Lettera di Dossetti agli amici dopo le sue dimissioni (1951)
e l'articolo di Umberto Segre
Il 18 ottobre del 1951 Giuseppe Dossetti inviava questa lettera ad alcuni amici. Le sue dimissioni avevano suscitato un ampio dibattito. Dossetti non spiega il perché si è dimesso. Rimanda ad un articolo di Umberto Segre che più si era avvicinato alle motivazioni politiche del suo gesto. Riproduciamo la lettera di Dossetti e l’articolo di Segre.
Reggio Emilia, 18/10/1951
Caro amico,
alle molte domande che mi vengono rivolte in questi giorni (e in grande maggioranza prova di un interessamento e di una benevolenza immeritata e imprevista) non credo di poter rispondere per il momento. Verrei meno ai miei propositi di osservare un riserbo assoluto, almeno fino a quando non sia molto più evidenziata la maturazione di certi eventi e l’adeguata preparazione delle premesse necessarie alla mia futura attività.
Debbo tuttavia ringraziare coloro che, direttamente o indirettamente, mi hanno fatto pervenire una parola di apprezzamento e di solidarietà e voglio assicurarti che più di prima e meglio di prima cercherò di non deludere del tutto chi mi vuole bene e chi aspetta qualche cosa da me, se non sul piano dell’azione entro alle istituzioni politiche, per lo meno sul piano dell’azione e degli sforzi per il progresso sociale.
Con viva cordialità
Giuseppe Dossetti
N.B. Unisco copia di un articolo scritto da Umberto Segre per Il giornale dell’Emilia del 10 ottobre: tra i molti comparsi in questi giorni anche se non riproduce il mio pensiero e non indovina i miei propositi, per lo meno non altera i fatti e non sbaglia nel giudizio sulla situazione.
GIORNALE DELL’EMILIA MERCOLEDI 10 OTTOBRE 1951
IL DRAMMA DEL DOSSETTISMO
Le dimissioni dell'on. Dossetti dalla direzione del suo partito e dal suo Consiglio Nazionale non hanno sorpreso coloro che, avendo seguito le più recenti vicende della nostra politica generale, e della Democrazia cristiana, in particolare, vedevano via via restringersi le possibilità d'azione di un orientamento di "laburismo cattolico", cui era anche interdetto, daltronde, di organizzarsi sul terreno pratico, come corrente. Noi non crediamo affatto a motivi "personali" delle dimissioni Dossetti. Possiamo certo renderci conto del conflitto inevitabile tra una coscienza rigoristica, e gli inevitabili compromessi a cui è indotto chi scende sul terreno della, prassi politica. Ma il cattolicesimo è una morale delle opere; e chi. ha scelto il candore della colomba, sa che dovrà difenderlo con tutte le astuzie della buona tattica e della lotta ad armi pari. E’ per questo motivo, e per la stima che abbiamo sempre portato per la serietà dell'on. Dossetti, che non crediamo al "caso di coscienza" all’aventinismo morale, al gran rifiuto; crediamo invece che le dimissioni Dossetti siano, anziché un episodio psicologico mediocremente interessante, un atto politico pieno di significato. '
Pieno di significato, perché esso appunto vale come la conclusione dell' autocritica che la sinistra democristiana doveva a se stessa, e dell'analisi che essa deve aver compiuto delle sue effettive possibilità d'azione. Qual'era, infatti, il senso, la portata della sinistra democristiana? E' molto chiaro: gli uomini di Cronache sociali sono quella parte dell'opinione cattolica che ha creduto di dover trarre, dall'esperienza della guerra civile e della Resistenza, conseguenze analoghe a quelle verso cui si portò. In Francia, la sinistra socialcristiana dell' Mrp, e che ha la sua espressione, oggi, in circoli cristiani non vincolati a quel partito, come quello degli scrittori di Espnt. A siffatta mentalità, l'interclassismo dichiarato dai programmi ideologici ufficiali dei partito, doveva apparire insufficiente.
Bisognava, all'interno di quella formula, stimolare un movimento di difesa proletaria, antimonopolistico, con audacie dirigistiche. Bisognava far valere, dinamicamente, una vocazione che non si stenterebbe a chiamare socialistica, se questo epiteto non subisse, in campo cattolico, tutte le riserve dei giudizi pontifici. Era possibile andare molto innanzi per questa via, senza urtare da un lato contro il carattere eterogeneo, e diffusamente "borghese" dell'elettorato democristiano; dall'altro, senza incappare nelle insidie di quel difficile rapporto col classismo dei partiti marxisti, del quale fece già amara e dissolvitrice esperienza il Partito d'azione?
La speranza di durare, di resistere, di porre delle condizioni, durò a lungo nella sinistra dossettiana. Gli esponenti più completi, più umani, della maggioranza centrista, primo De Gasperi, guardavano ad essa come gli anziani ai giovani: ne comprendevano la buona fede; ne stimavano lo stimolò; ne paventavano l'astrattismo; la contenevano tatticamente, col vietarne una relativamente autonoma presentazione politica, nella costituzione in "frazione" o "correnti"; la assorbivano in parte, con misure quali quella della Cassa per il Mezzogiorno, o della riforma Vanoni. Ma non è stata, ci sembra, l'astuzia serpentina dei centristi a decidere l'eclissi dei candidi, delle colombe dossettiane. E' stata, da un lato, la situazione generale, dall'altro la scarsa consistenza d'adesioni popolari e la fragilità di esperienza sociale del dossettismo stesso. Sono cause superabili nel tempo, non ne dubitiamo. Ma sono quelle che, oggi, impongono la inevitabile battuta d'arresto.
Le dimissioni di Dossetti esprimono, se non erriamo, la coscienza di questa inevitabilità.
La situazione generale in primo luogo. La politica estera italiana offre alcune possibilità di movimento, entro un quadro non riducibile, quello della politica atlantica di difesa. Una corrente democristiana di audace riformismo, con una sincera impronta antiborghese, non può oggi avanzare richieste di profondi mutamenti di struttura sociale senza imbarcarsi in uno spericolato neutralismo.
Ma non potrebbe almeno prendere in mano, con estrema energia, le sorti del libero sindacalismo, promuovendone uno sviluppo capace di gareggiare, sul terreno opportuno, con la rappresentanza degl'interessi operai tuttora eminentemente affidata ai partiti dell'estrema? Non potrebbe svolgere dal basso, fabianamente, la sua vocazione laburista? E' certo quanto di meglio resterebbe da fare: ma è quello, altresì, che il dossettismo dovrebbe aver già fatto, dall'inizio, e che ne costituirebbe oggi una forza, che invece non ha. E' la via che una politica cristiana, che non accetti la preoccupante identità del cristiano col borghese, potrà ancora intraprendere.
Ma occorre partire, in certo senso, da zero: ricominciare. E ricominciare con difficoltà di azione e di idee. Non si va verso l'organizzazione di classe senza dover esaminare e criticare tutte le conseguenze che essa, storicamente, ha mostrato di avere. Ne ci si può procedervi, per dei cattolici, senza tener conto dell' insegnamento superclassista della Chiesa.
La sinistra dossettiana aveva avuto la buona sorte di iniziare la sua ventura dagli apici direttivi della vita politica. La rinunzia, oggi, è dura, specie per la giovane, più ardente, e moderna generazione cattolica; ma potrebbe essere salutare, perché contiene l'indicazione della via aspra, lunga e necessaria, quella dell'apostolato tra i lavoratori, e della esatta commisurazione dell'ideologia alla situazione di fatto, e alla reale coscienza dei lavoratori.
Umberto Segre
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