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Finalmente c'è questo nuovo sito, intitolato a Dossetti. Un sito per informare e, soprattutto, per formare, un sito che esisterebbe, perciò se non ci fossero i nostri circoli, sparsi sul territorio, con un loro lavoro concreto di iniziativa politica e culturale. Un sito di qualcuno per qualcuno.
Non abbiamo prodotti da vendere o propaganda da fare. Insisto molto sulla formazione perché mai come in questo momento assistiamo ad una scissione radicale e drammatica tra politica e formazione. C'è un movimento convulso della politica, ma non l'ombra di un bisogno formativo. A che serve, quando la politica è altro? La formazione appare come un vecchio archibugio in politica. Esaltata nell'impresa, nella società, confezionata in innumerevoli offerte, essa ha disertato la politica. Si tratta di prenderne atto.
Se questa è la "nuova" politica, allora non ho alcun disagio a dire che sono laterale a questa novità; che ho un legame così forte con il mio passato che è per me inconcepibile una politica che non sia sostenuta da un robusto impegno formativo. Si dice che la politica non sia amministrazione dell'esistente, ma trasformazione di ciò che c'è. Chi governa queste trasformazioni? La politica come semplice amministrazione è una leggenda messa in giro da politici delusi o da economisti interessati: le trasformazioni che si vogliano o no, ci sono.
Quello che oggi non c'è è il loro governo politico. La crisi drammatica che ci stiamo preparando è questa. Ecco allora la formazione. Formare alla politica, formare all'impegno civile, formare alla responsabilità, anche dura e scoscesa, verso i grandi problemi del mondo. Non una formazione di partito. E questo non per una presa di posizione contro, ma perché i partiti non ci sono più, sono diventati comitati elettorali, occasioni elettorali. Da una struttura leggera a una vita effimera.
Ma non è solo in crisi la formazione dei partiti. E' in crisi anche la formazione delle associazioni, sempre più coinvolte dalle attività di servizio, sempre più immerse in quel grande affare sociale che è il deperimento del welfare. Si è diffusa ovunque una cultura dell'impresa che ha disperso quella del progetto. Efficacia, non senso.
I circoli Dossetti vogliono, dunque formare, e formare esplicitamente alla politica. Come? Innanzitutto "andando dentro", essendo coscienti dei drammatici problemi della fase. Una sorta di "operazione verità" che rompa la melina del buon senso.
Gli scenari internazionali
Vorrei partire, non a caso, dai problemi internazionali, perché c'è molta confusione sotto il sole. Il crollo del mondo bipolare ha portato al crollo di qualsiasi ordine geopolitico. La prima illusione è quella di chi vede negli Stati Uniti i nuovi gendarmi del mondo. Non è così. Magari c'è questa intenzione, questa presunzione ingenua, ma le cose stanno altrimenti rispetto ai sogni. Oggi quasi nessun conflitto ha un governo politico. Sarebbe troppo lungo citare tutti i casi, ma basta guardare alla mappa delle guerre in corso, quelle aperte e quelle occulte, quelle esaltate e quelle tenute nascoste. Ma forse è ancora più istruttivo guardare alla crisi clamorosa delle grandi organizzazioni internazionale che avrebbero dovuto garantire l'ordine politico: la Nato e l'Onu.
L'ONU ha attraversato in questi ultimi decenni forse il periodo più critico, più povero, forse più umiliante della sua storia. Da ultimo il fallimento della conferenza di Durban, dove una grande assise che avrebbe dovuto discutere sul razzismo nel mondo, si è accontentata di agitare la straccio di una equivalenza tra sionismo e razzismo che offende qualsiasi coscienza storica. Sono così passate sotto silenzio le grandi discriminazioni razziali che oggi sono ben presenti nel mondo, magari in questi stessi paesi antisemiti che hanno portato al nulla di Durban.
Ma questo esito cosi modesto ha una lunga storia dietro di sé, basti pensare agli interventi nei Balcani, in Africa ecc. L'ONU ha perso di forma morale e militare proprio quando il crollo dell'Unione Sovietica avrebbe dovuto rilanciarle il ruolo. Così come è sta diventando una organizzazione inutile, la cui spesa per apparati è superiore a qualsiasi utilità sul piano internazionale. Quale ONU allora? Quale luogo è oggi possibile in cui possano discutersi con franchezza i grandi problemi del mondo senza che non sia la guerra a imporli all'attenzione dell'opinione pubblica?
A differenza dell'ONU la NATO sembra godere di una vitalità mai vista prima. Nessuno oggi ne contesta la funzione, il ruolo. Essa interviene efficacemente, basti pensare al Kosovo. Eppure siamo ai bordi di un precipizio. Cos'è oggi la NATO? E' possibile pensare la NATO oltre il Muro di Berlino? Non va riscritto il suo statuto? Non è questa una questione all'ordine del giorno? In realtà questa Nato non è più la NATO, è qualcosa d'altro, e nessuno vuole approfondire il problema perché è la somma di una confusione e di una impotenza: la confusione americana e l'impotenza europea. Protesi militare degli USA o forza di intervento attivo dell'Europa? Gli interessi americani, nell'attuale situazione geopolica del mondo, coincidono con quelli europei?
Spesso mi vengono in mente le ultime speranze di De Gasperi, il suo progetto più amato e più fallimentare, la Difesa Europea. Sembrava l'avvio più praticabile di un nuovo volto dell'Europa dopo la devastazione della guerra nazista e fascista, ed è invece il nodo più drammatico che ci troviamo dinnanzi. E' venuto il MEC, la CEE, l'UE, ma non è venuta una difesa europea.
L'Europa non ha una politica militare perché non ha una politica estera. Ognuno va per conto suo. Basti pensare alla politica tedesca nei Balcani, a quella Inglese che è una sorta di pesce spazzola del grande squalo americano. Insomma: zero assoluto. E questo è un problema che interessa il nostro Paese in modo assillante: il ventre molle dei Balcani, gli stati criminogeni sono a poche centinaia di miglia dalle nostre coste. E il numero di questi stati tende ad aumentare; ora si è aggiunto quello Macedone, uno stato disfatto dall'insipienza europea che ha di fatto riconosciuto i terroristi dell'UCK e quindi frantumato l'identità statale della Macedonia. Le conseguenze esplosive per l'area sono sotto gli occhi di tutti: esse investono la Grecia e la Turchia. Mi chiedo, tra le altre cose, con quale forza può questa Europa confusa e pasticciona aprirsi allo Stato Turco e all'Est?
La NATO rappresenta la "tutela" americana su queste contraddizioni, ed una "tutela" che non sempre coincide con gli interessi europei. Dunque: quale NATO? E' questo un problema da mettere al centro della nostra riflessione e formazione. Non ci muove alcun antiamericanismo, alcun antimperialismo. Sarebbe anzi da riscoprire tutta la funzione che imperi importanti nella storia hanno avuto nel far coesistere pacificamente nazioni ed etnie diverse. Non ci muove nessun antiamericanismo perché amiamo l'America delle libertà, delle lotte civili. Non c'è oggi nessun "campo avverso", ma solo la crudezza di problemi e di domande.
Sempre su questo terreno vorrei solo accennare alla tragedia dell'Africa Sud Sahariana. La fine del bipolarismo l'ha condannata all'insignificanza geopolitica. Ad occuparsi dell'Africa sono rimaste oggi solo le chiese. Questa Africa pesa come una colpa enorme sulla coscienza europea e americana che l'ha svuotata per quattro secoli degli uomini e delle donne migliori, per spezzettarla nel attraverso un colonialismo aggressivo, feroce, e abbandonarla infine stremata alle soglie del terzo millennio in una mare di fame e di malattie.
Verso una società corporata
Questo è un primo ambito della formazione dei circoli Dossetti. L'altro ambito riguarda la politica interna, la politica italiana.
Un primo punto: le profonde trasformazioni della cittadinanza. Siamo dinanzi ad un passaggio storico: da un sistema di diritti universali ad una struttura di sicurezze corporate. Si sta chiudendo sotto i nostri occhi l'età dello Stato Sociale, l'età del grande novecento. E' un arco di tempo che, partito dalla fine dell'800, attraversa tutto il secolo, accelerandosi nella seconda metà degli anni cinquanta e va estinguendosi a partire dagli anno ottanta, su su, fino a noi.
Scuola, sanità, previdenza, assistenza erano dei diritti che competevano a ogni uomo e a ogni donna che abitasse nel nostro Paese. Diritti non legati alla ricchezza ma alla dignità di ogni persona e garantiti dallo Stato attraverso una specifica politica fiscale. Era stata questa una grande battaglia della Costituente: al centro di tutto la persona, in una prospettiva coraggiosa capace di legare libertà ed uguaglianza. Certo, questo era scritto sulla carta. E' stato solo alla fine degli anni sessanta che attraverso le lotte del lavoro questi diritti, pur con tutte le loro contraddizioni, sono diventati realtà: riforma della scuola, riforma del sistema pensionistico, riforma dell'assistenza, sistema sanitario nazionale, ecc.
A partire dagli anni '80 il sistema comincia a scricchiolare e si trasforma poi rapidamente. Si assiste a un lungo e generale processo di "privatizzazione" dei diritti: la previdenza passa dal sistema retributivo a quello contributivo, nascono nuove e più aggressive forme di assicurazione privata nella sanità, si è cominciato a parlare da tempo del "buono scuola" ecc. E' un processo in corso, che sarà probabilmente molto lungo, ma la direzione è precisa: una struttura di sicurezze corporate che faranno sempre meno riferimento alla cittadinanza, ma al reddito, alla posizione lavorativa, al ceto di appartenenza. Siamo alle soglie di un nuovo mutualismo che viene dopo il Welfare State, spinto, come vedremo, anche dal popolo sempre più numeroso delle partite IVA.
Dietro l'affanno di un problema contabile si sta dileguando una intera cultura della cittadinanza. Lo Stato sociale europeo dimagrisce sempre più e guarda al cugino americano come ad un possibile approdo. Dai diritti di cittadinanza ad un capitalismo compassionevole che sa aiutare i disgraziati e quanti, l'inesorabile progresso umano lascia per strada...
Dal conflitto al disagio
Con questa immagine vengo ad un'altra caratteristica della società italiana odierna: la trasformazione del conflitto in disagio. Mi è capitato ancora di dirlo: la Caritas è non solo una preziosa ed essenziale presenza associativa, ma è diventata figura di un modo di neutralizzare qualsiasi conflitto sociale, affidandolo appunto ad una sorta di terapia diffusa che mobilita i cuori buoni e le energie del volontariato. La sagra del buonismo filantropico.
Questa situazione segna in profondità l'attuale trionfo del liberalismo, un liberalismo assai diverso da quello classico, che faceva dell'antagonismo e del conflitto il motore dello sviluppo. Penso , per esempio a Sturzo o a Gobetti. Non si trattava solo dello sviluppo economico, ma dello sviluppo civile, culturale del Paese. Ora no: la parola stessa "antagonismo", "conflitto" assume un carattere sinistro, da esorcizzare, da educare nelle forme della repressione o della terapia.
Si predica così una libertà sempre più amorfa ed inerte. Il risultato: trionfo del mercato e regressione sociale. Nulla di nuovo sotto il sole. Come dimenticare che il Movimento Operaio e il Movimento Cattolico nascono proprio come opera immane di incivilimento sociale del mercato e della sua incapacità di generare società?
Federalismo: quale?
E' in questo contesto di creazione di una nuova "formazione sociale" che a me piace collocare il tema del federalismo. Una assoluta novità? Certamente. Ma per coglierla fino in fondo bisogna almeno richiamare quel filo rosso che percorre tutta la nostra storia repubblicana, a partire dalla Costituzione, che prevede e valorizza le autonomie sociali, gli Enti Locali, le Regioni. Era stata questa una grande battaglia soprattutto dei "popolari" e dei democratici cristiani.
Era poi venuta l'età del grande congelamento istituzionale che segna tutti gli anni cinquanta. La contrapposizione interna e internazionale dei due blocchi aveva di fatto raggelato il processo attuativo della Costituzione. Sarà alla fine degli anni sessanta e negli anni settanta che tutto riparte con l'istituzione, appunto, delle Regioni.
Certo, altri tempi, altra cultura istituzionale. C'era un primato dello Stato che di fatto schiacciava e limitava l'intuizione regionalista e autonomista. Ma nella Costituzione quella intuizione c'era, era fondante, originaria. E' importante sottolineare questa continuità, pur consapevoli delle discontinuità profonde dell'oggi, proprio per coglierle meglio, praticarle con più efficacia.
Accenno qui solo ad alcuni punti sul tappeto:
- passaggio alle Regioni e agli Enti Locali delle competenze in materie di scuola, di sanità, di assistenza;
- riforma fiscale che preveda un finanziamento autonomo delle Regioni e questo anche in vista di una responsabilizzazione rispetto alla spesa;
- creazione di una Camera delle Regioni che sostituisca l'attuale Senato, progetto questo lungo come la storia stressa della Repubblica;
- riforma della Corte Costituzionale che preveda una presenza significativa degli Enti Locali.
Sono tutti aspetti largamente condivisi, ma praticamente inattuabili. Una riforma di questo tipo comporterebbe un ritorno alle urne, appena la si realizzasse. Si può chiedere questo a chi ha appena vinto e con un buon margine di sicurezza delle difficili elezioni? Non dimentichiamo poi le resistenze alla istituzione di una Camera delle Regioni che sostituisca il Senato. La riduzione significativa del numero dei parlamentari non ha mai trovato in Italia una accoglienza calorosa.
Il processo di trasformazione in senso federalista del nostro ordinamento statale è comunque avviato e non sembra né possibile né auspicabile tornare indietro. E' avviato anche con le sue contraddizioni.
Ne accenno almeno due. La prima concerne la distanza tra Regioni deboli e Regioni forti. Il passaggio di poteri in materia di scuola e sanità sarebbe possibile, per esempio, in Lombardia ma non in Calabria. Si dice: regionalismo solidale. E' una speranza, non una realtà. Sul campo si sconta una distanza che rischia di accentuarsi e di diventare endemica. I risultati potrebbero essere nel tempo grotteschi: un federalismo soltanto al Centro Nord...
La seconda contraddizione riguarda il rapporto tra Regioni e Comuni. Spesso le Regioni tendono ad avere un atteggiamento centralistico verso i Comuni, peggiore di quello del vecchio stato. Basta ricordare le lamentale dei sindaci, a partire da quello di Milano, di Brescia, di Torino, ma l'elenco potrebbe continuare.
Comunque una cosa è certa: il passaggio al federalismo è irreversibile e questo non solo sul piano istituzionale, ma su quello sociale, politico, culturale. Oggi esiste un rapporto strettissimo tra federalismo e cittadinanza sociale. Da anni si parla orma i welfare municipale (Campedelli): solo a livello di Ente locale è esigibile, praticabile un concreto diritto sociale. Quando si passa dalle grandi distribuzioni di reddito alla grande organizzazione dei servizi il tessuto associativo diventa determinante, imprescindibile. Il Comune ha un ruolo strategico come promotore, misuratore, organizzatore della cittadinanza. La grande metamorfosi sta in questo passaggio dal reddito al servizio.
Se questo è vero, è vero anche che dal territorio, dall'amministrazione locale si forma oggi una nuova classe politica. Finiti i grandi racconti ideologici , diventa discriminante il tema dell'amministrazione progettuale, della creazione di opportunità, risorse, modelli di convivenza umana.
Il lavoro
Infine il problema del lavoro. Se ne è parlato in lungo e in largo in questi anni. E' finito, o quasi, il lavoro operaio, il posto fisso, l'era delle carriere lavorative rigide. Siamo entrati da tempo nell'epoca della precarietà e della qualità. Dell'indeterminatezza. Il lavoro è passato, mi si perdoni, dallo stato solido a quello gassoso... E allora che senso hanno tutti quei vincoli, quelle leggi e leggine, che senso ha lo statuto dei lavoratori? Sono tutte reti di protezione che impediscono la nuova produzione e, quindi, la nuova ricchezza. Privilegio di pochi, quelle garanzie, impediscono ai molti di accedere, finalmente, al lavoro...
Trionfa ai nostri giorni questo mito del lavoro allo stato gassoso. E' una immagine frizzante, briosa. Ma davvero le cose stanno così? Vorrei partire da un ormai antico libro di Masi che decantava la civiltà dell'ozio. Con le nuove tecnologie il lavoro avrebbe occupato qualche ora al giorno, per lasciare gli uomini e le donne finalmente liberi nell'ozio.
Ebbene: mai come negli anni '90 la conquista metalmeccanica delle 40 ore è parsa un miraggio lontano. Ci fu un tempo in cui si lavorava appena 40 ore. Viviamo in una società esasperata dal lavoro: primo, secondo, terzo lavoro. Un lavoro frenetico, continuo, che ha invaso quasi tutti gli spazi, anche quelli privati, di milioni di uomini e donne. Una società stressata dal bisogno di stare al passo e dalla "necessità" dei nuovi consumi.
Si è oltrepassato il limite non solo della giornata lavorativa (40 ore) ma anche quello della vita: c'è chi propone di lavorare fino a settanta anni, chi fino a settantacinque. Lavorare finché si può. Tiene in forma. Sta scomparendo il concetto stesso di orario di lavoro o di età lavorativa. Si lavora come si respira, e, quando si cessa di lavorare...
Ma non basta: questo lavoro allo stato gassoso è un lavoro senza regole: lavoro fai da te. Flessibilità, precarietà, mobilità. Anni fa Gallino parlava di una liofilizzazione del lavoro. Ciò esige la distruzione sistematica di un altro processo imposto dal Movimento Operaio alle imprese: quello delle "relazioni industriali". Alla nuova Confindustria è un concetto ostile: dal sindacato nazionale bisogna passare al sindacato di fabbrica, meglio se un sindacato in frammenti infiniti, quante sono le imprese nel nostro Paese; anzi al rapporto a tu per tu tra singolo padrone e lavoratore dipendente o prestatore d'opera.
Quello che sta emergendo non è una novità ma una cosa vecchia come la cultura industriale italiana: la cultura del lavoro nero, e dei bassi salari. E' noto che le grandi fortune del "miracolo economico" si fondavano su salari da fame, un terzo o un quarto di quelli europei. La grande lotta salariale degli anni sessanta non si capirebbe altrimenti.
La profonda ristrutturazione del mercato e della produzione ha dissolto l'onda d'urto del sindacato, che si è trovato, ormai sono anni, sulla difensiva, in un atteggiamento più teso ad arginare le perdite che a conquistare nuovi spazi, a passare all'offensiva. Non ci sarà nessuna offensiva perché è cambiata la qualità del lavoro. Oggi si assiste alla diffusione della precarizzazione del lavoro che non consente forme di organizzazione e di contrattazione dei diritti, dei redditi, dei modi degli indefiniti, interminabili nuovi lavori...
E' chiaro: siamo in una fase di transizione, di passaggio. Il salario non misura più il valore sociale del lavoro ed è tramontata col salario anche la civiltà del vecchio lavoro. Si avvierà un nuovo processo di "civilizzazione" dell'impresa e dell'economia. Non ce lo aspettiamo dalla nuova Confindustria, la sua cultura non varca quella del "vicolo", del lavoro nero. Il mercato non ha mai prodotto società, né tanto meno civilizzazione. Saranno nuovi movimenti, nuove lotte, nuovi conflitti a costruire una società diversa da quella dell'antico Lavoro. In questi processi non dobbiamo essere assenti; questi soggetti dobbiamo aiutare ad organizzare.
Sono alcuni temi che affronteremo come circoli Dossetti. Il lavoro non manca e neppure la speranza che un mondo diverso, lo si diceva a Genova, si può non solo immaginare, ma costruire insieme.
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