La sinistra e Dossetti: "l'Unità" (1946-1951)
A cura di Luigi Giorgi

Dopo aver affrontato e commentato gli interventi più importanti di Dossetti riportati da “Il Popolo”, la nostra attenzione si sposta ora sul rapporto tra la sinistra e il professore reggiano: confronto rivisitato attraverso gli articoli dei quotidiani e delle riviste del Pci e del Partito socialista, che aiutano a ripercorrere il difficile ed aspro dialogo tra i partiti della sinistra marxista e la vicenda e l’opera del politico democristiano.

Per un maggiore approfondimento rimando al mio La sinistra e Dossetti, “Bailamme” n. 28/5, gennaio - dicembre 2002, pp. 231-266.

Questa intervista al segretario del Pci  è sintomatica dei rapporti fra Dossetti e la sinistra italiana. Prima della rottura del “Tripartito” c’era da parte del partito comunista un forte interesse nei confronti del professore reggiano che si univa ad una profonda stima per il suo lavoro, soprattutto in sede costituzionale, dove Togliatti e Dossetti collaborarono nella prima sottocommissione. Dopo la rottura del governo fra i tre grandi partiti di massa, l’atteggiamento del Pci nei confronti di Dossetti mutò in maniera sostanziale. Il segretario del Pci scriverà, infatti, tempo dopo su “Rinascita” che, con riferimento al Congresso di Venezia, l’opposizione di Dossetti a De Gasperi era: «di tendenze nettamente fasciste e arriva al punto di ricalcare persino nelle parole le formule del fascismo (tutto il potere alla DC; corporativismo economico; anticomunismo)».

Intervista a Togliatti, “l’Unità”, 8 novembre 1946, ora in L Giorgi, Una vicenda politica. Giuseppe Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, p. 296 – 297.

Il compagno Togliatti ha concesso da un redattore del <<Nuovo Corriere>> di Firenze la seguente intervista

– Vuole ragguagliarci sullo stato dei lavori al quale si è giunti nella Commissione della Costituente cui Ella partecipa?
- A dire il vero la situazione si presenta al quanto confusa. Per quanto si riferisce a noi comunisti, però, già si presentano chiaramente almeno due punti di nostro dissenso fondamentale da altre correnti. Il primo riguarda l’organizzazioni della regione, il secondo la formazione della seconda Camera. Noi siamo favorevoli al decentramento regionale di una parte, anche grande, delle funzioni amministrative dello Stato: siamo però contrari, e decisamente contrari, a fare di ogni regioni una specie di staterello autonomo. L’unità politica d’Italia è un bene troppo grande ed è anche, diciamolo pure, una conquista troppo recente, perché noi possiamo consentire a metterla in forse per accontentare le manie di qualche dottrinario o le ambizioni di qualche gruppo di politicanti. La classe operaia è razionalmente unitari. Naturalmente, la più larga autonomia alla Sicilia ed alla Sardegna, per le ragioni storiche e politiche che tutti sanno. Quanto alla seconda Camera, noi l’accettiamo in principio, ma siamo contrari a che essa venga costituita in modo tale e le si diano poteri tali da farne una specie di freno antidemocratico e conservatore. La Democrazia italiana ha bisogno di essere stimolata, e non frenata,sulla via del progresso politico e sociale.

- Riguardo però alla determinazione degli indirizzi economici e sociali della Repubblica, non si è raggiunto l’accordo tra i rappresentati comunisti e quelli della D.C.?
- Effettivamente nella prima sottocommissione, di cui faccio parte, e di cui fa parte un gruppo di deputati democristiani – alludo agli onorevoli La Pira, Dossetti, Moro – che più conseguentemente di altri mi pare interpretino il pensiero sociale cattolico, comunisti, socialisti e democristiani si sono senza difficoltà trovati d’accordo nell’affermare che il regime democratico italiano dovrà avere un contenuto sociale determinato. Vogliamo affermare nella Costituzione  alcuni diritti  della persona umana che vanno al di là di quelli puramente politici e formali dell’89 il diritto allo sviluppo e al perfezionamento della persona, il diritto al lavoro, al riposo, ecc. Naturalmente, questi diritti dovranno non solo essere affermati, ma garantiti; e per garantirli occorrerà indirizzare  in modo diverso la vita economica del paese. Ma è proprio qui che si presenta la necessità e la possibilità di una collaborazione tra le correnti di pensiero e d’ azione sociale progressive, cattoliche da un lato, laiche dall’altro. Noi lavoriamo per questa collaborazione. Da essa speriamo possa venire una democrazia veramente nuova.

- Che cosa pensa della progettata fusione e della progettata alleanza tra i liberali e i qualunquisti?
- Che cosa vuole che ne pensi? In Toscana avete un proverbio che dice : << Da Montelupo si vede Capraia: Il demonio li fa e poi li appaia >> Il demonio, in questo caso, sono i gruppi dirigenti antidemocratici della grande industria e della grande proprietà fondiaria. Liberali e qualunquisti ne esprimono, sebbene in forma ancora diversa, i propositi e le aspirazioni. Si fondano e alleino alla buon’ora; la cosa sarà pienamente logica. Ma non vengano poi a rompere le scatole a noi, quando sosteniamo che anche i partiti operai, cioè il socialista e il comunista, hanno il diritto e il dovere di unirsi e anche di fondersi, per creare un solo grande partito laico dei lavoratori italiani del braccio e della mente.

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L’ articolo di Reichlin preso in esame commentava il Congresso nazionale della DC, tenutosi a Venenzia. La sua attenzione si appuntava sul discorso di Dossetti, che veniva interpretato come un semplice puntello alle esigenze del governo e del Presidente del Consiglio: la “sinistra” dossettiana, in definitiva, si piegava, secondo il giornalista de “l’Unità” ai voleri della maggioranza del partito ricalcandone, addirittura, le posizioni politiche. Non veniva colto il profondo dissenso fra le posizioni del professore reggiano e quelle dello statista trentino, che avvolgevano un ampio panorama: dalla questione sociale alla necessità di un coordinato e preciso piano di interventi economico, fino allo stesso rapporto con le forze di sinistra e con lo schieramento di destra.

A.Reichlin, Un solo rappresentante della “sinistra” è entrato finora del Consiglio della d.c., “l’Unità”, p. 5, 5 giugno 1949, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 297 – 299.

Una tendenza si è rivelata improvvisamente al Congresso di Venezia, una corrente che non ha nulla a che fare con Dossetti, Gronchi, Iacini. Giordani e compagni; una tendenza numerosa ma che non si è coagulata, che non è arrivata a trovare una direzione propria, e che quindi ha finito col disperdersi.  E' la corrente dei d. c. che ce l’ hanno con la << cricca >>.  Ce l' hanno con la cricca dei ministri, dei deputati e dei dirigenti del partito.  E questo stato d’animo che fino a mezzogiorno di ieri il Congresso aveva cercato di soffocare come una vergogna in famiglia, si è scoperto senza ritegno nella notte di ieri e nel piccolo colpo di scena relativo alla composizione del Consiglio nazionale di cui abbiamo parlato. Subito dopo quel voto la <<crisi>> che si era andata determinando in seno al Congresso è entrata in una fase nuova. I delegati, abbandonati al loro destino (lo stesso Dossetti non aveva avuto il coraggio di trasformare la disputa sullo statuto in una decisiva battaglia politica e, anzi, aveva tentato di gettare acqua sul fuoco), sono stati assaliti da una specie di rimorso, misto a paura  e delusione. E stamattina, quando siamo arrivati al Palazzo del Cinema, si parlava già nei corridoi di un piano preparato durante la notte dalla Direzione per rovesciare la situazione. Le prime ore sono trascorse nell'indifferenza e nella noia e già i congressisti sembravano aver ripreso un po’ di coraggio, tanto da impedire al povero On. Monterisi di parlare contro la riforma dei contratti agrari, quando improvvisamente l’On.le Piccioni, si è presentato alla tribuna. Di scatto sono stati accesi nell’aula potenti riflettori che dopo aver vagato un attimo sulla faccia dei delegati, si sono incrociati sull’On. De Gasperi che in quell’attimo aveva fatto il suo ingresso sul palcoscenico. E’ scoppiato l’applauso. L’atmosfera è mutata. Su questa breccia l’On. Piccioni si è buttato con tutto il suo peso <<Amici – egli ha detto – considero questa prima fase dei lavori congressuali come scarsamente soddisfacente >>. Con tono di arroganza Piccioni ha sfidato i capi dell’opposizione a mostrare la faccia e a prendere apertamente posizione. Sfruttando con grande abilità e senza scrupoli la delusione di quella parte dei congressisti che conserva qualche legame con la <<base>> per il mancato intervento dei dossettiani nella battaglia della sera prima. Piccioni è riuscito a distogliere lo stato d’animo di confuso risentimento del Congresso dalla Direzione e a indirizzarlo verso Dossetti e Gronchi, che egli ha accusato – fra gli applausi generali – di pescare nel torbido. Per il resto Piccioni non si è differenziato da Cappi se non per un ancora più accentuato anticomunismo e per una violenza sanfedista che ha scosso la platea ed impaurito gli oppositori. Subito dopo il discorso di Piccioni sono cominciate le votazioni per l’elezione dei consiglieri nazionali. Il Congresso si è così trasferito nei corridoi, mentre nell’aula è cominciata la parta finale organizzata dai registi della Direzione. Essa consiste nel far sfilare alla tribuna i ministri d.c. – Pella, Segni e Fanfani nel pomeriggio di oggi; Gonella e Vanoni e forse Scelba, domani – i quali imbottiscono i crani dei congressisti con l’apologia della loro opera <<ispirata alla idealità della dottrina cristiana >>. Abbiamo chiesto ai rappresentati della <<sinistra>> che cosa si ripromettessero di fare per ridar vita al Congresso prima della sua chiusura ufficiale. << Niente – ci hanno risposto – noi non ci batteremo in sede assemblea. Una nostra sortita in campo aperto anche se ci procurasse gli applausi di molti congressisti, indurrebbe la Direzione a stringere i freni ed a premere – attraverso i dirigenti provinciali e i parlamentari che essa controlla – sui delegati perchè  tutti i nostri candidati vengano esclusi dal Consiglio nazionale >>. La linea di condotta della << sinistra >> d.c. al Congresso sta tutta in questo ragionamento che rivela una mentalità ed un costume politico nettamente opportunistici. In realtà il discorso che Dossetti si è deciso a fare in serata non può essere dispiaciuto a De Gasperi. Lo ispiratore di <<Cronache Sociali>> ha identificato infatti la linea d'azione che la sua corrente indica alla D.C. dopo il 18 apri!e con una frase di De Gasperi: << Fino a quando non riusciremo a liberare parte notevole della classe operaia dal comunismo, la nostra battaglia non sarà finita >>. Ma come fare ? Dossetti ha spiegato al Congresso che fino a quando la classe lavoratrice non verrà inserita attivamente nello Stato – in uno Stato democratico, completamente diverso dal passato – il comunismo continuerà ad avanzare. Per un attimo (anche per colpa di un confuso accenno dell'oratore all'unità di tutti i lavoratori) è aleggiato fra i delegati sgomenti e allibiti lo spettro del Tripartito. Ma si trattava di un equivoco. <<Amici – ha urlato Dossetti agitandosi come un ossesso – questo significa mutare forse mutare la formula di Governo, stendere la mano, illudersi, tormentarsi di fronte al pericolo comunista ? No, amici! >>. Che cosa significa allora ? Lo si è capito molto bene dopo, quando Dossetti, sollecitando gli istinti peggiori dell’assemblea ha criticato il governo per la sua <<tolleranza>>, la sua <<timidezza>>, i suoi <<complessi di inferiorità >> verso le altre forze politiche, si è messo verbalmente a sinistra del governo sul piano sociale, ma ben più a destra sul piano politico. Tutto ciò – siamo sicuri – servirà molto bene a De Gasperi nel suo discorso di domani (che concluderà il Congresso) per ripetere ancora una volta di fronte al Paese e agli altri partiti  il gioco del <<moderatore>> e del <<centrista>>, dell’uomo di Stato insomma il quale mosso dagli interessi generali della Nazione si pone al di sopra del suo stesso partito e difende la libertà di tutti i cittadini. Accenniamo appena al discorso di Gronchi. Quest’uomo per certi aspetti di notevole statura – si è presentato al Congresso di Venezia con i miseri resti di quella vasta base costituita da sindacalisti, vecchi  popolari i di sinistra o parlamentari che, fino a un anno fa lo sosteneva. Tradito anche da Rapelli, Ravaioli, Tambroni e Del Bo, il Presidente della Camera si è confuso nella lista << La Via >> che non raggruppa alcuna tendenza definita e si collega vagamente al centro-sinistra. Gronchi ha polemizzato amaramente ma pacatamente con Dossetti e con la Direzione del partito, qualificandosi ancora come un uomo rimasto sulla linea dell’ ala progressista del vecchio Partito Popolare. Poco prima aveva parlato il ministro del Lavoro Fanfani, il quale ha piattamente elogiato la propria opera e, dopo aver affermato che è pronta e sta per essere presentata al Parlamento una legge antisindacale, ha annunciato la sua adesione alla corrente di Dossetti. L’annuncio non ha destato nessuna impressione. Pochi minuti prima erano stati resi noti i risultati dell’elezione dei primi 21 membri del Consiglio nazionale (quelli che rappresenteranno le regioni): soltanto uno è della corrente di Dossetti tutti gli altri appartengono alla lista ufficiale della Direzione del partito. Se il voto di stasera è – come sembra – indicativo, la giornata di domani, in cui verranno eletti gli altri 50 membri del Consiglio, non ci riserverà alcuna sorpresa. Segnaliamo a puro titolo di curiosità un lungo colloquio che si è svolto stanotte in una camera della pensione Pannonia tra Scelba e Dossetti.

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Questo è uno dei primi commenti che il quotidiano del Pci fece sulla scelta di Dossetti di abbandonare la Dc. Tale decisione era ritenuta non un semplice affare personale ma un preciso atto politico. “l’Unità” non perdeva l’occasione però per attaccare l’inconsistenza e la debolezza della stessa “corrente” dossettiana”, che era stata omogeneizzata alla volontà della maggioranza del partito. Era forse una reazione determinata dalla delusione corrispondente alla  speranza che Dossetti e il suo gruppo potessero aprire una breccia nella Dc così da intavolare un dialogo proficuo con le forze della sinistra. Tale desiderio, però, con questa decisione del professore reggiano sembrava andare definitivamente perduto.

Il capo della sinistra democristiana abbandona per protesta le cariche di partito, “l’Unità”, 9 ottobre 1951, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 299-300.

Una notizia clamorosa, destinata ad avere larghe ripercussioni politiche, ha caratterizzato il terzo giorno dei lavori del Consiglio Nazionale democristiano. L'on. Giuseppe Dossetti, il più noto esponente della cosiddetta corrente <<di sinistra>>, in una lettera inviata all’on. De Gasperi, ha annunciato le proprie dimissioni dalla Direzione e dal Consiglio Nazionale della D.C. Le voci di un abbandono della vita politica attiva da parte dell'on Dossetti trovano così piena conferma. Le dimissioni sono motivate dal fatto che la D.C., nella sua azione di partito e di governo, é venuta meno agli impegni politici, economici e sociali che erano stati assunti da De Gasperi e dai suoi nel Consiglio Nazionale di Grottaferrata. Ciò dimostra tra l’altro, secondo l’on. Dossetti, che il gruppo dominante nella D.C. ha proceduto ad accentrare arbitrariamente nelle proprie mani tutto il potere, soffocando le istanze e le possibilità dl azione delle correnti. Si prevede che il gesto di Dossetti troverà solidali altri esponenti della <<sinistra>> come gli on.li La Pira, Lazzati, ecc. La notizia ha suscitato immediatamente vivi commenti. Il tentativo dei portavoce ufficiali di limitare l’avvenimento ad un e caso di coscienza personale di Dossetti non ha trovato rispondenza. Il fatto sembra in realtà l’espressione di un turbamento molto largo esistente non solo nella DC ma in vastissimi strati e ambienti cattolici: crisi di incertezza e di disagio per la politica generale seguita dal governo cattolico dell'on. De Gasperi. Si ricorda la posizione di riserbo e di resistenza che i dossettiani opposero all'epoca dell’adesione del Governo al Patto Atlantico, posizione che venne abbandonata solo quando le gerarchie ufficiali del Vaticano e il Papa stesso si pronunciarono in senso favorevole al Patto. Del resto le stesse reazioni <<sociali>> addotte ora dai dossettiani per spiegare le proprie dimissioni si collegano direttamente alla politica estera seguita dal governo, e agli impegni di riarmo, i quali hanno dato un colpo mortale a tutti i vantati programmi e <<sociali>>degasperiani. Il gesto del massimo esponente della <<sinistra>> d.c in questo particolare momento politico, non può quindi non assumere un significato assai profondo e preciso. Ma è anche chiaro come ci ai trovi dl fronte od una, prova del fallimento o dell'incapacità politica di questa corrente la quale, partita con tentazioni battagliere, forte dl numerosi appoggi, e con una << base >> discretamente larga a disposizione nel partito, ha finito col farsi assorbire dal gruppo dominante (vedi il caso Fanfani) e poi col ritirarsi dalla scena (Dossetti). Intanto il Consiglio Nazionale della D.C. ha proseguito i suoi lavori in un clima sempre più accentuato di << unione sacra >>, ossia proprio nel clima preferito e vo1uto dai degasperiani. Dopo la sparata anticostituzionale e antidemocratica del segretario Gonella (secondo notizie di stampa sarebbe intenzione del governo varare anche << norme miranti a punire la propaganda sovversiva e antinazionale tra le forze armate e il villipendio delle istituzioni democratiche >> ), i discorsi più interessanti delle ultime due giornate sono stati quelli di Gronchi, Piccioni, Rapelli e Fanfani. Sia Piccioni che Fanfani, insistendo sul carattere pre-elettorale di questo Consiglio, hanno battuto sulla necessità di mettere a tacere i contrasti interni per orientare tutta l’attività in senso esclusivamente anticomunista; Rapelli, con un intervento più degasperiano di De Gasperi ha posto la propria candidatura (di cui si parla con insistenza) alla direzione della CISL, al posto dell’on. Pastore che sarebbe in disgrazia. I lavori del Consiglio Nazionale sono stati chiusi dall'on. Gonella, con un nuovo discorso in cui le tentazioni reazionarie e illiberali sono ancora più scoperte e marcate che non nella relazione di apertura. Gonella ha insistito perchè i gruppi parlamentari d.c. puntino soprattutto sulla sollecita approvazione delle varie leggi sulla << difesa civile >>, contro le libertà sindacali contro la libertà di stampa contro le occupazioni di terre contro la difesa delle fabbriche, tutte leggi che - secondo i1 segretario della D.C. – dovrebbero << garantire le istituzioni democratiche >>.  Infine Gonella ha confermato per febbraio la convocazione del Congresso nazionale della D.C. Sono stati poi eletti sei nuovi membri della Direzione democristiana in sostituzione dei quattro chiamati a incarichi di partito e dei dimissionari Dossetti e Berlanda; gli eletti sono l’on. Alessi, ex presidente del- la regione siciliana, e cinque figure di secondo piano: Barbi, Orcalli, Sangalli, Dal Falco, Branzi. Il dibattito alla Camera sulla politica estera del governo e sul viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti riprende stamane a Montecitorio. Il discorso più atteso è, naturalmente quello di Togliatti. Oltre a lui sono ancora iscritti a parlare gli on.li Gonella, Covelli, Clerici, Giannini: per cui si dubita se la discussione sarà conclusa entro stasera o se piuttosto la risposta di De Gasperi non dovrà essere rimandata a domani mattina. Alla vigilia della conclusione del dibattito, e quindi del voto, la situazione più confusa è quella che si registra in campo socialdemocratico. E' noto come un membro del PSSIIS, l’on. Giavi, sia uno dei tre firmatari (assieme agli on.li Giuseppe Nitti e Donati) del1'o.d.g. presentano alla Camera, che reclama una politica di distensione di pace e di ragionevole limitazione del riarmo. L'adesione di Giavi a questo o.d.g. è stata violentemente attaccata dalla destra socialdemocratica e dal giornale << La Giustizia>> che chiede esplicitamente l’espulsione del deputato dal PSSIIS. Si attende ora il discorso di Saragat per sapere come voteranno i socialdemocratici o per lo meno per sapere quale sia l'orientamento ufficiale della direzione.

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“l’Unità” commentava di nuovo, dopo lo scritto del giorno precedente, le dimissioni di Dossetti dalla Dc, e precisamente la lettera inviata al Consiglio Nazionale del partito l’8 ottobre del 1951. Nell’interpretazione della missiva dossettiana si coglievano, da parte del quotidiano comunista, alcuni grumi importanti di verità, anche se veniva calcata un po’ troppo la mano nei giudizi generali, indotti con ogni probabilità dall’aspro scontro politico – ideologico di quegli anni. Colpisce comunque come non si rinunciasse a  portare anche una stilettata nei confronti di tutta l’opera dossettiana, che si era arresa, per il quotidiano del Pci, ai voleri di De Gasperi.

Dossetti nella sua lettera di dimissioni denuncia l’involuzione antipolare della DC, “l’Unità”, 10 ottobre 1951, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica, cit. pp. 300 – 302.

Le dimissioni dell’ on. Dossetti dalle cariche politiche che rivestiva nel partito democristiano clamorosamente annunciato nel corso del recente consiglio nazionale, si sono rapidamente venute precisando nel loro significato e nella loro portata. La tesi del << caso personale >> e del << desiderio di dedicarsi ai prediletti studi di diritto canonico >> prontamente prospettate dai gruppi democristiani maggioranza, sono rapidamente tramontate. Le dimissioni del deputato di Reggio Emilia coincidono con la fine di qualsiasi attività politica organizzata della corrente della <<sinistra regolare>>. Infatti è stato annunciato che la rivista che esprimeva le istanze politiche dei dossettiani, Cronache Sociali, cesserà le pubblicazioni o uscirà con un nuovo titolo e con diverso orientamento, e che i vari membri di questa ex - corrente si considereranno da ora in poi liberi di comportarsi come meglio credono. Sul contenuto della lettera con cui Dossetti ha annunciato a De Gasperi le sue dimissioni si apprendono però intanto interessanti indiscrezioni. Nella sua lettera l’ex leader della <<sinistra>> dichiara esplicitamente che la D.C. dopo le ultime evoluzioni, non ha più la possibilità di essere uno <<strumento rinnovatore della vita politica e sociale del paese >>. Inoltre Dossetti accusa il gruppo degasperiano di <<salazarismo>>, cioè di aver effettuato una identificazione tra partito, gruppo parlamentare e governo, e di aver lasciato al presidente del consiglio poteri autocratici e piena libertà di azione. La lettera accusa in pratica la D.C. di essere divenuta uno strumento della conservazione: la linea di politica estera seguita dal governo ha finito col dare via libera allo interno alle forze reazionarie, le quali si sentono ormai pienamente appoggiate dal governo stesso. Mentre l’organo ufficiale della D.C. Il Popolo, non ha dedicato ieri neanche una parola alle dimissioni di Dossetti, il giornale del prof. Gedda Il Quotidiano, ha pubblicato un commento che è da ritenersi il più interessante e il più indicativo tra quanti hanno visto ieri la luce. Il portavoce della corrente più reazionaria e filofacsita dell’Azione Cattolica scrive a chiare note non solo che la corrente dossettiana  <<si era sfaldata o affievolita nella sua azione o era stata convogliata nella grande corrente che ora si chiama di centro sinistra e che in sostanza fa capo a De Gasperi e Gonella >>; ma afferma addirittura  che <<  il clima creato dalla nuova situazione internazionale e interna e dall’affiatamento che va creandosi  sempre più stretto fra partito, gruppi e parlamentari  e governo rende sempre  meno efficienti e quindi sempre meno utili – anche per quel tanto di utilità che possono avere – le correnti, le tendenze, i gruppi più o meno organizzati >>. <<Dimettendosi dalle cariche, cioè ritirandosi >> aggiunge Il Quotidiano, << Dossetti dichiara in certo modo di riconoscere la situazione di sostanziale compattezza del partito e di rispettarla >>.Con questo, il giornale dell’estrema destra dell’Azione Cattolica esprime da un lato, la sua attuale solidarietà con il gruppo dominante in seno alla D.C e la sua adesione alla politica estera atlantica e alla politica interna antipopolare che esso attua; e, dall’altro lato, viene ad appoggiare l’autoritarismo del medesimo gruppo in seno alla D.C., con la conseguente condanna non solo dei dossettiani, ma in genere di tutte le correnti. L’involuzione reazionaria dei dirigenti d.c. viene così confermata; ed è davvero difficile affermare che questo fatto, come ha scritto Il Corriere della Sera, << assicuri compattezza alla D.C>>. Si può dire, caso mai, che la D. C troverà qualche nuovo appoggio a destra, specie in vista della prossime amministrative nel Mezzogiorno: ma questo processo non può non provocare nuovi turbamenti e nuovi sbandamenti in seno a larghe masse cattoliche gravitanti attorno alla Democrazia Cristiana e all’A.C. Oggetto di molti commenti continua ad essere il <<suicidio politico >> dell’on. Dossetti e dei suoi amici i quali – con tutta evidenza – hanno pietosamente e clamorosamente ceduto alle autorevoli pressioni che li invitavano a non discutere più in alcun modo l’azione di partito e di governo dei degasperiani. Da parte sua la corrente gronchiana di Politica Sociale intende presentare quanto prima una << dichiarazione – manifesto >>, che dovrebbe essere firmata da una ventina di deputati. La dichiarazione si pronuncerebbe per un’interpretazione restrittiva e non oltranzista del Patto Atlantico. Questa corrente critica in particolare l’entrata di Grecia e Turchia nel Patto Atlantico. Queste notizie confermano come i contrasti e le esibizioni nel partito di maggioranza, lungi dall’essere stati sanati dall’ultimo Consiglio Nazionale e dal clima per –elettorale che Gonella e Piccioni hanno tentato di suscitare, si vadano invece allargando e approfondendo. In correlazione con l’ultima fase del dibattito di politica estera alla Camera, i vari gruppi parlamentari sono andati presentando gli ordini del giorno sui quali l’assemblea dovrà pronunciarsi. Oltre all’o.d.g. Donati – Giavi – Giuseppe Nitti e all’o.d.g Paietta – Mazzali, che riportiamo in altra parte del giornale, ne è stato annunciato un altro da parte del gruppo democristiano. Su quest’ultimo il governo intenderebbe porre la questione di fiducia, richiedendo la votazione per appello nominale. E’ attesa però una dichiarazione di voto dell’on. Giordani nella quale quest’ultimo, pur non ponendosi in contrasto con l’o.d.g ufficiale dei d.c., inviterà De Gasperi a promuovere qualche iniziativa a favore del mantenimento della pace e ad aderire a qualsiasi proposta del genere proveniente da altre parti. Anche i socialdemocratici hanno presentato un loro o.d.g firmato da Zagari. Pur riaffermando la  <<necessità>> per l’Italia  di <<far parte del sistema di sicurezza occidentale >>, lo o.d.g Zagari contiene affermazioni non prive di novità, data la parte da cui provengono. <<Pur avendo dato il governo la preventiva autorizzazione  al riarmo della Germania occidentale >>, il documento del PSSIIS invita il governo stesso << a riconsiderare il problema qualora si manifesti una possibilità concreta  di riunificazione di una Germania  democratica, la cui neutralizzazione possa porsi come pegno per la pacificazione e il graduale disarmo del mondo >>. Dopo alcune enunciazioni di carattere sociale, l’ o.d.g Zagari invita anche il governo << a sostenere tutte le iniziative seriamente fondate che sono rivolte alla distensione dei rapporti internazionali e al consolidamento della pace >> (e qui c’è un’eco evidente della mozione Giavi ); infine si esprime la preoccupazione per le conseguenze di <<uno sforzo per il riarmo che abbassasse ulteriormente il livello di vita delle classi più povere >>. L’Esecutivo del PSSIIS si riunirà questo pomeriggio ed esaminerà tra l’altro il cosiddetto <<caso Giavi>>.

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