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La conferenza del WTO o OMC che dir si voglia (il significato è lo stesso, e sta per Organizzazione mondiale del commercio) che si è chiusa a Doha, capitale del minuscolo Stato del Qatar, sul Golfo persico, veniva dopo il fallimento del cosiddetto Millennium Round svoltosi a Seattle nel 1999, ed era quindi in qualche misura orientata a far dimenticare quello spettacolare fallimento che aveva messo ben più di un granello di sabbia negli ingranaggi del capitalismo globale.
La scelta di Doha come sede della conferenza non era casuale, giacché si tratta della capitale di un sultanato teocratico e per nulla aperto alla libertà di critica (come la quasi totalità dei regimi arabi detti "moderati" perché alleati degli Stati Uniti), ed in più si trova in un'area del mondo difficilmente raggiungibile. In tal modo, pensavano gli strateghi dell'OMC e dei Governi maggiormente interessati, avrebbe impedito la presenza di gruppi organizzati di contestatori che, interagendo con la platea mediatica, furono i veri protagonisti di Seattle '99, amplificando i violentissimi scontri interni a quella che dovrebbe essere la camera di compensazione degli squilibri di un mercato mondiale in forte crescita e sempre più bisognoso di regole.
Pur essendosi evitato, almeno sul piano cosmetico, il disastro totale, nemmeno i più benevoli osservatori hanno potuto dare una versione completamente positiva dei risultati della conferenza, la quale di fatto si è chiusa con il rinvio a successivi negoziati per la maggior parte delle questioni che rimanevano sul tappeto. I due elementi più significativi emersi da Doha sono senz'altro l'ingresso nell'OMC della Cina e il riconoscimento della possibilità per i Paesi del Terzo mondo di accedere alla produzione dei farmaci salvavita senza pagare i diritti di licenza alle imprese titolari dei brevetti. In realtà in ambedue i casi l'OMC non ha fatto altro che ratificare una situazione di fatto, poiché evidentemente non era possibile tenere fuori dalla porta di un simile organismo un quarto della popolazione mondiale, e quanto ai farmaci salvavita (in ispecie le cure per l'AIDS), il precedente della battaglia legale vinta dal Sudafrica contro le grandi imprese farmaceutiche costituiva un imprescindibile punto di riferimento.
Per il resto una serie di stralci, dallo smantellamento delle quote di export nel settore tessile verso i Paesi industrializzati richiesto con insistenza da Pakistan e India, alla vaga dichiarazione d'intenti in materia di ambiente, all'eliminazione dei sussidi all'export agricolo con la preservazione (fortissimamente voluta da Francia ed Italia) della multifunzionalità dell'agricoltura e dei prodotti DOC.
Un capitolo a sé stante lo hanno le vicende sociali, ed in particolare il tema degli standard lavorativi, che costituisce uno dei punti irrisolti soprattutto in materia di diritti dei lavoratori, lavoro minorile e condizioni di lavoro. Queste tematiche costituiscono un punto permanente di divisione fra Nord e Sud del mondo, giacché i Paesi in via di sviluppo vedono nella richiesta dei Paesi sviluppati di adeguare gli standard oggettivamente indecorosi in vigore nel Sud del mondo a quelli del Nord una modalità per ridurre la loro concorrenzialità sul mercato globale. E' noto infatti che il motivo per cui molti imprenditori spostano i loro impianti produttivi in certi Paesi è dovuto alle minori (o nulle) garanzie in termini salariali, di sicurezza e talvolta dei più elementari diritti sindacali consentite dalle leggi di quei Paesi (quando non si giunge, come ha dimostrato Naomi Klein, a creare delle vere e proprie zone franche in cui le leggi teoricamente esistenti in quei Paesi vengono sospese e vige solo la legge del produttore, talvolta applicata con metodi spicciativi).
Certamente i bassi salari e le basse tutele sindacali giovano allo sviluppo, ed è un dato di fatto che il "miracolo economico" degli anni Cinquanta in Italia fu dovuto a questi due fattori: ciò non toglie di una virgola la necessità di un adeguamento generale delle condizioni di vita e di lavoro come esigenza per l'oggi e non per il domani, se sono vere le interpretazioni filantropiche della globalizzazione che sembrano in auge presso certi economisti - poeti.
Sta di fatto che nemmeno su questo si è trovato un accordo, e neppure si è riusciti a concordare forme di cooperazione fra l'OMC e l'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), come del resto non è passata la richiesta dell'Unione europea per introdurre un esplicito legame fra standard lavorativi e commercio internazionale: d'altro canto, proprio la "new entry" cinese, questo sconcertante regime che mescola capitalismo manchesteriano con totalitarismo confucian - maoista, sarebbe stata la prima a risentirsi di un qualsiasi cambiamento nelle politiche sociali, visto che il suo successo economico è basato su di uno sfruttamento intensivo della forza lavoro, senza ombra alcuna di tutela sindacale.
Si potrebbe dire che sono gli incerti di una situazione internazionale confusa, in cui alle tradizionali rivalità fra gli Stati si sono aggiunte le rivendicazioni del movimento "new global" e, ora, anche i cupi scenari di guerra che vanno ben oltre la caduta di Kabul.
In realtà, il difetto sta nel manico, nel senso che è lo stesso WTO-OMC ad essere la causa principale del malessere che domina i mercati internazionali, e lo è perché la sua funzione di regolatore del commercio mondiale, di garante di regole certe e condivise è inficiata dalla scarsa credibilità della sua struttura che genera sospetti non infondati sull'uso che l'OMC fa dei suoi straordinari poteri.
In un ponderoso studio pubblicato in Italia da Feltrinelli e intitolato semplicemente "WTO", le ricercatrici americane Lori Wallach e Michelle Sforza hanno dimostrato dati alla mano come la funzione principale svolta dall'OMC sia quella di una lenta espropriazione dei poteri dei singoli Stati a favore di un organismo burocratico privo di qualsiasi forma di controllo democratico, i cui dirigenti sono spesso espressione delle esigenze lobbistiche delle grandi imprese. L'interesse di tali imprese è quello del progressivo abbassamento delle barriere commerciali, interesse che l'OMC puntualmente serve emettendo sentenze vincolanti per tutti gli Stati firmatari che spesso vanno a colpire non solo le resistenze protezionistiche, ma anche quelle normative in materia di salvaguardia dell'ambiente, della salute, della sicurezza dei cibi e delle bevande.
Più in generale, non solo l'OMC appare un tribunale pregiudizialmente favorevole ad una delle parti in causa (le aziende transnazionali), in cui i poteri pubblici possono scegliere fra farsi portavoce degli interessi forti (ed è la soluzione prevalente) oppure di sostenere le ragioni dei gruppi di pressione della società civile. D' altro canto, non è un caso raro che nel corso delle conferenze dell' OMC l'agenda di taluni Governi sia dettata dalle grandi lobby economiche: accadde nel 1999 a Seattle, come confessò candidamente l' allora capodelegazione degli USA, ed è da credere che sia accaduto anche a Doha - a maggior ragione in presenza di un'Amministrazione americana che esiste solo grazie al fiume di denaro riversato dalle multinazionali nelle casse elettorali di George W. Bush.
D'altro canto, la direzione generale dell'OMC fu una delle tappe più importanti della carriera di lobbista di lusso del nostro attuale Ministro degli Esteri (carriera che è ancora in corso, come ognuno può vedere).
L'idea di un controllo del mercato globale è tutt'altro che peregrina, e risponde al criterio di una crescita equilibrata che sia inclusiva nei confronti di quei miliardi di persone che ne restano escluse e quindi consegnate alla povertà, ad una sopravvivenza precaria se non alla morte per fame o per malattia: a costoro non si può raccontare la fola del mercato che da sé corregge i suoi errori e fa tutti felici perché tale scenario appare ormai altrettanto poco credibile dei paradisi socialisti promessi da Stalin e dai suoi successori.
Ma questo controllo non può essere affidato ai burocrati né ai lobbisti (e tantomeno ai lobbisti - burocrati dell'OMC), ma deve costituire un caposaldo per una rivendicazione veramente globale di democrazia e di giustizia.
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