L’esperienza amministrativa bolognese 1956-1958
A cura di Luigi Giorgi

L’esperienza amministrativa bolognese di Giuseppe Dossetti, che inizia nel 1956 e termina nel 1958, è fra le meno conosciute nella vicenda politica del professore reggiano.

Dossetti fu chiamato a quella prova da Lercaro. Egli non era affatto convinto della validità della scelta dell’Arcivescovo, che cadeva a quasi cinque anni dall’abbandono delle cariche politiche ricoperte in seno alla Democrazia Cristiana, ma per dovere di obbedienza si piegò ed accettò[1].

Tuttavia, nonostante le forti perplessità, profuse nella campagna elettorale e nel seguente impegno fra gli scranni di Palazzo d’Accursio, tutte le sue energie, tutta la sua intelligenza e passione, lasciando un’eredità di innovazione politica - amministrativa fondamentale per la città di Bologna e per le amministrazioni che si sarebbe susseguite negli anni

La serie di articoli che verranno riportati testimoniano da un lato le reazioni della sinistra, veementi e decise, alla discesa in campo di Dossetti; dall’altro raccontano la sua campagna elettorale e il suo energico impegno in quella tornata amministrativa.

Il corsivo in questione, apparso su “l’Unità” del novembre 1955, era una delle prime reazioni del Pci alla notizia che girava, da qualche tempo negli ambienti politici cittadini e cioè il ritorno di Dossetti sulla scena politica per contendere al Sindaco Dozza la poltrona di primo cittadino della città di Bologna. L’articolo del quotidiano comunista individuava, non senza ragione, l’ispiratore di questa decisione nel Cardinal Lercaro. Significativo, inoltre, il richiamo finale in cui si invitava Dossetti a riflettere sulla sua decisione anche in ossequio alle sue scelte passate, verso le quali, l’anonimo estensore dello scritto, sembrava nutrire nonostante tutto profondo rispetto.

Ulisse, Mossa da cardinale, “l’Unità”, 5 novembre 1955, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, Scriptorium, Cernusco sul Naviglio 2003, pp. 324 – 325.

In ambienti bene informati, ambienti di curia che conoscono bene quanto avviene in curia, si dà per certa una notizia che potrebbe metter a rumore il campo democristiano. La notizia è questa: l'on. Dossetti, il professorino che faceva parte della triade Fanfani.-La Pira, e appunto, Dossetti., rientrerebbe nella piena attività politica Tutti ricordano che l’on. Dossetti si ritirò dall'attività politica alla fine del 1951 quando, di fronte alle incertezze dei cattolici, le destre economiche riprendevano a far sentire il loro peso indebolendo il <<centro democratico>> e soprattutto minando la democrazia nel Paese. Egli allora ritenendo che la sua 1inea ideologica., politica e culturale oltre a non essere accettata dal partito democristiano fosse insufficiente a proporre azioni positive capaci di dirigere in altro modo la politica cattolica si chiuse nel silenzio ritirandosi dalla vita politica. Ora un primo annuncio di un rientro di Dossetti in politica, verrebbe naturale pensare anche quelli i quali sanno che le vie del Signore sono infinite, che questo rientro significhi che Dossetti vuol rimettersi in azione per impedire ulteriori, scivolamenti a destra, nel suo partito, opponendosi validamente e chiaramente al peso dei monopoli, Invece i motivi del rientro in politica attiva del democristiano reggiano sarebbero tutt'affatto diversi. Il rientro di Dossetti è dovuto a quel facitore di politica che è il cardinale Larcaro, il quale, forse perchè ha sempre meno fede nel bolognese ed in Emilia, si sostituisce volentieri ai dirigenti politici d.c. e prepara i quadri ed il clima per le prossime elezioni. E' infatti il cardinale Lercaro che ha avuto la pensata e la capacità di far uscire dal chiuso il professorino per proporlo a sindaco di Bologna. Sissignori, secondo il cardinale Dossetti sarebbe l’uomo capace di battere Dozza e di togliere il comune di Bologna al popolo. Essendo tradizionalmente di sinistra l'on. Dossetti potrebbe, secondo l’eminenza, ingannare ancora certo elettorato democristiano deluso da questo terzo tempo sociale promosso dai suoi governi  e che non arriva mai. Nelle mani del cardinale Lercaro, da sinistro il Dossetti dovrebbe diventare addirittura mancino e raccogliere attorno a sé magari un listone che non disdegni monarchici e fascisti.Il cardinale ha buone speranze ed il nome del sindaco La Pira gli sarà avvicinato nel tentativo di convincere i bolognesi a tradire i loro interessi. Se Dossetti farà questo passo, cioè sa berrà la cicuta del cardinale,se andrà a Canossa, dinanzi a Fanfani., sarà affar suo. Vorremmo soltanto raccomandare all'on. Dossetti di non, illudersi sull’onnipotenza di questi uomini così tanto terreni. L'elettorato bolognese potrebbe preparargli una secca trombatura. Meglio stare ancora qualche tempo a meditare con la propria coscienza e con i fatti nazionali e bolognesi prima di prendere una strada che già un tempo era percorsa da uomini dai quali Dossetti ha voluto dividersi non condividendone la responsabilità.

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Maurizio Ferrara, dalle colonne di “Rinascita” cercava di dimostrare l’inadeguatezza del dossettismo alle nuove sfide politiche che l’attualità metteva in quel momento in campo, a fronte, invece, di una proposta politica, antecedente il ‘56, ritenuta in qualche modo valida. L’impreparazione del professore reggiano, dunque, proveniva, secondo il parere del mensile comunista, sia da una sorta di tradimento della sua opera precedente sia, paradossalmente, dalla inadeguatezza della sua riflessione anteriore all’impegno amministrativo bolognese.

M. Ferrara, Cosa vuole oggi Dossetti ?, “Rinascita”, dicembre 1955, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, cit. pp. 325 – 327.

Dopo un momento di ritorno alla ribalta della notorietà politica, il nome dell'on. Dossetti sembra da qualche tempo esser ripiombato nell'oscuro oblio. Non si sa ancora se, come e quando l'ex leader di una delle non poche "sinistre" che nel passato nacquero e si spensero nei gorghi dell'interclassismo degasperiano, si presenterà o non si presenterà a Bologna come capolista democristiano nelle prossime elezioni amministrative. Una grande campagna di sollecitazioni è stata lanciata sul finire del 1955 attorno al suo nome dal giornale della Curia bolognese e da alcuni circoli democristiani emiliani. Ma, in sede nazionale, il riserbo diplomatico più stretto è stato mantenuto. Scarse le allusioni, parche e ambigue le informazioni del Popolo. Del tutto contraddittorie, poi, le voci ufficiose diffuse dalle diverse correnti democristiane.C'e chi ha detto che Dossetti pone come condizione del suo ritorno alla vita politica il diritto di non essere "un secondo La Pira" e c'e chi ha detto poi esattamente il contrario. Chi dice che Dossetti è stato investito della responsabilità di costituire in Emilia il braccio vindice di Scelba, terza punta di un triangolo comprensivo dei più diversi "valori" risultanti da una "grande alleanza” Scelba -Saragat-Dossetti, cozza contro chi sostiene invece che Dossetti farà soltanto ciò che la Chiesa gli dirà di fare. Ma quale Chiesa ? C'e chi lo vuole succube dell'attivismo del cardinale Lercaro e dei suoi frati volanti e chi longa manus dei diplomatici curiali di Roma. E via dicendo. Un solo dato emerge chiaro in tutto questo intreccio di supposizioni, voci e controvoci: ed è il silenzio ermetico, ascetico, dell’interessato. Pronto o no che sia alla battaglia, il crociato dal quale i democristiani sembrano attendersi la conquista del Santo Sepolcro ancora presidiato dall’ Infedele, tace. Ogni giudizio quindi sull’orientamento che Dossetti assumerà ove accetterà la candidatura offertagli, dovrebbe apparire affrettato ed incompleto in mancanza di autentiche dichiarazioni dell’oggetto di tanti desideri contraddittori.Tuttavia proprio da questo silenzio è già possibile arguire che le linee di azione democristiane, per ciò che riguarda la politica da seguire in quel di Bologna, debbono essere assai poco chiare se è vero, come è vero, che a pochi mesi di distanza dalle elezioni amministrative in quel capoluogo ancora non si sa con quale bandiera questa volta i clericali tenteranno la battaglia anticomunista. Il fatto che Dossetti non abbia subito accettato la candidatura e che, d'altra parte, in sede nazionale e locale la prima preoccupazione dei fanfaniani è stata quella di accreditare immediatamente la voce che Dossetti non sarà  un secondo La Pira e un “sindaco della povera gente”, dimostra quanto difficile sia divenuto per la DC fare non già una politica ma addirittura una demagogia di sinistra nei luoghi – come nel, bolognese – dove le forze dirigenti democristiane si confondono con le forze dell'agraria più retriva ma dove le forze popolari da anni governano la cosa pubblica ricavando popolarità, prestigio e stima anche nella base cattolica. Sembra quindi assai difficile che nel bolognese "l'operazione Dossetti" possa svolgersi tranquillamente: il demagogico richiamo alle riforme può provocare una seria frattura fra la DC e le forze reazionarie emiliane, alle quali lo stesso Scelba ha amato per primo rivolgersi nel famoso discorso di Guastalla; ed è vero anche il contrario. Quanti cattolici nel popolo delle campagne emiliane seguirebbero ancora Dossetti, ove costui si allineasse pienamente ai dettami dell'anticomunismo smaccato fanfaniano o scelbiano? Il silenzio di Dossetti dice piuttosto chiaramente l'imbarazzo della scelta: o con "la povera gente" o con gli agrari, o con i mezzadri a favore della giusta causa o con i padroni e il Resto del Carlino per i patti agrari di Malagodi e Colombo. Nell’un caso o nell'altro i risultati del rientro di Dossetti nell'agone politico appaiono incerti. 0 Dossetti riprende le sue tesi "sociali" del congresso di Venezia del 1949 (il cui sacrificio lo portò a scomparire con esse); oppure si fa portavoce del fanfanismo odierno che con quelle tesi oramai non ha più nulla a che fare. Ma, evidentemente, anche il ritorno puro e semplice di Dossetti al "dossettismo" appare insufficiente e inadeguato. Malgrado tutto, malgrado la contraddittorietà, la clandestinità e la ambiguità di talune manifestazioni, le cose stesse hanno imposto da  tempo a tutti i rivoli della "sinistra" democristiana una tematica meno astratta e meno astrusa di quella dossettiana del 1948-'49; meno fondata su filosofemi e più radicata nella politica viva. Il tempo ha camminato: come è possibile oggi a Dossetti, se vuole assumere un ruolo "di sinistra" nello schieramento cattolico, ignorare che la misura della sincerità dei propositi di ogni movimento cattolico rinnovatore si determina in scelte concrete ? Senza ricordare a Dossetti il coraggio politico della gauche francese cattolica, che da tempo è  in rotta aperta con gli equivoci del MRP, c'è in Italia materia sufficiente di meditazione e azione. Cosa pensa Dossetti della politica cattolica sui patti agrari ? Cosa pensa Dossetti della politica cattolica di Bonomi nelle campagne ? E cosa pensa Dossetti dell' unità del partito cattolico, fondata non gia sulle riforme, ma sul compromesso con i monopoli e sulla spietata lotta contro ogni apertura a sinistra? Sono questi tutti i problemi aperti ai quali il dossettismo del 1948 non risponde più e attorno ai quali non è possibile girare a vuoto; questioni aperte che non si evitano affondando la penna nei meandri di una "problematica sociale", puramente accademica e di comodo. Oggi la DC e stata forzata dopo il 7 giugno a uscire all'aria aperta in molti luoghi; la pressione unitaria delle masse, anche di quelle cattoliche, e tale che non solo nel paese sintomi di apertura reale gia si formano nel corso delle lotte, ma già corrono nell'aria i sintomi inversi della rappresaglia; giù al colloquio in atto tra, cattolici e comunisti si cerca, da parte democristiana, di sovrapporre da un lato la sfrenata corsa di Fanfani alla organizzazione di un regime di partito totalitario e dall'altro un ritorno alla politica della discriminazione di Scelba. Fra queste due alternative, entrambe di chiusura ermetica verso sviluppi realmente riformatori, come si inserisce il neo-dossettismo ? A leggere una relazione tenuta a Vercelli sul finire del 1955 dal prof. Dossetti, si apprende che “la speranza del dopoguerra è morta in Italia, poichè essa era illusoria e illuministica, fondata su una pura pretesa volontaristica di qualche piccolo gruppo, si attendeva un rinnovamento prima che ne fossero intervenute le premesse di fatto”. Concesso che alla sinistra dossettiana non sia più permessa "l’illusione del dopoguerra”, cosa pensa oggi Dossetti delle decisioni del 18 aprile, delle delusioni del 7 giugno, delle delusioni tanto del "centrismo" quanto dello "integralismo" cattolico di Fanfani, passato attraverso tutte le capitolazioni più abiette con gli agenti dell'ordinamento capitalistico e monopolistico, il più anticattolico ordinamento possibile oggi in Italia ?  E cosa pensa, al contrario, non già dell' “illusione illuministica”, ma della prospettiva reale dell'apertura a sinistra, patrimonio di lotta di milioni e milioni di italiani, cattolici e no ?E' fatale che domande simili, e molte altre debba sentirsi rivolgere fin d'ora Dossetti, se davvero  intende presentarsi come leader di una nuova sinistra  democristiana, da far nascere a Bologna. Domande alle quali, come chiaro, la risposta non potrà esser data nel silenzio, ma dai fatti, dalle posizioni assunte, dai programmi sui quali il candidato si fonderà. A proporgliele, del resto, è probabile che non saranno solo i comunisti, ma gli stessi giovani cattolici delle diverse correnti. I quali forse in questi anni – con tutte le loro contraddizioni – hanno compiuto più atti di coraggio e scelte più audaci di quelle di chi oggi torna o presentarsi come loro leader dopo aver disertato per anni il campo, chiuso in un comodo tormento conventuale.

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La propaganda comunista muoveva con ardore all’attacco della candidatura di Dossetti. Pajetta enunciava in questo discorso bresciano quello che sarebbe stato un tormentone della campagna elettorale. L’esponente comunista attaccava, infatti, il professore di Reggio Emilia chiedendogli provocatoriamente perché, se tanto amante della democrazia e della legalità, non avesse posto la sua candidatura a Sindaco, invece che a Bologna, in zone dell’Italia segnate da miseria, indigenza e da malgoverno. La candidatura di Dossetti implicava anche, per l’oratore del Pci, una battuta d’arresto sul cammino di un probabile, per quanto difficile, dialogo fra cattolici e comunisti.

Pajetta invita i cattolici all’unione contro gli intrighi della Confindustria, “l’Unità”, p. 2, 14 febbraio 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, cit. pp. 327 – 328.

Perché è necessario continuare e intensificare il dialogo fra comunisti e cattolici ? A questa domanda ha risposto ieri a Breccia il compagno Giancarlo Pajetta. La folla che gremiva la vasta sala del cinema Brixia ed i vivi applausi che hanno frequentemente interrotto l’oratore  provano l’interesse che il tema ha sollevato. Il dialogo fra comunisti e cattolici – ha detto Pajetta – appare urgente oggi mentre certa gente è sempre più impegnata a scavar trincee per dividere gli uomini. Ogni giorno Fanfani, Rumor e soci si preoccupano di dichiarare che ogni responsabilità di colloquio è chiusa. Scelba non si accontenta neppure di questo e vuole addirittura  la crociata contro il Partito comunista ponendo su questa base la propria candidatura al governo. Noi invece non abbiamo timore a stringere qualsiasi mano onesta ed anche a ricercare quelle mani che sono riluttanti a tendersi. In un Paese in cui la fame e la morte insidiano continuamente gran parte della popolazione, in cui basta un inverno rigido per ridurre intere popolazioni alla disperazione, gli italiani devono sapere chi sono i veri nemici. A chi giova – ha proseguito Pajetta – la lotta fra cattolici e comunisti ? Il popolo ha già fatto la prova. L’unità delle forze ha dato loro la Repubblica e la Costituzione. L’anticomunismo ha dato a tutti i lavoratori, cattolici o comunisti, più sfruttamento, più tasse, più miseria. Tutti hanno tratto vantaggio dalla unità. Tutti hanno perduto dalla divisione che non è avvenuta certo per motivi ideologici o religiosi. Quando infatti De Gasperi ruppe nel ‘47 l’unità antifascista non tornava da Loreto o da un pio pellegrinaggio: tornava dagli Stati Uniti e chiaramente disse che si poneva oramai il problema del <<quarto partito>>.Questo quarto partito era quello dei grandi agrari e dei proprietari delle grandi fabbriche e delle grandi imprese che non potevano sopportare che i rappresentati dei lavoratori decidessero della politica dello Stato. E’ questo quarto partito che ha impedito le riforme, che ha bloccato la legge Segni sui patti agrari nelle mani stesse di Segni, che vuol continuare  dividere gli italiani per impedire la soluzione dei loro problemi. Per questo noi insistiamo sulla necessità di un colloquio. Se esiste il partito dei miliardari, se i dirigenti della Confindustria vogliono dare direttamente i loro ordini ai ministri (secondo il programma esposto da De Micheli), se essi vogliono rimettere Scelba in sella è segno che questo è più che mai il momento dell’unità. Esistono oggi le forze per respingere il complotto di coloro che vogliono fare andare la storia a ritroso. E’ possibile tagliare le unghie a chi protende le mani sulla tavola del povero per toglierli una fetta del suo pane quotidiano. Vogliamo il colloquio – ha proseguito ancora Pajetta – perché si chiariscano le idee e esposizioni, si esca da ogni nebuloso equivoco. Questo vale particolarmente oggi mentre abbiamo di fronte le elezioni a cui è necessario andare con le idee chiare. Vi è, ad esempio, un noto dirigente cattolico che si è sempre detto di sinistra che torna oggi alla vita politica dopo un lungo ritiro. E’ Dossetti che si presenta oggi come aspirante sindaco nel comune di Bologna. Egli si dice un democratico, un cattolico di sinistra che vuol essere amico dei poveri e un dispensatore di bene. Perché allora si presenta a Bologna e non invece a Roma dove l’amministrazione comunale è corrotta, dove gli speculatori hanno guadagnato miliardi con la truffa dei terreni mentre migliaia di poveri vivono in tuguri e sotto i ruderi degli archi ? Perché Dossetti non va laggiù a combattere la santa crociata di giustizia e di carità e a mettere un po’ d’ordine proponendosi di sostituire Rebecchini ? No, egli vuole andare a Bologna dove neppure gli avversari hanno mai potuto dubitare dell’onestà degli amministratori comunisti, dove nessun clericale ha mai osato paragonare Dozza a Rebecchini: Dossetti non va a Partinico, a Venosa o a Roma, ma vuole andare a Bologna ad alzare la bandiera dell’anticomunismo contro un uomo come Dozza colpevole di essere onesto e antifascista e di appartenere al nostro partito. In questi casi abbiamo diritto di parlare di demagogia e di inganno. Non è questa – ha concluso Pajetta tra i più vivi applausi – la strada giusta. La via buona è quella di unire le forze dei lavoratori e degli onesti per spazzare la corruzione e per fare che essi entrino davvero nello Stato secondo un’espressione che ci piace prendere dal messaggio del Presidente della Repubblica. Ed è per questo che invitiamo i cattolici ad unirsi agli altri lavoratori per fare che nel nostro Paese cambino le cose giunte ormai ad un punto non più tollerabile.

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Dossetti subordinò la sua accettazione della candidatura a capolista della DC ad una scelta esplicita compiuta da un’ assemblea di iscritti e simpatizzanti del partito cittadino, che si tenne il 19 marzo. Il Sindaco uscente Dozza giocò d’anticipo e, in una conferenza convocata due giorni prima, attaccò questa scelta della DC, paventando i rischi di una candidatura posta con queste regole, simbolo, a suo parere, di scarsa democraticità nelle decisioni interne allo Scudocrociato. Egli inoltre lasciava balenare l’idea che una vittoria del capolista DC avrebbe saldato i vari poteri della città, limitandone la vita democratica.

L. Vandelli, Dozza polemizza a Bologna con il capolista dc Dossetti, “l’Unità”, p. 2, 18 marzo 1956, ora in L. Giorgi, Una vicenda politica. G. Dossetti 1945 – 1956, cit. pp. 328 – 329.

Il sindaco Giuseppe Dozza ha tenuto stamattina, ad un folto gruppo di giornalisti e invitati, una conferenza stampa sulle prossime elezioni, allo inizio della quale il segretario della Federazione bolognese de1 P.C.I.; Enrico Bonazzi, lo ha ufficialmente presentato come capolista del nostro Partito nell'imminente consultazione elettorale. I cronisti e gli inviati dei giornali i quali attendevano con una certa curiosità di sentire come il sindaco avrebbe commentato la tanto reclamizzata scelta del capolista fatta dalla D.C., non sono stati delusi: alla designazione di Dossetti, il sindaco ha dedicato puntuali e franche dichiarazioni, che hanno interpretato la questione nei suoi termini più genuini ed oggettivi. Dopo aver osservato che il Problema più importante non è quello degli uomini, ed aver sottolineato la manifestazione di impotenza fornita dal partito clericale col non aver saputo trovare, in una città ricca di tradizioni e di valori culturali un dirigente bolognese per la prossima battaglia elettorale. Dozza ha così proseguito: «Vi è, però, un problema dei problemi: se non esista, nella procedura seguita per la candidatura d.c. una minaccia per tutto l’ordinamento democratico rappresentativo. La risposta è positiva. Il capo non è stato liberamente scelto: è stato imposto, com’è sin troppo noto. Imposto da un potere estraneo a queste manifestazioni, non qualificato a questi interventi, non responsabili dei suoi fatti di fronte al popolo, al corpo elettorale. Lo stesso prescelto ha resistito a lungo, oggi ancora, forse, nella sua coscienza oppone gravi obiezioni al proprio agire. Ha obbedito “perinde ac cadver”, come un cadavere, secondo un noto precetto. Un simile fatto capovolge ed annulla ogni criterio democratico e ci riporta a un passato storicamente superato, che non può e non deve tornare».«Ne consegue – ha soggiunto Dozza – questo problema: se tale è il metodo della designazione, quale sarebbe al caso il metodo dell’amministrazione ? Come potrebbe non obbedire anch’esso a un potere cui ci si inchina non già su basi democratiche ma su fondamenti teologici ? si farebbe così un salto indietro nella storia, per tornare la regime delle legazioni con poteri assoluti da un cardinale legato, mentre Bologna è e vuole restare una città della Repubblica democratica italiana, nell’interesse dello Stato come in quello della Chiesa». Ma un altro efficace argomento è stato portato da Dozza: «Nell’amministrazione comunale, diretta dalle correnti di opposizione al governo - egli ha osservato – il cittadino ha visto, sino ad oggi, una limitazione, almeno parziale, allo strapotere dell’altra parte, mentre ha avuto la sicurezza che, in essa, nulla di men che corretto sarebbe sfuggito stante i moltissimi controlli, persino troppi, di cui è circondata. Semmai sarebbe potuto accadere che venisse impugnato, come irregolare qualcosa di ineccepibile». «Dalla scomparsa di tale duplice garanzia, il cittadino deve invece temere la perdita di ogni possibilità di controllo da parte sua. Noi pensiamo che se arcivescovo, prefettura, comune fossero guidati da una unica mano, una cappa di piombo conformistica, confondendo il sacro con il profano, calerebbe sulla città a soffocare ogni dibattito, ogni controllo, ogni vitalità democratica, libertà queste già oggi limitate. Nulla potrebbe più sapersi del poco che si sa e gli scandali e gli arbitri si moltiplicherebbero per dieci e per cento volte, ma sarebbero sepolti nel silenzio».

«Troppi fatti purtroppo sono già avvenuti nella nostra città perché si possa presumere che si tratti di esagerazioni o di allarmi infondati». E a questo proposito il sindaco ha ricordato numerosi e scandalosi episodi: una pubblica amministrazione è stata sospesa per nascondere uno scandalo, nel quale erano state coinvolte ragazze affidate a religiose: un’altra è stata sciolta per appoggiare un candidato battuto in un concorso. Concludendo, Dozza – trattando la questione dei programmi – si è riferito alla nebulosa idea “comunitaria” che sembra vagheggiata dal Dossetti e ha rilevato che ogni idea, comunque, esige, per essere tradotta in fatto, di avere al suo sostegno forze idonee a raggiungerne la realizzazione. «Quali sono – egli si è chiesto – le forze sulle quali poggerebbe il designato ‘ Sono le forze classiche del conservatorismo bolognese, che non vogliono affatto conservare le tradizioni progressive del liberalismo; bensì i privilegi di classe dei gruppi più retrivi della società italiana, quei gruppi che hanno lottato per decenni – anche insieme con il fascismo – contro la democrazia e il socialismo bolognesi in tutte le loro tendenze».


[1] Per una valutazione delle perplessità di Dossetti rispetto al volere di Lercaro e della sua conseguente scelta di obbedienza rimando alle significative testimonianze di suor Agnese Magistretti contenute in, G. Dossetti, La parola e il silenzio, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 14 – 15 e in G. Dossetti, La piccola famiglia dell’Annunziata. Le origini e i testi fondativi 1953 – 1986, Ed. Paoline, Milano 2004, pp. 22 – 27.

Da un’altra visuale, sullo stesso tema, bisogna segnalare P. Pombeni, Giuseppe Dossetti consigliere comunale. Una riconsiderazione, pp. XII – XV, in R. Villa a cura di, Giuseppe Dossetti. Due anni a Palazzo d’Accursio. Discorsi a Bologna 1956 – 1958, Aliberti editore, Reggio Emilia 2004. 

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