Una volta Dossetti
di Mariano Rumor

Era altrettanto chiaro che per me si concludeva definitivamente quell'esperienza dura, contrastata, ma suggestiva che avevo vissuto nel Partito con l'illusione di rinnovarlo, seppure con l'ostilità e lo scetticismo di una classe dirigente che consideravo inadatta a capire il nuovo e con la solidarietà di Dossetti e quella di una periferia giovane o sensibile alle esigenze di mutamento. Mille preoccupazioni mi si affollavano in quel pomeriggio estivo e anche qualche rimorso. Io avevo illuso tanta gente, l'avevo fatta sperare fidando in me e negli strumenti che ritenevo validi, credendo soverchiamente nella funzione rinnovatrice d'un nuovo modo di concepire il Partito.

E il Partito tornava ora nella sfera d'influenza di chi lo pensava niente più che una cinghia di trasmissione tra il Governo e l'opinione pubblica, senza un suo proprio autonomo modo di essere, una sua forza promotrice, una sua funzione di raccolta e di percezione dei movimenti profondi da cui era percorsa la società. Ero stato un ingenuo, un sognatore, avevo sopravvalutato lo strumento Partito rispetto alla forza radicata e tenace di una classe dirigente autogenerantesi. Che mi restava da fare? Dossetti se ne andava, le forze giovani e nuove che mi avevano sostenuto e creduto nel mio metodo si sarebbero disperse nella delusione o si sarebbero rassegnate ad accettare tutto il vecchio che aveva vinto e che si apprestava a liquidare il nuovo. Era ormai chiara in me una convinzione e una determinazione: dovevo rientrare nella mia dimensione provinciale. Dopo una stagione così fervida sarebbe stato certamente un grande trauma.

Ma ero proprio sicuro che la politica era stata una viva e profonda vocazione o non piuttosto un'infatuazione nata dall'entusiasmo, dall'inesperienza, dall'ambizione? In cuor mio sentivo che non sarei stato capace di abbandonare del tutto l'impegno politico. Ma pensavo che avrei dovuto riprendere i miei studi letterari, ricominciare di lì. Un po' come Dossetti aveva ripreso in mano i suoi studi giuridici. Avevo buttato giù, durante il periodo della Resistenza, un saggio su Giacomo Zanella, un poeta vicentino minore. Perché non riprenderlo, non sperimentare se quell'antica vocazione critica era quella vera e se sarebbe rinata?

Erano questi i pensieri che mi portavano tristemente dentro, quando varcai una sera di luglio il portone di Piazza del Gesù. C'era stata una telefonata di Dossetti, mi disse la segretaria, aspettava una mia chiamata. Mi propose di andarlo a prendere a Via della Chiesa Nuova per fare una passeggiata insieme. A metà dell'Appia Antica ci sedemmo sul basamento d'un vecchio monumento funerario.

«Allora — incominciò lui — io ho finito. Come hai visto le cose sono andate come io temevo. Non mi ero fatto illusioni, ma credevo di dover tentare fino in fondo. Torno a Reggio Emilia, riprendo la mia vita di studio. La mia decisione è necessaria e irrevocabile. Lo era già del resto nel marzo scorso. Solo il senso di responsabilità verso la Democrazia Cristiana e verso il Paese me l'ha fatta rinviare».

«Mi pare inevitabile» - risposi, dopo una pausa di silenzio, leggendo nel suo volto la serenità distesa nella decisione liberatrice. «Anch'io - soggiunsi - mollo tutto. Che ci sto a fare in questa situazione? Non c'è spazio per quello che avevamo immaginato e portato avanti insieme».

«E dove vai, e che farai?» — incalzò.

«A Vicenza — risposi — riprenderò i miei studi letterari. Ho da tempo sul telaio uno studio quasi concluso, su Zanella».

«Tu - mi interruppe ridendo - tu a Vicenza non ci vai e Zanella aspetterà nel tuo cassetto. Devi restare - soggiunse in tono sicuro, quasi imperioso - e continuare».

«A far che - proruppi quasi irritato - e continuare che? Non c'è più nulla da continuare. Figurati quando tu te ne sarai andato cosa mi lasceranno fare».

«Allora ascoltami - incominciò - io me ne vado perché io sì ho davvero finita la mia missione politica».

Mi ricordò che non era d'accordo con De Gasperi, ma ne aveva un grande rispetto. Perduta questa occasione, imboccata questa strada la Democrazia Cristiana non avrebbe, a suo avviso, portato avanti la rivoluzione sociale che riteneva fosse il suo destino. Ma essa doveva governare il Paese, garantire la democrazia in Italia. Dubitava molto che essa avrebbe raccolto intorno a sé un consenso pari alla grandezza d'un mutamento profondo quale riteneva necessario.

«Nè - soggiunse - può evitare un successo sconvolgente dei comunisti».

Ma De Gasperi era l'unico uomo che poteva allontanare quello sbocco fatale per la democrazia e per l'occidente. Era l'unico che poteva raccogliere la maggiore quantità di forze democratiche; impedire una contrapposizione reazionaria al corso democratico del Paese.

«Io se restassi nel Partito — continuò — non potrei operare che in coerenza con le mie convinzioni, ma sarebbe una presenza lacerante ed esplosiva». Nella lunga congiuntura politica ciò non sarebbe stato senza danno per il Paese. La Democrazia Cristiana ne sarebbe stata impacciata nella funzione di salvare l'esistente, modificare il possibile, ritardare ipotesi rovinose.

«Per questo me ne vado - continuò dopo una pausa lunga e guardandomi ben fìsso — e perché la mia missione è un'altra. In autunno mi dimetterò da deputato. E ti aggiungo ciò che non ho ancora detto a mia mamma; sei il primo a saperlo: mi farò prete. Ecco – concluse - ora sai tutto di me».

E difficile dire ciò che provavo: un misto di stupore per la suggestione del suo teologizzare politico, di commozione per la confidenza che mi faceva, di sorpresa per questo suo rivelato avvenire verso cui si muoveva con tanta convinzione e sicurezza.
Il pomeriggio tingeva di rosso l'occidente cui volgevo le spalle e l'azzurro della calda giornata estiva s'inteneriva in sfumature celesti fatte più pallide dal nero dei cipressi e dal verde cupo dei pini marittimi dritti contro il cielo dietro l'argine erboso entro cui la vecchia via di Roma correva infossata.

«T'ho detto questo perché tu sappia - proseguì - che devi scordarti di Vicenza e di Zanella. Il tuo posto è qui».

«A far che?» ribadii.

«Ad aiutare De Gasperi». Precisò ben netto. «Ora è solo e sarà sempre più solo».

Soggiunse che gli uomini che lo circondavano erano galantuomini, ma non avvertivano, non potevano avvertire il nuovo che stava venendo avanti. L'esperienza popolare li aveva come bloccati; lontani dalla società che si muoveva: erano ben desti verso il rischio comunista, ma non altrettanto sensibili di fronte alla pericolosità d'una destra che cresceva, che aveva forti agganci nel mondo cattolico, che voleva coinvolgere la Democrazia Cristiana, anzi farla protagonista d'uno scontro frontale fino allo show-down che avrebbe spezzato il rapporto con quel mondo laico, vecchio anch'esso ma bene ancorato nella difesa democratica.

«Questo De Gasperi lo capisce - continuò -, non vuol cadere in quella trappola e sente anche che l'immobilità alla lunga non paga. Per questo non bisogna lasciarlo solo».

Tra i più giovani amici di De Gasperi, quella che si era autodefìnita «bassa macelleria>>, egli esercitava un grande fascino pari all'insofferena verso di lui di Dossetti. Ma c'era anche insofferenza per tanta gente che stava intorno a De Gasperi con passiva soggezione, con ossequio opportunistico, senza idee, senza il coraggio necessario per dirgli ciò che non andava. Piccioni non era tra questi: grande ingegno, grande coscienza democratica, ma venata da un fondo di scetticismo, di sfiducia nell'iniziativa, di pigrizia psicologica. Anche lui dovevamo aiutare: mostrargli fiducia per scuoterlo, «I miei amici - mi precisò - li radunerò ai primi di settembre a Rossena: dirò loro che io abbandono. Li lascerò liberi di scegliere. Ma quelli che decideranno di restare attivi nel Partito li indirizzerò a tè e dirò che dovranno stare con te.>>

«Ma tu presumi di me», lo interruppi. «Eppoi non ne ho voglia».

«Adesso ti sembra così. Ma la politica è la tua vocazione, superato questo momento di malinconia, di sfiducia».

Mi invitò a raccogliere i suoi amici che sarebbero rimasti nel Partito, i deputati della «bassa macelleria», a metterli insieme per una politica di garanzia a De Gasperi e essergli vicino nella lotta democratica, di stimolo; liberarsi di remore e di riserve, a testimoniare con la loro presenza e con il loro rapporto con il Partito e con la società che bisognava andare avanti e cambiare. Proseguì dicendo che ne parlava a me dopo lunghe riflessioni: ne aveva concluso che il Partito mi credeva perché avevo mostrato di credere in esso; eppoi riteneva avessi più di altri capacità di rapporto umano, di coaugulo. Non avevo seguito l’onda dell'opportunismo nonostante il mio legame di fiducia in De Gasperi: e s'era accorto che  De Gasperi aveva fiducia in me. Dovevamo mostrargli grande lealtà perché ogni volta che avremmo dovuto parlargli chiaro, far sentire le nostre opinioni anche discordi dalle sue, egli credesse nella nostra buona fede.

«Ma nessuno di voi - concluse - e non avertene a male, ha oggi statura di leader. Di un leader avete bisogno. E non può essere che Pantani. Fanfani ha accettato di collaborare con De Gasperi, ma conserva una grande carica innovativa e realizzatrice. Sceglietelo come leader, anche se in un primo tempo non si impegnerà».

«E tu — concluse con una frase anodina — hai bisogno di un passaporto per aver titolo ad entrare diritto nella vita del Partito. Dovrai muoverti, essere presente nel Partito, raccogliere gli amici della periferia, convincerli a non abbandonare il campo; che vi sono ancora possibilità di continuare il discorso del rinnovamento, ma che occorre tener duro, conquistare le posizioni dominanti trincea per trincea, acuire una tenacia nel tempo lungo per fare la Democrazia Cristiana come l'hanno creduta. Se non avrai una posizione ufficiale che ti apra le porte, questi tè le chiuderanno tutte. Devi vincere la ritrosia, non devi dire di no se non vuoi che il disegno che t'eri proposto non lasci traccia».

A mano a mano che il filo del suo discorso si snodava senza perplessità, come di cose lungamente meditate e sicure, cresceva in me un misto di sbalordimento e di attrazione. In fondo io non avevo mai scelto tra De Gasperi e Dossetti, perché li consideravo complementari in una Democrazia Cristiana nascente che doveva allargare l'area della fiducia in tutto il suo naturale retroterra.

Mi ero attaccato con accanimento al debole filo di speranza che un'intesa alfine si trovasse. E Gonella mi infastidiva perché non faceva nulla per ricucire, perché lo consideravo scettico, restio a farsene mediatore.

Ma ora ogni ragionevole speranza era chiusa. Dossetti se ne andava. Mi lasciava come sua eredità l'invito a stare con De Gasperi per conquistarlo ad un nuovo corso della Democrazia Cristiana. Sentivo nel fondo di me stesso che l'idea mi era congeniale, l'avventura suggestiva: ma con la scarsa fiducia in me stesso che mi era connaturata, misuravo la sproporzione del carico che mi dovevo assumere.

«Allora - concluse battendomi la mano sulla spalla con un misto di compiacenza e di comprensione - hai capito cosa attende da tè la Democrazia Cristiana!».

«E - soggiunge rimettendosi in cammino e stringendomi sottobraccio - mi devi promettere che lo farai».

«Che tenterò - risposi -, ma te lo confermerò domani». Conclusi con un ultimo sussulto di rinvio che non è l'ultimo dei miei difetti. La sera era calata. La notte avanzava dai Castelli con toni di limpido e scuro azzurro illuminata verso il lontano orizzonte marino da un ultimo fiammeggiare del crepuscolo morente. E impossibile dimenticare quell'ora pacata e silenziosa che segnava la svolta maggiore della mia vita politica!

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