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Le polemiche seguite al dimissionamento del Ministro degli Esteri Ruggiero sono sintomatiche di una crisi intervenuta non tanto nella coscienza civica del nostro Paese, la quale, secondo i più recenti sondaggi, risulta decisamente ancorata ai principi che hanno fatto dell'Italia la patria dell'europeismo, quanto piuttosto nella psicologia di chi ci governa.
L'insofferenza verso l'Europa da parte di Berlusconi non è tanto la condivisione delle suggestioni ideologiche delle “piccole patrie” di Bossi e Tremonti, o allo storico e coerente thatcherismo di Antonio Martino, quanto piuttosto l'insofferenza a ciò che l'Europa rappresenta, ossia una concezione della democrazia come insieme di regole.
A chi, come il Presidente del Consiglio, teorizza apertamente la superiorità del voto popolare a qualunque vincolo di legittimità, di ordine istituzionale o sovrannazionale, la pretesa del tutto legittima dell'opinione pubblica e dei Governi dei Paesi dell'UE di esprimersi sull'evoluzione politica del nostro Paese appare come un'evidente sfida alla propria concezione assolutistica del potere politico (e in fondo le parole arroganti da lui pronunciate nel coro del dibattito parlamentare del 14 gennaio ne sono una controprova).
Come ha ben rilevato l'ex portavoce della Commissione europea Filippo di Robilant in un bell'articolo su “Repubblica”, atteggiamenti diversi sulle modalità e sui contenuti della costruzione dell'unità europea sono del tutto ammissibili, ma inammissibile è che chi incarna una deriva di tipo nazionalistico pretenda di presentrasi come “la reincarnazione di Monnet e di Schumann” e, aggiungiamo noi, di De Gasperi, il quale, ammaestrato dalla terribile storia del XX secolo, vedeva nella costruzione dell'Europa unita il vaccino contro le derive nazionalistiche alla base dello scatenarsi delle peggiori violenze, ancor prima dell'affermarsi dei deliri del totalitarismo.
In tal modo De Gasperi mostrava di aver recepito l'essenziale della lezione di Sturzo, il quale, all'indomani del suo forzato esilio londinese, dedicò le sue energie alla costruzione di un'intesa fra le varie forze democratico cristiane europee, esplicitamente legandolo alla necessità di lottare contro i totalitarismi e per la costruzione di un ordine mondiale ed europeo che fosse rispettoso di alcuni principi fondamentali a servizio della pace e dello sviluppo dei popoli.
Tale tentativo, che si concretizzò nella nascita del Segretariato internazionale dei partiti e movimenti democratico cristiani, ebbe una vita assai difficile, soprattutto a causa della scarsa consapevolezza maturata dagli altri partiti rispetto alla visione di Sturzo e dei pochi amici rimastigli fedeli (primo fra tutti Francesco Luigi Ferrari), sia in ordine alla definitiva acquisizione della democrazia come metodo generale di azione per le forze cattoliche, sia in ordine alla consapevolezza del rischio rappresentato dal totalitarismo fascista e dei suoi epigoni, a partire dal nazionalsocialismo tedesco. Sul primo punto si creò peraltro -corsi e ricorsi della storia- una rottura fra i popolari italiani e i cristiano -sociali austriaci del cancelliere Dollfuss, che instaurarono un regime autoritario e corporativo (non a caso assai apprezzato da Mussolini) reprimendo con violenza comunisti e socialdemocratici.
La lezione della seconda guerra mondiale confermò le intuizioni di Sturzo, e rese necessario agli occhi di molti il dar vita a più stabili realtà di raccordo fra gli Stati europei prima su base economica e poi politica: non a caso, fra i principali fautori dell'unità europea vi furono i leaders democratico cristiani dei due principali Paesi vinti, Italia e Germania, De Gasperi e Adenauer. Sotto questo profilo, la nascita di uno spazio economico comune ed ora di una moneta unica, con la prospettiva di un progressivo allargamento, è sicuramente un passo importante, ed in qualche misura il coronamento di molti degli ideali dei padri fondatori.
Il passo successivo è di ordine politico, e riguarda il superamento del voto all'unanimità, l'ampliamento delle funzioni del Parlamento europeo, la creazione, insomma, di uno spazio democratico comune che, come ha sottolineato recentemente Romano Prodi, serva a dare continuità e forza al modello sociale europeo in competizione con quello americano.
Ora invece assistiamo ad un processo involutivo che in Italia assume le forme brade e ridicole del berlusconismo e del bossismo, ma che anche altrove sembra segnare tentazioni revansciste e nazionaliste, se si deve dar credito alle dichiarazioni di Edmund Stoiber, il leader cristiano sociale bavarese che sarà il candidato alla Cancelleria della destra alle prossime elezioni tedesche.
Il dato di fatto è che il PPE, nato come motore politico dell'unità europea, rischia ora di divenire la casa dell'euroscetticismo al di là dello sforzo meritorio di amici come Guido Bodrato e Paolo Barbi, e soprattutto che la maggioranza della delegazione italiana all'interno di quel partito rischia di essere uno dei massimi attori del processo involutivo descritto.
Non può che stupire, stando così le cose, il contenuto dell'intervista rilasciata ad “Avvenire” il 9 gennaio scorso da una persona di grande levatura intellettuale come il prorettore dell'Università cattolica Lorenzo Ornaghi, che accredita Berlusconi come un possibile campione di un nuovo europeismo, alla pari di Aznar, Blair e, alla fine, dello stesso Haider, e che liquida le inaccettabili espressioni di Bossi su “Forcolandia” e sul Belgio come terra della pedofilia come “intemperanze” di quello che sarebbe comunque un campione dei nuovi ceti emergenti (espressione un po' azzardata per designare il capo di un partito che alle ultime elezioni ha segnato il suo picco negativo, non raggiungendo nemmeno il barrage del 4%).
Se l'europeismo è un valore dei Popolari, e come tale dovrà essere una delle principali doti che porteremo nel cantiere aperto della Margherita, è chiaro che esso dovrà implicare un di più di creatività, ed essere uno dei tratti distintivi della campagna politica del centrosinistra contro l'attuale maggioranza, la quale di tutto sembra essere preoccupata tranne che del bene dell'Italia.
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