La sinistra e Dossetti: "Rinascita" (1949-1950)
A cura di Luigi Giorgi

In questo scritto, apparso su “Rinascita” nel giugno 1949, si affrontavano e si analizzavano i risultati del Congresso della DC a Venezia. Il suo autore, Pietro Ingrao, tracciava il quadro di un partito ripiegato su se stesso nella difesa di un’identità essenzialmente conservatrice e anticomunista. In questo esame della Democrazia Cristiana non mancavano pesanti stoccate nei confronti della «sinistra» democristiana. La componente vicina a Dossetti, nello specifico, veniva attaccata come presunto puntello “integralista” del “regime” degasperiano. Il professore reggiano, definito “riformatore vaticanesco”, era accusato di velleitarismo in campo sociale e di ambizione politica legata ad interessi personalistici.

Pietro Ingrao, Verso il totalitarismo clericale, documento pubblicato su “Bailamme” n. 28, autunno 2002, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, pp. 310 – 315.

Un giudizio sul recente congresso della Democrazia cristiana, svoltosi a Venezia tra il 2 e il 5 giugno suppone una concisa informazione sugli schieramenti esistenti in quel partito e un richiamo alla situazione generale del Paese alla apertura del congresso stesso. Alla vigilia del congresso la direzione del Partito democratico cristiano, la direzione del governo e dei gruppi parlamentari, i posti chiave dei ministeri e degli enti, da cui si controlla la vita del Paese, apparivano tutti solidamente nelle mani di un gruppo di uomini politici, palesemente omogeneo per provenienza politica, per mentalità, per legami e tradizioni a cui si mostrano obbedienti: De Gasperi, Piccioni, Scelba, Cappi, Cingolani, Gonella, con l’appendice di alcuni «nuovi arrivati » quali Taviani, Andreotti, Pella, ecc. E' questa la cosiddetta corrente « maggioritaria » per larghissima parte composta da vecchi quadri del partito sturziano, che fanno pesare la loro passata esperienza amministrativa, la ostentata capacità di intrigo parlamentare, la consuetudine delle lotte politiche e la non smentita investitura del Vaticano. Sino a oggi e stata questi corrente o meglio questa congrega che ha esercitato il monopolio delle cariche, ha determinato l’indirizzo generale; e chi ha voluto – clericale o non – partecipare alla spartizione delle prebende ha dovuto sinora passare sotto quelle forche caudine: corrente maggioritaria, perciò, prima di tutto per l’influenza determinante che essa esercita nel partito. Questa corrente si autodefinisce il « centro »; ma qui la definizione appare dubbia: esistono infatti delle forze che nel partito d. c. si collochino a destra di questi uomini, esiste una destra democristiana ? Certamente esiste nella Democrazia cristiana un’ala numerosa, che rappresenta direttamente la parte più retriva dell'agraria italiana e che va da figure del tipo di Reggio d’Aci al marchese Rivera. Altrettanto certo è però che essa ha perduto largamente in caratterizzazione giusto da quel dicembre 1946 in cui De Gasperi decise la rottura del « tripartito » : da quel giorno la destra democristiana è divenuta assai meno distinguibile, semplicemente perche' tutto il gruppo dirigente della Democrazia cristiana ha accettato esso di spostarsi a destra ; Scelba è andato molto più in là della linea politica che proponeva un Jacini. Questa destra infatti non ha sentito nessun bisogno, alla vigilia del congresso e durante il congresso, di differenziarsi in modo particolare dai De Gasperi, dai Piccioni, dai Pella. Vi è stata invece, se pure confinata nelle riviste specializzate e in giornali di scarsa tiratura, una polemica da parte della cosiddetta sinistra. Qui si presentavano due gruppi: l’uno che faceva capo a Gronchi, venuto alla luce nell' autunno  '48 al Convegno di Pesaro, composto da sindacalisti di sinistra (Rapelli),da uomini che, avevano condotto la battaglia repubblicana al congresso di Roma, (Ravaioli, Tambroni, ecc.), da giovani intellettuali venuti da poco al partito (De Bo); è un gruppo il  quale si è sfaldato alla vigilia del congresso, spaventato dai fulmini dei « maggioritari » e del Vaticano, assorbito in parte dalla manovra corruttrice di De Gasperi, lasciando praticamente solo Gronchi. L'altro gruppo è quello che fa capo a Cronache Sociali: il gruppo dei <<professorini>> della Università del Sacro Cuore, dal Dossetti a La Pira, a Fanfani, a Malvestiti, a Lazzati; gruppo per gran parte nuovo al partito, composto di intellettuali formatisi nell'Azione Cattolica, ispirati a una sociologia di chiara marca corporativa. Essi si definiscono di sinistra, ma tengono a differenziarsi dalla sinistra tradizionale democristiana, e hanno ragione: manca a essi completamente quella esperienza sociale e mutualistica che fu dei gruppi sindacalisti e cooperativisti del Partito popolare, quella esperienza di lotta di classe e di legami con le masse, viva nell’ala migliolina. Si è detto di loro che parlano con voluttà di « istanze » e di « mediazioni », con una terminologia più adatta ai dibattiti dottrinali che a essere compresa dai lavoratori. Non sembra esatto però il rilievo che siano privi di attitudini pratiche, almeno se si considerano i posti che sono riusciti già a procurarsi in seno al governo e al Parlamento. Certo che essi sono riusciti a presentarsi al congresso come il gruppo più organizzato in contrapposto a quello dei <<maggioritari>>. Un articolo programmatico, apparso a metà di maggio su Cronache sociali, caratterizzava abbastanza nettamente la posizione da essi assunta verso la direzione del partito. Nessuna differenziazione sulla questione sostanziale: i <<dossettiani>> si dichiaravano d'accordo con i « maggioritari » sulla rottura del « tripartito » e sul blocco anticomunista e antipopolare del 18 aprile. Essi riconoscevano però << che l’equilibrio del 18 aprile era essenzialmente provvisorio, dato il numero di voti raggiunto dall'opposizione anticostituzionale >>; riconoscevano che « il blocco politico di tutte le forze anticomuniste significava l’allontanamento delle riforme di struttura di ogni tipo e grado, significava il mantenimento dell'ordine capitalistico e l’indebolimento progressivo della classe operaia... »; riconoscevano infine che il 18 aprile rompeva l’unità tra la classe operaia e il ceto medio, da cui erano nati la Resistenza e il nuovo regime repubblicano. Insomma, in quell'articolo programmatico, pubblicato alla vigilia del congresso, i « dossettiani » ammettevano il carattere di involuzione dell'operazione politica compiuta il 18 aprile e ponevano il problema di « una apertura del blocco del 18 aprile verso le istanze sociali di quelle classi che avevano votato per il Fronte democratico popolare, iniziando la loro progressiva liberazione dall'ipoteca << comunista >>; spiegando che « non si tratta di assistere la classe operaia attraverso movimenti propriamente caritativi e neppure di partecipare soltanto alla sua battaglia sindacale con foga migliolina; ma di accettare la maggiorità operaia e di fondare sull’intesa politica di essa con il ceto medio lo Stato democristiano, l’unione popolare». La critica della corrente « maggioritaria » veniva così formulata: << pare a essa (alla corrente maggioritaria) che convenga mantener soprattutto la compattezza del blocco anticomunista con l’appello ideologico e la mediazione spicciola: un ricambio di una maggioranza, una politica che offra alla classe operaia un'opzione democratica che non significhi il cedimento al paternalismo padronale, una politica di unità popolare, una formula di opinione pubblica diversa dal 18 aprile, se sono nelle prospettive della corrente maggioritaria; non sono però apparse nelle sue concrete iniziative politiche. In conseguenza questa corrente non ha molto da dire al congresso di Venezia altro che invitare a lasciar fare>>. Qualcuno potrà anche stupirsi di ascoltare da bocca democristiana critiche così gravi, che confermano a ogni passo, sia pure nel linguaggio dell'Università del Sacro Cuore, il significato profondamente reazionario dell'operazione del 18 aprile. Per comprendere i motivi non occasionali, bisogna riflettere al momento in cui si annunciava il congresso della Democrazia cristiana: dopo le elezioni sarde, che avevano segnato un regresso notevole del partito dominante, un'avanzata della opposizione popolare; mentre la politica di Pella scatenava una ondata di malumore nello stesso ceto medio e si riaccendevano nel Paese imponenti lotte sindacali. Si annunciava inoltre il Congresso democristiano mentre fra gli stessi alleati della D. C. era di nuovo in discussione la formula politica del 18 aprile e si riproponeva, in tutta la sua urgenza, il problema dei rapporti con l’opposizione, viva e vitale malgrado le profezie dei reazionari. La <<sinistra >> democristiana registrava nel suo malumore questa condizione obiettiva: ma prigioniera del suo anticomunismo, essa si riduceva nella sua ala grochiana a una critica agli uomini (Sforza, Tremelloni); nel gruppo dei dossettiano si esauriva nelle analisi dottrinarie, nell'accaparramento dei posti ministeriali, nel circolo vizioso: << per conquistare la classe operaia, bisogna abbattere il comunismo; per abbattere il comunismo, bisogna conquistare la classe operaia >>. La conclusione era il nullismo dichiarato: niente da fare ieri dinnanzi al blocco reazionario del 18 aprile varato dai maggioritari (« o accettare o condannarsi alla astensione politica »), e oggi questa dichiarazione : << Siamo d'altro canto ben consci che un « terzo tempo » (quello delle riforme) non può essere opera esclusiva della sinistra d. c., ma deve essere accettato dai dirigenti della corrente maggioritaria », e cioè da coloro che le riforme non le hanno fatte e non le vogliono fare. Gronchi, da parte sua, il giorno prima dell'apertura del congresso, in una lettera alla Libertà annunciava praticamente il suo ritiro sull'Aventino. Ad ogni modo questi << oppositori di Sua Santità >> avrebbero dato battaglia a Venezia, e fino a che punto e in che modo? La seconda giornata del congresso – dopo la prima cerimonia ufficiale – si svolse nettamente sotto il segno del malumore, della critica dell’insofferenza verso la direzione, verso i parlamentari e verso i ministri (valga per tutti il grido che accolse Spataro, presidente del gruppo parlamentare: << Ciarlamento, ciarlamento>>!) con una sorta di intonazione qualunquista. Direi però che i limiti di questa opposizione, o per lo meno i limiti dei gruppi che aspiravano a guidarla sono apparsi evidenti sin dalla tanto sottolineata relazione Rumor, che seguì alla scialba e inutile chiacchierata di Cappi. Rumor ha parlato per tre ore paziente, implacabile, a stomaco vuoto, dalle 12 alle 15 di del venerdì. Il tema che egli ha trattato s'intitolava: << Necessità vitali del lavoro italiano>>; e la sua doveva essere la relazione che centrava nel congresso il motivo sociale e insieme il punto dolente della situazione (quello che più allarmava i deputati, i grandi elettori, le clientele): la disoccupazione. A leggerla si trova dapprima una parte dottrinale in cui, accanto ad altrettante enunciazioni anticollettiviste, vengono respinte alcune affermazioni del liberismo: tutto in un modo non molto diverso da alcune note tesi del Toniolo e del corporativismo neotomista. Si passa poi all'esame della situazione del Paese e si trova l’affermazione che è indispensabile dopo la battaglia contro la fame e quella per la stabilizzazione della moneta, arrivare al « terzo tempo », al tempo delle riforme. Il guaio è nel seguito, quando si va a cercare qualcosa di concreto appunto sulle riforme, se non fatte almeno da fare. Il Rumor  ammette che l’altissimo indice di disoccupazione, è problema strutturale del nostro Paese (<< Il problema della disoccupazione è qualcosa di congenito con la nostra realtà italiana; latente in essa, risolto in tempi di emergenza  produttiva sotto la sferza di esigenze politiche e militari, rinasce ogni volta che si ristabilisce una normalità di rapporti economici interni ed esteri >>) e critica l’indifferenza dinanzi al problema e le errate impostazioni delle vecchie classi dirigenti. Ma quando egli passa ad analizzare i termini della attuale crisi di occupazione, ripete tutta una serie di posizioni tipiche proprio di quelle vecchie classi: dall'invocazione di leggi antisindacali all'elogio dello sblocco dei licenziamenti, alle menzogne sul sabotaggio degli operai. L'elemento più sintomatico e rivelatore forse però non è qui, dove il Rumor, probabilmente, concede qualcosa alla gente che egli ha dinanzi; ma, direi, è proprio nella parte positiva della sua relazione, dove pure egli afferma abbastanza nettamente la opportunità di un intervento regolatore dello Stato, nel tema della politica di investimenti e lavori pubblici, nella questione dell'istruzione professionale, nel tema, della distribuzione del lavoro, nel campo della previdenza, e delle pensioni. In tutta la lunghissima relazione, della proposta e di un programma di un mutamento delle strutture non vi è nemmeno un rigo: quando si fa, un timido e fugace accenno alla riforma agraria, essa è vista soprattutto sotto l’angolo del vincolare o « riaffezionare » il contadino alla terra, impedendone la urbanizzazione. Allo stesso modo quando egli pone la questione delle industrie e del rapporto fra operai e sviluppo della azienda: qui non si parla più di nazionalizzazioni; si ha una matta paura di enunciare la partecipazione operaia alla gestione dell’azienda; qui non si vede una nuova classe dirigente che si porta alla testa del processo produttivo e dà ad esso un altro corso. Altro che la <<maggiorità operaia >> di cui scrivevano Cronache sociali ! Qui siamo nel più scadente paternalismo, che concede appena una correzione statale, di tipo assistenziale ,al marasma dell’iniziativa padronale. Qui il problema politico, posto dalla Resistenza, di una posizione delle classi lavoratrici vita nazionale – problema riconosciuto a parole nelle dissertazioni dottrinarie di Cronache Sociali scompare: restano il padronato, i ministri democristiani e le visitatrici o gli assistenti della Azione Cattolica... E vedremo poi che, a vigilanza e a conforto di tutto ciò, resta Scelba. Se questo è Rumor ancora peggio è Dossetti. Nel discorso di questo << leader della sinistra >>, di questo riformatore vaticanesco, il problema delle riforme e del rinnovamento della vita italiana si immiserisce in una questione di coordinamento di ministeri e di commissariati (forse per questo De Gasperi si è affrettato ad offrigli un posto?), dove non giunge nemmeno un'eco lontana della lotta delle masse. Del resto qui non si tratta solo di Dossetti; mentre si svolgeva il congresso democristiano, a poche centinaia di chilometri i braccianti nella Valpadana erano impegnati nella loro eroica battaglia: crepitavano i mitra della Celere, gli agrari scendevano fino al delitto, quattro braccianti cadevano assassinati: nessuno al congresso della democrazia cristiana ha sentito di spendere una parola di solidarietà verso la grande lotta dei braccianti; nessuno ha avuto un accento di indignazione dinanzi agli assassini; nessuno ha chiesto al governo per i braccianti qualcosa che fosse diversa dalle persecuzioni e dalle manganellate della Celere. Nessun sindacalista ha parlato, che ponesse il problema del salario degli operai e degli impiegati, della vita nelle fabbriche, degli attentati ai diritti dei sindacati e delle Commissioni Interne: la lotta di centinaia di migliaia di chimici, di metallurgici, di tessili, di statali non ha trovato un solo difensore. Questo era il partito di Achille Grandi? Alla prova dei fatti, questa era la « sinistra riformatrice » che dalle colonne delle riviste dottrineggiava sul « terzo tempo », e a questo si era ridotta la tanto conclamata battaglia! Contro cosi disarmati paladini non doveva esser difficile a Piccioni riportare la palma. Piccioni probabilmente s'era spaventato più che del malumore aleggiante nella sala, verso la direzione, di una scaramuccia che vi fu la sera del venerdì intorno alla composizione del Consiglio nazionale e al numero dei parlamentari che dovevano farne parte: la <<sinistra>>, con Dossetti alla testa, chiedeva di ridurre tale numero e vi riuscì con un compromesso. La questione toccava i rapporti fra partito e gruppo parlamentare e dietro la sua apparente aridità si nascondeva la spinta, che cercava di far pesare maggiormente le aspirazioni della base (anche nei suoi aspetti settari, di esclusivismo di partito) sul gruppo dirigente, che esercita ormai da un pezzo il monopolio delle cariche e delle decisioni. Ad ogni modo quando già Dossetti si era ritirato e aveva accettato il compromesso, alla mattina, del sabato, penultimo giorno del congresso, Piccioni partì all'attacco riesumando pari  pari l’impostazione del 18 aprile: blocco anticomunista, cui dovevano essere subordinati tutti gli altri motivi e le altre esigenze. Non si preoccupò nemmeno di compiere un esame della politica del governo, dei suoi risultati, delle sue prospettive: le parole che più sovente risuonarono nel suo discorso furono l’appello alla fede all'unità di sentimento, alla fiducia nella missione anticomunista della Democrazia Cristiana. Si è parlato molto del discorso di Scelba, e forse si è data poca attenzione al discorso di Piccioni, i1 quale ha avuto accenti quasi altrettanto gravi e in ogni modo ha aperto la strada, se mai con tono più decente e con meno errori di grammatica, a molte delle affermazioni di Scelba : per lo sfrenato accento di odio anticomunista ; per la sfacciata enunciazione del regime clericale (<< Noi non ci sentiamo investiti provvisoriamente del mandato dell’opinione pubblica; noi ci sentiamo investiti permanentemente >>) per l’appello alla <<maggioranza>> contro gli scrupoli e le «morbidezze » (<< Io non condivido affatto l’opinione di qualcuno che vorrebbe contestare comunque alla D.C. una presa di posizione più larga e più effettiva in quelle che sono le leve di comando della vita economica del Paese >> ). Insomma il discorso di Scelba non è stato qualcosa a sè: esso è nato dalla rinuncia della sinistra alla battaglia, dall’apologia anticomunista di Piccioni, dall’incapacità di discutere e di risolvere i problemi del Paese. Mancata o fallita la ricerca di una piattaforma nuova, rinnovatrice; respinta fanaticamente, a priori, ogni possibilità di intesa o anche di distensione con le forze popolari; ridotti gli stessi alleati al rango di satelliti, chi aveva da parlare, chi aveva ragione era Scelba. No alle riforme, no alla distensione, no a una politica estera larga e unitaria: dunque – poichè tutti ammettevano (da Piccioni a Dossetti) che la classe operaia e le sue organizzazioni erano vive, vitali e sempre presenti – ci voleva il manganello, e forza, con l’arrembaggio ai posti, con il regime permanente e dàlli al «culturame »! La stessa esaltazione: sfrenata della ragione di parte, compiuta senza veli da Scelba, era un modo di acquietare in una sola torbida corrente malumori, dissensi, doglianze, e in fondo era, in maniera brutale, pratica, lazzaronesca, lo stesso appello celestiale alla unita' del sentimento, che Piccioni aveva invocato per ridurre alla ragione e al silenzio gli oppositori e gli irrequieti: il sanfedismo come cemento della barcollante unità del partito. E su questo terreno si incontrava meravigliosamente con Scelba lo stesso Dossetti, a nome del suo totalitarismo cattolico, della sua intransigenza teologica, del suo corporativisrno antiautonomista, a nome dei Gedda, dei Comitati civici, dei dottrinari del Sacro Cuore. Non per nulla, sui loro cartelli i delegati di Reggio Emilia portavano, affratellati: « Viva Scelba e viva Dossetti!». De Gasperi, è vero, ha tentato una mitigazione di questo sanfedismo brigantesco ed esclusivo; ma non ne ha toccato o spostato la sostanza. Sul piano della prospettiva ha confermato la desolante rinuncia al programma innovatore, già accettato sottoscrivendo la Costituzione; e l’unica carta che ha saputo presentare è stata quella, logora, scontata, esemplare delle vecchie classi fallite e dei problemi non risolti della struttura sociale italiana: la carta dell'emigrazione. Sul piano dei rapporti con le altre forze politiche persino verso i suoi stessi alleati – ed è stato rilevato dalla stampa socialdemocratica – egli ha ripetuto, con frasi melate, la minaccia intollerante: o con noi o contro di noi; per un’altra << forza>> non vi è diritto di cittadinanza. Il suo <<centrismo>> si è precisato così non come un’effettiva posizione politica, ma come una differenza di tono, di apprezzamento dei modi e dei termini, come furberia diplomatica ed esperienza di compromessi. In questo senso a De Gasperi sono utili e la violenza grossolana di Scelba e l’intransigenza teologica di Dossetti (non a caso egli non ha detto una parola del discorso, più impegnativo, di Gronchi e ha paternamente concesso al Dossetti l’investitura di capo dell'opposizione): tra le quali egli piazza la sua prudenza, la sua primogenitura anticomunista, i collaudati servigi resi al Vaticano e all'America. Ma dove è, nel suo discorso, una critica chiara alle aperte e gravi posizioni anticostituzionali sviluppate poche ore prima da Scelba? Non vi è; è vero che egli non dice quello che dice Scelba: alla prova dei fatti si può ritenere cioè che De Gasperi è per la politica di Scelba, ma ancora mascherata, coperta dal belletto della legalità parlamentare cui invece Scelba è già pronto a rinunziare. Cosi come dinanzi al totalitarismo cattolico di Dossetti, De Gasperi non respinge la sostanza di un siffatto regime, ma preferisce ancora prudentemente la semicopertura socialdemocratica, pacciardana e liberale, la formula di una egemonia clericale contornata da un certo numero di satelliti. Tutto ciò ormai è il segreto di Pulcinella; e il congresso di Venezia ha rappresentato davvero una tappa in questo cammino chiarificatore. Credo che raramente l’assise di un partito abbia suscitato un’indignazione cosi larga e riprovazioni cosi violente in settori tanto diversi dell'opinione pubblica e dello schieramento politico. E’ facile oggi rintracciare negli stessi fogli e nei discorsi coloro che parteciparono al blocco del 18 aprile quella formula: « regime clericale », che pure un anno fa parve una definizione faziosa e artificiosa degli uomini del Fronte popolare. In questa luce non è azzardato definire il congresso di Venezia non solo congresso di rinuncia e di involuzione, ma congresso di insuccesso dinanzi al Paese e all'opinione pubblica. Si potrebbero fare, qui, delle considerazioni sui tempi accelerati di questa involuzione democristiana. La spiegazione e nei fatti, i quali sono cosi vivi e impetuosi da corrodere dieci e cento maschere. Per il<< 18 aprile permanente>>, che si poneva nei sogni della cricca dirigente della Democrazia cristiana, condizione indispensabile erano la rinuncia delle masse alla lotta e la disintegrazione dell'opposizione popolare: questa rinuncia e questa disintegrazione non vi sono state. E grandi lotte delle masse oppresse, diseredate, colpite da miseria crescente hanno costituito la prova del fuoco che strappa gli orpelli, che fa scoppiare le contraddizioni e logora gli schemi della propaganda bugiarda. Sembra che la cricca dirigente della Democrazia cristiana, legata ormai quasi fisicamente ai ristretti gruppi dell'oligarchia finanziaria italiana, non abbia inteso questa lezione. Il congresso di Venezia è venuto dopo lo scacco delle elezioni in Sardegna cosi come la svolta reazionaria del dicembre-gennaio ‘47 venne dopo gli scacchi e la crisi delle amministrative autunnali di Torino, Roma, Firenze, Genova. Allora nello sforzo cieco di recuperare voti e consensi a destra, la Democrazia cristiana preferì rompere e l’unità delle forze popolari e spezzare in due la nazione. Vorrà anche stavolta accentuare il suo scivolamento verso il fascismo per odio alle forze popolari e per sete, disperata dei voti degli agrari, degli industriali delle benedizioni dei Vescovi di Santa Romana Chiesa?

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Questo articolo comparve su “Rinascita” nell’aprile del 1950. Il Consiglio Nazionale di Roma (16 –20 aprile 1950) vide Dossetti entrare, con forti perplessità, nella nuova Direzione del partito. In tale occasione egli assunse anche l’incarico di coordinatore dei gruppi parlamentari. Rodano dalle colonne del mensile comunista valutò molto negativamente questa decisione dell’onorevole reggiano. Per l’esponente del Pci ciò significava la sconfitta definitiva del “dossettismo”, esperienza per altro già segnata, a suo avviso, sia da un’impotenza strutturale della corrente stessa sia da un peccato “originale” determinato dall’appoggio dato da Dossetti all’operazione degasperiana che aveva posto fine all’esperienza del “tripartito”.

Per una valutazione più completa dello scritto di Rodano rimandiamo al saggio “La sinistra e Dossetti”, Bailamme n. 28 autunno 2002, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, pp. 315 – 317.

L’ultimo consiglio nazionale del Partito democristiano si è concluso con un compromesso, che, se anche a prima, vista sembra quasi incredibile, a un esame approfondito non può risultare né inspiegabile, né inopinato. Si vedano innanzitutto i fatti. Esiste – e sarebbe forse meglio dire esisteva – nella Democrazia cristiana una corrente, la quale, sempre e in modo particolare dal congresso di Venezia a oggi ha cercato faticosamente di opporsi all’indirizzo, ai metodi, alla politica di governo e di partito della maggioranza degasperiana. Questa corrente, che dal suo leader più preparato e più attivo prende nome di dossettismo ha praticamente iniziato al recente consiglio nazionale la sua definitiva dissoluzione nelle fila della maggioranza; ed infatti, mentre ha contribuito a formare una direzione, in cui si trova in nettissima e impotente minoranza, ha lasciato entrare il suo massimo dirigente in una segreteria di partito composta per tre quarti dei peggiori tra i degasperiani: basti pensare al Rumor e al Tupini giovane. Se qualcuno poi presumesse di poter trovare le ragioni di questa resa a discrezione in contropartite politiche adeguate e soprattutto precise, dovrebbe presto ricredersi: v’è stata qualche frase di critica alla politica finanziaria ed economica del ministro Pella, alcune di questa frasi – è il caso dell’on.Campilli – sono state particolarmente felici, ma tutto è rimasto lì. Troppo poco per l’abbraccio fra Dossetti e De Gasperi ! I fatti sono dunque del tutto illogici. E all’osservatore estraneo, e che non abbia approfondito lo studio dell’interna situazione di crisi del mondo cattolico italiano, non può apparire che un’unica spiegazione plausibile: il mondo cattolico è un ambiente chiuso, rinserrato in una cittadella oramai secolare, e in esso non possono verificarsi contrasti effettivi d’opinione e di interessi, e quindi lotte politiche vere e proprie. A prima vista, è difficile dar torto a un simile osservatore; e infatti vi è nell’opinione della <<cittadella>> una buona parte di verità. E’ un fatto: le correnti, che, di tempo in tempo, svariano e corrugano ai giorni nostri la superficie del mondo cattolico italiano si ricompongono sempre, vengono metodicamente riassorbite nel conformismo generale e di fondo. In altri termini, la preoccupazione del nemico esterno – di Annibale alle porte– ha sempre prevalso e continua a prevalere sui dissidi e sui tentativi di differenziazione, riconducendo ogni cosa a una grigia unità. Ma, per vera che sia, questa spiegazione, se non viene qualificata, pecca di generico. Le sfugge ad esempio che, sebbene siano orami cinque se coliche il mondo cattolico è rinserrato in una situazione di <<cittadella>>, si è tuttavia verificata tutta una graduale profonda evoluzione nel personale politico dei cattolici, che quindi lotte vi sono state, sviluppi sono avvenuti, contrasti sono stati in qualche modo risolti e non semplicemente riassorbiti.  Sfugge quindi, in particolare – ed è appunto questo l’elemento più importante – che tale evoluzione si è arrestata proprio oggi; che noi assistiamo, cioè, al fenomeno davvero decisivo, e il cui significato non sarà mai meditato abbastanza, della più completa mancanza di rinnovamento nel personale politico del mondo cattolico italiano. Che altro è infatti il dossettismo  se non il tentativo di un simile rinnovamento ? Suo scopo sarebbe il determinare all’interno del mondo cattolico una circolazione delle elites (l’espressione sociologica si adatta perfettamente alla mentalità e alla cultura dei dossettiano); e le insistenti apparenze, contro ogni intenzione, di machiavellismo e di conquista di posizioni denunciano ad un tempo la volontà di un simile obiettivo e la strutturale impotenza a raggiungerlo. La questione allora diviene ben più precisa. Ciò che ci si deve chiedere, se si vuol dare una spiegazione al recente compromesso, è perché mai il dossettismo sia caratterizzato da una così invincibile impotenza a costituirsi in corrente effettiva e a rinnovare il suo partito. La realtà è che il dossettismo ha un suo vizio d’origine. E’ legge inderogabile del mondo cattolico, appunto per la fase storica di chiusura e di difesa che sta attraversando, che il suo personale politico possa rinnovarsi solo nei periodi in cui entrano in crisi i sistemi politici, che rappresentano e organizzano le varie forze economiche e sociali in giuoco. In tal senso, il mondo politico cattolico è sempre a rimorchio, e può rinnovarsi solo nella misura in cui si rinnovano lo Stato e la società. Certo così è sempre accaduto; e l’ultima esperienza quella del partito popolare, è anche l’ultima verifica: il mondo cattolico ha potuto esprimere un personale politico nuovo, solo dopo che era venuta maturando l’estrema rovina del sistema giolittiano, ossia della concezione e organizzazione liberale dello Stato e della società. Ma la crisi e la catastrofe del sistema fascista, a causa della particolare natura totalitaria del fascismo stesso che aveva impedito ogni effettiva elaborazione di formule politiche nuove, furono affrontate di necessità con il personale politico e le impostazioni; che già erano stati travolti dal rapidissimo processo rivoluzionario dell’altro dopoguerra. Poiché infatti il crollo del fascismo non fu il rinnovamento, ma la semplice, necessaria premessa materiale per esso. La conseguenza è evidente: anche per il mondo politico cattolico risquadernò il vecchio personale sturziano e centrista, assolutamente inadeguato ai problemi e ai termini nuovi. E’ in questa luce che si può arrivare a comprendere tutta la portata storica, sia pure potenziale, di quelle nuove formule di processo politico – unità antifascista, tripartito - che la direzione del movimento operaio, attraverso un energico sforzo di rinnovamento, seppe proporre al paese ed imporre ai troppo riluttanti, per un tempo sventuratamente troppo breve. Certo, il tripartito significava lo sprigionarsi e il mettersi in movimento di tutte le forze storiche a lungo compresse con tutti i loro innumerevoli problemi, e significava quindi anche la sollecitazione impellente a che sorgessero e si sviluppassero le formule e gli uomini nuovi, capaci di padroneggiarle organicamente e di risolverle in una situazione di progresso. Il tripartito era dunque la via per uscire definitivamente dal fascismo ed era soprattutto garanzia dell’avvenire. Tutte le forze nuove erano vitalmente interessate all’esistenza di questa loro <<incubatrice>> ideale. Quelli che oggi sono in modo sempre più malinconico e inutile il dossettismo, e che erano allora il potenziale politico nuovo del mondo cattolico, non seppero comprendere tutto questo: e qui sta il loro paralizzante vizio d’origine. Non seppero quindi comprendere, in particolare, che se era funzione specifica della Chiesa diffidare del tripartito a causa dell’ideologia dei comunisti, che ne erano - a loro onore – i promotori, i vecchi popolari, invece, lo avversavano e ne affrettavano la fine in funzione, per così dire, <<antidossettiana>>, ossia essenzialmente, con l’obiettivo di impedire il rinnovamento del proprio partito. Potevano le nuove forme potenziali del mondo cattolico portare un contributo importantissimo allo sviluppo storico del nostro paese distinguendo ideologia da politica e salvando così il tripartito con il dire cose chiare alla Chiesa e con il patteggiare onestamente contropartite altrettanto chiare con i comunisti. Potevano con queste salvare se stesse, la <<circolazione dell’élites nel mondo cattolico e l’avvenire; imprigionate invece nell’anticomunismo aprioristico, hanno finito con l’essere il dossettismo, gruppo dai procedimenti indecifrabili e comprensibili solo agli iniziati. Oggi essi hanno tra le mani soltanto un keinesismo, cui le giustapposizioni evangeliche dell’onesto La Pira conferiscono solo un aspetto comico, e alcune complesse, anche se giuste, formule giuridiche sui rapporti fra governo e partito: troppo poco per fare una politica, la quale, se vuole essere tale, deve porsi il problema dei rapporti con tutte le altre forze sociali e politiche e uscire dalle semplici questioni tecniche o interne, e quindi di setta. E i risultati sono infatti conformi: la crisi sempre più larga che investe il paese, si riverbera solo in modo effimero, e senza lacuna conseguenza positiva, nei contorcimenti del dossettismo, che avrebbero potuto e dovuto invece contribuire ad esprimere delle formule di soluzione. Ma tutto questo è così grave e così sollecitante una definitiva involuzione, che tutti gli onesti democratici e i politici degni di questo nome non possono non sentire il dovere di moltiplicare gli sforzi per trovare formule nuove di soluzione a una situazione che diviene sempre più pesante, e della quale il sintomo più appariscente è appunto questa grigia immobilità del Partito democratico cristiano, che, in quanto malsana e senza sbocchi, rimane monolitica pur nel suo vano e superficiale eclettismo.

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