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Dollari e petrolio: il binomio è affiatato da lungo tempo ormai, una sorta di coppia sponsale molto dark. Il feeling incomincia nei primi anni settanta a seguito del primo choc petrolifero che mise in disponibilità una grande massa di denaro. Ad essa si rivolsero con grande disinvoltura sceicchi e porzioni di élites dirigenti di quelli che allora ancora potevano apparire paesi in via di sviluppo.
Risultato: inutili opere faraoniche per un processo di sostituzione e di mimesi che Kapuscinski ha efficacemente descritto in un suo libro: Ebano. E, di conseguenza, una voragine di indebitamenti, con ulteriore aumento delle distanze, in quei paesi, tra i gruppi dirigenti e le classi meno agiate (spesso la quasi totalità della popolazione) del paese. Quindi ricorso al credito con la miopia di chi pensa che gli anni delle vacche grasse siano destinati a perpetuarsi all’infinito. Intervento delle istituzioni finanziarie internazionali. Crediti a tassi crescenti e destinati al recupero dell’espansione da parte dei paesi del Nord del mondo.
Conseguenza inevitabile: i paesi altamente indebitati sono stati messi in grado di ripianare parte del proprio debito finanziario iscrivendo a bilancio denaro fresco così reperito nel Sud del mondo ed “estratto” all’80% della popolazione del globo che versa in condizioni quotidiane di indigenza e miseria. Con la somma iattura di avere contratto questi debiti in dollari. Fossero stati stipulati in altra valuta, non saremmo qui oggi a confrontarci con la tragedia del debito estero. In molti casi i paesi altamente indebitati hanno già pagato per due volte gli interessi sul debito.
Il governo italiano è stato messo in grado dalla sollecitudine del parlamento - una volta tanto ha funzionato perfino il nostro bicameralismo perfetto - di presentarsi al G 8 di Okinawa con una avanzata legge sul debito, in grado di svolgere una funzione di locomotore. Aleggiava sul G 8 anche l’eco dell’ammonimento del Papa a trasferire tecnologie avanzate nei paesi del terzo mondo.
La risposta di Okinawa è paradossalmente spettacolare e perfino sarcastica: trasferire Internet in quei paesi. Una decisione che può favorire qualche multinazionale e andare incontro agli interessi dei giapponesi che ospitavano il summit. Ma vuol dire proporre Internet a chi non ha sovente né acqua né elettricità.... Oltretutto la proposta va contro uno dei criteri che informano le modalità di remissione del debito, là dove si dice che esse devono andare nella direzione di favorire una diminuzione delle distanze tra ricchi e poveri (detto meglio, tra élites dirigenti dei paesi altamente indebitati, e la gran massa delle popolazioni che sono a rischio di morire di fame). Questo significa favorire la creazione di infrastrutture: dighe, ponti... e i piani di scolarizzazione e formazione professionale.
Ricordo in proposito l’allucinante confidenza di un missionario che mentre mi illustrava la fame di istruzione delle popolazioni del Camerun, di giovani che lasciano la foresta per frequentare la scuola, mi narrava anche delle condizioni di estrema penuria in cui versavano le scuole. Addirittura all’università della capitale, Yaoundé, si erano cominciati i corsi di informatica senza la disponibilità di un computer che, all’uopo, veniva disegnato alla lavagna...
Il tragico proverbio italiano che distingue tra chi ha pane e chi ha denti ottiene una plastica traduzione nel Continente Nero. “Oggi ogni bambino che nasce in uno dei paesi più poveri del mondo ha un debito di 360 dollari verso i paesi più ricchi o istituzioni finanziarie internazionali. Anziché andare a scuola o usufruire di assistenza sanitaria o, ancora, soddisfare i propri bisogni primari, questo bambino dovrà vedere l'economia del proprio paese soffocare sotto il peso del debito”.
È un'espressione forte e riassuntiva che ho voluto richiamare dall'appello “Per un millennio senza debiti” redatto dalla campagna “Sdebitarsi”. Esso è ulteriormente precisabile con il richiamo contenuto nel “Messaggio per la giornata della pace 1999”. Dice il Papa: “In questo contesto, rivolgo un pressante appello a quanti hanno responsabilità nei rapporti finanziari, a livello mondiale, perché prendano a cuore la soluzione del preoccupante problema del debito internazionale delle nazioni più povere. Istituzioni finanziarie internazionali hanno avviato, a questo riguardo, un'iniziativa concreta degna di apprezzamento. Faccio appello a quanti sono coinvolti in questo problema, specialmente alle nazioni più ricche, perché forniscano il supporto necessario per assicurare all'iniziativa pieno successo”.
Sono due voci autorevoli, levatesi in occasione del Giubileo per porre con decisione un problema mondiale in tutta la sua gravità. Mi pare anzitutto sensato sottolineare la particolarità del momento nel quale si è collocato l'esame della legge per la riduzione del debito, un momento in cui si è colto un favore prima impensabile dell'opinione pubblica. Infatti, è indubbio che le vicende, in alcuni casi né esaltanti, né chiare, della nostra cooperazione avevano finito per gettare un'ombra sul complesso dei rapporti dell'Italia con i paesi in via di sviluppo.
Ebbene, mi pare che questa situazione sia stata rovesciata. La scadenza dell'anno Giubilare e in particolare gli interventi del sommo Pontefice e della Conferenza episcopale italiana - che ha deciso di dare direttamente un aiuto alla riduzione del debito di due paesi africani che versano in particolari difficoltà, lo Zambia e la Guinea - hanno contribuito ad accendere l'attenzione in una cerchia di nostri concittadini che supera di molto i confini delle organizzazioni non governative e dell'associazionismo e che interpreta in termini insieme umanitari e politici la nuova fase internazionale nel mondo globalizzato, in cui è l'economia a tenere il primo posto e dove il ritardo della politica, oltre a risultare evidente, produce guasti di notevole entità.
Cos'è il debito estero? Come si è formato? Quali conseguenze comporta per i paesi in via di sviluppo, quali effetti ha sui paesi ricchi del nord del mondo? Come mai l'Africa subsahariana, nonostante abbia pagato due volte l'importo del suo debito estero tra il 1980 e il 1996, si trova ancora tre volte indebitata rispetto a sedici anni fa? Sono domande alle quali la Commissione esteri ha cercato di rispondere con modalità non soltanto conoscitive, fino ad arrivare a parlare, con espressione non so quanto impropria, di “parlamentarizzazione” del disegno di legge presentato dal Governo.
Per debito estero si intende la somma di danaro che una nazione ottiene da un'altra nazione, oppure da una banca privata o pubblica o da un'istituzione internazionale, sulla quale verserà degli interessi e che si impegna a restituire entro una data prefissata. Evidentemente, il rapporto generato dal debito estero tocca solo Governi nazionali ed istituzioni finanziarie che operano a livello globale, così come occorre precisare che il debito estero nasce come debito contratto da uno Stato verso privati esportatori e che poi si trasforma in debito nei confronti di altri Stati o banche.
Come sempre, ci imbattiamo a questo punto nel problema delle origini. All'origine vi è la finanziarizzazione “sfinalizzata” dell'economia globalizzata: un eccesso di trasferimenti, a partire dall'irruzione sul mercato nei primi anni settanta di una massa impressionante di eurodollari; grande attivismo e frenesia delle borse; scarsità o assenza di investimenti in infrastrutture.
Alcune statistiche affermano che in una giornata si sposta da un luogo all'altro della terra danaro per una somma di 1.500 miliardi di dollari, circa 2 milioni e 700 mila miliardi di lire italiane. È intuitivo comprendere come ciò dia ai creditori un grande potere, non solo economico-finanziario, ma anche politico. E risulta soltanto parzialmente consolatoria l'osservazione di Galbraith: “Quel che ha di buono il capitalismo è che ogni tanto il danaro si separa dagli idioti”.
Il debito estero, da quando si è affacciato alla storia nei primi anni settanta, ha mostrato una costante: anno dopo anno è andato aumentando. Nel periodo 1982-1990 i paesi in via di sviluppo hanno versato 1.345 miliardi di dollari, cioè 2 milioni 421 mila miliardi di lire ai paesi creditori, ricevendo nel contempo 927 miliardi di dollari, cioè 1.668.600 miliardi di lire. Ciò significa che sono stati versati nelle casse dei paesi creditori qualcosa come 737 miliardi di lire ogni giorno, cioè 512 milioni di lire ogni minuto. L'affermazione che da più parti si sente, secondo la quale i paesi poveri finanziano i paesi ricchi, trova un fondamento indiscutibile nell'analisi di queste cifre.
Negli ultimi quarant'anni il debito internazionale ha fatto registrare la seguente escalation: era di 8 miliardi di dollari nel 1955; è passato a 16 miliardi di dollari nel 1960, a 66 miliardi nel 1970, a 573 nel 1980, a 1.132 nel 1986, a 1.500 nel 1992, a 2.095 nel 1996, per attestarsi intorno ai 2.171 miliardi di dollari nel 1997. Occorre precisare che non è semplice stabilire con esattezza l'entità complessiva del debito internazionale. In genere ci si affida ai dati della Banca mondiale e a quelli dell'OCSE, tenendo presente che tra le due fonti esistono alcune discrepanze.
Una tabella riportata da Fabio Silva in una pregevole pubblicazione mostra come la top ten, nella non invidiabile classifica del debito estero, sia occupata da paesi per niente poveri, ma anzi ricchi di risorse. Il Brasile, insediato in prima posizione, è da questo punto di vista un paese tra i più ricchi al mondo in riferimento alle risorse del suolo e a quelle minerarie.
L'UNICEF afferma che il debito nel mondo, con le politiche di aggiustamento strutturale che ne conseguono, provoca ogni anno la morte di 500 mila bambini.
L'Italia aveva già adottato politiche di cancellazione, concedendo riduzioni o cancellando del tutto il debito estero di alcuni paesi: 403 miliardi di lire nel 1992 alla Tanzania, 137 miliardi di lire nel 1993 alla Sierra Leone, 107 miliardi di lire nel 1993 allo Zambia, 971 miliardi di lire nel 1994 all'Egitto, 215 miliardi di lire nel 1995 al Mozambico, 33 miliardi di lire nel 1996 al Nicaragua. Sta di fatto che al 31 dicembre 1997 lo Stato, le banche ed i privati italiani vantavano ancora un credito dai paesi in via di sviluppo di 60.948 miliardi di lire, di cui 22.963 pubblici e 38.255 privati. Aggiungo che i paesi dell'Est avevano verso di noi un debito, sempre al 31 dicembre 1997, di 17.341 miliardi di lire, di cui 7.433 pubblici e 9.908 privati.
In questo quadro la legge italiana è diretta a rendere operative le intese raggiunte dai paesi creditori in un ambito multilaterale in tema di trattamento del debito estero di tali paesi, nonché a favorire e promuovere misure destinate alla riduzione della povertà delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo a più basso reddito e maggiormente indebitati.
In linea generale, il debito dei paesi in via di sviluppo nei confronti dei paesi industrializzati può ricondursi a tre grandi categorie: debito commerciale, derivante dallo squilibrio della bilancia dei pagamenti, debito bancario, debito d'aiuto, riconducibile a prestiti a tasso agevolato finalizzati ad aiutare lo sviluppo di un paese, che possono avere natura bilaterale o multilaterale. È in questo contesto che si è inserita l'attività svolta da alcuni importanti organi o forum internazionali, tra i quali l'Associazione internazionale di sviluppo (IDA), facente parte del gruppo della Banca mondiale, fondata nel 1960 con lo scopo di assistere i paesi più poveri, accordando loro crediti a condizioni particolarmente agevolate.
Nella gestione del debito internazionale vi è poi un altro importante forum, quello conosciuto come Club di Parigi, che riunisce i principali paesi creditori ed ha il compito di coordinare il credito bilaterale di questi con quello multilaterale. E però l'insufficienza dei programmi definiti in queste sedi condusse all'adozione della iniziativa “Paesi poveri altamente indebitati”. (Highly Indebted Poor Country) lanciata nel 1996 dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale ed è il primo meccanismo di riduzione del debito che prende in considerazione la cancellazione totale del debito dovuto a queste istituzioni da un numero individuato di paesi ed intende affrontare il tema in modo concertato tra i creditori.
I paesi complessivamente dichiarati eleggibili all'HIPC sono 41. Si tratta di quei paesi poveri che hanno un reddito annuo pro capite talmente ridotto - inferiore ai 300 dollari - da non poter contare su una sufficiente solidarietà finanziaria per accedere ai prestiti della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. In questa direzione si è, infine, mosso il vertice G7 (poi G8) di Colonia del giugno 1999, che ha avviato il processo per una nuova iniziativa HIPC.
Gli elementi di maggiore novità sono: il legame dell'iniziativa con la lotta alla povertà e l'aumento della spesa sociale; il rafforzamento dei benefici nel breve periodo; la moltiplicazione degli sforzi per consentire l'accesso all'iniziativa ai paesi più poveri altamente indebitati, ancora non eleggibili; l'abbassamento dei rapporti numerici necessari per rientrare nell'iniziativa; il passaggio della soglia di riduzione del debito commerciale bilaterale dall'80 al 90 per cento; l'invito alla cancellazione di tutti i crediti di aiuto bilaterali, con modalità differenziate, tenendo conto delle difficoltà specifiche di alcuni creditori molto esposti.
È in questo quadro che la normativa italiana pone l'esigenza di corrispondere all'impegno assunto al vertice di Colonia, provvedendo all'annullamento dei crediti vantati dall'Italia nei confronti dei paesi più poveri. Ai fini dell'individuazione dei potenziali beneficiari della disposizione in esame, sono considerati eleggibili, ai soli finanziamenti agevolati dell'IDA, 62 paesi, di cui 41 sono stati inseriti nell'ambito dell'iniziativa HIPC.
Va però rilevato che, rispetto ai paesi individuati, si richiede il ricorso di ulteriori condizioni, tra cui quella che i paesi interessati si impegnino a rispettare i diritti umani e le libertà fondamentali, a rinunciare alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e a perseguire il benessere sociale ed il pieno sviluppo della persona, favorendo in particolare la riduzione delle povertà.
Con quali (riassuntive) modalità? Merita attenzione innanzitutto il metodo di lavoro adottato unanimemente dalla Commissione esteri, consistente nel servirsi di un'ampia ma mirata serie di audizioni di soggetti della società civile, già opportunamente raccoltisi in cartelli, dalle Suore bianche ai Giovani verdi, dalle ACLI all'ARCI, a studiosi del diritto, oltre, ovviamente, agli esperti degli organismi finanziari internazionali. Con l'intenzione manifesta che le audizioni andassero al di là del profilo di un utile monitoraggio da parte di chi è portatore di una conoscenza cresciuta sul campo e frutto, quindi, di osservazione partecipante.
Contemporaneamente, nella redazione del testo di legge, sono state accostate due logiche: quella della remissione una tantum, cui si ispira originariamente il disegno di legge presentato dal Governo, e quella che prevede l'indicazione di criteri quanto meno di medio periodo, nei rapporti (ivi compresa la cooperazione internazionale, ma non soltanto) con i paesi debitori. Al riguardo sono stati stabiliti limiti quantitativi, con una forcella che ha per limite minimo la cifra di 8 mila miliardi di lire e per limite massimo la cifra di 12 mila miliardi di lire (5 mila miliardi di crediti commerciali assicurati, e 3 mila miliardi di crediti di aiuto), in un periodo di 3 anni. Avendo comunque chiaro, che con il provvedimento si può avviare a soluzione solo in parte il problema dei 210 milioni di dollari dei 41 paesi più poveri e non si affronta affatto la ben più ampia massa dei restanti 2.300 milioni di dollari di debiti, che tocca l'insieme degli altri paesi del sud del mondo a medio reddito e, tanto meno, i debiti verso le istituzioni finanziarie private.
Mentre non sono ancora chiare le strategie concrete delle nuove politiche che a livello internazionale dovrebbero accompagnare le cancellazioni e le riduzioni dei debiti. Nulla è stato, in questo senso, ancora previsto per rivedere le regole dei meccanismi finanziari internazionali, affinché si possa consentire l'apertura di nuovi crediti ai paesi poveri, evitando, però, che si rimetta in moto un processo perverso, del tutto simile a quello verificatosi nei passati decenni, se non peggiore, nelle nuove condizioni della globalizzazione.
Il rischio da evitare è che la montagna partorisca il topolino, cioè che dopo tanto parlare si realizzi qualche cancellazione, ma quale puro esercizio contabile, con esiti forse di grande immagine per qualche Governo, ma di scarso se non nullo effetto per i più poveri e per la riformulazione di un rapporto più sano e produttivo tra paesi ricchi e paesi poveri.
Si deve assolutamente evitare che tutto questo accada, facendo sì che la questione del debito diventi una priorità costante dell'agenda politica interna e internazionale, con il dispiegarsi di una strategia di medio-lungo termine, capace di avviare un cambiamento vero.
Al provvedimento di legge varato dall’Italia è necessario affiancare almeno tre avvertenze: che si vada in prospettiva anche oltre il concetto di una tantum e si miri a beneficiare, entro il minor tempo possibile, il maggior numero dei 41 paesi più poveri; che tali cancellazioni siano strettamente vincolate apolitiche che facciano sì che il ricavato si traduca in effettivi, misurabili e visibili investimenti a favore dell'emancipazione e dello sviluppo delle popolazioni più povere, anche attraverso procedure di conversione del debito, con il coinvolgimento di soggetti della società civile, affinché le risorse liberate dall'onere di rimborsare i debiti finanzino direttamente progetti concreti per la sanità, l'istruzione, l'assistenza sociale, lo sviluppo dell'agricoltura, dell'artigianato e della piccola impresa; infine, che si trovino le strategie per implicare, nel meccanismo di cancellazione e di riduzione, anche i soggetti privati, al fine di poter parimenti intervenire sulla massa dei debiti che sono in mano alle banche o di quelli (soprattutto derivanti da crediti commerciali) che concernono i paesi a medio reddito.
Infine, ma non ultimo, il Governo italiano, assieme ai Governi europei, potrebbe virtuosamente farsi promotore di una seria riformulazione in sede internazionale delle politiche e delle strategie nel campo finanziario e delle nuove regole di tali mercati, che tutelino la posizione dei contraenti più deboli nel campo del commercio internazionale. I nostri mercati, infatti, devono aprirsi in modo consistente ai prodotti dei paesi più poveri, non solo per le materie prime, ma anche, sempre di più, per manufatti e prodotti a maggiore valore aggiunto e nel campo della cooperazione allo sviluppo, perché è impensabile riparare le drammatiche lacerazioni che si sono create nei tessuti sociali ed economici di tanti paesi poveri, anche a causa della spirale perversa del debito estero, senza adeguate strategie e risorse.
Ciò che si può fare è molto, ma bisogna essere seri, bisogna tralasciare le facili demagogie per prevedere un quadro più ampio, con la possibilità di non rinunciare a giocare un ruolo innovativo e autonomo, pur lavorando nel concerto internazionale. E’ anche opportuno evitare un'ulteriore “trappola”, cioè quella di considerare la riduzione del debito come sostitutiva di nuovi aiuti allo sviluppo.
Diceva M. Camdessus all'università cattolica di Milano, lo scorso 21 marzo, quando gli fu conferita la laurea honoris causa: “L'alleggerimento del debito in questione è essenziale. Tutti i paesi potenzialmente eligibili devono essere incoraggiati e sostenuti perché possano beneficiarne su larga scala... Ma tutto questo non deve essere visto come un sostituto di nuovi flussi di aiuto. I donatori e creditori pubblici bilaterali devono essere disponibili ad innalzare il loro livello di assistenza tecnica e finanziaria. Il noto vincolo dello 0,7 per cento del PIL per l'APS rimane un obiettivo valido, anche se è stato dimenticato colpevolmente negli anni trascorsi. La scusa della aid fatigue non è più a lungo credibile - peraltro si configura come una scusa cinica - nel tempo in cui, nel corso del passato decennio, i paesi avanzati hanno goduto dei frutti dei dividendi della pace”.
Se lo dice lui...
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