consiglio, le ragioni delle sue dimensioni << La situazione alla quale è giunta la D.C. – scrive l’on. Dossetti – esclude che essa possa ormai essere <<strumento>> rinnovatore della vita politica e sociale del Paese >>. Secondo Dossetti, la D.C. è ormai solo uno strumento della conservazione: causa principale di questa involuzione è la politica estera del Governo, che ha finito per risvegliare le forze reazionarie che ormai sono da essa appoggiate incondizionatamente. Per ciò che riguarda la struttura interna del partito, l’on. Dossetti ha accusato di autoritarismo la Direzione degasperiana che in realtà ha posto il partito a disposizione del Governo, mentre il rapporto avrebbe dovuto esattamente l’opposto; cioè proprio al partito sarebbe spettato il compito di stimolare e indirizzare l’azione del Governo.  Le dimissioni dell’ on. Dossetti non sono però destinate a rimanere un fatto isolato nella vita del partito democristiano. Non tutti i parlamentari democristiani appaiono infatti disposti a rinunciare a ogni loro prerogativa per ridursi a una semplice <<macchina per votare>>, secondo l’espressione adoperata da un deputato democristiano. Si annuncia già, da parte degli aderenti alla corrente gronchiana di <<Politica Sociale>>, la prossima pubblicazione di una <<dichiarazione manifesto >>nella quale figurerà una ferma posizione in favore di una interpretazione restrittiva, anzichè oltranzista, del Patto atlantico. Nel gruppo gronchiano, a quanto si apprende avrebbe anche suscitato sfavorevole impressione l'apporto dato dall'on. Da Gasperi, nella sua qualità di ministro degli Esteri, alla inclusione della Grecia e della Turchia nel Patto atlantico. Secondo il gruppo gronchiano, tale iniziativa americana è destinata ad aggravare il pericolo di un immane conflitto mondiale. E' infine annunciato, nel corso dell' attuale dibattito parlamentare di politica estera, una dichiarazione di voto dell'on. Giordani, il quale si preoccuperebbe di far partire dal gruppo democristiano sia pure a titolo personale, una voce favorevole a tutte le iniziative di pace, da qualsiasi parte esse vengano. Come è noto, in questo senso, esiste già un o.d.g. pacifista presentato dagli onorevoli Donati, Glavi, Giuseppe Nitti; negli ambienti governativi si dà però già per certo che il Presidente del Consiglio respingerà tale o.d.g. che pure è in sostanza la ripetizione di un o.d.g. accettato mesi fa dal Governo, per non mostrare all'America che il voto di fiducia raccolto nell'attuale dibattito è condizionato all' attuazione di una politica estera diversa da quella concordata a Ottawa e a Washington, dove si è parlato di tutto fuorchè dl pace. La votazione sul dibattito dl politica estera attualmente in corso avverrà pertanto su un o.d.g. dell'on. Bettiol e Amadeo presidenti del gruppo parlamentare d.c. e repubblicano, o.d.g. che si limita ad approvare incondizionatamente i risultati degli accordi di Ottawa e di Washington.

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