Il richiamo di Porto Alegre
editoriale di marzo 2002 - di Giovanni Bianchi

E’ passata quasi sotto silenzio in Italia la notizia della scomparsa di Pierre Bourdieu, il filosofo e sociologo francese che era assurto a notorietà non solo per i suoi studi sul sistema educativo francese, di cui aveva denunciato la selettività e l’elitarismo “ereditari”, ma anche, negli ultimi dieci anni, per la sua scelta di fare della sociologia uno strumento di lotta militante a favore della causa degli emarginati, divenendo il più famoso degli intellettuali organici ai nuovi movimenti sociali.

In un ampio ricordo comparso su “Le Monde” del 25 gennaio –che gli ha dedicato il titolo d’apertura- si é ricordato come Bourdieu avesse sempre sostenuto la necessità di un ruolo critico dell’intellettuale rispetto allo sviluppo della società, dell’economia e delle istituzioni, uscendo dalla “torre d’avorio” o dalla “riserva critica”, tutte espressioni che, a suo giudizio, erano comode maschere per il disimpegno e l’oggettivo schieramento a favore dei poteri forti.

La figura di Bourdieu si differenziava comunque da quella, alla fine un po’ caricaturale, dell’ intellettuale che si considerava impegnato perché firmava appelli e manifesti, ma riportava piuttosto la categoria dell’ engagement all’ originale significato mounieriano dell’ impegno di tutta la propria dimensione intellettuale, politica e sociale (egli era infatti un agregé del prestigioso College de France) a favore di un progetto di trasformazione sociale che passasse anche attraverso una critica radicale degli assetti esistenti.

In Italia questo tipo di intellettuali pare estinto, e fra i sociologi l’unico che ancora intenda la sua disciplina non solo come fotografia dell’ esistente ma come strumento di decostruzione delle mitologie correnti e di possibile ricerca di soluzioni alternative é forse Luciano Gallino (non a caso autore di un penetrante ricordo di Bourdieu su “Repubblica” del 25 gennaio), che negli ultimi anni con stile sommesso ed implacabile acribia ha svelato la falsità dei dogmi neoliberisti sulla disoccupazione, la globalizzazione e la flessibilità.

Lo stimolo degli intellettuali critici ha certo avuto un peso nella nascita e nella crescita progressiva del movimento sociale definito no global (terminologia infelice, perché non é mai una buona cosa definirsi per negazione) che, sorto su battaglie locali condotte secondo lo stile rivendicativo tradizionale, é evoluto progressivamente grazie al collegarsi e connettersi in termini reticolari delle diverse lotte ( di ordine ecologico, sindacale, etico…) alla ricerca di una soggettività specifica che trascendesse in qualche modo le forme tradizionali del sindacato o del partito, nel senso che all’interno di esso possono esservi sindacati, partiti o spezzoni di essi, ma viene rifiutato il concetto egemonico e leaderistico delle forme tradizionali di rappresentanza.

Questo processo rappresenta insieme una forza ed una debolezza per il movimento ancora informe, che ha avuto il suo battesimo ufficiale a Seattle ed una conferma tragica a Genova, grazie anche all’incapacità ed al cinismo del Governo Berlusconi: una forza perché una struttura “debole” e “reticolare” impedisce per ciò stesso che al movimento possano essere affibbiate etichette di comodo, generalmente diffamatorie. Una debolezza perché nello stesso tempo, l’impossibilità di determinare una rappresentanza riconosciuta impedisce anche quell’ inevitabile operazione di chiarificazione degli obiettivi e dei metodi, senza la quale si rischia di essere esposti ad ogni tipo di improvvisazione o di provocazione.

E’ chiaro che le diverse anime che compongono il movimento dovranno prima o poi (ma più prima che poi) affrontare il tentativo di quadrare anche questo cerchio, se non vogliono correre il rischio di rimanere sistematicamente appese alla contraddizione di voler essere interlocutore politico credibile senza fare i conti con la pesantezza (oggettiva ed insieme inevitabile) delle forme di rappresentanza.

Sta di fatto che questo movimento dal suo sorgere fino ad oggi ha creato un indubbio effetto di spiazzamento fra le forze politiche, in particolare quelle di sinistra: se infatti le socialdemocrazie europee tradizionali, che nell’ultimo quinquennio hanno retto i principali Paesi dell’ UE, si sono trovate nel fuoco della contestazione in quanto prive della capacità o più ancora della volontà di introdurre elementi di netta discontinuità rispetto al “pensiero unico” neoliberista che sin qui ha guidato la logica della globalizzazione, anche le sinistre “antagoniste” hanno trovato difficoltà reali a dare rappresentanza ad un movimento dalla soggettività sfuggente, e la pratica di cavalcare sistematicamente tutti gli atteggiamenti ribellistici é parsa talmente strumentale da non generare alcuna forma di allargamento del consenso, del che Rifondazione comunista ha dovuto amaramente prendere atto alle ultime elezioni politiche.

Chi avrebbe molto da dire, ma al momento tace, é il mondo cattolico, giacché a livello individuale o associato molte realtà dell’associazionismo di matrice ecclesiale si ritrova all’ interno delle campagne promosse dalla Rete di Lilliput, o da ATTAC o da altri soggetti, e spesso con posizioni di responsabilità. Manca tuttavia una strategia organica, che pure in qualche modo si era delineata nell’ incontro svoltosi a Genova all’ inizio del luglio scorso: certamente poi sul prosieguo del dialogo fra le forze del “cartello cattolico” e quelle riunite nel Genoa Social Forum pesò in modo devastante quanto accadde a margine del G 8, non solo per l’irresponsabile condotta del Governo ma anche per la leggerezza ed i protagonismi di cui si resero responsabili il GSF ed i suoi presunti leader.

Ciononostante, l’impegno delle organizzazioni cattoliche, che pure é proseguito a livello di base, non ha trovato fin qui una sintesi unitaria che permettesse un approccio strutturale ai problemi della globalizzazione ed alle sue ricadute nella dialettica sociale e politica italiana, e forse a questo non é stata estranea la necessità di prendere, per cosÏ dire, le misure alla nuova compagine governativa.

D’altro canto, le forze dell’ associazionismo tradizionale riunite nel Forum nazionale del Terzo settore hanno probabilmente avuto agio di riflettere sulla precarietà di certe alleanze quando, al primo accenno di dissapori o divergenze di vedute con il Governo, la Compagnia delle Opere ha deciso di rinnegare la propria appartenenza al Forum per rapportarsi direttamente al Governo “amico”, a dimostrazione che, da un lato, il collateralismo in questo Paese é duro a morire e, dall’ altro, che le critiche rivolte a certi sorprendenti connubi non erano poi cosÏ tanto dettate da calunniosi pregiudizi.

Il fatto é che, nella generale fase di ripiegamento delle forze democratiche e di progresso indotto dalla gestione neoliberale della globalizzazione, la destra italiana persegue un proprio progetto di sistematica distruzione degli assetti sociali e, peggio ancora, statuali che hanno fin qui presieduto al patto sociale, mettendo apertamente in conto la possibilità della divisione delle forze avversarie e dello scontro a tutto campo, anche con metodi oltremodo decisi, come si é visto chiaramente a Genova.

La resistenza di cui sta dando prova il sindacato confederale é certo una buona cosa, ma é da domandarsi fino a che punto il centrosinistra potrà procedere senza un’analisi politica e senza la capacità di rapportarsi ai movimenti sociali in termini che non siano lievemente sprezzanti come si é visto anche in recenti interviste televisive di autorevoli personaggi.

Qui, ci sembra, é chiamata direttamente in causa la cultura personalista e solidaristica della Margherita, tenuto conto delle sistematica ed oggettiva difficoltà delle sinistre tradizionali di affrancarsi dal paradigma hegeliano che rende loro sospetto tutto ciò che si muove al di fuori dell’impianto statuale. Purtroppo, nella carta programmatica poco appare di questi problemi, e si tratta di un’omissione che dovrà essere al più presto riparata, poiché, come ha ricordato Romano Prodi nei suoi discorsi inter amicos pubblicati da qualche giornale, la creazione di un nuovo modello riformistico di livello europeo, da contrapporre a quello americano, non può prescindere da una seria riflessione sulle linee di sviluppo della globalizzazione, e delle loro conseguenze sulla vita concreta di centinaia di milioni di persone.

Intanto qualche spunto può venire anche dal Forum Globale di Porto Alegre in corso in questi giorni, che certo rischia di ridursi ad una kermesse della contestazione, ma presenta anche spunti significativi per chi si propone non solo di contestare ma anche di governare.

Fra gli elementi di particolare interesse ci pare da segnalare quello del “bilancio di partecipazione” già applicato, appunto, dall’amministrazione progressista che governa la città di Porto Alegre, che consiste nella responsabilizzazione dei cittadini e delle rappresentanze sociali in ordine alla formazione del bilancio di previsione del Comune.

Si tratta di un meccanismo complesso e sottoposto a continua revisione dai suoi stessi ideatori, ma che si é rivelato fin qui un potente strumento di integrazione sociale in un contesto assai degradato e sottoposto a profonde tensioni.

Sarebbe troppo auspicare che i candidati dell’Ulivo alle prossime elezioni amministrative inseriscano questa proposta fra le caratteristiche qualificanti il loro progetto di governo?

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